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Pippo, Pluto, Paperino e … Astra Zeneca

Francesco Di Pisa

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L’attesa per  il vaccino Covid 19 é grande ovunque, specie dopo gli isterismi di questi ultimi giorni sullo stop ad Astra Zeneca, in Italia ed in Europa, per i coaguli nel sangue tra le persone vaccinate e il conseguente aumento del rischio di embolia polmonare o trombosi venosa profonda. Per alcuni questa tappa verso la ritrovata normalità si é trasformata in un percorso ad ostacoli costellato da dubbi, incertezze e fortissime inquietudini. Una vera e propria lotteria sul vaccino da farsi.

Non per me. Non per i britannici. Qui in Inghilterra, la tensione sul malcapitato Astra Zeneca non si é mai avvertita, anzi, la gente non ha mostrato un interesse particolare per un vaccino piuttosto che per l’altro, non si gioca nessuna partita contro Moderna o Pfizer, uno vale l’altro, basta farselo. I britannici, ed ormai a loro io mi aggiungo, hanno solo una gran voglia di partecipare attivamente alla campagna per la vaccinazione di massa e buttarsi finalmente tutto questo incubo alle spalle. E devo dire, la procedura per vaccinarsi qui é stata quanto di piú semplice e veloce.

Il 12 Marzo 2021 ho ricevuto il primo sms da Hathaway Medical Centre per conto della NHS, il Servizio Sanitario Nazionale britannico, che mi invitava a prenotarmi per il primo vaccino disponibile sul sito del Servizio Sanitario Nazionale. Era arrivato finalmente il mio turno: pazienti per fascia di età 52/56 anni.

Aperto il messaggio, ho semplicemente cliccare sul link, scegliere la prima data disponibile, l’orario, e un attimo dopo ho ricevuto il secondo sms di conferma in cui Rowden Surgery mi confermava che il tutto era in progress: 20 Marzo ore 14.40.

Il 19 Marzo un terzo sms mi ha ricordato l’appuntamento per l’indomani. Il 20 mi sono recato presso la struttura predisposta dalla NHS, un centro medico di zona usato abitualmente dai medici di base per le visite di routine dove era stato organizzato persino un servizio di parcheggio per i pazienti. Fila rigorosamente all’inglese, ma sciolta, e due hostess volontarie mi hanno invitato a seguire un breve percorso all’interno del centro medico: un minuto di attesa, mi sono accomodato in una saletta e mentre una dottoressa immetteva nel computer della NHS i dati della vaccinazione sulla mia scheda sanitaria completa, vita morte e miracoli del mio cammino clinico da quando mi sono trasferito qui, l’infermiera mi iniettava il vaccino. Ero il 28.985.958 esimo paziente vaccinato.

Il 40% della popolazione del Regno Unito ha ormai ricevuto la prima dose. Servizio impeccabile, strategia fino ad oggi di gran successo. La macchina é stata messa in moto in anticipo rispetto agli altri Paesi, attraverso una partenza bruciante, senza bisogno di usare termini del tipo siamo in guerra e blah blah e magari finendo per sparare con un carro armato contro un gazebo di galline come accaduto a Pordenone. Il Regno Unito non ha ascoltato nessuno, tirando fuori i muscoli e quella concretezza che – nel bene e nel male – ne contraddistingue la natura magari talvolta cinica, ma sempre indipendente e fortemente realista.

Zero burocrazia, centri medici, centri sportivi, farmacie, persino luoghi di preghiera predisposti a luoghi di vaccinazione, senza dover fare accordi preliminari con medici dentisti o altro personale specializzando; tutto sulla carta, al volo, poche chiacchiere, ognuno concentrato a lavorare senza polemiche, senza attese o risposte da Bruxelles e pressioni di nessun tipo.

Su questa faccenda dei vaccini, il Regno Unito si é giocato molto della propria reputazione: specie dopo il salto nel buio della Brexit e l’uscita dall’Europa. Ma per come si sono messe le cose, almeno in questo caso, poter fare di testa propria, col vaccino prodotto in casa e senza l’Ok delle gemelle Kessler (all’anagrafe Ursula von der Leyen e Angela Merkel), ha prodotto risultati eccellenti, per ora da far invidia persino alla grande Germania.

Per la cronaca, il vaccino era il temutissimo Astra Zeneca, mentre il camice dell’infermiera quello di Pippo, Pluto e Paperino: i britannici non si smentiscono mai.

