Rogoredo, il bosco della droga e l’idea inaccettabile delle “zone franche”: quando un ghetto produce reati e morti

Soprattutto serve continuità. Il ghetto prospera quando capisce che la risposta dura poco. La città vince quando dimostra che la presenza non si spegne
Di Francesco Vergovich
Screenshot video poliziotto intasca 20 euro
Screenshot video poliziotto intasca 20 euro

A Milano basta nominare Rogoredo e, quasi sempre, il pensiero corre allo stesso posto: il “boschetto”, quella lingua di verde ai margini di ferrovia e tangenziali che, da anni, è diventata una piazza di spaccio e consumo nota a residenti, pendolari, operatori sociali, forze dell’ordine. Il paradosso è tutto qui: non stiamo parlando di un luogo nascosto, ma di un pezzo di città che si è trasformato in un mercato stabile, con regole proprie, un’economia illegale che regge perché la domanda non cala e perché lo spazio resta adatto a chi vuole vendere, comprare, sparire in fretta.

Il ghetto come fabbrica di criminalità: non è “degrado”, è un sistema

Quando un’area viene lasciata senza una presenza quotidiana di istituzioni, servizi e manutenzione, non diventa solo brutta. Diventa utile. Utile a chi deve controllare un territorio, a chi deve far circolare denaro sporco, a chi deve tenere in piedi una filiera: vedette, corrieri, pusher, “custodi” delle scorte, intermediari. Il ghetto moderno non è fatto solo di povertà: è fatto di abbandono e convenienza criminale. E, nel tempo, produce sempre lo stesso risultato: reati, violenza, sfruttamento, corruzione, morti.

Lì dove lo Stato entra a fiammate e poi arretra, il potere si riorganizza. Dopo un blitz, cambiano gli orari, cambiano le postazioni, cambiano le facce. Il mercato, però, resta. Perché un bosco, un sottopasso, un’area ferroviaria, sono “perfetti” per chi vuole rendere invisibile ciò che tutti, in realtà, vedono benissimo.

Rogoredo: la normalizzazione del peggio e il conto presentato dalla cronaca

Rogoredo è diventato simbolo anche per un fatto recente che ha riaperto interrogativi pesantissimi su cosa accade davvero in quel pezzo di città. La Procura di Milano sta facendo luce sulla morte di Abderrahim Mansouri, 28 anni, ucciso il 26 gennaio 2026 durante un controllo antidroga nel boschetto: i racconti di alcuni conoscenti della vittima, ora al vaglio degli inquirenti, parlano di presunte richieste quotidiane di denaro e droga attribuite all’assistente capo Carmelo Cinturrino, soprannominato “Luca”, che risulta indagato.

È importante usare le parole giuste: non esistono sentenze in queste ore, esistono indagini, testimonianze, ricostruzioni giornalistiche e verifiche in corso. Ma il punto politico e umano non dipende dall’esito finale di un processo. Dipende dal contesto che rende credibili, perfino “plausibili”, certe accuse nell’immaginario collettivo. Un ghetto produce anche questo: rende possibile che, intorno a una piazza di spaccio, attecchisca l’idea di una zona grigia in cui si confondono controllo e abuso, legalità e sopraffazione.

Le “famiglie” e le gerarchie: quando la piazza diventa territorio

Il boschetto non è la somma casuale di disperazioni individuali. È un luogo dove, secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, esistono gruppi e legami familiari che avrebbero avuto un ruolo centrale nella gestione dello spaccio. In questo quadro viene citato il cognome Mansouri, collegato alla vittima del caso del 26 gennaio e a dinamiche di piazza descritte da più testate. Anche qui serve prudenza: parlare di “famiglia dominante” come fatto accertato è materia da tribunale, non da titolo ad effetto. Però una cosa si può dire senza forzature: quando una piazza regge per anni, non regge da sola. Regge perché qualcuno organizza e qualcuno incassa.

E regge perché attorno si crea una rassegnazione tossica: “è sempre stato così”, “non cambierà mai”, “meglio non immischiarsi”. Questa rassegnazione è il carburante perfetto della criminalità. Perché spegne le denunce, isola i residenti, aumenta la paura, lascia campo libero alle regole non scritte del posto.

