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Politica

Regionali, l’Emilia-Romagna al dem Bonaccini, la Calabria a Santelli (FI)

Sospiro di sollievo per il Pd che tiene la Regione rossa: ma resta la profonda crisi della cultura che rappresenta

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito del Ministero dell'Interno

Alla fine, come spesso accade, hanno vinto tutti. Non tanto in Calabria, dove il trionfo dell’azzurra Jole Santelli sul democratico Pippo Callipo era annunciato – e, per una volta, il pronostico è stato rispettato: quanto in Emilia-Romagna, dove la battaglia all’ultimo voto ha infine visto prevalere il Governatore uscente Stefano Bonaccini con il 51,4%, circa otto punti percentuali in più della sfidante leghista Lucia Borgonzoni.

L’unica forza politica che certamente esce con le ossa rotte dalla duplice competizione è il M5S, relegato a percentuali anemiche in entrambe le Regioni: eppure, il candidato Presidente in Emilia-Romagna Simone Benini, che ha ricevuto il 3,5% dei consensi, ha avuto la faccia tosta di dichiarare che il risultato è “in linea con le aspettative”. D’altronde, il MoVimento si era già praticamente dissolto prima delle elezioni e, stando alle sue prime dichiarazioni d’intenti, verosimilmente il neo-capo politico Vito Crimi completerà l’opera già efficacemente avviata dal predecessore Luigi Di Maio.

Per il resto, tutti i partiti hanno di che esultare. Quelli di centro-destra perché, oltre alla vittoria calabrese, per la prima volta in cinquant’anni c’è stata partita in quella che è la Regione rossa per antonomasia: tanto che il leader del Carroccio Matteo Salvini ha già affermato di voler lavorare il doppio per riuscire a espugnare la roccaforte “progressista”.

Gongola, com’è naturale, anche il Pd, benché il successo sotto la Garisenda e gli Asinelli sappia più che altro di sospiro di sollievo per un grave pericolo scampato. Lo si evince anche dalle prime dichiarazioni degli esponenti del Nazareno, a partire dal segretario Nicola Zingaretti per cui, sprezzantemente, il Capitano “ha perso le elezioni”.

Benché questo atteggiamento sia, in qualche modo, comprensibile, indica che i vertici dem, as usual, hanno capito ben poco dei messaggi che gli Italiani inviano ripetutamente da circa un biennio. Che poi è la stessa forma mentis alla base del cambio di nome al partito annunciato preventivamente da Zinga: come se bastasse un lifting per far sparire di colpo tutti i problemi. Che invece restano, e paradossalmente vengono addirittura evidenziati dall’affermazione di Bonaccini.

Il quale ha rinnegato il simbolo del suo stesso partito, ha rifiutato l’appoggio dei big romani e, quando non ha potuto evitare l’ingombrante presenza del segretario durante la campagna elettorale, l’ha accuratamente nascosta in mezzo agli interventi di altri sostenitori. E lo stesso Pd, vergognandosi di se stesso, per riuscire a richiamare i suoi in piazza si è camuffato sotto improvvide parvenze ittiche.

La crisi, quindi, non è affatto risolta, anche perché è figlia di una “cultura” che, benché rappresentata principalmente dal Pd, va ben oltre i dem. È la “cultura” che si occupa solo e di tutte le minoranze finendo per discriminare la maggioranza. È la “cultura” insopportabilmente proterva di quanti denunciano l’odio altrui ma al contempo pretendono di avocare a sé il diritto di professare impunemente un’idiosincrasia uguale e contraria (come nel caso di Sinisa Mihajlovic, allenatore del Bologna che sta lottando contro la leucemia, insultato via social senza alcun riguardo per la sua malattia per aver auspicato la vittoria della Borgonzoni). È la “cultura” buonista, pauperista e immigrazionista che tollera tutto e tutti purché in rigorosa antinomia con i valori tradizionali e tradizionalmente espressi dalla Cultura con la c maiuscola, quella che riflette la civiltà occidentale sviluppatasi sulle radici giudaico-cristiane.

Un aspetto che, en passant, dovrebbe far riflettere ben più di un esponente della Chiesa cattolica, che si vorrebbe sempre più trasformare da Corpo Mistico di Cristo a squallida imitazione di una ong. Un’operazione sciagurata che, al momento, ha già prodotto lo svuotamento delle chiese e il record negativo dell’8×1000.

Insomma, il Pd, con tutta la Weltanschauung di cui è portavoce, deve decidere cosa fare da grande, smettendo di nascondere la polvere sotto al tappeto: procrastinare l’inevitabile, infatti, non lo rende meno inevitabile. E questo è il termine più adatto a descrivere una situazione di agonia. Chi ha orecchi per intendere…

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Giornalista, attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Politica

Vaccini anti-Covid, l’euro-debutto di Draghi tra frecciate e proposte

Il Premier al primo Consiglio Ue suggerisce la linea dura coi Big Pharma inadempienti e l’acquisto di sieri anche extra-Ue. Intanto in Italia botta e risposta tra gli “alleati-nemici” Lega e Pd su lockdown di Pasqua vs. riaperture

Mirko Ciminiello

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vaccini anti-covid: mario draghi al consiglio ue
Il Premier Mario Draghi durante il suo primo Consiglio europeo

C’erano, non sorprendentemente, i vaccini anti-Covid al centro del primo importante appuntamento europeo del neo-Premier Mario Draghi. Il quale ha sciorinato le proprie ricette, senza però risparmiare stoccate alla gestione della crisi sanitaria attuata finora dai vertici comunitari. Come del resto hanno iniziato a fare personaggi insospettabili – e di certo non tacciabili di euroscetticismo.

Draghi e i vaccini anti-Covid

«Un’accelerazione sull’autorizzazione, la produzione, e la distribuzione» dei vaccini anti-Covid. È quanto si legge nella dichiarazione congiunta dei capi di Stato e di Governo comunitari stilata dopo il primo Consiglio europeo dell’era Draghi. Ed è un passaggio in cui c’è molto dell’ex Governatore della Bce, che ha sollecitato un approccio più concreto e deciso per quanto concerne la campagna vaccinale.

Una frecciata a Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea – e non è stata l’unica. Anche perché l’alta papavera è la principale responsabile dell’attuale caos, avendo firmato coi Big Pharma contratti che non prevedono penali in caso di ritardo nelle consegne.

«Le aziende che non rispettano gli impegni non dovrebbero essere scusate» ha tuonato SuperMario, ipotizzando per i colossi farmaceutici una sorta di divieto di export fuori dall’Europa. E «non solo nel periodo in cui non rispettano gli accordi, ma anche per un certo periodo dopo che riprendono a rispettarli».

Una proposta praticabile, che en passant fa emergere l’abissale differenza (in toni e prestigio) tra l’inquilino di Palazzo Chigi e il resto del panorama istituzionale. Basti pensare che Roberto Speranza, Ministro nomen omen della Salute, in Senato si era limitato a frignare che «non accettiamo tagli nelle forniture dei vaccini».