Francesco Di Pisa è Dottore in Giurisprudenza con Master in Scienza delle Comunicazione. Libero professionista, dopo la Spagna, la Gran Bretagna, si occupa di politiche Marketing, consumo, comunicazione e scrive di politica, attualità e costume.

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Politica

Gestione della pandemia, perché l’Ue occulta i documenti sull’Italia?

Bruxelles sembra Pechino, negato l’accesso agli atti sulle capacità del Governo di fronteggiare un’emergenza sanitaria: “La divulgazione metterebbe a repentaglio le misure anti-Covid e minerebbe la sicurezza pubblica”

Mirko Ciminiello

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gestione della pandemia: ursula von der leyen
Il Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen

La controversa gestione della pandemia da Covid-19 da parte dei due esecutivi guidati da Giuseppe Conte e Mario Draghi torna a far discutere. Stavolta, in realtà, il “merito” è della Commissione europea, che ha secretato i documenti sulle capacità dell’Italia di affrontare una crisi sanitaria adducendo ragioni di «sicurezza pubblica». Un atteggiamento che – absit iniuria verbis – più che Bruxelles ricorda molto Pechino.

La gestione della pandemia

Sulla vexata quaestio dell’italica gestione della pandemia si è già detto e scritto molto, soprattutto in relazione al piano pandemico mai aggiornato dal 2006. Che potrebbe aver causato la reazione «improvvisata, caotica e creativa» di cui parlava l’ormai celeberrimo report dell’Oms ritirato a 24 ore dalla pubblicazione.

Non è però l’unica ombra che grava sugli ultimi due Governi di Roma, e ora a gettarne di nuove è stata (involontariamente) nientepopodimeno che l’Europa. Si dà infatti il caso che gli Stati membri dell’Ue debbano inviare un’autovalutazione triennale a un’agenzia dell’esecutivo comunitario (l’European Centre for Disease Prevention and Control). Si tratta di un questionario riguardante i piani di preparazione e risposta, monitoraggio e valutazione a serie minacce transfrontaliere per la salute pubblica.

Ebbene, lo scorso febbraio un giornalista di Mediaset ha chiesto di visionare questi atti, ma l’organo presieduto da Ursula von der Leyen ha respinto l’istanza. Affermando che divulgare le carte «potrebbe mettere a repentaglio le misure adottate dalle autorità italiane per rispondere all’emergenza sanitaria», minando la protezione della pubblica sicurezza.

Si sta nascondendo qualcosa ai cittadini?

Motivazione piuttosto inconsistente, per non dire risibile. Anzitutto perché i legali dei familiari delle vittime del Covid hanno comunque ottenuto alcune informazioni attraverso un accesso agli atti del Ministero della Salute. E scoprendo, per esempio, che le ultime autovalutazioni italiane disponibili erano state inoltrate il 7 novembre 2017.

Inoltre, la fiducia degli abitanti del Belpaese nelle disposizioni contro il coronavirus è già ai minimi indipendentemente dall’Unione Europea. «Esiste uno scollamento tra una fetta importante della popolazione e le istituzioni» ha sottolineato Massimiliano Fedriga, Governatore del Friuli-Venezia Giulia e neo-Presidente della Conferenza delle Regioni.

Infine, questa opacità solleva inquietanti interrogativi, instillando il dubbio che gli alti papaveri stiano nascondendo qualcosa di importante ai cittadini. Che magari avrebbero il diritto di sapere se i provvedimenti di Palazzo Chigi erano adeguati – e anche se erano stati scritti in punto di diritto.

Dopotutto, però, forse la Cina è davvero vicina – anche più di quanto si potrebbe immaginare. E in fondo non sarebbe certo la prima volta che, in qualche modo, finisce per… contagiare il Vecchio Continente.

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Cultura

Antico Egitto, scoperta presso Luxor una “città perduta” da oltre 3.000 anni

L’archeologo Zahi Hawass ha riportato alla luce “The Rise of Aten”, cioè “L’ascesa di Aton”, già paragonata a Pompei. Per l’egittologa Betsy Bryan è il più grande ritrovamento dopo la tomba del Faraone bambino Tutankhamon

Mirko Ciminiello

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antico egitto: the rise of aten
The Rise of Aten

Arriva direttamente dall’Antico Egitto l’ultima, straordinaria meraviglia appena restituitaci dalle sabbie del tempo. Una “città perduta” risalente a oltre 3.000 anni fa, riaffiorata sulla sponda occidentale del Nilo, nei pressi dell’antica capitale Tebe, corrispondente all’odierna Luxor. Si tratta del più grande insediamento urbano mai rinvenuto nel Paese: e, come spesso accade, si è trattato di un ritrovamento del tutto casuale.