Carmelo Cinturrino “Luca” e le accuse: la ferita istituzionale che un ghetto amplifica

Secondo quanto riportato da più fonti di stampa, nelle testimonianze raccolte emergono anche accuse di “pizzo” e di richieste costanti che sarebbero state rivolte al pusher ucciso, con cifre e quantità citate dai testimoni e considerate ora in verifica investigativa. Sono elementi gravissimi proprio perché investono una figura che rappresenta lo Stato. Un conto è la violenza criminale, che ci si aspetta in una piazza di spaccio. Un altro è l’ombra che si allunga sull’uniforme. In qualunque città, ma ancora di più in un luogo già segnato dal disordine, un sospetto del genere fa saltare l’ultimo argine: la fiducia.

Va ribadito anche qui: indagini e garanzie valgono per tutti. Ma c’è un dato politico che non può essere rimandato: se un bosco resta per anni un mercato stabile, quel bosco mette in pressione ogni pezzo di sistema. Le persone dipendenti diventano prede. Gli spacciatori diventano ingranaggi. I residenti diventano spettatori stanchi. Le forze dell’ordine diventano bersaglio di tensioni continue e, se qualcuno sbaglia, l’effetto è devastante perché l’errore non resta individuale: sporca l’idea stessa di presidio.

Esempi concreti: cosa succede quando si accetta un “non luogo” illegale

In un ghetto prosperano le tragedie “collaterali”, quelle che non fanno sempre rumore ma si ripetono come un rito. A Rogoredo, negli anni, la cronaca ha raccontato anche giovani morti investiti dai treni mentre attraversavano i binari per raggiungere il bosco, segno di un contesto che ingoia chiunque ci passi, spacciatore o consumatore.

Poi ci sono le tragedie senza titolo: infezioni, overdosi, aggressioni, rapine, ricatti, sparizioni di documenti, telefonini venduti per una dose, debiti che diventano minacce. Il ghetto, in pratica, è una macchina che trasforma fragilità in profitto per altri.

E non è un tema solo milanese. In Italia i quartieri lasciati senza servizi, senza spazi sociali vivi, senza manutenzione, finiscono spesso nel racconto pubblico solo quando esplode un fatto di sangue. Ma l’origine è quasi sempre la stessa: assenza di continuità. Si interviene a intermittenza, si annuncia, si “bonifica”, poi si riparte da capo.

Perché non è umanamente tollerabile: la città non può scegliere chi salvare

L’aspetto più duro è questo: Rogoredo è vicina a tutto ciò che rappresenta Milano. Lavoro, mobilità, infrastrutture, investimenti, progetti urbani. Eppure, a pochi minuti, esiste un luogo dove la dignità viene sospesa come se fosse normale. Non lo è. Non è ragionevole, non è umano, non è compatibile con l’idea di città civile.

Ogni giorno in cui una piazza di spaccio prospera con regole proprie è un giorno in cui lo Stato, di fatto, accetta una rinuncia: rinuncia a governare lo spazio pubblico, rinuncia a proteggere le persone fragili, rinuncia a garantire ai residenti il diritto a vivere senza paura. Questa rinuncia non si giustifica con i numeri degli arresti o con l’ennesimo servizio straordinario, perché la vera misura è la durata. Se dura anni, allora non è un’emergenza: è un modello fallito.

Cosa serve davvero: non solo repressione, ma presenza continua e soluzioni che cambiano il contesto

I controlli servono, e nessuno lo nega. Ma da soli spostano il problema di qualche metro e di qualche ora. Per spezzare la catena serve rendere quel luogo inutilizzabile per lo spaccio e, insieme, costruire alternative reali per chi ci finisce dentro. Illuminazione e visibilità, interventi urbanistici intelligenti, presidi sanitari stabili, unità di strada, percorsi di cura che funzionino davvero, luoghi di accoglienza che non siano parcheggi, un pattugliamento costante che non viva solo di “operazioni” ma di routine.

Soprattutto serve continuità. Il ghetto prospera quando capisce che la risposta dura poco. La città vince quando dimostra che la presenza non si spegne.

Rogoredo è uno specchio: riflette ciò che accade quando una metropoli accetta l’idea di una “zona franca” del dolore e del crimine. Se davvero “tutti sanno”, allora non è più accettabile che non cambi nulla. E l’urgenza non è solo di ordine pubblico: è un’urgenza morale, perché nessuna città dovrebbe abituarsi a un bosco che diventa mercato di vite.

 
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Cronaca

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