Quasi ad auto-assolversi, la numero uno dell’esecutivo comunitario ha comunque provato a esibire dei grafici sulle dosi in arrivo nel secondo e nel terzo trimestre dell’anno. Diapositive fumose e corredate di “potrebbe” e “dovrebbe”, che l’ex Presidente della Banca Centrale Europea ha liquidato tranchant: «non sono rassicuranti, perché non danno certezze».

Il condizionale è un conto, la “libertà condizionale” tutt’altro. Come l’economista romano sa bene, essendo l’argomento principe del dibattito politico italiano.

La discussione in Italia

«Mi rifiuto di pensare ad altre settimane e altri mesi, addirittura, di chiusura e di paura. Se ci sono situazioni locali a rischio, si intervenga a livello locale. Però parlare già oggi di una Pasqua chiusi in casa non mi sembra rispettoso degli Italiani».

Questo l’attacco sferrato dal segretario del Carroccio Matteo Salvini di fronte alle recenti ipotesi di un lockdown-bis. Una linea anti-rigorista sposata anche dagli enti locali, che premono per le aperture serali di bar e ristoranti almeno nelle zone gialle.

Il cambio di passo, che per ora il Governo ecumenico non contempla, non è d’altronde auspicato solamente dalla Lega. Ha un peso specifico notevole, per esempio, l’endorsement (parziale) di Stefano Bonaccini, che oltre a essere Presidente dell’Emilia-Romagna è un esponente di punta del Pd.

Comunque poi è arrivato il controcanto pavloviano del segretario dem Nicola Zingaretti, secondo cui «sulla pandemia Salvini purtroppo continua a sbagliare e rischia di portare fuori strada l’Italia». Idea quantomeno ardita, visto che nuovi arresti domiciliari a un anno dallo scoppio dell’emergenza coronavirus certificherebbero la débâcle totale del suo precedente esecutivo.

La realtà è che l’unico vero antidoto è quello che il Presidente del Consiglio ha prospettato ai suoi euro-omologhi. «Dobbiamo andare più veloci, molto più veloci» sui vaccini anti-Covid. Se necessario, acquistando anche altri sieri sviluppati al di fuori della Ue. Per esempio il russo Sputnik, come consigliava qualche giorno fa un euroinomane come Romano Prodi, aggiungendo che «il fallimento dell’Europa in ambito sanitario è evidente». E, per dirlo un ex Presidente della Commissione europea, significa proprio che il re è nudo.

Vaccini anti-Covid, le ricette italiane

Draghi ha anche suggerito, con tanto di citazione della letteratura scientifica, di dare priorità alle prime dosi di siero, per espandere più rapidamente la copertura vaccinale della popolazione. Di fatto è stato un (mezzo) autogol, perché una delle principali riviste specializzate, l’inglese The Lancet, ha da poco pubblicato uno studio che va nella direzione opposta. Evidenziando come un ritardo nella somministrazione della seconda dose di antidoto oltre il ventunesimo giorno dalla prima faccia crollare il potere immunizzante intorno al 50%.

Resta comunque una pura questione di approvvigionamenti – nonché di realpolitik. Bruxelles ha infatti aderito al programma Covax, volto a condividere i vaccini anti-Covid con i Paesi a basso reddito. Iniziativa lodevolissima, ma di difficile attuazione in un momento in cui i sieri non bastano neppure per i cittadini del Vecchio Continente. Tanto che il Capo del Governo ha ricordato che Usa e Regno Unito tengono per sé le proprie dosi, esortando l’Europa a fare altrettanto.

Viceversa, diventerebbe quasi una chimera raggiungere il traguardo del 70% della popolazione europea adulta immunizzato entro l’estate, come auspicato dalla von der Leyen. Che pure ha assicurato che «siamo fiduciosi di poter raggiungere il nostro obiettivo». Come a dire che non è solo l’Italia ad avere un problema di… Speranza.

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Cronaca

Mascherine cinesi, quella rivelazione che getta ombre su Arcuri e Conte…

L’imprenditore Benotti, al centro dello scandalo, rivela che Palazzo Chigi avvertì il supercommissario dell’indagine degli 007: la cui delega l’ex Premier Conte tenne sempre stretta, mentre Draghi l’ha affidata al Capo della Polizia Gabrielli…

Mirko Ciminiello

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mascherine cinesi
Mascherine cinesi

Cos’hanno in comune 800 milioni di mascherine cinesi, i sottosegretari appena nominati dal neo-Premier Mario Draghi e il commissario straordinario per l’emergenza coronavirus Domenico Arcuri? Sembra una barzelletta, eppure c’è una sottile linea rossa (e il colore non è casuale) che lega questi improbabili protagonisti. E arriva a lambire con le sue (non nitidissime) trame anche l’ultimo tratto del precedente Governo guidato da Giuseppe Conte.

L’affaire mascherine cinesi

La Cina, si sa, è vicina, ma nel caso del supercommissario Arcuri l’aggettivo assume i connotati di un eufemismo. Questo, almeno, racconta l’inchiesta della Procura di Roma sull’affaire dei dispositivi di protezione individuale acquistati dal Nostro in piena crisi da Covid-19.

Una commessa costata complessivamente 1,25 miliardi di euro, per cui la struttura commissariale ha usufruito dell’intermediazione di alcune imprese italiane. Le quali, per questo servizio, hanno percepito commissioni per decine di milioni di euro da parte dei consorzi orientali affidatari delle forniture. Questa almeno la ricostruzione dei Pm di Piazzale Clodio, che hanno disposto una serie di misure cautelari per cinque accusati, tra cui spicca Mario Benotti. L’imprenditore – e giornalista Rai in aspettativa – attorno a cui ruota l’intero scandalo delle mascherine cinesi.

Va subito precisato che le indagini non riguardano Der Kommissar, la cui posizione è già stata archiviata. I magistrati hanno infatti appurato che «allo stato non vi è prova che gli atti della struttura commissariale siano stati compiuti dietro elargizione».

Però i verdetti politici non coincidono con quelli giuridici, e c’è un particolare (palesato dallo stesso Benotti e tangenziale alla vicenda delle mascherine cinesi) che imbarazza Arcuri. Un particolare che ha a che fare con uno dei fiori all’occhiello dell’Italia – che non sono le ridicole primule del supercommissario, bensì i Servizi segreti.

Ombre rosse

«Arcuri mi incontrò e mi disse che c’era una difficoltà: da Palazzo Chigi lo avevano informato che c’era un’indagine, un approfondimento in corso su tutta questa situazione, forse dei Servizi».

L’uomo delle mascherine ha sganciato la bomba in diretta televisiva mentre spiegava perché dallo scorso 7 maggio Der Kommissar avesse tagliato i ponti con lui. «Mi pregò di interrompere qualunque comunicazione con lui e io l’ho fatto».