L’annuncio del Ministero delle Antichità egiziano

L’annuncio è arrivato direttamente dal Ministero egiziano del Turismo e delle Antichità. Che ha comunicato come l’archeologo Zahi Hawass, ex titolare del Dicastero, avesse riportato alla luce la «“Città d’oro perduta” a Luxor». Anche se non si capisce da dove derivi il riferimento aureo, del tutto assente nell’originaria dizione araba.

Potrebbe comunque trattarsi di un’allusione all’inestimabile valore del rinvenimento. In effetti, per Betsy Bryan, docente di arte e archeologia egiziana dell’Università di Baltimora, «è la seconda scoperta archeologica più importante dopo la tomba di Tutankhamon». E, non a caso, fioccano già i paragoni con uno dei nostri gioielli, Pompei.

L’Antico Egitto non smette mai di stupire

Sembra che il centro sia stato fondato dal padre di Akhenaton, Amenhotep (o Amenofi) III, nono Faraone della diciottesima dinastia, che regnò nel XIV secolo a.C. Datazione confermata grazie ai reperti e alle iscrizioni geroglifiche, inclusi alcuni mattoni di fango recanti i sigilli con il cartiglio del Re. Sicuramente, poi, la città era ancora abitata al tempo di Ay, il successore del Faraone bambino.

L’hanno battezzataSo’oud Atun”, in ingleseThe Rise of Aten”, che in realtà in italiano, stante la diversa traslitterazione, andrebbe tradotta “L’Ascesa di Aton”. Nome che si riferisce alla divinità egizia di cui il Faraone Akhenaton, padre di Tutankhamon, impose il culto unico nel periodo della cosiddetta Eresia Amarniana.

Un’epoca molto oscura, anche per via della damnatio memoriae inflitta successivamente al “sovrano eretico”, di cui si cercò di cancellare ogni traccia dalla Storia. Proprio il recente ritrovamento, però, potrebbe contribuire a far luce su quello che la professoressa Bryan considera uno dei più grandi misteri dell’antichità. Ovvero il motivo per cui Akhenaton e la sua Grande Sposa Reale Nefertiti decisero di spostare la capitale ad Amarna.

«Molte missioni internazionali hanno cercato questa città e non l’hanno mai trovata» ha sottolineato il professor Hawass, noto in Italia anche per la partecipazione a programmi televisivi come Freedom. In realtà si è trattato di una scoperta fortuita, dal momento che la missione puntava a individuare il tempio funerario del Faraone fanciullo.

D’altronde, se l’Antico Egitto non smette mai di stupire ci sarà pure una ragione – che però, parafrasando Blaise Pascal, la ragione non conosce. Per nostra fortuna.

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Cultura

Sofagate, lo sgarbo di Erdoğan e il nichilismo valoriale dell’Occidente

Le polemiche per la sedia negata dal Presidente turco alla von der Leyen (senza che Michel reagisse) vanno oltre l’episodio contingente: diventando specchio di una civiltà che rinuncia – ancora – ad affermare i propri ideali

Mirko Ciminiello

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sofagate: ursula von der leyen, charles michel e recep tayyip erdoğan
L'incontro tra Ursula von der Leyen, Charles Michel e Recep Tayyip Erdoğan

È diventato rapidamente un caso internazionale quello del cosiddetto sofagate. Ovvero lo sgarbo istituzionale perpetrato da Recep Tayyip Erdoğan, Presidente della Turchia, ai danni di Ursula von der Leyen, numero uno della Commissione europea. Un incidente diplomatico che però, a ben vedere, più che sul Paese mediorientale dice moltissimo sull’Occidente, e soprattutto sul virus della cecità valoriale che l’ha colpito da tempo.

Il sofagate

C’è chi l’ha considerato un affronto all’istituzione comunitaria, chi un episodio sessista, e c’è anche chi ha farneticato di «machismo protocollare». Di certo, quello di Erdoğan non è stato un gesto elegante, in primis sul piano dell’educazione.

