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Roma sparita. Tra i rifiuti.

Roma scompare tra cumuli di rifiuti abbandonati per le strade e non raccolti. Non si vede una via d’uscita. Si e’ salvato solo Putin. Per il Presidente russo Roma e’ ancora eterna e bellissima…

Francesco Di Pisa

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Termovalorizzatori, siti di compostaggio, di stoccaggio temporaneo, discariche, comune, regione, dissesto, emergenza…

Con il caldo mai tanto atteso e sognato come quest’anno, con l’afa e l’umidita’ finalmente alle stelle, Roma precipita nuovamente sotto l’assedio dei rifiuti: un cocktail micidiale con protagonisti cassonetti straripanti, cumuli di immondizia sparsi ovunque, marciapiedi occupati da sacchetti lacerati dai morsi dei roditori come dalle beccate dei gabbiani: ormai sono comparsi pure i vermi.

Lo spettacolo e’ un film horror decadente dai contorni vergognosi perche’ si tratta solo di una replica, l’ennesima.

Le responsabilita’ in Italia a volte ballano, ma qui il dito va puntato contro tutto e tutti.

A cominciare dalle amministrazioni locali e non, da sinistra a destra, fino a quest’ultima cinquestelle, tutte sono colpevoli. A Roma non e’ mai esistito un progetto o semplicemente una visione utopica per affrontare il problema dello smaltimento dei rifiuti. Tra veti politici incrociati, interessi locali, mafie ed incapacita’, si e’ sempre tirato a campare, o grazie allo spazio, sin quando ancora c’era, delle cave dove nascondere le balle maleodoranti o coi vagoni ferroviari su cui far sparire e partire per un viaggio oltreconfine pile di immondizia stoccate alle stazioni: i viaggi della speranza.

In questa mescolanza di cause e corresponsabilita’ politiche non si salva nemmeno il cittadino: vittima e carnefice: basta osservare le catasta di materassi, sedie, poltrone, water abbandonati senza ritegno lungo le strade di Roma: in centro come in periferia non e’ questione di stile.

Un sito come Romafaschifo, nato anni fa per raccontare tutto questo ma non solo, esiste solo a Roma. L’immondizia che costeggia il Colosseo come i vicoli della movida di Trastevere entra di diritto a far parte delle guide turistiche. All’estero si avvertono i vacanzieri in partenza per la citta’ Eterna che per risolvere il problema, Roma potrebbe venire commissariata, le Istituzioni firmeranno decreti, il Governo mettera’ in campo l’esercito e la faccia per giocarsi il tutto per tutto. E poi?

Un’intensa rimazzata alle strade in un tour de force di ripuliture eccezionali, per precipitare alla prima emergenza in un nuovo delirio nauseabondo.

Si fa presto a dire Roma e’ bellissima: tra milioni di Euro giacenti in Campidoglio e inutilizzati per l’ansia di venir magari beccati con le mani in pasta in un appalto concordato, partecipate logore e miliardi di debiti, regnano inadeguatezza, incompetenza, rabbia e dissesto: per non farci mancare niente forse e’ in atto pure una congiura dei tradizionali poteri forti nel tentativo di perpetuare nella mangiatoia comunale, ma qui Roma sta davvero morendo.

Le scale mobili sono immobili, gli autobus prendono fuoco, i roghi nei campi salgono su su in cima, eppure nessuno alza lo sguardo oltre questo schifo, nessuno si meraviglia piu’ che un’allegra famiglia di topi scorrazza tra le giostre di Castel Sant’Angelo e si e’ sostituita a mamma, papa’ e prole. Che ci resta di umano?

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Francesco Di Pisa è Dottore in Giurisprudenza con Master in Scienza delle Comunicazione. Libero professionista, dopo la Spagna, la Gran Bretagna, si occupa di politiche Marketing, consumo, comunicazione e scrive di politica, attualità e costume.

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Economia

Nuovo Dpcm di ottobre, stretta su locali e feste private, nulla sui trasporti

Ulteriori restrizioni sulle attività di ristorazione, ignorato l’allarme degli esperti sui mezzi pubblici. E in piena notte il Governo che “non lavora col favore delle tenebre” approva una Manovra che include già i fantomatici fondi Ue…

Mirko Ciminiello

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nuovo dpcm di ottobre
Il nuovo Dpcm

Test per l’esame di giornalismo sul nuovo Dpcm di ottobre che rende già obsoleto quello varato appena cinque giorni prima. Il candidato consideri che:

a) Il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri consente l’apertura delle attività di ristorazione tra le 5 e le 24, con il consumo ai tavoli. Diversamente, la somministrazione avverrà fino alle 18. Misura necessaria dopo che un barista catanzarese aveva beffato il precedente Dpcm, che contemplava solo la chiusura dei locali a mezzanotte, riaprendo alle 00:15. Il che fa già abbastanza ridere di suo.

b) Il Governo inoltre impone ai ristoranti un massimo di sei persone per tavolo, e “raccomanda fortemente” di evitare le feste anche a casa. Chissà come faranno nel prossimo Consiglio dei Ministri

c) In compenso, il nuovo Dpcm di ottobre ignora completamente la vexata quaestio dei mezzi pubblici. Che vari scienziati considerano un fattore di rischio contagio, e che ha già scatenato la fulminante ironia social. Eppure, magari basterebbe spiegare al Ministro dei Trasporti Paola De Micheli che “metro di distanza” non ha nulla a che vedere con la metropolitana

d) Preventivamente, invece, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio aveva affermato che sui provvedimenti anti-Covid serve «serietà». Quindi dopo, coerentemente, avrà lasciato il Cdm…

Serietà per favore, da parte di tutti. Il governo deciderà nel più breve tempo possibile le misure più stringenti anti…

Pubblicato da Luigi Di Maio su Domenica 18 ottobre 2020

Oltre il nuovo Dpcm di ottobre: la Manovra 2021

e) Frattanto, l’esecutivo che «non lavora col favore delle tenebre» ha approvato a notte inoltrata (anche) la Manovra 2021, “salvo intese”. Formula che, tradotta dal volturarappulese, significa “io speriamo che me la cavo”.

f) La Finanziaria, come ha illustrato il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, ammonta a quasi 40 miliardi. «Circa 24 stanziati direttamente in bilancio a cui si aggiungono oltre 15 miliardi dal programma Next Generation EU». Che, come abbiamo argomentato fino alla nausea, verosimilmente porta questo nome perché, viste le euro-liti, dei fondi comunitari beneficerà (forse) la prossima generazione di Europei. E anche questa, soprattutto alla luce dell’atavico affetto di Bruxelles verso l’Italia, fa già abbastanza ridere di suo.

Ciò posto, anche in virtù del fatto che il bi-Premier Giuseppe Conte ha parlato in orario digestivo, descriva il candidato la recente cena delle beffe.

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Politica

Presidente Mattarella, oltre che ai cittadini si appelli anche al Governo

Il Capo dello Stato lancia un monito contro gli egoismi dei singoli e degli Stati. Ha ragione, ma dovrebbe bacchettare anche la “brevimiranza” dell’esecutivo che non ha saputo prepararsi a un evento atteso e prevedibile da mesi

Mirko Ciminiello

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presidente mattarella
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Presidente Mattarella, le parole che ha pronunciato all’Università di Macerata, in occasione dell’avvio del nuovo anno accademico, sono state un’occasione di profonda riflessione. Soprattutto alla luce delle difficoltà che da mesi l’Italia vive a causa della pandemia, e che in questi giorni si riaffacciano con rinnovato vigore. Proprio al Covid-19, e alle sue conseguenze (anche) sociali, Lei ha voluto dedicare un passaggio che abbiamo ritenuto estremamente significativo.