Troppo tardi, però. Anche perché questa rivelazione permette una lettura retroattiva anche di uno dei fatti più controversi della fase finale dell’esecutivo Conte-bis. Ovvero l’ostinazione con cui Giuseppi ha conservato la delega ai Servizi segreti fin (quasi) all’ultimo. Cedendola poi al suo consigliere diplomatico Pietro Benassi solo dopo che il leader italovivo Matteo Renzi aveva già innescato la crisi di Governo.

«Quando dicevamo che sulla gestione dei servizi segreti di Conte c’era qualcosa di poco chiaro, ci prendevano per matti! Invece, a quanto pare…». Così, secondo indiscrezioni, si sarebbe sfogato il leghista Giancarlo Giorgetti, neo-Ministro dello Sviluppo economico e braccio destro del segretario Matteo Salvini. Il quale continua a invocare decisamente le dimissioni – o il licenziamento – di Arcuri, che recentemente ha bollato come «monarca assoluto».

Per il momento, il Premier ha fortemente ridimensionato il ruolo del supercommissario, per esempio escludendolo dalla riunione in cui si discuteva del nuovo Dpcm anti-Covid. Dev’essere il nome Mario che non porta bene a Der Kommissar.

Intanto l’ex Governatore della Bce ha affidato la delega della discordia sugli 007 al Capo della Polizia Franco Gabrielli, che certamente cercherà di dissipare tutte queste ombre. Ombre rosse, ça va sans dire.

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Politica

Nessun cambio di passo, le restrizioni resteranno almeno fino a Pasquetta

Il Ministro “nomen omen” Speranza gela ogni speranza annunciando l’arrivo di un nuovo Dpcm che durerà fino al 6 aprile. E aprendo lo scontro con Lega e parte del Pd, che spingono per graduali riaperture almeno in fascia gialla

Mirko Ciminiello

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nessun cambio di passo: misure restrittive
Misure restrittive

Nessun cambio di passo nella strategia anti-Covid. Com’era prevedibile, il neo-Governo di Mario Draghi confermerà in blocco le attuali restrizioni almeno fino a tutta Pasquetta. Se qualcuno si era illuso del contrario, ci ha pensato – as usual – il Ministro nomen omen della Salute Roberto Speranza a riportarlo alla realtà. Aprendo peraltro un primo, importante fronte all’interno del neonato esecutivo.

Nessun cambio di passo sulle restrizioni

«Non ci sono le condizioni epidemiologiche per abbassare le misure di contrasto alla pandemia, siamo all’ultimo miglio e non possiamo abbassare la guardia». Così, in Senato, il titolare della Sanità ha anticipato l’intenzione governativa di proseguire lungo la direttrice tracciata dall’esecutivo Conte-bis.

In realtà, obiettivamente era difficile ipotizzare una svolta. L’insediamento di SuperMario è infatti troppo recente e, soprattutto, la campagna vaccinale sta procedendo troppo a rilento – con un notevole contributo delle industrie farmaceutiche.

Inoltre, l’ex Governatore della Bce sa di giocarsi molto sulla gestione della crisi sanitaria. Che parrebbe poi il motivo per cui al supercommissario Domenico Arcuri ha riservato numerose stoccate, senza però dargli ancora il benservito. Preferendo aspettare la scadenza del suo mandato, a fine marzo.

Lo scontro interno alla maggioranza

Le comunicazioni dell’esponente di LeU, però, si scontrano con gli auspici di buona parte degli azionisti di maggioranza dell’economista romano. A cominciare dal segretario del Carroccio Matteo Salvini, che poche ore prima aveva incontrato proprio il Premier per discutere di riaperture, almeno nelle zone gialle.

Proposta che aveva trovato d’accordo anche esponenti del Pd come Stefano Bonaccini, Governatore dell’Emilia-Romagna. Secondo cui, «laddove nel territorio non si hanno troppi rischi di contagio» si dovrebbe valutare la possibilità «di dare ossigeno a qualche attività».

In merito, il Capitano aveva parlato di «sintonia con il Presidente Draghi», che però in questo è estremamente sornione. Per dire, anche Agostino Miozzo, coordinatore del Cts e sostenitore della linea della prudenza, uscendo dall’ultima riunione chigiana ha dichiarato che «siamo stati ascoltati con attenzione».

In effetti, sembrerebbe essere questo il modus operandi dell’ex numero uno della Banca Centrale Europea, che ascolta tutti e poi decide in totale autonomia. Magari smentendo anche le indiscrezioni di stampa, come quelle che sussurravano dell’abbandono degli odiati Dpcm per rispolverare i Decreti legge.

Da via Lungotevere Ripa, però hanno smentito anche questa sterzata. «Il prossimo Dpcm varrà dal 6 marzo al 6 aprile, e la bussola sarà la salvaguardia del diritto alla salute».

Nessun cambio di passo, dunque, neanche minimo, nonostante il pungolo del leader della Lega. Che ha garantito che «al Governo farò di tutto perché ci siano segnali di ritorno alla vita».

In effetti, la miglior medicina sarebbe proprio la fiducia – e occorre prestare grande attenzione alla terminologia. Perché sbaglieremmo, ma dubitiamo vi fosse il benché minimo riferimento al Ministro libero e uguale nella diffusa richiesta a Palazzo Chigi di ridare… speranza agli Italiani.

roberto speranza
Il Ministro della Salute Roberto Speranza

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Politica

Draghi ha ottenuto la fiducia, ma pare di assistere a una serie tv

Come previsto, il Parlamento accorda al nuovo Governo un’ampia maggioranza, ma restano forti tensioni nei singoli partiti e nella maggioranza: e Palazzo Chigi ricorda molto il Trono di Spade

Mirko Ciminiello

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draghi ha ottenuto la fiducia: meme sergio mattarella
Meme sul Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e "Il Trono di Spade"

Test per l’esame di giornalismo dopo che il Premier Mario Draghi ha ottenuto la fiducia, ampia e ampiamente prevista, di entrambe le Camere. Il candidato consideri che:

a) SuperMario si è detto in disaccordo con l’idea che «questo Governo è stato reso necessario dal fallimento della politica». Solo da quello del suo predecessore Giuseppe Conte.

b) Nel suo discorso programmatico, l’economista romano è incappato in un piccolo lapsus “pandemico” sulle terapie intensive, citando in modo erroneo i numeri dei ricoveri. Speriamo non si ripeta con quelli del Recovery.

c) A una domanda sul proprio futuro, Matteo Renzi, leader di Italia Viva, ha risposto che «intanto mi rilasso per qualche settimana. Ora il volante ce l’ha uno che sa guidare e questo mi tranquillizza». Il settimo giorno, anche Pittibimbo si riposò.

d) A proposito di metafore automobilistiche, l’ex Governatore della Bce ha dato una sterzata anche a livello comunicativo. Non tanto nominando Paola Ansuini propria portavoce, bensì raccomandando alla propria squadra di parlare solo se c’è qualcosa di concreto da dire. Non vorremmo essere nei panni del consulente del Ministero della Salute Walter Ricciardi.

e) Il neo-Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi ha bagnato il suo esordio con un paio di gaffe grammaticali. In particolare, riferendosi al momento della propria designazione, gli è sfuggito un «l’ho imparato ieri» in luogo del corretto “l’ho appreso ieri”. Poi sotto la mascher(in)a è apparsa l’ex titolare del dicastero Lucia Azzolina.