Onestamente, però, al leader anatolico si può rimproverare molto di peggio che l’aver lasciato in piedi una signora – oltre che una rappresentante dei vertici europei. Colpisce invece che Charles Michel, Presidente del Consiglio Ue (a sua volta presente all’incontro), «sia sceso al suo livello», come ha stigmatizzato l’ex Cancelliere austriaco Christian Kern.

«Pur percependo il carattere deplorevole della situazione, abbiamo scelto di non aggravarla con un incidente pubblico» ha provato a difendersi l’ex Premier belga. In modo simile, la sua omologa dell’esecutivo comunitario ha fatto sapere di aver dato «priorità alla sostanza delle questioni affrontate rispetto al protocollo e alle forme».

Può darsi, ma allora non avrebbero senso i successivi cahiers de doléances. Che, en passant, suonano più come un maldestro tentativo di difendere gli ideali occidentali fuori tempo massimo, dopo aver assistito inerti alla loro mortificazione.

Il nichilismo dell’Occidente

D’altronde, non è che un ulteriore sintomo del nichilismo contemporaneo segnato dall’ossessione di segare le radici che tengono in piedi la nostra cultura. Tipo la tradizione cristiana, senza cui difficilmente la dignità femminile si sarebbe affermata nella società, traendo origine tra l’altro dalla Lettera di San Paolo ai Galati. «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3, 28).

Concetto forse troppo poco burocratico per gli euroinomani, più a proprio agio con i formalismi. Tanto che, secondo l’organo che riunisce i Capi di Stato e di Governo dell’Europa, il cerimoniale è stato rispettato, essendo Michel l’euro-carica più alta. Un (ennesimo) autogol confermato dalla stessa Ankara che, infastidita dalle accuse, ha precisato di aver «seguito un protocollo concordato con la Ue».

Sia come sia, Bruxelles ha comunicato l’intenzione di evitare un sofagate bis. Chissà, magari la prossima volta gli alti papaveri del Vecchio Continente provvederanno autonomamente al mobilio. Presentandosi con un’ottomana, ça va sans dire.

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Politica

Pubblico agli Europei, se per il Ministro Speranza c’è apertura e apertura…

Il Governo cede alle minacce dell’UEFA e accetta che alcuni tifosi possano entrare all’Olimpico: è una buona notizia, ma a maggior ragione dovrebbe permettere anche a famiglie e lavoratori in crisi di ripartire al più presto in sicurezza

Mirko Ciminiello

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pubblico agli europei: tifosi allo stadio
Pubblico allo stadio durante le qualificazioni per Euro 2020

Palazzo Chigi ha dato alla Figc la disponibilità a studiare un piano per avere il pubblico agli Europei di calcio della prossima estate. Lo ha comunicato Roberto Speranza, Ministro nomen omen della Salute, spiegando che una quota di spettatori potrà tornare sugli spalti secondo regole ancora da definire. Un’iniziativa certamente lodevole, che però stride parecchio con l’atteggiamento assurdamente chiusurista dell’esponente di LeU nei confronti delle numerose attività professionali ormai giunte al limite della sopravvivenza.

Pubblico agli Europei, via libera del Governo

«Il Governo italiano ha chiesto parere al Cts, per valutare, sulla base del quadro epidemiologico e dell’andamento delle vaccinazioni, la possibilità di prevedere una presenza limitata di pubblico per gli Europei». Così fonti dell’esecutivo Draghi, confermando quanto aveva riferito il presidente della Federcalcio Gabriele Gravina dopo aver ricevuto la nota di assenso del titolare della Sanità.

Cade così la “minaccia” di Aleksander Čeferin, presidente dell’UEFA, che aveva escluso categoricamente «l’opzione di giocare qualsiasi partita di Euro 2020 in uno stadio vuoto». A costo di revocare lo status di organizzatore alle città non in grado di garantire la partecipazione del pubblico agli Europei. La prima manifestazione calcistica itinerante della storia, che dovrebbe svolgersi in 12 sedi, inclusa Roma che, all’Olimpico, ospiterà l’11 giugno la gara inaugurale Italia-Turchia.

Ora, comunque, la palla passa (è il caso di dirlo) al Comitato tecnico scientifico, che dovrà stilare «i protocolli che consentano di svolgere in sicurezza gli eventi». Cominciando dalle modalità di accesso (si ipotizzano tamponi negativi o certificati di vaccinazione) e dal numero dei tifosi ammessi allo stadio. L’organo governativo del football continentale vorrebbe una capienza minima del 25%, anche se per ora da via Lungotevere Ripa non sono arrivate indicazioni in merito.