«Questo virus che ci affanna è come quello del riemergere dell’ego dei singoli e degli Stati» ha affermato. Meditando sulla libertà personale che «si integra e si realizza insieme a quella degli altri».

In linea di massima non possiamo che darLe ragione. La cosiddetta fase 2, infatti, ha portato alla luce comportamenti disdicevoli a ogni livello. A partire da quell’Europa che tanto in fretta ha dimenticato la solidarietà che sbandierava come vessillo al primo scoppio dell’epidemia.

Neppure noi cittadini abbiamo sempre avuto atteggiamenti irreprensibili, e per questo dobbiamo fare mea culpa. Però, Presidente Mattarella, è proprio sicuro che si tratti sempre e solo di egoismo? Come pare aver lasciato intendere anche il bi-Premier Giuseppe Conte quando ha dichiarato che, «per prevenire un lockdown» a Natale, molto dipenderà dagli Italiani?

Intendiamoci, in parte il fu Avvocato del popolo ha anche ragione, perché la condotta collettiva in un’emergenza sanitaria è dirimente. Però ci sono fin troppe evidenze che il difetto stia nel manico.

A partire dal pressing del Comitato tecnico scientifico affinché il Governo adotti già dal weekend provvedimenti più restrittivi di quelli presenti nel nuovo Dpcm. Che è stato varato il 13 ottobre, non certo nella Preistoria.

Presidente Mattarella, il virus peggiore è la brevimiranza

Si pensa quindi al coprifuoco alle 21 o alle 22, che però darebbe il colpo di grazia a quegli esercizi che faticosamente tentano di restare aperti. Poi c’è il Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina che esclude categoricamente la didattica a distanza benché il Governatore campano Vincenzo De Luca abbia chiuso le scuole per due settimane.

C’è il nodo trasporti urbani, che il Ministro delle Infrastrutture Paola De Micheli sta cercando di sciogliere anche confrontandosi con i principali attori istituzionali. E pazienza se era un mese che l’esecutivo rosso-giallo propagandava la “ripartenza in sicurezza”.

Vede, Presidente Mattarella, è proprio il tempo la questione principale. Perché nessuno nega che una crisi come quella da SARS-CoV-2 avrebbe creato problemi (e lo ha fatto) anche a Governi molto più capaci di quello italiano.

Però, se Palazzo Chigi può essere giustificato per le criticità iniziali, non ha scusanti per questa seconda ondata. Perché ha avuto mesi per prepararsi a un evento che era altamente prevedibile, eppure eccoci qua. Coi vaccini antinfluenzali largamente deficitari anche se i membri governativi ne sollecitano la somministrazione. Con le terapie intensive in affanno, se non proprio al collasso, anche se ad aprile gli intelliggenti con-due-gi irridevano il Covid Hospital milanese della Regione Lombardia. Con la gente che non può ospitare più di sei persone in casa anche se sui mezzi pubblici si sta ammassati come sardine.

Presidente Mattarella, tutto questo per dire che sì, Lei ha ragione a fare appello (anche) al senso civico della comunità nazionale. Tuttavia, peggiore dell’individualismo è senza dubbio il virus della brevimiranza.

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Lockdown del pensiero, la libertà è sempre più sotto attacco

Negli Usa, Facebook e Twitter censurano un articolo che può mettere in difficoltà il candidato dem Biden. E in Italia, tra pdl Zan, Commissione Segre e Conte che “concede” la sacralità della casa, la Costituzione pare divenuta un optional

Mirko Ciminiello

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censura e lockdown del pensiero
Censura e lockdown del pensiero

È il lockdown del pensiero l’ultima frontiera di quella distorsione clinica del politically correct che ha preso il nome di pandemicamente corretto. Un’ulteriore deriva figlia di una compressione della libertà a cui ci stiamo pericolosamente assuefacendo. Malgrado le avvisaglie continuino a moltiplicarsi, dall’Italia agli Usa – spesso per interposti social.

La compressione della libertà

Che non siamo (quasi) più padroni neppure in casa nostra è ormai talmente assodato da essere dato per scontato. Diversamente non si spiegherebbe l’assordante silenzio davanti a una frase che, seppur pronunciata dal bi-Premier Giuseppe Conte con intenti probabilmente ludici, è di una gravità inaudita.

«Non manderemo le forze di polizia nelle abitazioni private» ha dichiarato il fu Avvocato del popolo, aggiungendo che «però dobbiamo assumere comportamenti prudenti per gestire la fase».

Giuseppi faceva riferimento al provvedimento che limita le feste private a un massimo di sei partecipanti, che tanta ironia sta scatenando presso il popolo social. Forse però sfugge all’insigne giurista che la sacralità della dimora è protetta dall’articolo 14 della Costituzione: che sancisce che “il domicilio è inviolabile. Non vi si possono eseguire ispezioni o perquisizioni o sequestri, se non nei casi e modi stabiliti dalla legge secondo le garanzie prescritte per la tutela della libertà personale”.

Non è, quindi, una concessione di qualsivoglia esecutivo. E infatti il leader del Carroccio Matteo Salvini ha commentato la boutade volturarappulese con tagliente sarcasmo.

Nessuna sorpresa, in ogni caso, che sul lockdown “fisico” il Governo rosso-giallo sia passato dall’esclusione categorica al possibilismo. È l’effetto rana bollita, la metafora chomskyana per cui un batrace, che fuggirebbe se gettato in una pentola d’acqua bollente, accetta invece il suo destino se si riscalda il recipiente lentamente.

Il lockdown del pensiero in Italia

Poi c’è il lockdown del pensiero, che può essere perfino peggiore del confinamento vero e proprio. Non foss’altro perché i danni che provoca rischiano di essere irreversibili.

In Italia ne stiamo avendo un assaggio con la pdl Zan di contrasto all’omotransfobia. Una norma inutile, perché fortunatamente i cosiddetti hate-crimes contro la comunità Lgbt sono irrisori, da dati ufficiali dell’Osservatorio per la Sicurezza Contro gli Atti Discriminatori. L’OSCAD, che fa capo al Viminale e in otto anni ha segnalato appena 212 casi – fermo restando che anche uno solo è comunque di troppo.

D’altronde, è prassi comune del pensiero unico ammantare di buoni propositi subdoli intenti. Lo ha fatto anche con la Commissione Segre “per il contrasto ai fenomeni dell’intolleranza, del razzismo, dell’antisemitismo e dell’istigazione all’odio e alla violenza”.

Entrambi i provvedimenti hanno in comune la metodologia e l’obiettivo. Puntano infatti a censurare il libero pensiero col pretesto di tutelare delle minoranze già difese, tanto per dirne una, dal Codice Penale.

La proposta di legge Zan, ad esempio, imbavaglierebbe quanti pensano che l’utero in affitto sia un’aberrazione o che un bambino cresca meglio con mamma e papà. In barba alle libertà costituzionali di opinione, parola ed espressione.

Con un ulteriore corollario. Il fatto che questo orwelliano Miniver si autoproclamerebbe arbitro della verità, un po’ come ipocritamente stanno facendo i social media dopo aver respinto l’ipotesi.

Le propaggini estere del lockdown del pensiero

È infatti recentissima la notizia che Facebook e Twitter hanno imposto severi limiti alla diffusione di un articolo del New York Post. Un pezzo che poteva risultare molto scomodo per la famiglia del candidato democratico alla presidenza americana Joe Biden – soprattutto per il figlio Hunter.

Le due piattaforme si sono giustificate affermando di voler verificare la veridicità dello scoop, cosa che però non risulta abbiano fatto per vicende uguali e contrarie. Anzi, come ha evidenziato il senatore repubblicano Ted Cruz, permettono «di condividere articoli ben meno documentati e critici verso altri candidati».

