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Politica

Politica, il filo rosso che unisce il caso Gregoretti e le Regionali in Emilia-Romagna

Il Pd nel panico chiede il rinvio del voto in Giunta per processare Salvini, sapendo che aumenterebbe le chance di perdere la Regione rossa. Il leader leghista: “Difesi i confini della Patria, voi senza onore”

Mirko Ciminiello

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matteo salvini
Matteo Salvini. Foto dal sito dell'ANSA

Qual è il trait d’union tra il caso Gregoretti e le Regionali in Emilia-Romagna? Cosa unisce, anzi cosa lega le elezioni per il rinnovo della giunta attualmente guidata dal Pd Stefano Bonaccini e la vicenda della nave della Guardia Costiera tramutata in taxi del mare per migranti – e perciò bloccata dal Viminale per alcuni giorni al largo delle coste siciliane la scorsa estate?

Semplice, Matteo Salvini, ça va sans dire. O meglio, il panico che il segretario del Carroccio suscita negli esponenti della sinistra, locale e nazionale. Prova ne è la pantomima che sta andando in scena in Giunta per le Immunità, dove la maggioranza rosso-gialla ha chiesto il rinvio del voto per autorizzare il processo contro il Capitano: voto attualmente previsto per il 20 gennaio, vale a dire sei giorni prima delle Regionali (che riguardano anche la Calabria).

La ragione di questo tentativo di retromarcia potrebbe non essere immediatamente chiara, considerato che coloro che l’auspicano sono gli stessi che da tempo spingono – e che hanno tutto l’interesse a portare in tribunale l’ex Ministro dell’Interno. «La sinistra vuole eliminarmi per vie giudiziarie non potendomi sconfiggere politicamente» ha attaccato, non a caso, il leader della Lega.

E, in effetti, questa è stata la vibrante esortazione al Parlamento da parte di Marco Travaglio, che pure si è detto convinto che un eventuale processo si chiuderebbe con l’assoluzione di Salvini. Un esito che renderebbe il procedimento un inutile spreco di tempo e di denaro pubblico – non però per il direttore de Il Fatto Quotidiano, che continua a cullare l’illusione avita che le vicende giudiziarie possano spostare di una virgola il gradimento degli elettori.

In realtà, nel caso specifico forse potrebbero – ma in direzione contraria rispetto a quella auspicata dall’house organ ufficioso del M5S. «Rischio processo e galera per aver protetto i confini della Patria» continua infatti a ripetere il segretario leghista. Che effetto potrebbe avere una simile bomba (mediatica, più che altro) su una competizione elettorale che si preannuncia incertissima?

La coalizione di centro-sinistra che governa da sempre una delle Regioni più rosse d’Italia, e che si avvia a sostenere il governatore uscente, ha evidentemente fatto i suoi conti – e forse, per una volta, li ha fatti bene. Perché, nonostante tutte le arroganti lezioncine buoniste da radical chic (o forse proprio per questo), sull’immigrazione gli elettori continuano ad avere le idee chiare, e sono idee diametralmente opposte rispetto alla visione degli antropologicamente superiori. I quali, a dispetto di qualsiasi manovra ittica, rischiano (di nuovo) di avere le piazze piene e le urne vuote.

Dovrebbero esserci abituati, visto che è lo stesso copione che si ripete da almeno un biennio. Ma stavolta, essendoci di mezzo la rossa Emilia-Romagna, e visto che i sondaggi più recenti danno Bonaccini praticamente appaiato alla candidata del centro-destra Lucia Borgonzoni, si respira un clima diverso, di puro terrore: perché stavolta una sconfitta non potrebbe non avere ripercussioni – sul Partito Democratico, sulla sua leadership, sul Governo stesso.

Di qui la richiesta di procrastinare il voto in Giunta a dopo le Regionali, che è almeno un indice di consapevolezza da parte dei dem: ed è un segnale positivo, visto che il primo passo per risolvere un problema è riconoscerlo. Così come è positivo il fatto che, una volta tanto, in via del Nazareno abbiano svestito i panni dei maestrini saccenti che pretendono di ammaestrare il popolo bue – anche se è probabile che lo abbiano fatto per mero calcolo politico.

Questo, almeno, il durissimo j’accuse di Salvini: «Hanno paura di perdere la faccia, sono senza onore e senza dignità». E, forse, senza nemmeno soddisfazione, visto che il presidente della Giunta per le Immunità, il forzista Maurizio Gasparri, ha liquidato l’ipotesi del rinvio come «inesistente», prima di chiedere, con la sua relazione, di respingere la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del leader del Carroccio.

Si vedrà, ma è già un fatto che stia tirando un’aria diversa. Un’aria di cambiamento, forse epocale. E un’aria di paura. Aria da sprofondo rosso.

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Giornalista, attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Politica

Italia Viva, così Renzi il Rottamatore sta rottamando se stesso

L’ex Premier parla di “risultato straordinario” alle recenti elezioni, in cui in realtà il suo partito ha ricevuto percentuali da prefisso telefonico. Tra fanfaronate e gaffe, più che “Viva” sembra un’Italia Moribonda

Mirko Ciminiello

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italia viva
Il logo di Italia Viva

Test per l’esame di giornalismo su Italia Viva, il micro-partito di Matteo Renzi che, come i pifferi di montagna, andò per suonare e tornò suonato. Il candidato consideri che:

a) Riferendosi alla recentissima tornata elettorale che ha riservato a Iv percentuali da prefisso, l’altro Matteo ha dichiarato che «il dato di Italia Viva è stato straordinario». Poi si è svegliato tutto sudato.

b) A tal proposito, il senatore Davide Faraone si è fatto un vanto del 5,1% attribuito ai renziani da YouTrend come somma dei voti di lista.

Ho respirato l’aria di Palazzo Vecchio a Firenze in questa lunga notte elettorale. Ricordo quando una ventina di noi da…

Pubblicato da Davide Faraone su Martedì 22 settembre 2020

Il dato, comunque, è stato successivamente corretto al ribasso, trasformandosi in un più plausibile 4,2%. Il punto vero, però, è che a questo risultato si arriva solo sommando ai voti di Italia Viva quelli dei radicali di +Europa.

Più che Viva, quindi, pare un’Italia piuttosto Moribonda. Eppure, il Nostro sostiene che «non apparteniamo alla categoria di quelli che partono per scalare le montagne e poi si fermano al primo ristorante». Ciononostante, a Roma, probabilmente, gli direbbero: A Da’, magna tranquillo.

c) Restando ancora in tema, il presidente del partito Ettore Rosato ha affermato che «non è aver alzato l’asticella di un numero che ci rende felici». È averla abbassata, a quanto pare.

C’è una cosa importante che è successa oggi, un fatto che non troverà molto spazio nei titoli dei giornali ma che per un…

Pubblicato da Ettore Rosato su Lunedì 21 settembre 2020

Italia Viva in rosa

d) La capogruppo alla Camera Maria Elena Boschi ha escluso che, in caso di rimpasto di Governo, le possa toccare un dicastero. Evidentemente non la alletta il ruolo di Ministra riscaldata.

e) Ancora in campagna elettorale, il Ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova era incappata in un epic fail nella “sua” Puglia. Chiedendo un voto per il Governatore uscente (e rieletto) Michele Emiliano, sostenuto dal centrosinistra ma non da Iv, che aveva candidato il deputato Ivan Scalfarotto.

L’aspetto più imbarazzante, comunque, non è tanto il fatto che neppure lei sappia chi è Scalfa-chi. Quanto che l’abbia redarguita addirittura Meb.

f) D’altronde, la Bellanova doveva essersi abbonata alle gaffe, visto che ne ha fatta un’altra – che oltretutto ha maldestramente cercato di correggere in extremis, come se non esistessero gli screenshot. La “renzianissima”, ricordando la Breccia di Porta Pia, l’ha collocata cent’anni dopo, nel 1970, scatenando i social che hanno ironizzato sui «bersaglieri hippie». E niente, questa fa già abbastanza ridere (o piangere) di suo.

La gaffe del Ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova

Ciò posto, commenti il candidato se, in fondo, il Rottamatore abbia solo sublimato la propria opera, rottamando infine anche se stesso.

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Politica

Elezioni 2020, pareggio 3-3 alle Regionali e trionfo del Sì al referendum

Esulta il Pd, che si conferma in Campania, Puglia e Toscana, mentre il centrodestra strappa le Marche e tiene in Veneto e Liguria. Per il M5S l’ennesima débâcle, ma anche la (paradossale) consolazione del taglio dei parlamentari

Mirko Ciminiello

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elezioni 2020
Elezioni 2020

Le elezioni 2020 non hanno riservato grosse sorprese. Né dal lato del referendum sul taglio dei parlamentari, che ha visto la preconizzata, netta affermazione del . Né dal lato delle Regionali, conclusesi con un 3-3 che fa esultare soprattutto il Pd (il dato non tiene conto dell’unicum rappresentato dalla Valle d’Aosta). Semmai, meraviglia – e in positivo – il dato dell’affluenza, superiore al 50% sia per le amministrative che per la consultazione referendaria. In epoca di pandemia, non era affatto scontato.