Speranza paradossale

In effetti, benché questo disco verde sia indubbiamente un’ottima notizia, rappresenta al contempo un paradosso, essendo arrivato dal capofila dell’ala rigorista della maggioranza. Curiosamente, però, stavolta il più strenuo oppositore della ripartenza ha messo a tacere quei membri del Cts che avevano espresso i propri dubbi al riguardo. E, a prescindere dalle opinioni, è lecito chiedersene il motivo, soprattutto di fronte all’esasperazione crescente di famiglie e lavoratori ridotti allo stremo.

Forse c’è apertura e apertura? O non sarà che l’ideologia del rosso ha ceduto il passo al vile danaro? Dopotutto, pecunia non olet, come insegnavano già gli antichi Romani

In questo caso, però, il Ministro libero e uguale avrebbe anche potuto limitarsi a imitare le ricette nostrane e chiedere all’avvocato sloveno adeguati ristori. Beninteso, augurandosi che la “potenza di fuoco” e le tempistiche siano migliori di quelle dell’Italia. Ma, in fin dei conti, non abbiamo forse un Governo (anche) di Speranza?

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Politica

Chiusure da Covid, la realtà sconfessa ancora il pandemicamente corretto

Due studi evidenziano che la luce solare inattiva il coronavirus e che la percentuale di chi si contagia all’aperto è irrilevante: dando forza a chi spinge per le riaperture – e con buona pace del Ministro della Salute Speranza

Mirko Ciminiello

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chiusure da covid: protesta per le riaperture
Protesta per le riaperture (immagine d'archivio)

Da oltre un anno si sente ripetere che le chiusure da Covid sono cosa buona e giusta “perché lo dice la scienza”. Che, en passant, sarebbe la versione pandemicamente corretta del “ce lo chiede l’Europa”. Facile, quindi, immaginare lo sgomento dei manutengoli del pensiero sanitario unico quando la stessa scienza ha preferito la realtà alla loro narrazione. Ancora una volta.

Le chiusure da Covid sono davvero utili?

Il Sole è otto volte più rapido ed efficace nel neutralizzare il coronavirus di quanto previsto dai modelli teorici. Questi i risultati di uno studio condotto dall’Università californiana di Santa Barbara e recentemente pubblicato sulla rivista specializzata The Journal of Infectious Diseases.

Il merito va soprattutto alla radiazione ultravioletta UV-A e UV-B, la cui azione antivirale è così potente da suggerire che possa essere amplificata da qualche meccanismo chimico-biologico. In ogni caso, gli autori hanno sottolineato come questa scoperta apra la strada a nuove strategie di contenimento del Covid-19, più accessibili ed economiche. Come l’uso di semplici lampade Led UV, «che sono più forti della luce solare naturale, il che potrebbe accelerare i tempi di inattivazione del virus».

L’analisi va di pari passo con quella dell’Health Protection Surveillance Centre, l’ente irlandese che si occupa di tutela della salute. E che ha appena certificato che, tra i contagi da SARS-CoV-2, solo uno su mille avviene all’aperto. Percentuale che, peraltro, rispecchia quelle di altre ricerche internazionali.

L’Università della California, per esempio, ha stabilito che c’è una probabilità di infettarsi 19 volte maggiore al chiuso che all’aperto. E l’Università di Canterbury ha concluso che il numero di casi legati alla trasmissione all’aperto è «così piccolo da essere insignificante».

Di fronte a queste evidenze, è quantomeno lecito chiedersi se le chiusure da Covid siano davvero utili. E, all’inverso, se non si possa iniziare a programmare le riaperture laddove il quadro epidemiologico lo consentirà. Come chiedono a gran voce numerose categorie professionali, ma anche le Regioni e parte della maggioranza.

Soprattutto la Lega, il cui segretario Matteo Salvini ha esortato il Governo Draghi ad ascoltare «la scienza, non l’ideologia che vede solo rosso». Ogni riferimento a Roberto Speranza, Ministro nomen omen della Salute, era puramente voluto.

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Cultura

Santa Pasqua, auguri per una Risurrezione spirituale e dalla pandemia!