Però il social dei 280 caratteri ha bloccato l’account della portavoce della Casa Bianca, Kayleigh McEnany, che aveva rilanciato la notizia del giornale newyorkese. Scatenando una volta di più la (comprensibile) furia del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Bavagli e psicoreati, insomma, paiono unidirezionali in tutto il mondo, e il lockdown del pensiero è allo stesso tempo il mezzo e il fine. Ma sarebbe più corretto dire “la” fine, della civiltà e della democrazia. Buono Stato di diritto a tutti.

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Economia

Dpcm di ottobre, il Premier Conte a Bruxelles tra i nodi italo-europei

Il problema trasporti pubblici si aggiunge ad altri capitoli di spesa, come quello relativo all’occupazione femminile. Il Governo confida nei finanziamenti comunitari e, col Recovery Fund a un bivio, spera che la notte porti Consiglio (Ue)

Mirko Ciminiello

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dpcm di ottobre: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

Varato il Dpcm di ottobre, il bi-Premier Giuseppe Conte è ora alle prese con critiche e criticità. Molte delle quali, seppur saldamente radicate nel Belpaese, spingono i loro rami fin nel cuore della vecchia Europa. Dove l’ex Avvocato del popolo si accinge a partecipare a un summit per il quale ha ricevuto dal Parlamento un mandato ben preciso.

I nodi del Dpcm di ottobre

«Quello del trasporto pubblico urbano è un tema vero» ha ammesso il Ministro nomen omen della Salute Roberto Speranza. Anzi, probabilmente è, al momento, il tema dei temi. Nonché l’attuale casus belli tra Regioni e Comitato tecnico scientifico, invischiati nel paradossale dualismo tra salute ed efficienza del servizio.

Attualmente, la capienza massima nei mezzi pubblici è pari all’80%. O meglio, dovrebbe, perché in molti casi si supera abbondantemente il 100%. Lo hanno sottolineato gli esperti, ma emerge anche da un’inchiesta del Corsera tra i pendolari romani, vittime di corse insufficienti, treni affollati, scale mobili guaste. E nessun controllo ai varchi d’accesso.

Il Cts ha chiesto di tornare alla metà del riempimento, ma una simile percentuale finirebbe per penalizzare gli utenti. «Ipotizzando una riduzione al 50% della capienza massima, si impedirebbe a circa 275mila persone al giorno di beneficiare del servizio di trasporto». Così l’ASSTRA, l’Associazione Trasporti che riunisce le società di trasporto pubblico locale.

Per ovviare al problema, gli enti locali hanno comunque suggerito una soluzione – nemmeno particolarmente originale. Hanno infatti chiesto sussidi per un totale di 300 milioni di euro. A conferma che è tutto (o quasi) questione di vile danaro.

Vale anche per il nodo dell’occupazione femminile, che Giuseppi ha promesso di rafforzare accogliendo «l’impegno contenuto nella risoluzione di maggioranza approvata» dalle Aule.

In concreto, l’esecutivo rosso-giallo prevede «agevolazioni per le donne e madri lavoratrici» e l’istituzione dell’assegno unico universale per ogni figlio a carico. Provvedimento, quest’ultimo, che come ha anticipato il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri dovrebbe partire dal 2021, per poi entrare pienamente a regime con la riforma fiscale dell’anno successivo. Anche per non smentire la tendenza dilatoria del Signor Frattanto.

L’incognita Recovery Fund

Il leguleio volturarese si era presentato in entrambe le Camere per le comunicazioni in vista dell’imminente Consiglio europeo, che riveste un’importanza capitale. Soprattutto dopo la lite tra i Governi e l’Europarlamento che ha bloccato la trattativa sul Bilancio pluriennale della Ue. Che è una conditio sine qua non per l’erogazione dei finanziamenti del mitologico Recovery Fund.

Non a caso, il Presidente del Consiglio era tornato a sollecitare «l’attuazione normativa del piano Next Generation Eu», sul cui nome abbiamo esaurito le battute. «Continuiamo a sostenere lo sforzo dei vertici delle istituzioni comunitarie volti ad evitare i rinvii dell’operatività. Non ci possiamo permettere ritardi».

L’asse Roma-Bruxelles è stato confermato anche dal voto parlamentare sulla risoluzione di maggioranza, che impegna il Governo ad agire sul Consiglio Ue. Affinché giunga nel più «breve tempo possibile ad un accordo con i partner europei al fine di usare le risorse della Next Generation Eu».

Facile a dirsi, molto meno a farsi – e non è un dettaglio irrilevante. Come infatti spiegavamo qualche giorno fa, la Manovra approntata dal Cancelliere dello Scacchiere si basa(va) per metà sull’anticipo da circa 20 miliardi del Fondo per la Ripresa.

Curiosamente, anche la Nadef, proprio come il Dpcm di ottobre, ha ricevuto ben oltre il crepuscolo il via libera dell’esecutivo che «non lavora col favore delle tenebre». A questo punto, ci auguriamo che la notte porti Consiglio. Ue, ça va sans dire.

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Economia

Nadef, nella Manovra riforma fiscale, sgravi per il Sud e assegno per i figli

Il Ministro Gualtieri illustra la Nota di Aggiornamento al Def, che prevede la riduzione delle tasse e l’aumento del deficit. Permangono le incognite Bruxelles, Recovery Fund, e anche gli onorevoli in isolamento fiduciario

Mirko Ciminiello

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nadef
La Nadef

Con la metà di ottobre ormai incipiente, si avvicina a larghi passi la scadenza “europea” della Nadef – contestuale a quella del Recovery Plan. Il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri si è dunque presentato in audizione davanti alle Commissioni riunite Bilancio di Camera e Senato. Dando delle anticipazioni importanti sulla roadmap che il Governo rosso-giallo intende seguire. Una volta superata la prova dell’Aula, ça va sans dire.

La Nadef e la prova dell’Aula

Mercoledì 14 ottobre, giorno del giudizio. Per la Nota di Aggiornamento al Def, si intende. È infatti la data in cui il Parlamento inizierà la discussione del provvedimento che anticipa la Manovra. Il voto, previsto per giovedì, soprattutto a Palazzo Madama potrebbe riservare sorprese – per quanto l’eventualità sia poco probabile.

La maggioranza rosso-gialla deve infatti fare i conti con le assenze degli onorevoli positivi al Covid-19 o in isolamento fiduciario. Un problema che si era già presentato la settimana scorsa, quando a Montecitorio era mancato per due volte il numero legale. In quel caso si erano equiparati i deputati in quarantena a quelli in missione per abbassare il quorum. Per la Nadef, però, occorre la maggioranza assoluta in entrambe le Aule: vale a dire 316 sì alla Camera e 161 al Senato.

A Montecitorio, attualmente, sono una quindicina le defezioni che si registrano nella maggioranza, che però è sufficientemente salda da non temere scossoni. Discorso diverso per la Camera Alta, dove i numeri sono più risicati e anche i cinque senatori che al momento marcherebbero visita potrebbero risultare decisivi.

Non a caso, tutti gli esponenti governativi che sono anche parlamentari sono stati “precettati” in modo da garantire la propria presenza in Aula. E, secondo indiscrezioni, i probiviri del M5S avrebbero congelato auto-processi ed eventuali espulsioni per questo stesso motivo.

In ogni caso, il bi-Premier Giuseppe Conte ha ostentato sicurezza. «I numeri ci sono, la maggioranza è coesa» ha assicurato. Anche perché un aiuto potrebbe arrivare dal Gruppo Misto, così come dai centristi. L’azzurra Paola Binetti, per esempio, ha affermato che, pur essendo orientata a votare no, se fosse in gioco la caduta dell’esecutivo si turerebbe montanellianamente il naso.