I risultati delle elezioni 2020

I risultati, innanzitutto. In Veneto, nuovo plebiscito per il leghista Luca Zaia, che tornerà a Palazzo Balbi per il suo terzo mandato con percentuali bulgare. Conferma anche per Giovanni Toti, leader di Cambiamo!, che guiderà la Liguria per la seconda volta. Cambiano colore invece le Marche, che per la prima volta saranno guidate dal centrodestra dopo la netta affermazione di Francesco Acquaroli, esponente di FdI.

Nessun ribaltone, invece, nelle due Regioni considerate maggiormente in bilico, ma che di fatto non sono mai state davvero in discussione. La Puglia, dove ha prevalso il Governatore uscente Michele Emiliano, alla guida di una coalizione di centrosinistra dopo l’uscita dal Partito Democratico. E, soprattutto, la Toscana, rimasta saldamente rossa dopo la vittoria del dem Eugenio Giani. Trionfo più comodo, infine, per l’altro democratico Vincenzo De Luca, che governerà la Campania per un altro quinquennio.

Infine, c’è il dato del referendum confermativo sulla riforma dei taglio dei parlamentari, che non prevedeva quorum. E che ha visto lo scontato e schiacciante successo del Sì con quasi il 70% dei consensi.

Ça va sans dire, come in qualsiasi tornata elettorale che si rispetti anche nelle elezioni 2020 “hanno vinto tutti”. Il centrodestra, che rispetto a un lustro fa ha guadagnato una Regione, per di più di tradizione rossa. Ma, soprattutto, il centrosinistra, che aveva lo spauracchio della catastrofe toscana e invece ha mantenuto tre grandi amministrazioni. Oltre ad aver lanciato un segnale politico importante, sia all’opposizione che agli altri azionisti di maggioranza del Governo Conte bis. E perfino il M5S che, pur essendo sempre più ridotto ai minimi termini, ha portato a casa il provvedimento-bandiera della riduzione degli onorevoli.

Beppe Grillo e il “pesto alla genovese”

Già, il MoVimento. Per cui il referendum rappresenta l’unica consolazione, ma anche un paradosso. Visti i numeri, infatti, la maggior parte dei parlamentari sforbiciati apparterranno proprio alla forza che più di tutte si è adoperata per tagliarli.

Se poi si elimina dall’equazione la consultazione referendaria, per i pentastellati le elezioni 2020 hanno fatto registrare l’ennesima débâcle. In particolare, scotta il dato della Liguria, terra del garante Beppe Grillo, nonché unica Regione in cui i demogrillini si presentavano con un candidato unitario. Il giornalista Ferruccio Sansa è uscito con le ossa rotte dalla competizione, segno inequivocabile che la fusione fredda appassiona più i leader che i cittadini.

A completare la giornata è arrivata poi la sentenza sul processo Ream, che vedeva imputata il sindaco di Torino Chiara Appendino. La quale è stata condannata a sei mesi per falso ideologico. Sarà anche per questo che l’Elevato, umiliato in casa, al termine della giornata faceva venire in mente un “pesto alla genovese”.

Elezioni 2020, verso il rimpasto?

Sic stantibus rebus, il Pd potrebbe essere tentato di modificare gli equilibri interni alla coalizione governativa. Col segretario Nicola Zingaretti che da tempo, stando ai rumours, punterebbe al Viminale.

Nessuna crisi di Governo, comunque. Avevamo già argomentato che sarebbe stata poco probabile in ogni caso, e i risultati delle elezioni 2020 la allontanano ulteriormente. Non è invece da escludere un rimpasto, una prospettiva del resto già evocata più volte dagli addetti ai lavori.

Eppure, se questa è la strategia di via del Nazareno, suscita almeno qualche dubbio. Sul piano numerico, in primis, visto che i grillini avranno anche perso buona parte dell’appeal sugli elettori, però mantengono saldamente la maggioranza relativa in Parlamento.

Anche dal punto di vista “filosofico”, poi, questa mossa lascia perplessi. Perché, se il criterio fosse unicamente quello del gradimento contingente dei cittadini, i rosso-gialli dovrebbero essere a casa già da tempo.

Infine, c’è un aspetto più pratico e, volendo, più insidioso. Perché, se davvero si procederà al rimpasto di Governo, il primo a battere cassa sarà senza dubbio l’ex Premier Matteo Renzi. il cui micro-partito, Italia Viva, è stato asfaltato, senza riuscire a sfondare neppure nella natia Toscana.

Il fu Rottamatore è conscio che la sua visibilità rischia di essere agli sgoccioli, e difficilmente mollerà la presa. Col resto della maggioranza che si ritroverebbe in un Vietnam, sapendo già che l’altro Matteo non avrebbe remore nel “morire con tutti i Filistei”.

D’altra parte, l’anemia di voti lo mette nella condizione di non avere nulla da perdere oltre il confine dell’attuale legislatura. E quale miglior soddisfazione, allora, che condannare i suoi amici-rivali al Reddito di cittadinanza?

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Politica

Elezioni Regionali, il caso Emiliano e le toghe (ancora) “palamarizzate”

Il Governatore della Puglia assume senza concorso 200 precari nella sanità regionale a meno di una settimana dal voto. Il tutto nel silenzio assordante dei giudici (e dei media), a conferma che dopo Magistratopoli non è cambiato niente

Mirko Ciminiello

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michele emiliano
Il Governatore uscente (e ricandidato) della Puglia Michele Emiliano

L’atomica è scoppiata proprio agli sgoccioli della durissima campagna elettorale per le elezioni Regionali 2020. Solo che non se n’è accorto (quasi) nessuno, perché perfino le atomiche possono passare inosservate se gli organi di informazione decidono di occultarle. Tuttavia, nel caso specifico, che origina dalla Puglia, c’è un silenzio infinitamente più assordante: quello di una magistratura che pare ancora e sempre palamarizzata.

Elezioni Regionali, scandalo in Puglia

Domenica 20 e lunedì 21 settembre, com’è arcinoto, si terranno le elezioni Regionali, accorpate al referendum confermativo sulla riforma del taglio dei parlamentari. Benché sia in gioco il Governo di sette Regioni, l’attenzione degli addetti ai lavori si è concentrata soprattutto sulle due maggiormente in bilico. Ovvero la Toscana e la Puglia, dove, stando ai sondaggi, il divario tra i principali contendenti è talmente risicato da rientrare nel margine di errore.

E proprio nel Tacco dello Stivale si è verificato un episodio che definire vergognoso è un eufemismo. Protagonista, il Governatore (ex) dem uscente – e ricandidato – Michele Emiliano. Il quale, a meno di una settimana dall’apertura dei seggi, ha riunito in un teatro tarantino circa 200 precari della Asl. Ai quali, in barba ai concorsi, ha fatto firmare un contratto di assunzione a tempo indeterminato per un’azienda privata, controllata però (guarda caso) dalla Regione.

Curiosamente, a parte qualche rarissima eccezione, i media hanno bellamente ignorato quella che la giornalista Maria Giovanna Maglie ha definito una «mascalzonata». È il meccanismo noto come “spirale del silenzio”, per cui i mezzi di comunicazione di massa riescono a orientare l’opinione pubblica (anche) tacendo le notizie “scomode”.

A tal proposito, si consideri anche come Twitter abbia (semi)censurato l’immagine a corredo di uno dei pochi articoli sulla succitata notizia. La foto ritrae Emiliano, circondato da assessori e consiglieri regionali ricandidati, mentre sottoscrive i contratti di internalizzazione. Per il social di Jack Dorsey, però, si tratta di «materiale potenzialmente sensibile».

Twitter e il “materiale potenzialmente sensibile”

Elezioni Regionali, i precedenti di Emiliano

Peraltro, non è nemmeno la prima volta che il Presidente pugliese incappa in una terrificante caduta di stile. Di recente, per dire, Carlo Calenda, leader di Azione, ha ricordato che «mentre mia moglie stava male Emiliano ha detto che eravamo amici del cancro». Ogni commento è superfluo.