Draghi ha ottenuto la fiducia, implosioni tra i partiti

f) Il capo politico pentastellato Vito Crimi ha annunciato via social che «i 15 senatori che hanno votato no alla fiducia saranno espulsi» dal M5S. I dissidenti, però, hanno già invocato il Var.

g) Sembra peraltro che la ribelle Barbara Lezzi, di professione impiegata, avesse dichiarato che «Draghi non ha né la preparazione né le conoscenze internazionali per guidare l’Italia». E niente, questa fa già abbastanza ridere di suo.

h) Anche Sinistra Italiana (una costola di LeU), per bocca del segretario Nicola Fratoianni, aveva preannunciato il niet al costituendo esecutivo. Gli altri due parlamentari, però, avevano subito preso le distanze, annunciando il proprio voto favorevole e attuando in pratica la mini-scissione della mini-scissione. E niente, anche questa fa già abbastanza ridere di suo.

i) D’altra parte, ancora prima del passaggio parlamentare c’erano state polemiche all’interno della maggioranza, in particolare sulla gestione dell’emergenza coronavirus e sulle conseguenti misure restrittive. Ma ci si può davvero sorprendere se Draghi… infiamma il dibattito?

Ciò posto, commenti il candidato se proprio le tensioni insite in questo Governo ecumenico permettano di andare oltre Palazzo Chigi. Rendendo dunque lecito parlare (come auspicato da molti fan di Game of Thrones) di… Draghi sul Trono di Spade.

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Politica

Nuova Ricostruzione e unità, le parole d’ordine del Governo Draghi

Il Premier illustra le linee guida del proprio esecutivo davanti al Senato, che gli accorda la prevista larga fiducia. Tra le priorità spiccano Recovery Plan, campagna vaccinale, scuola e lavoro

Mirko Ciminiello

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nuova ricostruzione: mario draghi in senato
Il Premier Mario Draghi

È sulla Nuova Ricostruzione che il Premier Mario Draghi ha focalizzato il discorso programmatico che ha tenuto in Senato. Un’espressione che rievoca il Dopoguerra, instaurando un forte legame con la lotta alla pandemia da Covid-19 su cui s’impernierà il nuovo Governo. E che contiene anche un importante richiamo a quella concordia discors che non può non avere come bussola suprema il benessere dell’Italia e del popolo italiano.

La Nuova Ricostruzione

«Oggi noi abbiamo, come accadde ai Governi dell’immediato Dopoguerra, la possibilità, o meglio la responsabilità di avviare una Nuova Ricostruzione. L’Italia si risollevò dal disastro della Seconda Guerra Mondiale con orgoglio e determinazione, e mise le basi del miracolo economico grazie a investimenti e lavoro. Ma soprattutto grazie alla convinzione che il futuro delle generazioni successive sarebbe stato migliore per tutti. A quella Ricostruzione collaborarono forze politiche ideologicamente lontane. Sono certo che anche a questa Nuova Ricostruzione nessuno farà mancare il proprio apporto».

Questo il cuore delle comunicazioni con cui l’ex Governatore della Banca Centrale Europea ha illustrato i capisaldi del proprio costituendo esecutivo. Che «sarà convintamente europeista e atlantista» e avrà a suo presupposto «l’irreversibilità della scelta dell’euro». Un vago avviso al Capitano Matteo Salvini che, in un botta e risposta col segretario dem Nicola Zingaretti, aveva affermato che di irreversibile «c’è solo la morte».

Al centro dell’azione governativa ci sarà dunque, non sorprendentemente, il Recovery Plan, la cui governance sarà incardinata al Ministero dell’Economia. E che porta con sé le riforme invocate a gran voce da Bruxelles, cominciando da quelle della giustizia, della Pubblica Amministrazione e del fisco. D’altronde, come ha dichiarato l’economista romano citando Camillo Benso, Conte di Cavour, «le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l’autorità, la rafforzano».

Le altre priorità della Nuova Ricostruzione

Tra le priorità, naturalmente, anche il contrasto al coronavirus, con particolare enfasi sulla campagna vaccinale, per cui SuperMario ha confermato il coinvolgimento di esercito e Protezione Civile. «Non dobbiamo limitare le vaccinazioni all’interno di luoghi specifici, spesso non ancora pronti» ha aggiunto, dando l’auspicato benservito alle ridicole “primule” del supercommissario Domenico Arcuri. «Abbiamo il dovere di renderle possibili in tutte le strutture disponibili, pubbliche e private».

Oltre a Der Kommissar, poi, dovrebbe essere ridimensionato anche il Cts, sia nelle dimensioni che nelle esternazioni. Mentre dovrebbe restare in vigore la divisione clinico-cromatica del Belpaese.

Focus pure sulla scuola, con la necessità di «tornare rapidamente a un orario scolastico normale, anche distribuendolo su diverse fasce orarie». E sul lavoro, con la distinzione tra gli occupati da «proteggere» e le attività economiche, alcune delle quali «dovranno cambiare, anche radicalmente».

In quest’ambito rientra anche la vexata quaestio della parità di genere, che per il Capo del Governo non può equivalere alle quote rosa. Occorre invece puntare a «un riequilibrio del gap salariale e un sistema di welfare che permetta alle donne di» superare «la scelta tra famiglia o lavoro».

Spazio poi anche a temi come quello dell’immigrazione, su cui l’ex numero uno della Bce si è posto nel solco comunitario. Sottolineando l’urgenza di costruire «una politica europea dei rimpatri dei non aventi diritto alla protezione internazionale, accanto al pieno rispetto dei diritti dei rifugiati». Una posizione accolta favorevolmente anche dal Carroccio, con l’ex Ministro dell’Interno che ha parlato di «ottimo punto di partenza».

Chiusura poi con la (immancabile) concessione ai deliri ambientalisti sul riscaldamento del pianeta che, come già argomentato, non si deve (se non in minima parte) all’uomo. A cui spetta comunque la responsabilità di tutelare il Creato – non “l’ambiente”.

(Molte) luci e (poche) ombre

Nel complesso, quindi, le dichiarazioni d’intenti hanno mostrato (molte) luci e (poche) ombre. Tanto da essere state salutate, prevedibilmente, dalla standing ovation di Palazzo Madama.

Nessuna sorpresa neppure dal voto finale notturno, che ha semplicemente sancito l’ampia maggioranza già annunciata da tempo. D’altra parte, come ha proclamato solennemente il Presidente del Consiglio, «oggi l’unità non è un’opzione, l’unità è un dovere. Ma è un dovere guidato da ciò che son certo ci unisce tutti: l’amore per l’Italia».

