“Riprendersi l’anima”, Paolo Crepet legge l’Italia che corre ma non si ascolta più

Nel nuovo libro in uscita il 14 aprile Paolo Crepet riflette su libertà, tecnologia, silenzio e conformismo: un ritratto severo dell’Italia di oggi
Di Marco Bordon
Paolo Crepet
Paolo Crepet

Il nuovo libro di Paolo Crepet, “Riprendersi l’anima”, in uscita il 14 aprile per HarperCollins, si presenta come molto più di una novità di stagione. Nelle anticipazioni offerte dall’autore emerge infatti una lettura ampia del presente italiano: un Paese che accelera, moltiplica connessioni, produce rumore, ma intanto perde profondità, autonomia interiore e capacità di custodire la libertà personale. Il tratto più interessante del suo discorso è che non si limita a criticare i costumi contemporanei: prova invece a nominare il vuoto che molti avvertono senza riuscire a definirlo.

Il libro di Crepet come diagnosi culturale dell’Italia contemporanea

Secondo Crepet, nell’intervista a Francesco Vergovich su Radio Radio, l’anima non è un concetto ornamentale, né un richiamo spirituale generico. È il nome di una facoltà civile e umana che permette di sottrarsi all’omologazione. In un’Italia segnata da esposizione continua, reazioni istantanee e un rapporto spesso ansioso con la visibilità, questa definizione acquista un rilievo particolare. Riprendersi l’anima, allora, significa anche riprendersi la possibilità di giudicare con la propria testa, di scegliere, di dissentire, di desiderare senza lasciarsi interamente guidare dal mercato dei modelli.

Il libro si inserisce dentro un clima nazionale in cui il tema del disagio non riguarda più soltanto i casi estremi, ma una fascia sempre più larga di popolazione. C’è un malessere diffuso che assume forme differenti: saturazione mentale, incapacità di reggere il silenzio, timore della lentezza, bisogno continuo di conferme esterne. Crepet non lo affronta con il lessico terapeutico più alla moda, ma con una formula più secca e anche più esigente: stiamo smarrendo il contatto con ciò che ci rende unici.

Silenzio, rumore e crisi dell’attenzione

Uno dei nuclei forti della riflessione di Crepet riguarda il silenzio, descritto come condizione indispensabile per ascoltare davvero se stessi. In un Paese che vive immerso in notifiche, commenti, opinioni permanenti, il silenzio appare sempre più come un’anomalia. Eppure proprio questa anomalia, secondo l’autore, consente di recuperare pensiero, misura, profondità. Non è un caso che il silenzio venga oggi spesso percepito come imbarazzante: costringe a fare i conti con ciò che si è, senza schermi protettivi.

La questione non è marginale, perché tocca uno dei grandi nodi del nostro tempo: la crisi dell’attenzione. Una democrazia povera di attenzione è una democrazia più vulnerabile, più manipolabile, più incline al riflesso che al giudizio. Da questo punto di vista il discorso di Crepet eccede ampiamente la sfera individuale. Riguarda il modo in cui un Paese si abitua a discutere, a formarsi, a educare. E riguarda anche la qualità della convivenza, perché senza ascolto non esiste relazione autentica, ma solo coesistenza rumorosa.

Intelligenza artificiale e tecnica: il problema non è lo strumento, ma la delega

Altro passaggio di forte attualità è quello dedicato all’intelligenza artificiale. Crepet ne prende le distanze quando diventa ideologia, cioè quando viene presentata come un orizzonte incontestabile, quasi una nuova autorità superiore. Ma non cade nell’errore opposto. Riconosce che la tecnica può offrire opportunità, facilitare la circolazione delle idee, creare nuove forme di accesso alla lettura e alla scrittura. L’esempio di piattaforme come Substack va letto proprio in questa chiave: la tecnologia è feconda quando amplia libertà, non quando la sostituisce.