Poi ci sarebbe anche la questione dei cosiddetti impresentabili, i candidati che non hanno superato il vaglio della Commissione Antimafia. Sono tredici in tutto e stanno per lo più in Campania, in appoggio preferenziale all’altro Governatore uscente (tuttora dem, stavolta) Vincenzo De Luca. Il caso della Puglia, però, è deflagrato per via della stoccata rivolta all’ex sindaco di Bari dal deputato pentastellato – e battitore libero – Alessandro Di Battista. Che ha “costretto” Vito Crimi, reggente del M5S, a specificare che «non sono attacchi al Pd in quanto partner di Governo».

Penso che Antonella Laricchia meriti il sostegno di tutti. Ci vediamo domani sera in piazza a Bari.P.S. La Commissione…

Pubblicato da Alessandro Di Battista su Giovedì 17 settembre 2020

Tuttavia, queste imbarazzanti circostanze potrebbero avere al massimo delle conseguenze sul piano politico – verosimilmente a vantaggio dello sfidante di centrodestra Raffaele Fitto. Analogamente, gli elettori potrebbero decidere di punire il candidato piemontese del Partito Democratico Fabio Tumminello. Che ha pensato male di pubblicare uno scatto in cui si era fatto immortalare accanto a un muro su cui campeggiava la scritta “Salvini appeso”. E che poi ha specificato che voleva essere un post ironico, aggiungendo per buona misura il solito delirio sull’odio rivoltogli via social. Perché l’odio, si capisce, è solo quello altrui.

❌FATE GIRARE QUESTA NOTIZIA, PERCHÉ NEI TG NON LA VEDRETE DI CERTO…Un candidato del PD che pubblica una foto con la…

Pubblicato da Matteo Salvini su Lunedì 14 settembre 2020

Invece, lo show di Taranto, che en passant ha ricordato i film di un grande pugliese come Checco Zalone, è decisamente più grave. Qualcuno ha perfino alluso alla possibilità che si tratti di voto di scambio, tanto da chiedersi: «come mai non interviene la magistratura

Il silenzio assordante della magistratura

Questione interessante, e non solo perché, se la stessa pantomima fosse stata inscenata «dalla destra, si sarebbero calati dall’elicottero gli SWAT coi mitra spianati». Cosa stanno facendo i giudici? Mica potranno essere tutti impegnati a rincorrere i fantomatici fondi neri alla Lega, di cui «non sono state trovate» tracce nelle indagini… Nihil sub sole novum, peraltro, visto che, come ha ribadito il segretario Matteo Salvini, «non abbiamo nascosto soldi da nessuna parte».

Liberissimi, in ogni caso, di proseguire ad infinitum questa caccia alle streghe, però allora sorge spontanea qualche domanda. Tipo: ma un accertamento, anche piccolo, su Emiliano? Perché altrimenti qualcuno potrebbe orwellianamente insinuare che la legge è uguale per tutti, ma alcuni sono più uguali di altri. O che “cane non mangia cane”, considerando che il Nostro è a sua volta una toga (in aspettativa). O, ancora, che una sentenza, e perfino l’apertura di un’inchiesta dipendono dalle affinità ideologiche tra inquirenti e imputati.

Naturalmente, tutto ciò è impossibile. Perché farebbe pensare che, a dispetto delle rodomontate sul rinnovamento del Csm, dopo lo scandalo Magistratopoli tutto sia gattopardescamente cambiato affinché tutto rimanesse com’era. Che ci possa essere qualche togato che fa un uso politico della giustizia – a orologeria, ça va sans dire. Che la sfuriata del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sulla «modestia etica» di (parte della) categoria sia caduta nel vuoto.

Diritto, e rovesci. Forse, dopotutto, l’ex Pm Luca Palamara è vivo e lotta insieme a noi. Tonno subito.

elezioni regionali: michele emiliano firma assunzioni nella sanità pugliese
Michele Emiliano firma assunzioni nella sanità pugliese

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Economia

Ue della sanità, von der Leyen e il discorso sul (pessimo) stato dell’Unione

La presidentessa della Commissione europea illustra le sue priorità, che per lo più sono il solito elenco di farneticazioni. Ma il Premier Conte, gratificato dalla sua “benedizione”, si affretta a obbedire ai suoi diktat

Mirko Ciminiello

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ue della sanità: ursula von der leyen
La presidentessa della Commissione europea Ursula von der Leyen

Una Ue della sanità, una Ue antirazzista, una Ue verde e chi più ne ha più ne metta. È il festoso libro dei sogni (per lo più degli incubi, in realtà) sbandierato dalla presidentessa della Commissione europea Ursula von der Leyen. La quale, di fronte all’Europarlamento, ha tenuto il suo primo discorso sullo stato dell’Unione, toccando vari temi e delineando le sue priorità. Salute, clima e digitale su tutto.

La Ue della sanità

«Dobbiamo costruire un’Unione della Sanità» ha pomposamente affermato la politica tedesca. Tradotto dall’euroburocratese, significherebbe accentrare su Bruxelles una prerogativa esclusiva degli Stati membri come le politiche sulla salute. Una statalizzazione di memoria marxista, mutatis mutandis.

Questo, peraltro, è stato uno dei passaggi più intelligenti dell’arringa, oltre a quello sulla digitalizzazione. A cui, ha assicurato la von der Leyen, dovrà essere destinato almeno il 20% del Recovery Fund. E proprio sui fondi europei per la ripresa la pupilla della cancelliera teutonica Angela Merkel ha iniziato a uscire dal seminato.

«Il 37% del Next Generation Eu sarà speso per i nostri obiettivi del Green deal» ha dichiarato. Aggiungendo di voler «portare l’obiettivo per il 2030 di riduzione delle emissioni ad almeno il 55%», allo scopo di rendere l’Europa «il primo continente climaticamente neutro». Proposito risibile, visto che, come abbiamo già argomentato più volte, le attività dell’uomo hanno un impatto minimo sul clima. E verrebbe da ridere, se non ci fosse da piangere, al pensiero che l’economia dovrebbe essere posta al servizio di una gigantesca illusione collettiva.

Le pagliacciate, comunque, erano solo all’inizio. Quelle successive si possono riassumere tutte nello slogan, altrettanto ridicolo, «l’odio è odio». E unidirezionale, naturalmente, come da narrazione del pensiero unico mainstream.

E quindi via alle intemerate contro i cosiddetti hate crimes (e il loro incitamento) «di matrice razziale, di genere o di orientamento sessuale». Che stanno (quasi) solo nella sua testa, per fortuna, e per cui le attuali legislazioni nazionali bastano e avanzano.

Ma si sa che i paladini del politically correct si rifanno, almeno inconsciamente, alla scuola hegeliana. Per cui, «se la realtà non coincide con la teoria, tanto peggio per la realtà».

L’asse von der Leyen-Conte

Parte della filippica della von der Leyen è stata poi interpretata come una “benedizione” al bi-Premier Giuseppe Conte. A conferma che l’appeal elettorale del leader leghista Matteo Salvini non terrorizza solo il Governo rosso-giallo – e anche che Bruxelles continua ad avere problemi col voto popolare.

«Nel 2021 organizzeremo un vertice globale sulla sanità in Italia, per dimostrare che l’Europa c’è per proteggere i cittadini». Questo il primo annuncio, cui ha subito fatto eco il fu Avvocato del popolo. «Felice di ospitare il Global Health Summit con Ursula von der Leyen».

Poi il vero assist, sull’immigrazione. «Verrà abolito il regolamento di Dublino e sarà sostituito da un nuovo sistema» con una struttura comune per asili e rimpatri e un forte «meccanismo di solidarietà».

Quello irlandese è lo sciagurato trattato che ci riempie di clandestini che non possiamo redistribuire, eppure il suo eventuale superamento non sta sconvolgendo i buonisti. Che vi vedono un modo per «spuntare le unghie» al Capitano, il quale dal canto suo, al netto della cautela, ha espresso soddisfazione. «Sono anni che lo chiediamo».

Stessa reazione – incredibile dictu – di Giuseppi, che ha aggiunto che, «da parte nostra, siamo già predisposti a lavorare alla modifica dei Decreti Sicurezza». E sarebbe solo la prima cambiale da pagare alla numero uno della Commissione Ue. Le altre, il Signor Frattanto le ha sciorinate anticipando le linee guida sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – cioè il Recovery Plan.

Il documento tratteggia sei missioni, che poi sarebbero i paletti scritti sotto dettatura dell’Europa. Tra cui campeggiano, ça va sans dire, la «rivoluzione verde» e «l’equità sociale, di genere e territoriale». Che prevede tra l’altro il salario minimo, presente anche nel discorso sullo stato dell’Unione. Un pessimo stato, alla fine della fiera.