Certo, resta il fatto che quello che sta per nascere è un Governo ecumenico ed eterogeneo generato da una sorta di fusione politica fredda. Se sia dunque qualcosa di positivo o meno, “lo scopriremo solo vivendo”. Intanto però si riparte, e con fiducia. In tutti i sensi.

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Politica

Strategia anti-Covid, il (piccolo) cambio di passo del Governo Draghi

Il nuovo esecutivo sembra intenzionato a mantenere la divisione in fasce evitando il lockdown chiesto da Ricciardi. Però dovrebbe ridimensionare Arcuri, che dovrà solo trovare i vaccini di cui poi si occuperanno militari e Protezione Civile

Mirko Ciminiello

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strategia anti-covid: mario draghi
Il Premier Mario Draghi

Non ci sarà, quantomeno adesso, nessun deciso cambio di rotta sulla strategia anti-Covid. Il nascente Governo di Mario Draghi sembrerebbe infatti intenzionato a confermare la divisione clinico-cromatica dell’Italia, puntando eventualmente su chiusure mirate a livello locale.

Almeno per il momento, quindi, sarebbe escluso il nuovo lockdown totale paventato dal medico e consulente del Ministero della Salute Walter Ricciardi. Un’ipotesi che aveva subito acceso le polemiche, soprattutto da parte di Lega e Italia Viva.

«Prima di terrorizzare gli Italiani, fai il favore di parlarne con il Presidente del Consiglio» aveva attaccato il segretario del Carroccio Matteo Salvini. «Non ci sta che un consigliere una domenica mattina si alzi e senza dire nulla al suo Ministro o al Presidente del Consiglio parli di una chiusura totale. Io credo che la gente più lavora e meno parla e meglio è».

Stesso concetto, quest’ultimo, che del resto aveva espresso anche SuperMario, raccomandando sostanzialmente alla sua squadra di comunicare solo i fatti. E che ha ripreso, in un cinguettio ironico, anche Davide Faraone, capogruppo italovivo in Senato.

D’altronde, la prospettiva di un nuovo confinamento divide perfino gli esperti. Concordano infatti con l’ex attore, tra gli altri, il microbiologo Andrea Crisanti e il presidente della Fondazione GIMBE Nino Cartabellotta. Più prudenti invece Francesco Vaia, direttore sanitario dello Spallanzani di Roma, l’infettivologo Matteo Bassetti e il virologo Giorgio Palù, presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa). Secondo i quali sono sufficienti le misure in vigore, «rinunciando per qualche altra settimana ad attenuazione di colori e tentazioni di riaperture».

I gestori dei locali pubblici restano comunque in attesa, al pari dei comparti dello sport e dello spettacolo. Ma l’allentamento della strategia anti-Covid passa necessariamente per il successo della campagna vaccinale.

Strategia anti-Covid, la priorità sono i vaccini

Proprio nell’ambito delle vaccinazioni si registra qualche novità. A cominciare dal ruolo di Domenico Arcuri, commissario straordinario per l’emergenza coronavirus, che potrebbe essere drasticamente ridimensionato. Anche se è improbabile che andrà a «raccogliere le margherite» come auspicava qualche tempo fa il Capitano.

Il nuovo Governo dovrebbe coinvolgere Protezione Civile e militari per supportare le Regioni in difficoltà per mancanza di personale e di luoghi adatti alla somministrazione dell’antidoto. Su quest’ultimo punto, l’idea è quella di utilizzare caserme, palestre e hangar, com’è avvenuto nella Capitale, dove si è adattata un’ala dell’aeroporto Leonardo da Vinci. Con tanti saluti alle ridicole “primule” di Der Kommissar, cui resterebbe l’unico incarico di garantire l’approvvigionamento delle dosi.

«Noi non chiediamo niente, ma un cambio di passo sì», aveva del resto dichiarato il leader leghista, riferendosi anche a Ricciardi. E la musica sta effettivamente cambiando, anche se solo un po’. La speranza (con la “s” rigorosamente minuscola) è che sia sufficiente.

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Politica

Il nuovo Governo parte già col piede, o meglio con gli sci sbagliati

Il Ministro Speranza inguaia subito il Premier Draghi richiudendo gli impianti a poche ore dalla prevista ripartenza. I gestori sono sul piede di guerra, e in Piemonte qualcuno, esasperato, decide di aprire lo stesso

Mirko Ciminiello

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il nuovo governo: impianti aperti nella piana di vigezzo
Impianti aperti nella Piana di Vigezzo

Piovono, o per meglio dire nevicano dal nord i primi problemi per il nuovo Governo di Mario Draghi. Che, pur non avendo nemmeno chiesto la fiducia delle Camere, si trova già a dover affrontare l’ira di operatori del turismo invernale ed enti locali.

“Colpa” dell’ultimo provvedimento del Ministro della Salute, il riconfermato nomen omen Roberto Speranza, il cui bis in Lungotevere Ripa non aveva mancato di suscitare perplessità. La sua ordinanza domenicale ha sancito l’ennesimo stop alle attività sciistiche amatoriali, fermate almeno fino al 5 marzo. Di fatto, però, a quel punto «saremo ormai entrati nella bassa di una stagione ormai devastata», come ha sottolineato Luca Zaia, Presidente della Regione Veneto. E il blocco rischia di essere tragicamente definitivo.

L’esponente di LeU ha assicurato che il nuovo Governo «si impegna a compensare al più presto gli operatori del settore con adeguati ristori». Tuttavia, per il Governatore in quota Carroccio «il danno è colossale», e stavolta occorreranno dei veri e propri indennizzi.

«Il Veneto oggi è in ginocchio» il j’accuse. «Nonostante il blocco dei licenziamenti, ha già perso 65mila posti di lavoro, di cui 35mila nel turismo». Il tutto mentre si stanno disputando i Mondiali di sci alpino a Cortina d’Ampezzo, che nel 2026 ospiterà, assieme a Milano, anche le Olimpiadi invernali.

Già questi freddi dati basterebbero a illustrare i motivi per cui i gestori degli impianti sciistici sono sul piede di guerra. Di fatto, però, c’è anche di più: perché, non bastando il danno, dai “migliori” è arrivata anche la beffa.

Il nuovo Governo e la beffa dopo il danno

«Le Regioni che avrebbero riaperto oggi, Lombardia e Piemonte, hanno saputo del nuovo stop quattro ore, dico quattro ore, prima della riapertura possibile degli impianti». Non le ha certo mandate a dire l’inquilino di Palazzo Balbi, ricordando inoltre che l’ultimo Dpcm del Governo Conte-bis «consentiva di riaprire il 15 febbraio. E dunque, il provvedimento in “zona Cesarini” qualche dubbio lo lascia».

Stesso concetto espresso dal suo omologo dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, che è anche Presidente della Conferenza delle Regioni. E che ha parlato di «un cambio repentino di orientamento da parte del Cts, che spiazza totalmente i gestori degli impianti e quanti avevano già prenotato». Tanto più che ristoranti e rifugi avevano già ordinato materiale deperibile, e in modo simile i negozi specializzati si erano riforniti di abiti e materiale tecnico.