Mentre molti auspicano la liberazione dal Covid-19, celebriamo intanto la solennità più importante del Cristianesimo: che ci ricorda come Gesù, vincendo la morte, abbia già liberato l’umanità, redimendola dal peccato

Mirko Ciminiello

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santa pasqua: scala verso il paradiso
Una scala verso il Paradiso

Dopo oltre un anno contrassegnato dalla pandemia e dalle restrizioni, in molti auspicano che la Santa Pasqua segni la Risurrezione sotto ogni punto di vista. Anche materiale, cioè, benché la solennità fondante del Cristianesimo abbia un significato anzitutto spirituale.

La Santa Pasqua è infatti il giorno in cui Gesù Cristo vinse la morte, redimendo l’umanità dal peccato. In modo simile, la Pasqua israelitica rievoca la liberazione dalla schiavitù in Egitto, oltre al miracoloso attraversamento del Mar Rosso (Es 14, 1-29). Non a caso, il termine deriva dall’ebraico Pesach, che vuol dire “passaggio”.

La Pasqua cristiana cade la domenica successiva al primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera, convenzionalmente fissato al 21 marzo. Uno dei motivi per cui è una festa mobile risiede nel fatto che non si conosce la data esatta dell’evento originario. Le Sacre Scritture indicano infatti solamente che avvenne di domenica, due giorni dopo la Passione e morte di Gesù di Nazareth. Come Egli stesso aveva preannunciato (riferendosi al tempio del Suo corpo): «Distruggete questo Tempio e in tre giorni lo farò risorgere» (Gv 2, 19).

Un’antica tradizione, ancora viva in epoca medioevale, fissava il Venerdì Santo al 6 aprile. Data che Francesco Petrarca (che in quel giorno, nel 1327, incontrò l’amata Laura) immortalò nel sonetto Era il giorno ch’al sol si scoloraro. Che, tra l’altro, fa riferimento all’oscuramento della nostra stella, narrato dai Vangeli sinottici, da mezzogiorno alle tre del pomeriggio, ora in cui Gesù «consegnò lo spirito» (Gv 19, 30).

La Santa Pasqua di Risurrezione

San Giovanni racconta anche che i capi dei sacerdoti giudei rimasero sconvolti nel leggere l’iscrizione che Ponzio Pilato aveva fatto apporre sulla Croce (Gv 29, 21-22). Il cosiddetto Titulus crucis, che indicava in tre lingue (ebraico, greco e latino) il motivo della condanna: Gesù il Nazareno, Re dei Giudei.

In aramaico, come scoprì lo scrittore francese Henri Tisot (1937-2011), la scritta corrisponde alla dizione ישוע הנוצרי ומלך היהודים, vocalizzata come “Yeshua Hanotsri Wemelek Hayehudim”. Prendendo le iniziali come per il latino INRI (Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum), e considerando la lettura da destra verso sinistra, si ottiene יהוה, “YHWH“. Ovvero il Tetragramma Divino, l’impronunciabile Nome di Dio.

Come Gesù aveva profetizzato: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’Uomo, allora saprete che Io Sono» (Gv 8, 28). La locuzione che nell’Antico Testamento indica proprio il Nome del Signore (per esempio in Es 3, 14).

In effetti, comunque, la scomparsa del Figlio di Dio lasciò sgomenti anche gli Apostoli, che si rinchiusero nel Cenacolo. Un turbamento rivissuto nel Sabato Santo, il “giorno del silenzio” contrassegnato dall’assenza di celebrazioni (la Veglia serale, infatti, è già parte della liturgia pasquale).

Furono Maria di Magdala e le pie donne a uscire dall’isolamento, per recarsi al Santo Sepolcro nel terzo giorno dalla Crocifissione del Salvatore. Trovarono però la tomba vuota, e una o due figure angeliche che diedero loro il lieto annuncio. Magari – dice qualcuno – per avere la sicurezza che la notizia della Risurrezione si diffondesse rapidamente.

Malignità a parte, resta che la Santa Pasqua è stata uno spartiacque della Storia, e l’auspicio è che questa particolare ricorrenza rappresenti una svolta anche per noi. Dal punto di vista sanitario, certo, ma soprattutto permettendoci di “morire a noi stessi” per risorgere come uomini e donne nuovi.

Buona, Santa Pasqua ai nostri lettori!