Oltre la Ue della sanità

Il problema vero – non finiremo mai di sottolinearlo – è a monte rispetto alla congerie di farneticazioni politicamente corrette raccomandateci dall’Unione Europea. La questione riguarda la sovranità e, di riflesso, la tutela comunitaria sugli Stati membri – il nostro, in primis.

Perché, parliamoci chiaro, circa 2/3 dei finanziamenti europei sono prestiti – 127,4 miliardi di euro su un totale di poco meno di 209. Quindi andranno restituiti, benché a tassi agevolati e con tempi piuttosto lunghi – aspetto che spiega benissimo perché il piano si chiami Next Generation Eu.

Ma, anche se fossero tutte sovvenzioni, resterebbe il fatto che l’Italia, fino a prova contraria, non è un Paese commissariato. E quindi è offensivo che Bruxelles si permetta anche solo di pensare di imporci i suoi diktat.

Peraltro, non è neppure detto che l’esecutivo non sceglierebbe di destinare comunque un terzo dei fondi alle eco-balle. O di accettare il «mutuo riconoscimento» tra Stati della genitorialità lgbt, che è un ossimoro ma anche una delle raccomandazioni “genderiste” dell’alta papavera.

Un conto, però, sarebbe deciderlo in totale autonomia. Tutt’altro è che un qualsiasi ente conceda un prestito condizionandone però la destinazione.

Piacerebbe a tutti avere la botte piena e la moglie ubriaca. Ma è una presa in giro, ancor più gargantuesca della fantomatica Ue della sanità e delle altre amenità. E, infatti, probabilmente non è un caso che quello della von der Leyen sia un Recovery Fund letteralmente da ricovero.

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Politica

Politically correct, la Ue prona all’ideologia diserta gli Accordi di Abramo

Vergognoso boicottaggio europeo della cerimonia per la firma dell’intesa di normalizzazione tra Israele, Emirati Arabi e Bahrein. Per qualcuno, evidentemente, la pace è buona solo se non è “la pace di Trump”, come da narrazione ideologica

Mirko Ciminiello

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basta politically correct
Basta politically correct

Quello del politically correct è un cancro ormai sempre più diffuso in Europa e in generale in Occidente. Lo ha dimostrato incontrovertibilmente quanto è accaduto alla Casa Bianca in occasione della firma degli Accordi di Abramo. Il trattato di pace tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. È stata una giornata storica: peccato che la Ue se la sia persa in ossequio alle ideologie mainstream.

Gli Accordi di Abramo

«Un giorno storico per la pace, nasce un nuovo Medio Oriente con un accordo che nessuno pensava fosse possibile». Così Donald Trump, Presidente U.S.A., commentando la sottoscrizione dell’intesa che normalizzerà le relazioni diplomatiche tra lo Stato ebraico da un lato, Emirati Arabi e Bahrein dall’altro.

Gli Accordi di Abramo sono stati siglati dal Premier israeliano Benjamin Netanyahu e dai Ministri degli Esteri dei due partner mediorientali. Abdullah bin Zayed Al Nahyan in rappresentanza di Abu Dhabi, e Khalid bin Ahmed bin Mohammed Al Khalifa a nome di Manama.

The Donald ha aggiunto che presto all’intesa aderiranno altri Paesi arabi. E si è detto certo che alla fine anche i Palestinesi «arriveranno a un punto in cui vorranno unirsi all’accordo di pace» con Tel Aviv.

Per il momento, però, il numero uno Abu Mazen ha reagito con freddezza. Affermando che non vi sarà pace «senza la fine dell’occupazione» e la creazione di «uno Stato indipendente». Due istanze, guarda caso, discusse nell’accordo, che prevede la sospensione, da parte di Israele, dell’annessione della Cisgiordania, e conferma la soluzione dei due Stati.

Nel frattempo, anche Hamas ha fatto sapere cosa pensi dell’intesa, attraverso il lancio di 18 razzi dalla Striscia di Gaza, intercettati dal sistema antimissili israeliano. Una provocazione che ha scatenato la ritorsione immediata da parte di Gerusalemme, mentre Netanyahu non si è scomposto più di tanto.

«Non mi stupisco dei terroristi palestinesi» ha detto tranchant. «Vogliono far retrocedere la pace, ma non ci riusciranno. Noi colpiremo chiunque tenti di colpirci, ma porgiamo una mano di pace a quanti vogliono la pace con noi».

Gli Accordi di Abramo e il politically correct

Va da sé che gli Accordi di Abramo costituiscano un evento epocale, tanto da aver meritato al tycoon la candidatura al Premio Nobel per la Pace. Una circostanza che, curiosamente, è passata sotto silenzio. Proprio come il fatto che l’Unione Europea abbia vergognosamente boicottato la cerimonia di Washington. Alla quale ha presenziato un solo diplomatico comunitario, il Ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó.

Merito, si fa per dire, del politically correct, che non a caso si sta dando un gran daffare per sminuire la portata storica dell’intesa. Per esempio, evidenziando che non è un vero trattato di pace perché Emirati Arabi e Bahrein non sono mai stati in guerra con Israele. O sottolineando che ha anche lo scopo di costruire un’alleanza in funzione anti-Iran – e, volendo, anti-Erdogan. Si è arrivati addirittura a farneticare che l’accordo sia stato imposto dal regime bahreinita contro la volontà del popolo. Come se un’intesa che rappresenta un passo importante verso la stabilità fosse una cattiva notizia.

Lo è, in effetti, ma solo per gli intelliggenti con-due-gi che tifano per la pace a patto che non sia “la pace di Trump”. Perché manderebbe a rotoli l’intera, risibile narrazione per cui l’inquilino della Casa Bianca è un cattivone, un odiatore e via vaneggiando. Come tutti i sovranisti, en passant.

Che differenza col suo predecessore Barack Obama, che ricevette un Nobel a vanvera, non avendo fatto nulla a parte essere il primo Presidente americano nero! Pensate se avesse parlato anche solo separatamente con i leader di Israele e di un Paese arabo a caso. Ci sarebbero peana, richieste di santificazione, premi norvegesi à gogo (per chi non lo sapesse, il premio per la pace si assegna a Oslo).

Sugli Accordi di Abramo, invece, si fanno le pulci. È il politically correct, bellezza.

Politically correct, le metastasi italiane

Poi ci sono le metastasi del politicamente corretto, di cui abbiamo avuto numerosi esempi solo negli ultimi giorni, quasi sempre per fatti di cronaca nera. A partire (cronologicamente) dall’omicidio del povero Willy Monteiro Duarte a Colleferro, per cui l’influencer (sic!) Chiara Ferragni ha scomodato la “cultura fascista”. Sutor, ne ultra crepidam!, avrebbero ribattuto gli antichi, visto che la moglie del cantante (sic!) Fedez, slogan a parte, non ha evidentemente idea di cosa stia parlando. Tanto che alla giornalista Maria Giovanna Maglie è bastato pochissimo per asfaltarla.

Più di recente, poi, c’è stato a Como l’assassinio di don Roberto Malgesini, il “prete degli ultimi” accoltellato a morte da un irregolare tunisino. Per futili motivi, pare, così come pare che il senzatetto, già espulso tre volte, avesse problemi psichici – tratto divenuto molto comune tra gli immigrati che delinquono.

Eppure, il direttore della Caritas lariana ha pensato male di straparlare di «tragedia che nasce dall’odio che monta in questi giorni». Sarebbe questa «la causa scatenante al di là della persona fisica che ha compiuto questo gesto. O la smettiamo di odiarci o tragedie come questa si ripeteranno».

L’aspetto più sconcertante è che, a questi deliri, i campioni del politically correct credono veramente. Ed è ironico che, anche se probabilmente credono di seguire Karl Marx, in effetti si stiano rifacendo a Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Per il quale, «se la realtà non coincide con la teoria, tanto peggio per la realtà». Il motto perfetto del politically correct.

La firma degli Accordi di Abramo

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Cronaca

Ripresa della scuola, le (poche) luci, le (tante) ombre e la supercAzzolina

La ripartenza registra varie criticità, a partire dai docenti, i banchi e le mascherine. Per fortuna, oltre a casi incresciosi come quello dei bambini in ginocchio a Genova, fioccano anche esempi positivi che sono il segno di una nuova speranza

Mirko Ciminiello

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ripresa della scuola: bambini in ginocchio alla scuola caffaro di genova
Bambini in ginocchio alla scuola Caffaro di Genova

La ripresa della scuola era uno degli eventi più attesi in assoluto da mesi, dalla chiusura degli istituti imposta agli albori della pandemia di Covid-19. Non a caso, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto presenziare all’inaugurazione dell’anno scolastico a Vo’, uno dei primissimi focolai dell’infezione. La ripartenza è stata prevedibilmente molto complicata, ma anche segnata da una nuova speranza. Che, nonostante tutto, riesce a dissipare perfino le (numerose) ombre.

