Ponte sullo Stretto, Mario Tozzi accende il caso: “Prima fermare frane e alluvioni”
Il Ponte sullo Stretto torna al centro del dibattito, ma questa volta il punto non è soltanto l’opera. A riaprire la discussione è Mario Tozzi, che in un articolo su La Stampa, sposta l’attenzione su ciò che in Italia continua a fare danni ogni stagione: frane, alluvioni, consumo del suolo, fiumi compressi e montagne rese più fragili. Il dettaglio che pesa davvero è questo: mentre il Paese ragiona su un’infrastruttura gigantesca, restano aperte emergenze che coinvolgono centinaia di migliaia di persone e interi territori esposti a un rischio quotidiano.
Dissesto idrogeologico e Ponte di Messina, perché il confronto diventa politico
Il ragionamento di Tozzi è netto e punta a un nervo scoperto del dibattito pubblico. L’idea di fondo è che l’Italia continui a inseguire opere simboliche senza affrontare fino in fondo la manutenzione del territorio reale, quello dei versanti che cedono, dei corsi d’acqua artificializzati, delle pianure impermeabilizzate e delle aree urbane cresciute dove il suolo avrebbe dovuto restare libero. In questa lettura il Ponte di Messina non è soltanto un progetto infrastrutturale: diventa il simbolo di una gerarchia delle priorità che, secondo il geologo, andrebbe ribaltata.
Il nodo politico sta proprio qui. Da una parte c’è chi considera il ponte un segnale di modernizzazione, una scommessa di collegamento stabile e di rilancio economico per il Sud. Dall’altra c’è chi obietta che parlare di sviluppo senza mettere in sicurezza il territorio significa costruire su basi fragili, in tutti i sensi. Tozzi insiste su questo passaggio: in un Paese segnato da dissesto diffuso, spendere energie, denaro e consenso su grandi opere senza prima ridurre il rischio idrogeologico equivale a ignorare il problema più urgente.
Frane, alluvioni e corsi d’acqua: il vero conto che paga l’Italia
Il cuore dell’intervento sta nella descrizione di un’Italia che da decenni convive con un dissesto cronico. Non come emergenza eccezionale, ma come normalità. Ogni stagione di piogge forti ripropone lo stesso copione: strade interrotte, case evacuate, fiumi gonfiati da canalizzazioni e restringimenti, colline che si muovono, centri abitati costretti a rincorrere i danni invece di prevenirli. Il punto, osserva Tozzi, è che non si può continuare a trattare tutto questo come una fatalità.
La sua critica tocca un elemento molto concreto: il modo in cui l’uomo ha modificato il paesaggio. Cementificazione, argini rigidi, tombamenti, disboscamenti, edificazione nelle aree sbagliate, estrazione di materiali dai fiumi, eliminazione della vegetazione ripariale. È un elenco che racconta anni di scelte spesso presentate come progresso e che oggi mostrano il conto. Più il territorio viene forzato, più perde capacità di assorbire, rallentare, reggere. E quando arrivano precipitazioni intense, il danno si moltiplica.
La sicurezza del territorio prima delle grandi opere
Il passaggio più forte riguarda la proposta implicita che emerge dall’intervento: prima di immaginare nuovi colossi infrastrutturali, l’Italia dovrebbe investire in una grande opera diffusa, meno spettacolare ma assai più utile, fatta di rinaturalizzazione, manutenzione, delocalizzazioni dove servono, recupero degli spazi dei fiumi, stop al consumo di suolo e riduzione della pressione urbanistica nelle aree esposte. In altre parole, meno retorica sul cemento e più lavoro paziente sul territorio.
Qui il discorso tocca anche i cittadini in modo diretto. Perché il dissesto idrogeologico non è un tema per addetti ai lavori. Riguarda chi abita vicino a un torrente, chi vive in collina, chi prende ogni giorno una strada di fondovalle, chi ha un’attività in una zona allagabile, chi paga con tasse e disagi i danni prodotti da una prevenzione insufficiente. Tozzi mette il dito in questa ferita: la vera modernità non sta soltanto nel costruire, ma nel capire dove non si deve più costruire e dove, invece, bisogna restituire spazio alla natura.
Ambiente, sviluppo e il limite che la politica continua a ignorare
C’è poi un aspetto culturale che rende il suo intervento particolarmente incisivo. Tozzi contesta l’idea che ogni problema trovi risposta in una nuova infrastruttura. È una critica al riflesso automatico che accompagna molte stagioni politiche italiane: annunciare un’opera, presentarla come svolta, usarla come simbolo di efficienza e poi lasciare sullo sfondo il lavoro meno visibile ma decisivo. La messa in sicurezza del territorio non produce inaugurazioni spettacolari, non offre immagini da cartolina, non diventa facilmente slogan. Eppure è lì che si misura la serietà di una classe dirigente.
Nel frattempo il cambiamento climatico aggrava tutto. Piogge brevi e violente, lunghi periodi secchi, suoli sempre più stressati, ondate di maltempo che colpiscono aree urbane e interne con effetti rapidi. In questo scenario, l’analisi di Tozzi assume un peso ulteriore: non sta parlando solo del passato e degli errori già commessi, ma di un presente che rischia di peggiorare. Senza una correzione di rotta, ogni discussione sul futuro del Paese rischia di partire da una rimozione.
Il Ponte sullo Stretto come simbolo di un modello da rivedere
Il caso del Ponte di Messina, quindi, supera il perimetro dell’opera. Diventa una cartina di tornasole del modello di sviluppo che l’Italia vuole adottare. Da un lato l’idea di un Paese che punta sui grandi progetti identitari; dall’altro la richiesta di partire dalle fragilità materiali del suolo, dei fiumi, dei centri abitati e delle periferie ambientali. Tozzi sceglie con chiarezza il secondo campo e lo fa con una formula che colpisce: prima delle opere monumentali, bisogna fermare il degrado che mette in pericolo vite, case, strade e servizi.
È questo il punto che rende il suo intervento destinato a lasciare segno nel dibattito pubblico. Non perché chiuda la questione del ponte, tutt’altro. Ma perché costringe a una domanda scomoda: ha senso inseguire il progetto più ambizioso mentre resta aperta la ferita più estesa? In un’Italia che da Nord a Sud continua a fare i conti con frane, esondazioni e urbanizzazione mal governata, il tema posto da Tozzi non riguarda solo l’ambiente. Riguarda il modo in cui si stabilisce che cosa viene prima. E che cosa, invece, può ancora aspettare.