Che poi l’argomento sia incendiario (ironia della sorte) lo dimostrano anche le parole dell’altro leghista Massimo Garavaglia, neo-Ministro del Turismo. Secondo cui nell’atto del suo omologo della Sanità «è mancato il rispetto per i lavoratori della montagna».

Durissimo anche il commento dell’Associazione Nazionale Esercenti Funiviari (ANEF). «Siamo furiosi, sembra una presa in giro», ha tuonato il numero uno Valentina Ghezzi. E in effetti c’è chi, nella piemontese Piana di Vigezzo, ha aperto ugualmente a dispetto della disposizione ministeriale.

Un gesto in cui, probabilmente, sulla sfida prevale l’esasperazione, e che se non altro evidenzia come il nuovo Governo sia già scivolato sulle piste da sci. Decisamente, quindi, l’inizio non è stato dei migliori. Fortuna che lo è l’esecutivo, verrebbe da dire.

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Politica

Spine di Draghi, le fibrillazioni nel M5S preoccupano il Premier incaricato

Nel giorno degli incontri (positivi) dell’ex Governatore della Bce con le parti sociali, tiene banco il rischio spaccatura nel MoVimento: con Grillo che rinvia il voto su Rousseau malgrado l’urgenza dovuta a pandemia ed economia

Mirko Ciminiello

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strategia anti-covid: mario draghi
Il Premier incaricato Mario Draghi

Com’era facilmente prevedibile, è arrivato il giorno delle (prime) spine di Draghi. Inteso come il Premier incaricato Mario, i cui incontri con le parti sociali sono stati offuscati dalle turbolenze registrate in casa grillina. Il M5S resta infatti una polveriera che potrebbe esplodere da un momento all’altro. E le cui scosse telluriche si riverberano, inevitabilmente, sul tentativo dell’ex numero uno della Banca Centrale Europea di formare il nuovo esecutivo.

Le spine di Draghi

Un occhio alle consultazioni con industriali, sindacati, associazioni ed enti locali, un occhio a quel che accadeva sotto il cielo (penta)stellato. Le spine di Draghi sarebbero dovute spuntare con la cosiddetta società civile, invece perfino dalla Triplice è arrivata un’apertura. Con il segretario generale della Cgil Maurizio Landini che ha parlato di «disponibilità al confronto e al coinvolgimento».

Tutt’altra questione erano le fibrillazioni interne al Movimento 5 Stelle, in gran parte (ma non del tutto) riconducibili al battitore libero Alessandro Di Battista. Il quale, anticipando il proprio niet al costituendo Governo, di fatto è stato la causa del rinvio del voto online degli attivisti sulla piattaforma Rousseau.

«Vi chiedo un attimo di pazienza» si era giustificato il Garante Beppe Grillo, aggiungendo di voler aspettare che SuperMario delineasse ufficialmente il proprio programma. Visto che però, nel frattempo, i dissidenti annunciavano l’iniziativa online “V Day, No governo Draghi”, la dilazione sapeva molto di panico da spaccatura. Come d’altronde l’assurdo veto sulla Lega e la farneticazione su un fantomatico “Super-Ministero per la Transizione Ecologica” suonavano come armi di distrazione di massa.

Il problema è che la pandemia e l’economia hanno tempi diversi rispetto a quelli del MoVimento. Che pure l’ex Governatore della Bce parrebbe ritenere indispensabile anche se, da un punto di vista strettamente numerico, per l’eventuale maggioranza sarebbe pleonastico.

Con tutto ciò, sembra che l’economista romano abbia confidato a Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia, che «purtroppo siamo in ritardo con la tabella di marcia». Lasciando trasparire una preoccupazione palpabile e piuttosto comprensibile.

Il destino del nascente esecutivo, infatti, è scritto nelle (Cinque) Stelle. Non vorremmo essere nei panni – o nelle squame – di Draghi.

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Politica

Governo ecumenico, così i diktat incrociati rischiano di paralizzare Draghi

Le consultazioni del Premier incaricato prefigurano una maggioranza amplissima, che però paradossalmente può essere un problema. E Grillo, citando Platone, afferma sibillino che “la via per l’insuccesso è accontentare tutti”

Mirko Ciminiello

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Il Premier incaricato Mario Draghi

Al termine delle consultazioni, perlomeno di quelle politiche, pare proprio che quello che Mario Draghi dovrebbe varare sarà un Governo ecumenico. Il sostegno al Premier incaricato, infatti, in pratica copre trasversalmente l’intero arco costituzionale, con la sola eccezione di FdI – e forse di una parte del M5S. Un (quasi) unicum nella storia dell’Italia repubblicana, che però rischia clamorosamente di risultare un’arma a doppio taglio.

Verso un Governo ecumenico

«Non conosco una via infallibile per il successo, ma una per l’insuccesso sicuro: voler accontentare tutti». Così, citando un aforisma attribuito a Platone, il Garante pentastellato Beppe Grillo commentava sibillinamente, qualche giorno fa, il primo incontro con l’ex Governatore della Bce. Sottolineando il rovescio della medaglia di quello che già si andava delineando come un Governo ecumenico – vale a dire l’ingovernabilità. Conseguenza diretta e inevitabile del paradossale problema dei troppi “sì”.

L’alleanza che dovrebbe sostenere l’esecutivo Draghi è infatti troppo ampia e troppo eterogenea per essere non già strutturalmente, ma neppure minimamente coesa. Una «maggioranza sgangherata, un’ammucchiata che finirà per costringere il Premier a continue mediazioni al ribasso», l’aveva definita la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni.

D’altronde, il Presidente del Consiglio dimissionario Giuseppe Conte aveva avuto il suo bel daffare a tenere a bada quattro partiti (nel Conte-bis) e perfino due soli (nel Conte-semel). Anche per questo Gaetano Quagliariello, numero uno di IDeA, aveva argomentato che «un Governo di salvezza nazionale ha un programma essenziale con pochi punti». Che nel caso specifico pare andranno dal Recovery Plan alla campagna vaccinale, dal blocco dei licenziamenti alle riforme della giustizia e del fisco, fino alla scuola (con l’ipotesi di allungare il calendario).

Temi anche divisivi, su cui tutte le singole forze politiche hanno ricette diverse, perfino all’interno delle coalizioni “tradizionali”. Col serio pericolo che, tra diktat incrociati e rivendicazioni antitetiche, il Governo ecumenico finirà per rivestire l’amaro ruolo dell’anatra zoppa.

Il paradossale problema dei troppi “sì”

«Altri mettono veti e fanno capricci, noi abbiamo gettato il cuore oltre l’ostacolo» accogliendo «l’appello del Presidente della Repubblica» Sergio Mattarella. Così il segretario del Carroccio Matteo Salvini annunciava l’appoggio senza condizioni della Lega all’esecutivo guidato dall’economista romano, che dunque prosegue la propria collezione di miracoli.