La ripresa della scuola, più ombre che luci

«Il bilancio è buono, rispetto a una ripartenza che non era per niente scontata». Parola del Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina, che certe volte fa davvero venire il dubbio che stia prendendo tutti per i fondelli.

Per rendersi conto del (solito) divario con la realtà, infatti, sarebbe stato sufficiente farsi un giro per l’Italia. A Pisa e Roma, per esempio, dove due bambini disabili non sono potuti entrare in classe per l’assenza di insegnanti di sostegno. O ad Amatrice, dove le scuole non hanno proprio potuto riaprire per la penuria di docenti.

Ne mancano tra 100 e 250mila, per inciso, oltre a 2 milioni di banchi. E a sciorinare le cifre sono stati Corsera e Repubblica, non il “gaglioffo” Matteo Salvini. Il segretario della Lega che, ancora una decina di giorni fa, la Azzolina accusava di fare disinformazione.

«I numeri che circolavano, come se 300mila docenti si rifiutassero di entrare a scuola, non corrispondono al vero», era stata la rodomontata del Ministro. Non siamo lontani, però. Soprattutto considerando che 60mila insegnanti hanno presentato un certificato medico come “soggetti a rischio”. Nessuna sorpresa, dunque, che il dibattito sulla ripresa della scuola – è il caso di dirlo – tenga banco.

I Conte che non tornano

Il colmo, però, si è raggiunto nella Capitale, più precisamente nel quartiere Prati, dove sorge l’istituto frequentato dal figlio del bi-Premier Giuseppe Conte. L’ex Avvocato del popolo ha dichiarato di aver accompagnato il ragazzo, studente di terza media, «fino all’ultimo miglio, poi è andato da solo».

Avrebbe fatto meglio ad avvicinarsi maggiormente, e non solo perché un miglio corrisponde a 1,6 chilometri – che pare quasi abbandono di minore. Ma, soprattutto, perché si sarebbe sentito dire dalla preside che anche la scuola del suo rampollo difetta di docenti e di banchi. Non tutti i Conte tornano, dunque.

Per non parlare poi della vexata quaestio delle mascherine. Vari esponenti del Governo rosso-giallo, a cominciare proprio da Giuseppi, avevano assicurato che sarebbero stati distribuiti 11 milioni di dispositivi protettivi al giorno.

Poi è arrivata la testimonianza della conduttrice Tiziana Panella, che ha scambiato dei messaggi in diretta con la figlia durante il proprio programma su La7. Appurando che, nella classe della ragazza, che frequenta il quarto liceo, c’erano mascherine sufficienti solo per metà degli alunni.

Peraltro, essendo stati imposti dispositivi monouso, «la mascherina è anche un costo che può essere problematico per chi ha più figli». Perciò, ha concluso la presentatrice, «è importante stabilire con certezza» se vengano fornite a scuola.

E non sarebbe male se distribuissero qualcuna anche nei palazzi del potere. Potrebbero sempre servire a nascondere qualche faccia di bronzo.

Il caso Genova

Naturalmente, il caso più eclatante resta quello dell’Istituto Castelletto di Genova, dove sono stati immortalati dei bambini che facevano lezione in ginocchio. Un’immagine, catturata da un’insegnante, divenuta virale dopo che l’aveva condivisa il Governatore della Liguria Giovanni Toti, scatenando subito una ridda di polemiche.

Cara Azzolina, questi sono gli alunni di una classe genovese, che scrivono in ginocchio perché non hanno i banchi che…

Pubblicato da Giovanni Toti su Lunedì 14 settembre 2020

La Azzolina, per esempio, ha affermato che «tutto si dovrebbe fare meno che strumentalizzare foto con bambini, tanto meno per tornaconto elettorale». Sulla stessa falsariga il dirigente scolastico dell’istituto genovese, Renzo Ronconi, che ha definito «grave» la strumentalizzazione dello scatto. Sottolineando inoltre come i piccoli alunni stessero «disegnando sereni in libertà», e l’insegnante volesse condividere coi genitori «la loro capacità di “adattamento”».

Peccato che abbia anche dovuto ammettere che i banchi non erano ancora arrivati. Peccato, inoltre, che a distanza di ventiquattr’ore sia stata diffusa una foto pressoché identica, scattata in un’altra classe della stessa scuola. Peccato, infine, che vi sia stato un caso identico sempre sotto la Lanterna, nell’Istituto Caffaro.

A tutti quelli che hanno scritto che la foto di ieri (quella dei bimbi costretti a scrivere inginocchiati davanti alle…

Pubblicato da Ilaria Cavo su Martedì 15 settembre 2020

Non si capisce dunque dove starebbe la strumentalizzazione, se non nella fantasia di un Ministro che del resto già farneticava di venire attaccata perché donna. Ribaltando la prospettiva, non è che il fatto di essere donna la esenti dal poter essere criticata. Ed è significativo che le valutazioni negative sull’operato della Azzolina provengano anche dai suoi compagni di maggioranza.

«È inaccettabile che, nonostante i mesi di tempo per preparare il ritorno nelle classi, i bambini della Liguria» si siano dovuti arrangiare «scrivendo sulle ginocchia». L’attacco è stato sferrato da Raffaella Paita, deputata ligure di Italia Viva, che ha chiesto di «rimediare quanto prima» all’incresciosa situazione.

E sì che non ci voleva granché. Sarebbe bastato, per dire, riutilizzare i banchi vecchi.

No, decisamente quella della titolare del MI non era una supercAzzolina. Ahinoi.

Ripresa della scuola, i segni di speranza

Per fortuna, nonostante l’impegno della titolare dell’Istruzione e del Governo tutto, la ripresa della scuola ha regalato anche dei luminosi segni di speranza. Come a Torino, dove un sedicenne ricoverato in rianimazione ha potuto seguire le lezioni grazie a un pc procuratogli dall’ospedale. O a Norcia, dove la campanella è finalmente tornata a suonare in istituti veri, dopo anni di didattica nelle tende e nei container.

Esempi positivi che ci rendono più ottimisti per il futuro, non foss’altro perché dimostrano come questi giovani abbiano già passato – a pieni voti – l’esame più importante. L’esame della vita.

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Politica

Regionali 2020, potrebbe essere la cronaca a spostare voti ed equilibri

Per i sondaggi il Veneto e la Liguria resteranno al centrodestra, la Campania al centrosinistra, in bilico Marche, Puglia e, soprattutto, Toscana. Ma l’aggressione a Salvini e il caos sulla riapertura delle scuole potrebbero cambiare tutto…

Mirko Ciminiello

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elezioni regionali 2020
Elezioni Regionali

C’è un sottile filo rosso-nero (e i colori non sono casuali) che collega le Regionali 2020 ai destini del Governo Conte bis. Non nel senso che la tornata elettorale possa determinare la caduta dell’esecutivo – evento poco probabile ancorché non da escludere categoricamente. Tuttavia, l’esito del voto potrebbe assestare uno scossone molto deciso agli equilibri della maggioranza rosso-gialla. E tale esito potrebbe essere influenzato, forse anche in modo decisivo, da un paio di particolari eventi di cronaca.

Verso le Regionali 2020

Manca ormai una decina di giorni alle Regionali 2020, che si terranno il 20 e 21 settembre prossimi assieme al referendum sul taglio dei parlamentari. Benché la situazione, com’è naturale, sia in continua evoluzione, i sondaggi delineano un quadro piuttosto chiaro in alcune Regioni, dove non sembrerebbe esserci partita.

In Veneto soprattutto, dove il Governatore uscente, il leghista Luca Zaia, dovrebbe essere confermato per un terzo mandato con un consenso bulgaro. Addirittura, alcune rilevazioni lo accreditano di percentuali superiori all’80%.

Meno netto, ma ugualmente importante, anche il solco scavato da altri due Presidenti uscenti, quello ligure Giovanni Toti e quello campano Vincenzo De Luca. Il primo, sostenuto dal centrodestra, sarebbe avanti di oltre 22 punti sullo sfidante Ferruccio Sansa nell’unica Regione in cui M5S e Pd presentano un candidato unitario. Più o meno lo stesso vantaggio dell’ex sindaco sceriffo, esponente del centrosinistra, sul rivale Stefano Caldoro. Distanze difficilmente colmabili, benché il Governatore della Campania sia stato recentemente indagato per falso e truffa dalla Procura di Napoli e dalla Corte dei Conti.