Un tempo li si chiamava voltagabbana, ora sono diventati “responsabili”. Governo che vai, usanza che trovi.

I contenuti della Nadef

Nel frattempo, il Cancelliere dello Scacchiere ha illustrato la cornice della Nadef, che prevede un calo del 9% del Pil per il 2020. Una stima, che in caso di «aumento molto forte dei contagi con restrizioni in Europa molto marcate», potrebbe peggiorare – ma non oltre il -10,5%.

L’Italia dovrebbe tornare quindi a crescere gradualmente, del 6% nel 2021, 3,8% nel 2022 e 2,5% nel 2023. «Andamento che consentirà di ritornare a livelli pre-Covid nel terzo trimestre 2022» ha spiegato il titolare di via XX Settembre.

In ogni caso, «la maggiore espansione di bilancio non significa aumento delle tasse», che nel 2021 addirittura «si ridurranno». Questo grazie soprattutto all’estensione «annuale della riduzione del cuneo fiscale, che quest’anno è partita a luglio», e alla fiscalità agevolata per il Sud. Inoltre, si sta «valutando un ulteriore prolungamento della moratoria sui crediti» per le imprese «che scade attualmente il 31 gennaio».

Nella stessa direzione va anche la riforma dell’Irpef, da realizzare nel prossimo triennio, ma col modulo principale che dovrebbe essere «operativo dal 1° gennaio 2022». Obiettivo 2021 invece per l’assegno unico per i figli, un contributo mensile alle famiglie a partire dal settimo mese di gravidanza e fino al ventunesimo anno di età.

Al momento, si parla di un versamento fino a 200 euro al mese per figlio, che può raddoppiare in caso di disabilità. L’importo verrà comunque calibrato in base a tre fasce di reddito, e sarà accresciuto dal terzo figlio in poi. Dimagrirà invece al compimento dei 18 anni, quando il sussidio potrà essere intascato direttamente dal figlio ormai maggiorenne.

L’ombra del Recovery Fund

Su tutte queste misure grava l’ombra del Recovery Fund, il mitologico Fondo per la Ripresa su cui il Governo Conte ha basato circa metà della Nadef. E che, tuttavia, è ben lungi dall’essere una prospettiva concreta, come raccontavamo qualche giorno fa.

Eppure, il titolare del Mef ha garantito che lo scostamento di Bilancio si avrà in virtù di un incremento del deficit. Viene da chiedersi se lo sappiano anche a Bruxelles.

In caso affermativo, dobbiamo riconoscere che i provvedimenti sembrano andare nella direzione giusta, almeno in linea di principio. Qualunque sostegno alle famiglie e ai lavoratori, qualunque riduzione delle imposte non può che portare giovamento ai cittadini, e quindi all’economia.

Resta, per ora, il nodo delle coperture – ed è un nodo non da poco. Tuttavia, ci auguriamo vivamente che Gualtieri dissipi qualsiasi dubbio e concretizzi il piano finanziario che ha esposto. E noi, da cui spesso sono partite critiche al suo indirizzo, saremo i primi a dirgli, di tutto cuore: bravo, Ministro!

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Politica

Nuovo Dpcm, il curioso “metro” di giudizio dell’esecutivo

Il Premier Conte si appresta a firmare le nuove misure anti-Covid, che prevedono l’obbligo di mascherina anche all’aperto, e una stretta su locali pubblici e feste private. Per cui il Ministro Speranza si affida alle “segnalazioni”…

Mirko Ciminiello

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nuovo dpcm: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

Test per l’esame di giornalismo sul nuovo Dpcm firmato in nottata dal bi-Premier Giuseppe Conte, capo di un Governo che «non lavora col favore delle tenebre». Il candidato consideri che:

a) Il nuovo Dpcm impone, tra l’altro, una stretta alle feste anche nelle abitazioni private. A Fabio Fazio che gli chiedeva come pensasse di far rispettare un simile divieto, il Ministro della Salute Roberto Speranza ha confessato di confidare nelle segnalazioni. Benvenuti nella Repubblica fondata sulla delazione.

b) Eppure, secondo il Ministro nomen omen si tratta una misura necessaria perché il 75% dei contagi avverrebbe in ambito familiare. Si vede che non ha mai fatto un giro per la metropolitana di Roma.

c) A tal proposito, il sottosegretario alla Salute Sandra Zampa ha proposto la riduzione della capienza dei mezzi pubblici al 50% (oppure l’imposizione dei guanti monouso). E, sempre parlando di provvedimenti anti-coronavirus di difficile applicazione, l’esecutivo rosso-giallo aveva anticipato l’intenzione di vietare le soste davanti ai locali pubblici. Per evitare gli assembramenti, è il “metro” di giudizio. Come quello del già affollatissimo premio per la miglior farneticazione dell’anno.

d) Il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri prevede la chiusura di bar e ristoranti al massimo alle 24. Per quest’ultima disposizione si ringrazia sentitamente il Covid-19, che ha accettato di non trasmettere l’infezione fino alla mezzanotte purché gli venga cambiato il nome in Gremlin-virus.

e) Inoltre, su indicazione del Comitato tecnico scientifico, la quarantena verrà ridotta da 14 a 10 giorni. Che poi sono quelli necessari a ricevere l’esito del tampone.

Il nuovo Dpcm e le mascherine

f) Il nuovo Dpcm, poi, include l’obbligo di indossare le mascherine anche all’aperto. A meno che, ha precisato Giuseppi, «non ci si trovi in una situazione di isolamento, ad esempio se si è da soli in campagna o in montagna». O se si è il Presidente del Consiglio e si deve fare una foto in un ristorante – anche in città o al mare.

Il Premier Conte in un ristorante di Velletri senza mascherina

g) Saranno però esentati «i soggetti che stanno svolgendo attività sportiva», ma non quella motoria. Che comprenderebbe anche jogging e footing, i quali però, evidentemente, all’improvviso sono stati promossi a “situazioni competitive strutturate e sottoposte a regole ben precise”. E ancora non si sono nemmeno espresse le Asl di Napoli!

h) D’altronde, qualche problema con i dispositivi di protezione individuale l’ha avuto anche Nicola Zingaretti, segretario del Pd, che aveva smarrito il suo durante un evento. Dietro segnalazione, si è accorto che gli era caduto, l’ha raccolto da terra e se l’è messo senza neppure ripulirlo. Il provvidenziale ritrovamento potrebbe comunque essere il primo passo per risolvere lo strano caso delle “mascherine fantasma” da 35 milioni di euro della Regione Lazio.

Ciò posto, commenti il candidato se quello del Governo è ciò che si può definire un atteggiamento di chiusura.

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Comunicare davvero per non finire in rotta di collisione

In ogni settore della società, politica quanto familiare sembra prevalere chi grida di più, chi esprime con toni e azioni violente, una verbalità inconsistente ma capace di prendere posizione oltre tutto e tutti – arroccandosi come vedetta e padrona effimera dell’universo.

Francesco Di Pisa

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La nostra è una società in cui grandissima parte della comunicazione, anche la più essenziale ed emotiva, si distende attraverso piattaforme mediatiche Whatsupp, Instagram, Facebook, non più strettamente umane. Barriere saltate, stravolte dal progresso, ma con esse è crollata anche una genuina umanità fatta di dialogo consistente e semplice ma efficace visibilità.

Mentre dunque i rapporti tra esseri umani si sviluppano sempre più in circoli simulati, viziosi ed apparenti, ossia virtualmente, ad irrompere e prevalere sul panorama dell’informazione istituzionale è una pura e dura fisicità, una comunicazione ormonale, costruita su decibel edulcoranti ed assordanti, gesti simbolici e slogan praticamente vuoti ma d’effetto: una verità precaria e oggettivamente violenta.