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Politica

Cerchiobottismo di Governo, il Dl Covid accontenta tutti (tranne gli Italiani)

Il Premier Draghi cede ancora ai “rigoristi” e inasprisce le restrizioni fino al 30 aprile: però concede un contentino anche agli “aperturisti”, impegnandosi a valutare il ritorno alle zone gialle a partire da metà mese

Mirko Ciminiello

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cerchiobottismo di Governo: matteo salvini e roberto speranza
Il segretario della Lega Matteo Salvini e il Ministro della Salute Roberto Speranza

È il cerchiobottismo di Governo la vera ratio del nuovo Dl Covid approvato dal Consiglio dei Ministri e valido dal 7 al 30 aprile prossimo. Non che fosse impronosticabile, considerata la maggioranza ecumenica che sostiene il Premier Mario Draghi. Il quale dunque, senza grosse sorprese, ha optato per un compromesso che fa contenti tutti. A parte, naturalmente, gli Italiani.

Il cerchiobottismo di Governo

Anche stavolta l’agognato cambio di passo ci sarà la prossima volta. Il Decreto Legge contenente le «misure urgenti per il contenimento» della pandemia ha infatti prorogato le disposizioni previste dall’attuale Dpcm, in scadenza il 6 aprile. Anzi, le ha perfino inasprite, considerando che le visite a parenti e amici saranno vietate in zona rossa, e limitate al territorio comunale in zona arancione.

Non a caso, ha espresso «soddisfazione» Roberto Speranza, titolare nomen omen della Salute. Nonché capofila dell’ala rigorista e – ipso facto – Ministro più nefasto dell’esecutivo.

Le tensioni interne restano però alte, e non a caso SuperMario, proprio in nome del cerchiobottismo di Governo, ha lanciato un segnale anche al fronte aperturista. Assicurando «un impegno politico a valutare misure meno restrittive a partire da metà mese». Più o meno dal 15 aprile, dunque, sarà possibile tornare in zona gialla in presenza di un miglioramento del quadro epidemiologico e dell’avanzamento della campagna vaccinale.

cerchiobottismo di governo: mario draghi
Il Premier Mario Draghi

Il meccanismo dell’eventuale ripartenza non sarà comunque automatico come chiedevano vari esponenti del centrodestra, a cominciare dal leader del Carroccio Matteo Salvini. Il quale, pur ribadendo la lealtà della Lega all’ex Governatore della Bce, ha cinguettato tutto il suo disappunto. «Non si possono rinchiudere fino a maggio 60 milioni di persone», il j’accuse, «per scelta politica, non medica o scientifica» dell’inquilino di via Lungotevere Ripa.

Difficile dargli torto. Non foss’altro perché, com’è ormai acclarato, con Speranza non ci sarà mai speranza.

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Politica

Euro-solidarietà, Recovery e vaccini smascherano l’illusione di Bruxelles

I fondi comunitari contro la pandemia in ostaggio della Corte Costituzionale tedesca, come 100 milioni di dosi Pfizer lo sono del Cancelliere austriaco Kurz. Altro che “Ue della sanità”, al massimo è una Ue del sanatorio

Mirko Ciminiello

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euro-solidarietà
Strategia europea anti-Covid

All’interno di quel grande sogno chiamato Unione Europea, proprio come nel film Inception c’era un “sogno dentro al sogno” denominato euro-solidarietà. E il verbo al passato è tutto tranne casuale, soprattutto dopo le notizie provenienti dal mondo germanofono su Recovery Fund e vaccini anti-Covid. Che hanno definitivamente chiarito (casomai ci fossero stati ancora dei dubbi) come la natura di questo pseudo-concetto non fosse che quella di una “bella bugia”.

Il blocco del Recovery Fund e l’illusione dell’euro-solidarietà

La Corte Costituzionale tedesca ha bloccato il Next Generation Eu, impedendo al Presidente della Repubblica Frank-Walter Steinmaier di firmare la legge recentemente approvata dal Parlamento. L’eventuale ratifica dovrà infatti essere subordinata al pronunciamento degli stessi ermellini sui ricorsi contro il Fondo per la Ripresa. In particolare, quello di Bündnis Bürgerwille, movimento guidato da Bernd Lucke, economista euroscettico già fondatore del partito nazionalista Alternative für Deutschland (poi da lui abbandonato).

Le preoccupazioni del Nostro sono legate al fatto che il salvagente pandemico da 750 miliardi verrà foraggiato (anche) attraverso bond comuni e comunitari. Che gli oppositori del programma temono non verranno ripagati dagli Stati finanziariamente più deboli, i cui oneri potrebbero dunque ricadere su Nazioni ricche come la Germania.