Poi ci sono le Regioni in cui la partita è più aperta. A partire dalle Marche, dove pure il candidato di FdI, Francesco Acquaroli, avrebbe un margine di oltre 13 punti percentuali sul sindaco di Senigallia, il dem Maurizio Mangialardi. Decisamente più in bilico la Puglia e la Toscana, dove il distacco tra i principali contendenti è talmente risicato da rientrare nel margine di errore.

Eventi che possono spostare gli equilibri

Questo lo stato dell’arte, eppure a volte basta poco per sparigliare le carte. Per esempio, secondo alcuni analisti sul risultato dell’Emilia-Romagna influì la boutade del segretario leghista Matteo Salvini che citofonò a un tunisino per chiedergli se spacciasse.

Ora il Capitano è stato – suo malgrado – protagonista di un episodio del tutto diverso, in quel di Pontassieve, nella rossa Toscana. Dove una ventenne di origini congolesi lo ha strattonato, strappandogli la camicia e il rosario che il leader del Carroccio aveva al collo.

Ringrazio tutti coloro che mi hanno inviato messaggi di solidarietà e affetto.Non commento, non piango, non cerco…

Pubblicato da Matteo Salvini su Mercoledì 9 settembre 2020

La Questura ha parlato di una persona «in evidente stato di alterazione psico-fisica», il che fa pensare che ci possa essere un’epidemia in corso. In ogni caso, Enrico Mentana, direttore del Tg La7, ha commentato il caso lanciandosi in una previsione affatto banale o scontata. «Rischia di essere, a parti invertite, un episodio chiave come la scena del citofono a Bologna».

Soprattutto dopo che Paolo Diop, responsabile nazionale immigrazione di FdI, ha espresso la sua solidarietà all’ex Ministro dell’Interno. Un atto molto significativo, anche se il politico maceratese è noto per le sue posizioni “controcorrente”.

A complicare ancora di più il quadro c’è poi la riapertura delle scuole, fissata per il 14 settembre nonostante lo scetticismo dell’Associazione Nazionale Presidi. La ripresa è infatti avvolta nel caos, e queste difficoltà – che per giunta arrivano a ridosso delle elezioni – potrebbero spostare ulteriormente gli equilibri. Con conseguenze imprevedibili, soprattutto se il Partito Democratico dovesse perdere la roccaforte toscana.

Regionali 2020, le conseguenze per il Governo

Con tutto ciò, è poco probabile che il risultato delle Regionali 2020 determini la caduta del Governo. Lo hanno detto – mettendo le mani avanti – vari esponenti dell’esecutivo, a cominciare dal bi-Premier Giuseppe Conte. Ma lo ha affermato anche un insospettabile come lo stesso Salvini.

Eppure, ancora Mitraglietta ha espresso dubbi su uno scenario che escluda categoricamente contraccolpi nella coalizione di Governo. Soprattutto se la performance del candidato unico in Liguria dovesse essere particolarmente deludente.

A quel punto, qualcuno degli azionisti di maggioranza dell’esecutivo potrebbe anche decidere di staccare la spina a Giuseppi, anche in considerazione dell’esito del referendum confermativo. Ma è più probabile che, se dei cambiamenti avverranno, non saranno così drammatici – magari un rimpasto. Dopotutto, è questione di sopravvivenza. E di paura del Reddito di cittadinanza, ça va sans dire.

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Politica

SARS-CoV-2, la corona(virus) dà alla testa a chi è alla testa delle istituzioni

Il Premier Conte “sfrutta” il coronavirus per dichiarare guerra ai contanti, l’Onu farnetica di legami col patriarcato – e l’Oms coi cambiamenti climatici. E poi ci sono le bizzarrie di Ministri (come la Azzolina) e deputati

Mirko Ciminiello

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sars-cov-2 / coronavirus
Coronavirus

Test per l’esame di giornalismo sugli effetti del SARS-CoV-2 su quanti sono alla testa delle istituzioni. Il candidato consideri che:

a) Il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha dichiarato che siamo vicini a contenere il crollo del Pil al -8% paventato dal Governo rosso-giallo ad aprile. Dato che, in via Cristoforo Colombo, si è tradotto nel titolo “Crescita oltre le previsioni”. Pensate che gioia, da quelle parti, ogni volta che arriva il rendiconto delle vendite dei giornali.

b) Il Bi-Premier Giuseppe Conte ha firmato il Dpcm che proroga fino al 7 ottobre le misure anti-coronavirus. Contestualmente, sta studiando «un piano per ridurre l’uso del contante, possibile veicolo di contagio». E niente, questa fa già abbastanza ridere di suo.

c) Dopo le amenità dell’Oms, che ha legato la pandemia ai cambiamenti climatici, la casa madre – l’Onu – non poteva essere da meno. E così ha instaurato un bizzarro collegamento tra il SARS-CoV-2 e il patriarcato. Ora mancano solo gli hacker russi e i due liocorni.

Il SARS-CoV-2 e il corpo istituzionale

d) Il Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina ha respinto al mittente le critiche relative ai tempi di consegna dei nuovi banchi agli istituti. «Essere accusati di ritardi è molto ingiusto» ha contrattaccato, «ne consegneremo 2,4 milioni in due mesi». Peccato che la scuola inizi la settimana prossima, e in Trentino-Alto Adige le lezioni siano già riprese. Ma magari, parafrasando l’Ugo Tognazzi di Amici miei, è una supercAzzolina.

e) Nello stesso ambito, è stata introdotta la figura dello «studente presente ma fuori aula», una specie di alunno presente anche quando è assente. L’esatto contrario dell’esecutivo.

f) Secondo la deputata grillina Carla Ruocco, «per la prima volta nella storia l’Italia, nella trattativa con l’Europa, ha avuto un ruolo». Quello del dattilografo.

Ciò posto, illustri il candidato se sia solo l’effetto del caldo, oppure se, a imitazione dell’omonima birra, la corona(virus) dia alla testa alle teste pensanti.

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Politica

Referendum sul taglio dei parlamentari, se il sì e il no “tenzonano”…

La maggior parte delle forze politiche sta facendo campagna per la sforbiciata, anche se in cuor suo spera che la riforma venga bocciata. Gli unici davvero coerenti sono il M5S e FdI

Mirko Ciminiello

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referendum sul taglio dei parlamentari
Referendum sul taglio dei parlamentari

Il 20 e 21 settembre prossimi si terrà, come noto, il referendum sul taglio dei parlamentari. Contestualmente, gli Italiani saranno chiamati a esprimersi sul rinnovo delle amministrazioni di sette Regioni e quasi mille Comuni. Inutile nascondere, però, che gli sguardi degli osservatori saranno puntati in modo pressoché esclusivo sulla consultazione referendaria – che peraltro ha già fatto registrare conseguenze paradossali. Come il fatto che (quasi) tutte le forze politiche stanno facendo campagna per il risultato opposto a quello che intimamente auspicano.

Il referendum sul taglio dei parlamentari

«Approvate il testo della legge costituzionale concernente: “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n. 240 del 12 ottobre 2019?»

Questo, come reso noto dal sito del Ministero dell’Interno, è il quesito su cui gli Italiani dovranno pronunciarsi nella tornata elettorale del prossimo 20-21 settembre. Sarà la quarta volta, nella Storia repubblicana, che avrà luogo un referendum confermativo che, non avendo quorum, sarà valido indipendentemente dall’affluenza.

I precedenti risalgono al 2001, quando venne approvata la riforma del Titolo V della Carta. Al 2006 e al 2016, quando vennero bocciate le riforme costituzionali varate dai Governi guidati rispettivamente da Silvio Berlusconi e da Matteo Renzi. Riforme che, curiosamente, prevedevano entrambe una riduzione del numero dei parlamentari.

Quattro anni e tre esecutivi dopo, l’esito sembra nuovamente scontato, stavolta però in senso inverso. Una recente rilevazione, infatti, ha accreditato il di oltre il doppio delle preferenze rispetto al No – precisamente, il 42% contro il 15,8%. Anche se l’esercito degli indecisi, che conta ben quattro elettori su dieci, sarebbe potenzialmente in grado di ribaltare qualsiasi pronostico.

Se non vi saranno sorprese, comunque, i deputati passeranno dagli attuali 630 a 400, mentre i senatori si ridurranno da 315 a 200. Verrebbero anche sforbiciati gli eletti nella circoscrizione Estero, e si stabilirebbe che i senatori a vita di nomina presidenziale non potrebbero essere più di cinque.

La riforma, che comunque entrerebbe in vigore a partire dallo scioglimento delle Camere successivo alla sua approvazione, ha avuto il via libera dell’Assemblea a maggioranza schiacciante. Era dunque pressoché inevitabile che l’arco costituzionale si schierasse compatto – salvo rare eccezioni – per il Sì al referendum sul taglio dei parlamentari. Anche se, per lo più, controvoglia.