L’improvviso e provvisorio, il massiccio prima che l’autorevole, l’apparente oltre il sensato e provato – assurgono a vero ed attendibile come un’inossidabile forzatura. Di contro alla leggerezza mai superficiale delle idee, del concetto e delle riflessioni umane, mutabili ma sempre in progress perché sviluppatesi con cognizione di causa e con una naturale fatica cerebrale.

Il sacrificio delle idee.

In ogni settore della società, politica quanto familiare sembra prevalere chi grida di più, chi esprime con toni e azioni violente, una verbalità inconsistente ma capace di prendere posizione oltre tutto e tutti – arroccandosi come vedetta e padrona effimera del palcoscenico .

Il paradigma è nel presente contesto Covid, dove l’uso della mascherina, i numeri sui contagi, sui ricoveri o persino quello dei morti, come le definizioni e livelli dello stato di emergenza, delle misure e forme di lockdown, sono istituti che andrebbero analizzati con metodologie coinvolgenti, su basi interpersonali, con argomenti e ragionamenti.

O come anche nel contesto mediatico numero uno tra i due opponenti per la carica di Presidente degli Stati Uniti d’America: Trump e Biden: due contrastanti, opposte, inconciliabili visioni che stanno irrimediabilmente spaccando in due l’America, anche solo sull’uso della mascherina e le polemiche che ne scaturiscono.

In realtà, a causa della fisicità della comunicazione violenta e materialistica, dove sbattere il pugno sul tavolo comporta mandare in tilt il fuso che illumina il cervello, i media sono inondati quotidianamente da casi conflittuali usa e getta, a senso unico.

Prevale nello strumento comunicativo odierno, la mancanza di dialogo che dovrebbe accompagnarlo, prevale a mani basse l’egoismo consumistico della parola e del gesto sprezzante fine a sé: diretto ed efficace come quando Trump sale sulla terrazza della casa Bianca e getta via la mascherina. Un gesto che non coinvolge l’uomo a confrontarsi verso la ricerca della verità, che sia pure, senza pretesa, almeno la più probabile. Un gesto di disprezzo.

Basta di conseguenza una scintilla – in ogni campo – per far accendere una polemica, esplodere una guerra inutile e dannosa per tutti.

Se oggi invece riuscissimo a scorgere nell’altro, non un banale opponente, un nemico – come il territorio ostile da conquistare ed abbattere per apporvi la nostra bandierina, (o meglio la nostra mascherina…) quanto un individuo con cui costruire un cammino di decente progresso, riusciremmo a progredire come genere verso una comunicazione coinvolgente, unendo le forze per vincere il nemico comune: l’ignoranza accompagnata dall’egoismo: ossia quel tutto e subito facile da raggiungere ma non da mantenere.

Ma non è questo che vuole il cliente, e il cliente ha sempre ragione.

La comunicazione (come in un certo senso l’economia) non deve creare solo sensazione, ma interesse comune; un messaggero deve saper frenare il proprio esibizionismo e spiegare a chi si trova nel proprio buio immobile o irremovibile – il perché e per come di una parola.

L’informazione non deve abbattere, ma costruire.

Fare politica anche solo con un gesto, il modo e la sostanza con cui amministriamo la nostra famiglia, equivalgono a costruire e preparare il terreno della vita di tutti i giorni, anche (e soprattutto) a piccoli passi, a seconda del tenore delle nostre decisioni e conseguenze che ne scaturiscono.

Questa società va ridisegnata con un confronto sociale paritetico e non più attraverso dialoghi ostruzionistici strutturalmente antitetici. Usa il buon senso, direbbe un vecchio giudice di carriera a chi si appresta ad indossare la toga per la prima udienza.

E’ una parabola utopistica probabilmente illusoria, inconcepibile in quest’epoca moderna di titoli strillati, spettacolari bugie e presunte volgarità educative in stile Grande Fratello.

Ma un tentativo quanto meno – consentirebbe di farci evadere dalla rotta di collisione generale sulla quale siamo oggi – inevitabilmente – tutti diretti.

Indossando o meno la mascherina.

 

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Economia

Ue e GIMBE, il doppio colpo agli adepti del nuovo ordine sanitario

Le liti tra Europarlamento e Consiglio europeo fanno slittare ancora il Recovery Fund, mentre la Fondazione scientifica fa a pezzi la vulgata emergenziale sul Covid, anche se i media fingono di non accorgersene. Benvenuti nel mondo reale

Mirko Ciminiello

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ue e gimbe: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

E fu così che, a inizio ottobre, Ue e GIMBE riportarono i moderni don Chisciotte del politicamente corretto con i piedi per terra. Da un lato, infatti, Bruxelles ha confermato una volta di più di essere tutto, fuorché il Nirvana di cui vaneggiano i nostri “euroinomani”. Dall’altro, i dati dell’associazione Gruppo Italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze hanno smentito seccamente la vulgata sul coronavirus che motiverebbe lo stato di eccezione. Nel silenzio complice dei megafoni del pensiero unico, ça va sans dire.

La lezione di Ue e GIMBE

Ue e GIMBE hanno assestato un doppio, durissimo colpo agli adepti della branca clinica del politically correct – ovvero il pandemicamente corretto. Cronologicamente, il primo è arrivato dalla Fondazione che punta a promuovere e realizzare attività di formazione e ricerca in ambito sanitario.

Mercoledì scorso, l’ente ha diffuso un comunicato relativo al monitoraggio dell’epidemia di SARS-CoV-2 in Italia. La nota è stata ripresa anche dai media mainstream, che però ne hanno fornito un resoconto parziale volto soprattutto a confermarne la narrazione catastrofista.

Così c’è chi ha sottolineato il «picco dei nuovi casi», cresciuti del 42,4% in una settimana, e chi ha puntato sull’impennata della curva dei contagi. Numeri che secondo alcuni sfaterebbero delle «false sicurezze», e secondo altri suonano «la sveglia».

Queste cifre, intendiamoci, sono realmente presenti nel rapporto, che dà conto anche della crescita della percentuale positivi/casi testati, giunta al 4%. Solo che ce ne sono anche altre, che però curiosamente i manutengoli del sistema si sono scordati di menzionare.

«La composizione percentuale dei casi attualmente positivi si mantiene costante dai primi di luglio» ha dichiarato Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE. «Mediamente il 93-94% dei positivi sono in isolamento domiciliare perché asintomatici/oligosintomatici; il 5-6% ricoverati con sintomi e lo 0,5% in terapia intensiva».

Statisticamente significa che, per esempio, sui 5.372 nuovi casi registrati venerdì 9 ottobre, quelli davvero gravi non arrivano nemmeno a trenta. Mentre oltre 5.000 hanno pochi o nessun sintomo. E, considerando anche il significativo aumento della quantità di tamponi giornalieri, significa che siamo “semplicemente” diventati più bravi a tracciare i contatti dei contagiati.

Cosa che, en passant, l’Istituto Superiore di Sanità aveva già evidenziato un paio di mesi fa. E che non giustifica minimamente alcun allarmismo, a meno che non sia funzionale a extra-disegni. Il che non è possibile, giusto?

Il Recovery not-F(o)und

Poi c’è il discorso sull’Europa e sul mitologico Recovery Fund, che da mesi gli intelliggenti con-due-gi spacciano per la panacea di tutti i mali. Magari sarà anche vero, ma non se i finanziamenti arriveranno alle calende greche.

In effetti, il nome Next Generation Eu avrebbe dovuto far subodorare qualcosina. E, per non smentirsi, gli euroburocrati hanno pensato male di far scoppiare uno scontro istituzionale tutto interno all’Unione Europea. Che ha già avuto l’effetto di paralizzare l’iter relativo al Bilancio pluriennale della Ue, da cui dipende il Fondo per la Ripresa.