Il punto politico e culturale del suo ragionamento è un altro: l’Italia, come molte società occidentali, rischia di trasformare gli strumenti in alibi. Quando una macchina viene chiamata a prendere il posto del discernimento, del gusto, del limite umano, si produce una delega che impoverisce la persona. Crepet lo segnala con tono ironico, ma il tema è serio. Una società che si pensa superata dalla tecnica finisce per avere meno fiducia nella responsabilità individuale, e dunque anche meno capacità di formare cittadini autonomi.

Giovani, libertà e paura di diventare originali

Di particolare rilievo, anche per il dibattito pubblico nazionale, è quanto Crepet osserva sul rapporto dei giovani con la libertà. Dopo incontri recenti con studenti liceali, racconta che gran parte delle domande ricevute ruotava attorno proprio a questo termine. È un segnale importante. Da un lato c’è desiderio di libertà. Dall’altro c’è il timore che la libertà comporti isolamento, errore, esposizione, responsabilità. In altre parole: essere se stessi continua ad apparire desiderabile, ma sempre meno semplice.

Quando Crepet afferma che non si può vivere “cantando solo cover”, formula una critica severa a un modello educativo che spesso premia l’adattamento più della vocazione. L’immagine colpisce perché vale in molti campi: nella scuola, nel lavoro, nei consumi culturali, perfino nella costruzione dell’identità pubblica. Il conformismo contemporaneo non si impone sempre con la forza. Più spesso seduce, uniforma, suggerisce che esista un solo modo giusto per riuscire. In questo scenario, parlare di anima significa parlare di originalità e di disobbedienza legittima.

I nuovi poteri che distraggono dall’essenziale

Alla domanda sui “ladri di anima”, Crepet allarga il discorso ai diversi poteri che limitano l’autonomia interiore: non soltanto quelli politici, ma anche quelli economici e tecnologici. La sua tesi è che la distrazione permanente sia una forma molto efficace di controllo. Se le persone vengono continuamente trascinate altrove, smettono di coltivare interiorità, stupore, capacità di visione. È una considerazione che tocca un elemento profondo del presente italiano, dove il dibattito pubblico oscilla spesso fra allarme immediato e dimenticanza rapida, senza sedimentazione.

In questo quadro colpisce il racconto di Fortunago, piccolo paese in cui l’autore si imbatte in una scena naturale fatta di volpe, gatti, pavoni e luce del tramonto. L’episodio, apparentemente marginale, vale come controcanto al nostro tempo iperorganizzato. Dice che la bellezza esiste anche fuori dai circuiti della prestazione, che non tutto ha bisogno di essere monetizzato o esibito per avere senso. È un messaggio controcorrente, soprattutto in una fase storica che riduce spesso il valore di un’esperienza alla sua immediata spendibilità.

Un appello che riguarda famiglie, scuola e politica culturale

Il messaggio di “Riprendersi l’anima” intercetta quindi almeno tre piani decisivi per il Paese. Il primo è quello familiare: il bisogno di restituire ai rapporti tempo, presenza e ascolto. Il secondo è quello scolastico: la scuola, nel discorso di Crepet, non è mero dispositivo di istruzione, ma spazio di gioco, confronto, crescita condivisa. Il terzo è quello culturale e politico: se libertà, silenzio e pensiero diventano beni rari, allora la loro tutela non può essere lasciata solo ai singoli.

Il suggerimento finale che Crepet affida agli ascoltatori è volutamente concreto: cercare silenzio, usare i sensi, volersi bene, tenere la mano di una persona anziana, accarezzare la testa di un bambino, sorridere. Sembra poco, ma in realtà è un programma di ricostruzione dell’umano su scala quotidiana. Il valore del libro sta forse proprio qui: nel riportare una grande questione culturale all’altezza della vita comune. E nell’offrire all’Italia una domanda scomoda ma necessaria: che cosa resta di una società efficiente, iperconnessa e produttiva, se perde l’anima lungo il cammino?

 
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Interviste

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