Con questa mossa, il Capitano ha completamente sparigliato le carte della ex maggioranza rosso-gialla, gettando nel panico e nello psicodramma LeU e, soprattutto, il Pd. I quali, per amor di poltrona e terrore delle urne, dovrebbero ingoiare il rospo di condividere il Governo ecumenico con l’arcinemico da sempre demonizzato. E, dettaglio affatto trascurabile, dovrebbero farlo ingoiare alle rispettive basi che sono già sul piede di guerra.

Non a caso, il segretario dem Nicola Zingaretti dichiarava pochi giorni or sono che sull’europeismo «Salvini ha dato ragione al Partito Democratico». Farneticazione ad usum delphini che gli vale di slancio la medaglia d’oro mondiale in arrampicata sugli specchi.

L’ex Ministro dell’Interno, infatti, sta solo utilizzando l’identica tattica del leader italovivo Matteo Renzi. A partire dalla necessità di discutere non «di ruoli o Ministeri, ma di progetti concreti», con la possibilità (o forse l’intenzione) di far riemergere i cavalli di battaglia al momento opportuno.

Lo ha evidenziato Federico Fornaro, capogruppo di Liberi e Uguali alla Camera, in riferimento alla vexata quaestio dell’immigrazione. «Non si può far finta che il problema non esista, perché alla prima occasione si riproporrà». Basta quest’unico caso a far capire che la strada di SuperMario è disseminata di mine, come e più di quella di Giuseppi. E la tuta da idraulico, stavolta, potrebbe anche non bastare

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Politica

Nuovo Governo, il Premier incaricato Draghi riceve delle aperture inattese

Anche dal M5S arriva un (parziale) endorsement all’ex Governatore della Bce, che la retorica dei media ha già iniziato a santificare. Il miracolo di san Sergio (Mattarella) e il Draghi

Mirko Ciminiello

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nuovo governo: sergio mattarella e mario draghi
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a colloquio con il Premier incaricato Mario Draghi

Test per l’esame di giornalismo sul nuovo Governo che Mario Draghi, il Premier incaricato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sta cercando di varare. Il candidato consideri che:

a) Dopo la netta chiusura iniziale, il reggente grillino Vito Crimi ha parzialmente corretto il tiro in seguito alla riunione con Pd e Leu. Da cui è emersa «la volontà di non disperdere il patrimonio comune» fatto di «temi e interventi già realizzati, di misure sulle quali abbiamo condiviso impostazioni e obiettivi». Insomma, dopo il Conte bis, siamo ufficialmente al Governo Conte Mascetti.

b) A tal proposito, secondo il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio il MoVimento dovrebbe ascoltare l’ex Governatore della Bce prima di assumere una posizione. «È proprio in queste precise circostanze» ha spiegato Giggino, «che una forza politica si mostra matura agli occhi del Paese». Tanto matura che il suo (presunto) leader Giuseppe Conte è appena caduto.

c) Nel frattempo, Davide Casaleggio, figlio del cofondatore del M5S Gianroberto, ha anticipato l’intenzione «di chiedere agli iscritti su Rousseau» un parere su Draghi. Ci si aspetta che la maggioranza risponderà che esistono.

Non c’è solo il M5S verso il nuovo Governo

d) Il leader italovivo Matteo Renzi, dopo aver rottamato Giuseppi, ha assicurato che Italia Viva sosterrà il nuovo Governo di SuperMario senza condizioni. Aggiungendo che «chi mette veti sbaglia». E niente, questa fa già abbastanza ridere di suo.

e) Il segretario dem Nicola Zingaretti ha affermato che spetta all’ex numero uno della Banca Centrale Europea «definire il perimetro» della maggioranza. Lui proprio non è riuscito a ritrovare i suoi vecchi quaderni di matematica…

f) Intanto i grandi media ci informano che l’economista romano fa addirittura la spesa, e pare abbia fatto sorridere i busti di Enrico De Nicola e Alcide De Gasperi. Peccato si siano persi i momenti in cui ha camminato sulle acque e moltiplicato pani e pesci…

Ciò posto, commenti il candidato se, viste anche le numerose aperture all’eventuale nuovo Governo, si stia assistendo a un miracolo, stile San Sergio e il Draghi.

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Politica

Consultazioni ter, è nel manico il difetto che può far affondare Draghi

Maggioranze eterogenee sono destinate a implodere, e in più il Premier incaricato avrà a che fare con un Parlamento bizzoso. Per questo, con buona pace del Capo dello Stato Mattarella, l’unica vera soluzione per la crisi è il voto

Mirko Ciminiello

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strategia anti-covid: mario draghi
Il Premier incaricato Mario Draghi

Le consultazioni ter, quelle del Premier incaricato Mario Draghi dopo i precedenti del Capo dello Stato Sergio Mattarella e del Presidente della Camera Roberto Fico, sono entrate nel vivo. Le prime audizioni sono state quelle dei “piccoli”, il cui peso specifico, però, è spesso inversamente proporzionale alle dimensioni. Come ha ricordato a tutti – soprattutto al Presidente del Consiglio dimissionario Giuseppe Conte – il leader italovivo Matteo Renzi. Evidenziando ulteriormente, casomai ce ne fosse stato bisogno, che il vero difetto di tutta l’attuale legislatura sta nel manico.

Fibrillazioni tra i partiti

Un primo risultato il gestante Governo Draghi lo ha già ottenuto: ha completamente sparigliato le carte della politica. Al punto che le varie coalizioni, e perfino i singoli partiti sono attraversati da smottamenti che difficilmente potranno evitare di lasciare il segno.

A partire dal M5S, che ha già iniziato a smussare gli spigoli originariamente evocati dal reggente Vito Crimi. Il quale, subito dopo la designazione quirinalizia dell’ex Governatore della Bce, aveva affermato che il MoVimento «non voterà per la nascita di un Governo tecnico presieduto da Mario Draghi».

Ma la situazione potrebbe cambiare se l’economista romano varasse un esecutivo politico, o anche misto (tecnico-politico) come quello guidato nel 1993 da Carlo Azeglio Ciampi. Lo dimostrano la richiesta di apertura del sindaco di Roma Virginia Raggi, e l’appello lanciato dal Ministro degli Esteri Luigi Di Maio. «In questa fragile cornice, il MoVimento 5 Stelle ha, a mio avviso, il dovere di partecipare, ascoltare e di assumere poi una posizione» ha scritto Giggino.

Posizione che si scontra però con quelle di Nicola Morra, presidente della Commissione antimafia, e dell’(ex) Guardasigilli Alfonso Bonafede. Nonché con la fronda del battitore libero Alessandro Di Battista, secondo cui qualsiasi sostegno a Draghi «diventerebbe un NO Conte Presidente del Consiglio e Sì a Renzi».

D’altronde, pare che anche il Garante Beppe Grillo sia fermo sulla linea della lealtà a Giuseppi. Ma fino a un paio di giorni fa lo era anche il Pd, che ora invece intende «contribuire al successo» del tentativo di SuperMario. Di qui al Conte-chi? il passo può essere breve – e avrebbe anche una vaga reminiscenza da Rottamatore.