Casus belli è stata la proposta del Consiglio europeo – cioè degli Stati membri – che doveva servire come base di discussione sul budget 2021-27 dell’Unione. La presidenza di turno tedesca, stretta tra i vari diktat incrociati, ha stilato un piano fondato sul taglio delle risorse destinate ad alcuni programmi. A cominciare dall’Erasmus e dalle politiche di vicinato e per l’asilo, che lasciano indifferenti (eufemismo) i cittadini comunitari, ma sono imprescindibili per il Parlamento Ue. Tanto per smentire l’idea, così stranamente radicata, che Bruxelles sia solo un carrozzone “con le regine, i suoi fanti e i suoi re”. Sensibilissimo alle istanze delle élites, e lontanissimo dai bisogni della gente.

«È deplorevole che l’Europarlamento abbia perso l’occasione di portare avanti i negoziati», ha dato fuoco alle polveri Sebastian Fischer, portavoce della rappresentanza teutonica.

A stretto giro di posta è arrivato il cinguettio di replica dell’araldo dell’Eurocamera, lo spagnolo Jaume Duch Guillot, che ha confermato l’interruzione dei colloqui. «Senza una valida proposta da parte della presidenza tedesca dell’Ue per aumentare i massimali, è impossibile andare avanti. I margini e la flessibilità sono per esigenze impreviste, non per trucchi di bilancio».

D’altronde, dal Recovery Fund al Recovery not-F(o)und è un attimo.

Da Ue e GIMBE un benvenuto nel mondo reale

Fin qui la cronaca, poi ci sono le implicazioni, soprattutto politiche. Proprio pochi giorni fa, infatti, raccontavamo delle indiscrezioni riguardo alle perplessità del Quirinale e dell’Ufficio parlamentare di bilancio sulla Nadef. In cui il Governo rosso-giallo aveva già ottimisticamente inserito i fondi europei, e poco mancava che se li fosse anche già spesi.

I dubbi, a quanto pare, attanagliavano anche il Pd, che però se li era fatti passare una volta ottenuto lo smantellamento dei salviniani Decreti sicurezza. Barattando così la solidità dei conti con la solidità di Conte, ulteriormente garantita dalla proroga dei pieni poteri correlati allo stato di emergenza.

Peccato che poi Ue e GIMBE abbiano svelato che queste trame avevano la consistenza di un gigante dai piedi d’argilla. Dando così ai fanatici del nuovo ordine sanitario un ennesimo, salutare benvenuto nel mondo reale.

Benvenuti nel mondo reale

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Politica

Governo e Covid-19, il Premier, il nuovo Dpcm e gli eccessi di Speranza

Il provvedimento che Conte si appresta a emanare per imporre le mascherine anche all’aperto potrebbe anticipare un nuovo lockdown, non più escluso categoricamente. In pratica, quello dell’esecutivo è un biglietto di sola ondata

Mirko Ciminiello

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governo e covid-19: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

Test per l’esame di giornalismo su Governo e Covid-19 in vista del varo del nuovo Dpcm, alias del biglietto di sola (seconda) ondata. Il candidato consideri che:

a) Il bi-Premier Giuseppe Conte, commentando l’imminente obbligo di indossare le mascherine anche all’aperto, ha confermato che non riguarderà le abitazioni. «Lo Stato, se non proprio necessario, non entra nelle case private anche perché non avrebbe molto senso per norme che non potrebbero essere applicate». Che, tradotto dal volturarappulese, significa che (per ora) l’esecutivo rosso-giallo ci risparmia solo per l’impossibilità pratica di far rispettare divieti e sanzioni. Ma al prossimo Dpcm…

b) Il fu Avvocato del popolo si è anche detto certo che «l’economia si salva se tutti restano sani». E niente, questa fa già abbastanza ridere di suo.

c) Ancora Conte Fabio Massimo il Temporeggiatore ha rivelato che sono in arrivo 5 milioni di test rapidi. Anche se i Quattro Frugali vogliono ridiscutere la percentuale dei prestiti.

d) Di nuovo Giuseppi ha affermato che «i giovani ci chiedono un patto intergenerazionale» che porti a una «una svolta verso una transizione ecologica della nostra società». Poi si è sistemato le treccine.

e) Nella stessa occasione, il leguleio pugliese ha dichiarato che «il punto di forza nella gestione della pandemia» è il dialogo con gli enti locali. Gli stessi che si sono attirati gli strali del medico ed ex attore Walter Ricciardi, secondo cui «molte Regioni si sono addormentate». A differenza dei numerosissimi esperti che sono fin troppo svegli.

f) Sempre il Signor Frattanto, già che c’era, ha anche trovato il tempo per sostenere l’illegittimità della presidenza di Aleksandr Lukashenko in Bielorussia. Sottolineando che la votazione dello scorso agosto non è credibile e che occorre un percorso chiaro «verso elezioni libere». D’altronde, se non ce ne intendiamo noi Italiani di esecutivi che non rispecchiano la volontà popolare

Governo e Covid-19, eccessi di Speranza

g) Il Ministro nomen omen della Salute Roberto Speranza ha assicurato che «lavoriamo giorno e notte per evitare un nuovo lockdown nazionale». Il che implica che la sciagurata ipotesi non è ancora scongiurata, come d’altronde hanno ammesso anche il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e lo stesso BisConte. Che, pure, neanche due settimane fa rodomonteggiava ricordando che «ho escluso pubblicamente un nuovo lockdown». Ma forse era un eccesso di Speranza.

h) Intanto il quotidiano sgomberato per la positività del suo direttore lo stesso giorno in cui farneticava che «il virus contagia i sovranisti» ha realizzato un tutorial sull’app Immuni. Cos’è, come funziona, cosa bisogna fare se ci manda la famigerata notifica e via dicendo. Stranamente da Torino hanno scordato di illustrare, soprattutto a uso e consumo dell’ex Ministro Beatrice Lorenzin, come si scarica. Ma almeno ora si spiega perché il Presidente del Consiglio ha allungato la vita della piattaforma di contact tracing fino al 31 dicembre 2021.

Ciò posto, illustri il candidato le recondite ragioni per cui, dopotutto, il SARS-CoV-2 non potrebbe essere legittimamente ribattezzato SARS-“GOV”-2.

conte e la vera emergenza coronavirus

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Politica

Dl coronavirus, dalle pieghe dell’app Immuni emerge lo scenario da incubo

Dopo la nuova proroga dello stato di emergenza, arriva il Decreto che imporrà le mascherine anche all’aperto. Ed estenderà l’uso della piattaforma di contact tracing fino al 31 dicembre 2021, con annessi e connessi…

Mirko Ciminiello

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app immuni
L'app Immuni

Il Dl coronavirus, quello destinato a prorogare lo stato di emergenza e, con esso, le misure anti-Covid, ancor prima di nascere regala continue sorprese. Alcune positive, come la rinuncia al paventato “coprifuoco” dovuta anche alle (provvidenziali) proteste delle Regioni. Altre, invece, decisamente meno gradite, come una postilla che fa temere che lo stato eccezionale possa trasformarsi in una spiacevole normalità.

Una gestazione travagliata

Alla fine, anche la Camera ha approvato la risoluzione della maggioranza relativa alle comunicazioni del Ministro nomen omen della Salute Roberto Speranza. Con le quali il Governo rosso-giallo chiedeva di confermare i pieni poteri al bi-Premier Giuseppe Conte fino al prossimo 31 gennaio.