Le posizioni dei partiti

Il leader che con più decisione si sta spendendo per la vittoria del Sì è senza dubbio il grillino Luigi Di Maio. Il che di certo non sorprende, considerato che la riforma sottoposta al vaglio dei cittadini è una delle bandiere dei pentastellati.

In effetti, il MoVimento è forse l’unica forza politica che sul tema ha sempre mostrato una coerenza granitica, assieme a Fratelli d’Italia. Il solo partito a non aver aderito, a Palazzo Madama, alla raccolta di firme per far celebrare il referendum confermativo.

«Non mi sfugge che un eventuale successo del No potrebbe mettere in difficoltà la maggioranza» ha precisato la leader Giorgia Meloni. «Ma non baratto una cosa in cui credo con l’utilità di un momento».

Nel centrodestra, comunque, le posizioni sono quantomai variegate. Dal Carroccio, il segretario Matteo Salvini ha affermato che «la Lega vota Sì, anche se non siamo proprietari del cuore e dell’anima degli Italiani». Ma i distinguo, che pure non mancano neppure all’interno di M5S e FdI, in via Bellerio iniziano già ad assumere un certo peso. Un big come Claudio Borghi, per esempio, ha annunciato il proprio voto contrario, chiarendo anche di essersi espresso diversamente in Parlamento per disciplina di partito.

In grande confusione sembra invece essere Forza Italia, anche se recentemente il presidente Berlusconi ha espresso un giudizio piuttosto critico sulla riforma. «Fatto così, come lo vogliono i grillini, il taglio dei parlamentari rischia di essere solo un atto demagogico che limita la rappresentanza, riduce la libertà e la nostra democrazia». Con lui la capogruppo in Senato Anna Maria Bernini, ma la presidentessa dei deputati azzurri Mariastella Gelmini ha dato indicazioni opposte. Non certo il miglior viatico in vista dell’appuntamento referendario.

La sinistra e il referendum sul taglio dei parlamentari

Poi c’è il caso più eclatante, quello del Pd. Per tre volte schierato contro la riforma in Parlamento, ha dovuto ingoiare il rospo nell’ultima votazione per ragioni di realpolitik. Aveva però preteso che la riforma venisse accompagnata da una nuova legge elettorale, da approvare almeno in prima lettura entro la data del referendum. Eppure, malgrado il segretario Nicola Zingaretti abbia assunto le fattezze di un disco rotto, non c’è stato alcun passo avanti in tal senso. Come ha (di nuovo) sottolineato con stizza l’ex presidente Matteo Orfini.

Leggo che alcuni esponenti del Pd per spiegare le ragioni del loro Sì al #referendum utilizzano argomenti che non trovo…

Pubblicato da Matteo Orfini su Giovedì 27 agosto 2020

L’accordo di maggioranza, che prevedeva un sistema proporzionale con soglia di sbarramento al 5%, è infatti saltato quando i sondaggi hanno riportato Italia Viva sulla terra. A proposito poi dei renziani, l’altro Matteo parrebbe il degno allievo del suo illustre concittadino Dante quando scriveva: “sì e no nel capo mi tenciona”. O, per meglio dire, non sembra particolarmente appassionato al dibattito sul referendum sul taglio dei parlamentari, su cui è stato tranchant. È «più inutile che dannoso», lo ha liquidato senza mezzi termini.

Certo, è più semplice quando il gradimento degli elettori è così basso da essere praticamente sicuri di non essere rieletti sotto qualsiasi condizione. A quel punto, però, si può sempre optare per una strategia alla “muoia Sansone con tutti i Filistei”. Basta solo capire chi siano, per l’occasione, i Filistei. E poi preparare i pop-corn.

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Politica

Realpolitik, il timore della disfatta alle urne fa cambiare rotta all’esecutivo

Mentre sulla scuola Italia Viva fa l’opposizione di Governo, sull’immigrazione si ribella anche un sindaco dem come il lampedusano Totò Martello: e il Premier Conte, abbandonando l’ideologia, rinvia le modifiche ai Decreti Sicurezza

Mirko Ciminiello

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realpolitik: migranti e covid-19
Fuga di migranti

Con il termine realpolitik si intende una prassi politica che, essendo improntata al pragmatismo, antepone gli obiettivi concreti alle questioni di principio. In pratica, è la realtà che bussa alla porta dei Governi – e lo fa sempre, prima o poi – per sottolineare l’incolmabile iato con l’ideologia. Come non ha potuto evitare di accorgersi anche la maggioranza rosso-gialla. Soprattutto in relazione a due temi (ma ce ne sarebbero altri) solitamente trattati con i paraocchi: l’immigrazione e la scuola.

La realpolitik e l’immigrazione

Nessun esecutivo è immune dalla sindrome del libro dei sogni, ovvero l’illusione che il mondo sia come lo si immagina, anziché come è effettivamente. La sveglia, però, suona per tutti, incluso il Conte bis. Per cui l’allarme riguarda varie istanze, che per brevità ridurremo a due: l’immigrazione e la scuola.

Nel primo caso, paradigmatico è l’atteggiamento di Salvatore “Totò” Martello, sindaco (ex) Pd di Lampedusa. L’isola è ormai allo stremo, con i migranti che continuano ad arrivare senza sosta – in particolare dalla Tunisia – e l’hotspot ormai al collasso.

Il primo cittadino era quindi sbottato. «Lampedusa non riesce più a sostenere questa situazione. O il Governo prende decisioni immediate oppure sciopererà tutta l’isola. Non riescono a gestire l’emergenza e ormai la situazione è veramente insostenibile. Sarà direttamente l’amministrazione a dichiarare lo sciopero, chiudendo tutto. Non è possibile continuare a sopportare queste angherie da parte del Governo».

Un’intemerata condivisibile, soprattutto dopo le fughe di irregolari, anche positivi al coronavirus, che stanno alzando le tensioni sociali a livelli di guardia. Solo che ce la si aspetterebbe da un sostenitore del leader leghista Matteo Salvini, non da uno che ne ha sempre avversato le politiche migratorie. Uno, peraltro, che milita(va) in uno dei principali partiti che sostengono l’esecutivo del bi-Premier Giuseppe Conte.

L’esecutivo che per bocca del Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese si è limitato a commentare che «le partenze dalla Tunisia sono nettamente calate». Che ha fatto ricorso contro l’ordinanza del Governatore siciliano Nello Musumeci che prevedeva la chiusura immediata di porti e hotspot causa rischio sanitario. E che ora, a venti giorni da un’importante tornata elettorale, parrebbe improvvisamente essere allarmato dalle ong. Tanto da ipotizzare il rinvio a ottobre delle modifiche ai Decreti Sicurezza dell’allora titolare del Viminale Salvini.

Questione di sopravvivenza. Ovvero, di realpolitik.

Il banco di prova: la scuola

Poi c’è la scuola, su cui ci asteniamo dall’infierire sul Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina perché sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. Anche se non è l’unica in difficoltà con questo banco di prova, stando almeno alle amenità del Ministro dem dei Trasporti Paola De Micheli. Secondo cui, per ovviare alle carenze del trasporto pubblico locale – incluso quello scolastico – bisognerebbe iniziare con lo storpiare la lingua italiana.

«Ampliamento del concetto di “congiunto” esteso anche a compagni di classe e colleghi di lavoro» è infatti la priorità della titolare del MIT. Il che non sorprende neppure, considerando che i demo-grillini avevano già ampliato il concetto di “congiuntivo”.

Le nostre proposte per aumentare la capienza del trasporto pubblico locale in sicurezza sono pronte.Ci abbiamo lavorato…

Pubblicato da Paola De Micheli su Mercoledì 26 agosto 2020

Sconcerta, piuttosto, che a due settimane dal (presunto) ritorno a scuola ci sia ancora questa disorganizzazione. «Nessuno dice che sulla scuola si dovevano fare miracoli. Ma solo che quello che sta accadendo ora (preparativi, bandi, ipotesi, prove) doveva avvenire 6 mesi fa, per tempo. Ma questo è un paese incapace di fare programmazione persino a 6 mesi».

La filippica è del deputato Luigi Marattin, che probabilmente ha anche ragione. Però si è scordato che il suo partito, Italia Viva, lungi dall’essere all’opposizione sostiene il BisConte. E che, a maggior ragione, il bersaglio dell’invettiva sarebbe dovuto essere il Governo, più che il Paese.

D’altronde, pare che i deficit di memoria siano piuttosto comuni tra i renziani, come ha dimostrato di recente il capogruppo alla Camera Maria Elena Boschi. «Chissà dove sono ora coloro che in questi anni ci hanno insultato, offeso, minacciato» ha attaccato dopo l’archiviazione dell’inchiesta su suo padre per il caso Banca Etruria. Basterebbe che si guardasse attorno: sono tutti suoi compagni di maggioranza.