Al via le consultazioni ter

Se Atene piange, Sparta non ride. Il centrodestra ha infatti ufficializzato che si presenterà diviso alle consultazioni ter, perché «è meglio che ognuno dica liberamente quello che ha in testa». Così il segretario leghista Matteo Salvini, aggiungendo che «Draghi dovrà scegliere tra le richieste di Grillo e le nostre che sono il contrario. Meno tasse o più tasse. Noi siamo liberi. Meno tasse e meno burocrazia». Con una postilla: «Se qualcuno a sinistra ha in mente la riedizione del Governo Conte, cambiando Conte con Draghi, non ci interessa».

Condizioni che rimarcano il vero problema che, come abbiamo illustrato, dovrà affrontare l’ex numero uno della Banca Centrale Europea: l’assenza di una maggioranza coesa in Parlamento.

È facile infatti parlare di un ampio supporto al Governo Draghi, ma i numeri che dovrebbero garantire la governabilità vanno trovati in Aula. Al momento non ci sono e, viste le succitate fibrillazioni, non è scontato che si trovino.

Per ora, hanno assicurato la fiducia all’eventuale esecutivo le formazioni minori che hanno aperto le consultazioni ter, quali Europeisti, Cambiamo!, Azione e Noi con l’Italia. Disponibilità è arrivata poi da Partito Democratico, Italia Viva e, verosimilmente, Forza Italia. Se si aggiungessero LeU e i grillini (e nell’improbabile ipotesi che non vi siano defezioni), ci sarebbe da ridere – ma solo per non piangere. Come infatti ha insegnato l’ultimo tratto del Conte-bis, alleanze eterogenee sono destinate a implodere.

Per questo, come abbiamo già argomentato, l’unica soluzione definitiva sarebbe una nuova tornata elettorale che garantirebbe, secondo i sondaggi, una solida maggioranza parlamentare.

L’inquilino del Colle ha spiegato di vedere dei rischi in un prolungato periodo in cui il Governo non sarebbe nel pieno delle sue funzioni. Ma un esecutivo paralizzato da veti e litigi non sarebbe forse altrettanto nefasto?

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Politica

Governo Draghi, l’asso di Mattarella dal sapore di ultima spiaggia

L’ex Governatore della Bce accetta con riserva l’incarico di formare un nuovo esecutivo, ma per la governabilità il vero problema è questo Parlamento: e la soluzione è quella che il Quirinale cerca strenuamente di evitare, il voto anticipato

Mirko Ciminiello

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governo draghi: sergio mattarella e mario draghi
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Premier incaricato Mario Draghi

Alla fine, senza alcun coup de théâtre, Governo Draghi sarà. O meglio, dovrebbe essere, visto che la strada dell’ex Governatore della Bce è impervia almeno quanto quella che ha portato alla rovinosa caduta di Giuseppe Conte. Non a caso il Premier designato dal Capo dello Stato Sergio Mattarella ha accettato con riserva il compito di formare un esecutivo istituzionale. Extrema ratio prima dell’eventuale scioglimento delle Camere, che il Quirinale vorrebbe evitare ma che rappresenterebbe invece la vera e definitiva soluzione di questa crisi.

Il tentativo di Governo Draghi

«Con grande rispetto mi rivolgerò al Parlamento, espressione della sovranità popolare. Sono fiducioso che dal confronto con i partiti, con i gruppi parlamentari e le forze sociali emerga unità e capacità di dare una risposta responsabile».

Così Mario Draghi, Presidente del Consiglio incaricato, annunciava l’avvio delle consultazioni con le forze politiche che dovrebbero sostenere il suo esecutivo. Che, in realtà, rischia di morire prima ancora della nascita o, qualora riuscisse a venire alla luce, di vivere un’esistenza da anatra zoppa.

La nomina dell’ex numero uno della Banca Centrale Europea non ha infatti ricevuto un’accoglienza particolarmente calorosa. In particolare, il reggente grillino Vito Crimi ha subito affermato che il M5S «non voterà per la nascita di un Governo tecnico presieduto da Mario Draghi».

Una posizione che però ha spaccato (di nuovo) i Cinque Stelle, aprendo un dibattito interno dagli esiti difficilmente prevedibili. Il capo politico ad interim ha comunque registrato dapprima l’appoggio del battitore libero Alessandro Di Battista, che ha bollato l’ex banchiere come «apostolo delle élite». E poi quello del Garante Beppe Grillo che, secondo i rumours, avrebbe raccomandato ai big del MoVimento di restare leali a Giuseppi.

Il gran rifiuto pentastellato potrebbe poi fare il paio con quello di Sinistra Italiana. Il cui segretario Nicola Fratoianni, deputato di LeU, ha dichiarato che «mi pare molto difficile sostenere un Governo di questo tipo».

Infine c’è il centrodestra, che va dal possibilismo di Forza Italia al niet di FdI. In mezzo c’è la Lega, il cui segretario Matteo Salvini non ha chiuso al Governo Draghi, ma ha posto una serie di condizioni. «Le parole chiave sono lavoro, tasse e pensioni», ma anche l’apertura dei cantieri e «un serio piano salute».

La vera soluzione sono le urne

L’orizzonte, però, resta sempre quello delle elezioni anticipate. «Per noi» ha chiarito il Capitano, «si possono approvare rapidamente i decreti su queste priorità, e poi andare al voto a maggio o giugno. Entro l’11 aprile si può concludere il lavoro di approvazione delle misure urgenti per il Paese».

Una prospettiva che non fa fare salti di gioia al Presidente della Repubblica, alfiere di un Governo «nella pienezza delle sue funzioni». Soprattutto in un periodo in cui entrerà nel vivo la campagna vaccinale, scadrà il blocco dei licenziamenti e si dovrà definire il Recovery Plan.

A maggior ragione, però, sarebbe opportuno non sprecare altro tempo. Come ha ricordato il leader del Carroccio, «i Ministri di Renzi si sono dimessi il 13 gennaio. Significa che nel mezzo della pandemia abbiamo perso tre settimane». Inoltre, in aprile si terranno già le Regionali in Calabria, e in primavera le amministrative in 1.300 Comuni, tra cui Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna. Non sarebbe un’impresa aggiungere la scheda delle Politiche

Ancora più a monte, poi, si dovrebbe tener presente che la governabilità è legata alla composizione delle Aule. E che, secondo i sondaggi, dal voto anticipato uscirebbe una solida maggioranza di centrodestra, capace di esprimere un esecutivo forte e coeso.

Con l’attuale Parlamento, e con un’alleanza che sarebbe più ampia – e, dunque, più litigiosa – dell’ultima, l’economista romano dovrebbe davvero trasformarsi nell’alter ego SuperMario. E dal Governo Draghi ci si potrà anche aspettare molto, ma forse per i miracoli deve ancora attrezzarsi.

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