È stata una gestazione travagliata, considerando che nella giornata di martedì a Montecitorio era mancato per due volte il numero legale. “Colpa” dei deputati in isolamento fiduciario in seguito alle positività al virus del sottosegretario Riccardo Merlo, dell’ex Ministro Beatrice Lorenzin e pure del suo telefono. Gli onorevoli in quarantena sono stati quindi considerati in missione – e, dunque, assenti giustificati – onde abbassare il quorum e ottenere il placet dell’Aula.

A questo punto, però, non c’erano più i tempi tecnici per emanare il nuovo Dpcm prima che scadesse quello corrente, valido fino allo scorso 7 ottobre. Di qui l’idea di un prolungamento fino al 15 ottobre, limite dell’attuale stato di eccezione, per evitare un momentaneo vuoto normativo. E contestualmente ribadire l’atavica tendenza alla dilazione che ha meritato al fu Avvocato del popolo il soprannome di Signor Frattanto.

Sarà invece immediatamente in vigore la norma che obbliga a indossare le mascherine anche all’aperto. «A meno che non ci si trovi in una situazione di continuativo isolamento» ha precisato Giuseppi, tanto per escludere concessioni di buon senso che stonerebbero con l’azione dell’esecutivo.

La disposizione sarà inserita nel Decreto che consentirà allo stato di emergenza di spegnere la prima candelina, a 12 mesi esatti dalla sua primigenia proclamazione. Ed è proprio tra le pieghe di questo provvedimento che ha fatto capolino un dettaglio a dir poco inquietante.

Dl coronavirus, il dettaglio inquietante

L’articolo 2 del Dl coronavirus va a modificare in parte il Decreto Aprile, tra l’altro nella sezione dedicata alla app Immuni. Nel testo originale, si stabiliva che l’uso della piattaforma di contact tracing e il relativo trattamento dei dati personali cessassero «non oltre il 31 dicembre 2020».

Ora, però, la formulazione è cambiata. E la nuova deadline è stata fissata al «31 dicembre 2021».

dl coronavirus
Il Dl coronavirus

Questo, naturalmente, non significa che avremo necessariamente a che fare con la pandemia per tutto il prossimo anno, però solleva almeno dei dubbi. Soprattutto alla luce delle dichiarazioni di Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore generale dell’Oms. Secondo il quale «c’è la speranza che entro la fine di quest’anno potremo avere un vaccino».

È anche vero che, finora, l’Organizzazione Mondiale della Sanità sul Covid-19 non ne ha azzeccata una. Però c’è sempre una prima volta. E, rispetto a uno scenario da fine emergenza mai, meglio un segno di Speranza. Roberto o non Roberto, questo non è il problema.

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Economia

Bilancio e bilance, gli equilibrismi di Conte tra Pd, Ue e cittadini esasperati

Il Premier smonta i Dl Sicurezza di Salvini per avere dai dem il via libera alla Nadef malgrado le perplessità di Europa e Quirinale. E, forse per non tirare troppo la corda, nel nuovo Dpcm si limiterà all’obbligo di mascherine anche all’aperto

Mirko Ciminiello

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nuovo dpcm: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

Il bi-Premier Giuseppe Conte, ormai è ufficiale, si destreggia tra Bilancio e bilance, inteso proprio come lo strumento che ne misura gli equilibrismi. O meglio, “si sinistreggia”, visto lo spostamento costante e progressivo verso i progressisti, su tutta una serie di istanze. Ognuna particolarmente importante, visto che vanno dall’economia alla sicurezza, fino alle misure anti-Covid destinate ad avere un nuovo, pesante impatto sulla vita dei cittadini.

(Legge di) Bilancio e bilance

Nei giorni scorsi erano trapelate indiscrezioni riguardo a (presunte) perplessità del Quirinale e dell’Ufficio parlamentare di bilancio a proposito della Nota di aggiornamento al Def. La “mamma” della Finanziaria in cui, as usual, il Governo rosso-giallo aveva – pare – già inserito i fondi europei. Malgrado questi abbiano la stessa consistenza ectoplasmatica del M5S alla prova delle urne.

Stavolta, però, l’organismo che vigila sulla finanza pubblica sembrava restio a validare un quadro macroeconomico euro-falsato, trovando sponda nel Colle, ma anche nel Pd. Di cui si sussurrava l’indisponibilità ad avallare cifre irrealistiche tese principalmente all’autocelebrazione del fu Avvocato del popolo. Perlomeno, non prima di aver ottenuto in cambio lo smantellamento dei Dl Sicurezza del nemico – e segretario del Carroccio – Matteo Salvini.

Illazioni oppure no, sta di fatto che a notte fonda l’esecutivo che «non lavora col favore delle tenebre» ha approvato i due provvedimenti in sequenza. Dapprima il nuovo Decreto in materia di “immigrazione, protezione internazionale e complementare”, e subito dopo la Nadef.

Però il renzianissimo Ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova ha affermato che la «pagina buia» è quella a cui il Cdm aveva messo fine. In modo simile al segretario dem Nicola Zingaretti che cinguettava giulivo: «i decreti propaganda/Salvini non ci sono più».

È una fortuna che, oltre a genuflettersi ai taxi del mare, la maggioranza rosso-gialla stesse abbandonando la demagogia. Così non avrà certo difficoltà a far rispettare la nuova tipologia di Daspo urbano appena istituita, che vieta l’accesso ai luoghi d’intrattenimento a violenti e spacciatori. Verosimilmente, senza esporne le foto nei locali con tanto di taglia.

Il (vero) stato di emergenza

Poche ore, e il primo do ut des ha subito portato all’approvazione della Legge di Bilancio 2021, o almeno della sua cornice. Una Manovra prevista in deficit per 22 miliardi, con un obiettivo di indebitamento netto al 7% del Pil, rispetto a un tendenziale del 5,7%. E sarà interessante conoscere il giudizio di Bruxelles, che in altri tempi (e con un altro Governo) sbraitava per uno scostamento dall’1,6% al 2,4%.

Già, l’Europa. Che procrastinando il Recovery Fund ha giocato uno scherzo non da poco a Giuseppi, benché qualche guitto potrebbe forse ravvisarvi una sorta di “giustizia poetica”. Considerato che il Nostro ha una tendenza alla dilazione così radicata da essersi meritato (si fa per dire) il soprannome di Signor Frattanto.

Curiosamente, proprio in contemporanea col rinvio comunitario, il Presidente del Consiglio ha anticipato l’intenzione di protrarre lo stato di emergenza fino al prossimo 31 gennaio. Un tempismo eccezionale, che avrebbe anche potuto far pensare che si trattasse di una mossa atta a distogliere l’attenzione del pubblico dall’ennesimo euro-flop. Una specie di arma di distrazione di massa, insomma, visto che fortunatamente non c’è nessuna emergenza in atto.

Non la pensa però così Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale. Secondo cui la proroga «è una dichiarazione di impotenza o peggio ancora incapacità» da parte delle autorità (in)competenti. «Dichiarare uno stato di emergenza non serve a nulla ed è eccessivo. Serve solo perché nello Stato c’è impotenza ad affrontare rapidamente i problemi ordinari», il j’accuse del magistrato. Che ha aggiunto che «se ci sono degli intoppi nel percorso ordinario basterebbe toglierli». Soprattutto considerando che «tutti sapevano che ci sarebbe stata una recrudescenza dei contagi, perché la vita è ricominciata e il virus circola».

Le perplessità di Sabino Cassese sulla proroga dello stato di emergenza.

Pubblicato da Omnibus su Lunedì 5 ottobre 2020

Bilancio e bilance, il piatto del popolo

Bilancio e bilance, si è però detto. E, occasionalmente, sull’altro piatto si palesa anche il popolo (teoricamente) sovrano. Quel popolo che, nell’ultimo biennio elettorale, ha gridato in ogni modo possibile cosa pensi della questione immigrazione. E che inizia a non poterne più nemmeno del regime sanitario da troppi mesi in vigore.