D’altronde, il terrore di passare dagli scranni del Parlamento al Reddito di Cittadinanza fa sempre miracoli. È la realpolitik, bellezza.

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Politica

Governo e Governi, il dilettantismo impera, e non solo in Italia

Le gaffe di Ministri come la Azzolina o anche del Premier Conte sono il sintomo di un problema più profondo e fin troppo diffuso: l’illusione che, come farneticava la Francia rivoluzionaria, “si possa fare a meno dei dotti”

Mirko Ciminiello

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finanziamenti europei: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

Test per l’esame di giornalismo su Governo e Governi, a partire – ça va sans dire – da quello italiano. Il candidato consideri che:

a) Il bi-Premier Giuseppe Conte, durante un evento in Puglia, si è improvvisamente trasformato nel ragionier Fantozzi. «Non possiamo tollerare che arrivano dei migranti addirittura positivi e vadino in giro liberamente», le parole del fu Avvocato del popolo. In fondo, dai congiunti ai congiuntivi è un attimo.

b) Il Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, seppur nel suo contorto burocratese, ha praticamente dichiarato di non sapere come bloccare gli sbarchi di migranti. «Gli arrivi sono determinati da sbarchi autonomi difficilmente gestibili, nel senso di fermarli in mezzo al mare» ha balbettato la titolare del Viminale. E niente, questa fa già abbastanza ridere (o piangere) di suo.

c) In tal senso, l’ironia social ha lanciato una frecciata con vista anche sull’ordinanza che ha imposto lo stop alle danze fino al 7 settembre. «E se andassimo a ballare nei porti? Chissà, magari finalmente li chiudono». O, più probabilmente, i rosso-gialli doterebbero i taxi del mare delle ong di navi a rotelle.

d) Tangenzialmente, Giuseppi ha precisato che «il Governo non ha mai autorizzato l’apertura delle discoteche». Strano, visto che le ha chiuse. Ma magari è stato Giuseppe 2 senza dire niente a Giuseppe 1.

e) Il Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina ha candidamente ammesso che sulla scuola «non abbiamo ancora un documento ufficiale che dica in caso di Covid cosa si fa». Strano che non abbia pensato di chiedere al Ministro dell’Istruzione.

Governo e Governi, oltre i confini italiani

f) L’ex first lady americana Michelle Obama ha affermato che «Donald Trump è il Presidente sbagliato» per gli Stati Uniti. D’altronde, se non se ne intende lei, di Presidenti U.S.A. sbagliati…

g) Donald Trump Jr., primogenito dell’inquilino della Casa Bianca, ha attaccato il candidato democratico Joe Biden definendolo «il mostro di Loch Ness della palude». Ci sentiamo di dissentire: Sleepy Joe non si sveglia così di frequente come Nessie.

h) Il Premier spagnolo, il socialista Pedro Sánchez, ha annunciato che costruirà il muro anti-migranti più alto del mondo per difendere le enclave iberiche in Marocco. Però, per distinguersi da quei cattivoni dei nazionalisti e dei sovranisti, lo chiamerà “diversamente ponte”.

Ciò posto, illustri il candidato se l’epoca contemporanea abbia realizzato il contro-ideale della Rivoluzione Francese di cui fu vittima il grandissimo scienziato Antoine-Laurent de Lavoisier. Il quale, pare, fu condannato a morte e ghigliottinato al motto La République n’a pas besoin de savants (“La Repubblica non ha bisogno di dotti”).

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Politica

Migranti e Covid-19, lo scontro istituzionale e la strategia della tensione

Il Governatore siciliano Musumeci blinda l’isola contro sbarchi e fughe di clandestini anche infetti, ma per il Viminale i flussi migratori dipendono dallo Stato. E intanto i media non danno molto peso alle buone notizie sulla lotta al virus

Mirko Ciminiello

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realpolitik: migranti e covid-19
Fuga di migranti

La correlazione tra migranti e Covid-19 ha riportato nuovamente le tensioni istituzionali a livello di guardia. Casus belli, stavolta, è stata l’ordinanza con cui la Regione Sicilia si è blindata contro i continui sbarchi (e le occasionali fughe) di clandestini anche infetti.

«Tutti i migranti presenti negli hotspot e in ogni centro di accoglienza della Sicilia dovranno essere improrogabilmente trasferiti in strutture fuori dall’isola». Così il Presidente Nello Musumeci, aggiungendo che «allo stato non è possibile garantire la permanenza nell’Isola nel rispetto delle misure sanitarie di prevenzione del contagio».

Paradossalmente, la preoccupazione per la criticità clinico-sociale sembrerebbe essere condivisamutatis mutandis, ovviamente – dal bi-Premier Giuseppe Conte. Il quale, abbandonando l’usuale aplomb da leguleio (oltre a qualsiasi riguardo per la lingua italiana), durante un evento pugliese non le aveva mandate a dire. «Non possiamo tollerare che arrivano dei migranti addirittura positivi e vadino in giro liberamente».

Ciononostante, la reazione del Ministero dell’Interno è stata quasi pavloviana. «La gestione dei flussi migratori non è una materia di competenza delle Regioni, ma è disciplinata dalle leggi nazionali» ha puntualizzato il Viminale.

Da cui la controreplica del Governatore siciliano. «Lo Stato ha competenza sui migranti. Il Presidente della Regione ce l’ha in materia sanitaria. E in tempo di epidemia è chiaro che mi sto occupando di questo».

Musumeci non ha poi risparmiato frecciate al Governo rosso-giallo e al Ministro Luciana Lamorgese, accusati di immobilismo e superficialità. Gli immigrati, ha attaccato, sono stati ammassati in tendopoli in cui non sussistono i minimi requisiti igienico-sanitari. Di qui l’ordinanza di sgombero, volta a tutelare «il diritto alla salute di chi si trova in Sicilia e degli stessi migranti».

Durissima, infine, la chiosa del Governatore della Trinacria. «Se la competenza sanitaria è dello Stato, allora lo Stato è fuorilegge».

Migranti e Covid-19, oltre lo scontro istituzionale

Lo scontro si è innestato sullo sfondo di una recrudescenza del numero dei contagi da coronavirus, che ha esasperato ulteriormente animi già infiammati. I dati, però, sono più complessi di quanto possano apparire in prima battuta.

È vero che, in termini assoluti, le cifre dei positivi sono in (quasi) costante aumento. Tuttavia, come ha specificato l’Iss nel suo ultimo bollettino settimanale, il 74,2% dei nuovi casi «sono asintomatici o paucisintomatici». Tanto che, al netto di questi dati, «il numero di casi sintomatici diagnosticati nel nostro Paese è stato sostanzialmente stazionario nelle scorse settimane». Per di più, l’identificazione di oltre 6 malati su 10 è avvenuta grazie al monitoraggio e rintracciamento di chi è venuto in contatto con soggetti contagiati.

Il virus, cioè, ha vita più dura: sia perché i suoi effetti clinici sono meno gravi, sia perché ha maggiori difficoltà a “passare inosservato”.

La narrazione mediatica sul coronavirus

Va da sé che sono tutte buone notizie, che però curiosamente divergono dalla narrazione della maggior parte dei media mainstream. I quali sembrano per lo più impegnati a mantenere quel clima di ansia che anch’essi hanno contribuito a instaurare – e sarebbe interessante capirne le ragioni.

Non foss’altro perché, per contrasto, hanno iniziato ad alimentare delle tesi complottiste, alcune delle quali coinvolgono direttamente l’esecutivo. O meglio, il desiderio governativo di mantenere il potere anche a fronte delle imminenti sconfitte variamente pronosticate alla prossima tornata elettorale. In tal senso, migranti e Covid-19 sarebbero funzionali a una sorta di nuova strategia della tensione, di cui beneficerebbe la maggioranza.

Obiettivamente difficile da credere, perfino dopo le farneticazioni del medico Walter Ricciardi, consulente del Ministero della Salute. Il quale ha evocato il rinvio delle urne, salvo fare una precipitosa retromarcia dopo la rivolta dell’intero arco costituzionale. Oltretutto fingendo pateticamente di essersi riferito ad altri Paesi, come se avesse la benché minima influenza sulle scelte elettorali di qualsivoglia potenza straniera.

In fin dei conti, però, la spiegazione più plausibile si può trovare nelle parole di Gerard Baker, ex direttore del Wall Street Journal. Il quale ha affermato che il giornalismo si è ormai tanto trasformato da non essere ormai più distinguibile dalla propaganda. Ahinoi.

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