Sarà forse anche per questo, per il timore di star tirando troppo la corda, che il Decreto Ottobre conterrà delle disposizioni “soft”. Lo ha confermato in Parlamento il Ministro nomen omen della Salute Roberto Speranza, annunciando che l’unica vera stretta sarà (nuovamente) sull’obbligo di mascherine anche all’aperto. Regola che, en passant, anche il virologo Andrea Crisanti ritiene non risolutiva e «difficilmente comprensibile» se, per esempio, «attraversi la strada da solo e intorno a te non c’è nessuno».

Per il resto, niente “coprifuoco” né orari ridotti per i locali pubblici, anche se le Regioni potranno emanare misure più restrittive. Che potranno far rispettare anche col supporto dell’esercito. In una curiosa inversione di tendenza che porterà i manutengoli del pandemicamente corretto a non morire democristiani, certo, ma militari sì.

Il mondo social, d’altronde, li aveva già fulminati con la consueta ironia. Normale, quando bisogna fare i salti mortali tra Bilancio e bilance.

Se non fosse per la constatazione che a schierare l'esercito per le strade per controllare che i passi di ognuno di noi…

Pubblicato da Gennaro Rossi su Lunedì 5 ottobre 2020

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Politica

Libertà vs. politically correct, lo scontro epocale dagli Usa all’Italia

I social che imbavagliano i conservatori, il ciclista Simmons licenziato per presunto razzismo, come Fausto Leali escluso dal GF VIP. Ecco perché la grande battaglia del nostro tempo è contro la censura del pensiero unico

Mirko Ciminiello

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libertà vs. politically correct: trump vs. biden
Donald Trump e Joe Biden nel primo dibattito in vista delle Presidenziali Usa

Libertà vs. politically correct, sembra essere questa la vera, grande battaglia del nostro tempo. Ci sono infatti tanti, troppi indizi che concorrono a delineare questo scenario. Gli ultimi arrivano dagli Stati Uniti, ma suonano come un campanello d’allarme anche per il Vecchio Continente, fin troppo assuefatto e intimidito dal politicamente corretto. Tanto da voltare spesso le spalle alla realtà in nome del quieto vivere – seppur inquinato dall’ideologia.

Libertà vs. politically correct

Lo scorso 29 settembre, data che richiama subito una splendida canzone del duo Battisti-Mogol, a Cleveland è andato in scena il primo dibattito relativo alle Presidenziali Usa. Che rischia di restare anche l’unico, considerato che il Presidente Donald Trump è stato appena trovato positivo al coronavirus al pari della First Lady Melania.

Un confronto considerato da molti deludente, e tuttavia ravvivato dalla polemica sul presunto auricolare che lo sfidante Joe Biden avrebbe indossato durante il face to face. Ipotesi smentita dai cosiddetti fact-checkers, i “verificatori” che hanno appurato come in effetti si trattasse di una semplice piega della camicia.

Fin qui tutto bene, così come è positivo che, googlando “Joe Biden wire”, all’inizio appaiano solo risultati che mettono in guardia contro la fake news. Eppure, allargando l’orizzonte si intravede l’enorme potere di un’azienda – Google, appunto – in grado di dare rilievo ad alcune istanze tacitandone invece altre.

È il meccanismo che la sociologa Elisabeth Noelle-Neumann definì “spirale del silenzio”, e che si manifesta nella capacità dei media di orientare i sentimenti dell’opinione pubblica. Che può non creare problemi in caso di bufale conclamate, ma ne suscita di enormi quando cala la scure su delle opinioni, per quanto controverse. Con una facoltà censoria autoattribuita che va a colpire, immancabilmente, coloro che si discostano dalla vulgata del pensiero unico.

Chi controlla i controllori?

Era lo scorso maggio quando The Donald si vide bollare da Twitter come “potenzialmente fuorvianti” due cinguettii sui rischi di frode legati al voto postale. L’inquilino della Casa Bianca aveva espresso un parere, anche se magari era discutibile, e la “correzione” lo aveva mandato su tutte le furie. «I Social Media silenziano totalmente le voci dei conservatori» aveva tuonato, aggiungendo che la società di San Francisco «sta completamente sopprimendo la libertà di parola».

Al di là di toni e prospettive, Mr. President sollevava la questione riassumibile nel motto di Giovenale Quis custodiet ipsos custodes? Ovvero, chi controlla i controllori, che non possono essere arbitri della verità, come ha ammesso anche Jack Dorsey, Ceo della piattaforma dei 280 caratteri?

È un aspetto dirimente, e lo è ancor di più nel momento in cui esce dal mondo fatato dei social per farsi Weltanschauung. Come nel caso del succitato dibattito presidenziale, in cui il conduttore Chris Wallace è stato particolarmente attento al doppiopesismo. Sollecitando il tycoon sui suprematisti bianchi – mai appoggiati dal Potus -, ma guardandosi bene dal chiedere al candidato democratico un’analoga condanna dei teppisti del Blm.

Per non parlare del caso del ciclista yankee Quinn Simmons, diciannovenne iridato juniores. Il quale è stato sospeso dalla sua squadra, la Trek-Segafredo (la stessa di Vincenzo Nibali) per un tweet che qualche anima bella ha ritenuto razzista.

Il corridore aveva risposto alla giornalista olandese José Been, che aveva invitato i suoi followers trumpiani a smettere di seguirla. E Simmons, fan dell’inquilino della Casa Bianca, aveva ironicamente commentato con un “Bye” seguito dall’emoji di una mano che saluta. Una mano dalla tonalità scura.

Tanto è bastato a far scattare la tagliola del team, malgrado l’atleta abbia precisato che il colore dell’emoji non c’entrasse nulla col razzismo.

Libertà vs. politically correct, i casi italiani

D’altronde, anche noi ne sappiamo qualcosa. È ancora fresca, per dire, l’espulsione dal GF VIP del cantante Fausto Leali, reo di aver pronunciato la parola “negro” – senza alcuna connotazione negativa. Che sarebbe stupida e ridicola, per inciso, e a maggior ragione in bocca a un artista da sempre soprannominato “Il negro bianco”.

Ma lo scontro libertà vs. politically correct è più antico. Recentemente, se ne è avuto un assaggio prima con la Commissione Segre e ora con la pdl Zan. Due strumenti in mano ai manutengoli del sistema che non servono affatto ad aggiungere tutele a categorie discriminate, bensì a censurare le opinioni discordanti. E probabilmente non è un caso che gli intelliggenti con-due-gi abbiano preso a citare il “paradosso della tolleranza” di Karl Popper. Secondo cui, in buona sostanza, i tolleranti avrebbero il diritto di non tollerare gli intolleranti.

È con la stessa overdose di ipocrisia che, più di recente, i corifei del politicamente corretto dispensano – a sproposito – l’infamante marchio di negazionista. Perché c’è differenza tra negare l’esistenza del Covid-19 (che è una solenne idiozia) e criticare le misure adottate per contrastare il virus. Cosa che, in una democrazia, dovrebbe ancora essere lecita.

Si può, per esempio, manifestare perplessità sulla bontà dell’ordinanza con cui il Governatore del Lazio Nicola Zingaretti ha imposto nella Regione l’obbligo di mascherine all’aperto? Visto che non c’è alcuna evidenza scientifica che la giustifichi, a partire dall’attuale curva dei contagi che non riflette alcuna emergenza?

Perché è su questo terreno che si gioca – lato sensu – la partita sull’indipendenza di pensiero, parola ed espressione. Partita che, inevitabilmente, riguarda tutti noi. Libertà vs. politically correct. Tertium non datur.

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Primo Piano