Il primo effetto della sospensione è lo stop all’erogazione dei sostegni da parte della Commissione europea, che necessita del via libera di tutti i Ventisette. Obiettivo comunque ancora lontano, visto che finora il semaforo verde è arrivato da meno della metà dei Paesi membri.

Ora, comunque, è pressoché certo che bisognerà attendere almeno altri tre mesi, il tempo necessario perché i giudici di Karlsruhe emettano l’ardua sentenza. Fonti dell’esecutivo comunitario hanno espresso fiducia sulla possibilità che le toghe rosse (in senso meramente cromatico) confermino rapidamente la «legittimità della decisione sulle risorse proprie».

Di sicuro, però, non è un bel segnale per Bruxelles. Di nuovo.

Il ricatto dell’Austria

Anche perché nel frattempo il colpo di grazia all’illusione dell’euro-solidarietà l’ha dato il Cancelliere austriaco Sebastian Kurz. Il quale da tempo frigna contro i criteri di distribuzione degli antidoti anti-coronavirus, ripartiti nel Vecchio Continente in modo proporzionale alla popolazione.

Il casus belli è un lotto da 100 milioni di dosi aggiuntive del preparato Pfizer-BioNTech, che l’Europa ha già opzionato. E che garantirebbero, nel secondo trimestre dell’anno, un anticipo di 10 milioni di fiale, da cui Vienna non fa mistero di voler attingere. Anche se non ne ha alcun diritto, non essendo in emergenza con la campagna d’immunizzazione – a differenza, per esempio, di Bulgaria, Croazia e Lettonia.

Il problema dell’Austria è che ha puntato prioritariamente su AstraZeneca, e verrà dunque penalizzata dai tagli della compagnia anglo-svedese. Questione che però Kurz sta già affrontando, tra l’altro negoziando con la Russia l’acquisto di un milione di sieri Sputnik V. Prima ancora, poi, assieme all’omologa danese Mette Frederiksen aveva annunciato l’intenzione di avviare una partnership con le Big Pharma americane Pfizer e Moderna in territorio israeliano.

Altro che euro-solidarietà

Di qui l’inconsistenza delle frugali rivendicazioni, e di qui la durissima reazione, in sede di Consiglio europeo, del Premier Mario Draghi. Che, di fronte agli ennesimi cahiers de doléances, ha tuonato che Vienna «non otterrà una sola dose in più» di quelle che le spettano.

Posizione condivisa anche dagli altri euro-leader, a cui Kurz ha reagito minacciando il boicottaggio della nuova fornitura, visto che gli acquisti comunitari richiedono l’unanimità. Un ricatto che ha suscitato l’indignazione anche di euroinomani come Nicola Danti, eurodeputato di Italia Viva.

Sono lontani, insomma, i tempi in cui Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea, vagheggiava una Ue della sanità. Da lì alla “Ue del sanatorio”, in effetti, il passo è stato fin troppo breve.

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Politica

Riaperture, le (nefaste) ricette di Speranza e la prospettiva di speranza

Il “nomen omen” s’inventa un divieto di espatrio occulto a pochi giorni dalle partenze pasquali, mentre il Ministro Gelmini propone un automatismo per ripartire ove possibile: e per fortuna anche Draghi ora evoca il “gusto del futuro”

Mirko Ciminiello

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riaperture: protesta dei ristoratori a milano
Protesta per le riaperture

Riaperture sì, riaperture no, riaperture forse. Torna il leitmotiv del momento e, come da copione, tutte le posizioni sono più o meno rappresentate all’interno dell’esecutivo Draghi. A oggi è ancora presto per dire quale prevarrà alla fine, però ci sono dei segnali: che vanno – finalmente – in direzione dell’auspicata ripartenza.

Il pressing sulle riaperture

«Non riteniamo né utile, né scientificamente plausibile stabilire oggi che per tutto aprile non si possa parlare di riaperture. Decidere oggi, 30 marzo, che se ne riparla a maggio è sbagliato».

Così il segretario del Carroccio Matteo Salvini ha stroncato le indiscrezioni secondo cui il nuovo Dl Covid non prevederà zone gialle per un altro mese. Spronando al contempo a inserire nel Decreto «la previsione che, se i dati miglioreranno dopo Pasqua, nelle zone sotto controllo si possa dar corso a riaperture».

L’idea era già stata formulata da Maria Stella Gelmini, Ministro azzurro per gli Affari regionali. La quale, pur sottolineando che «fino al 15-20 aprile ci vorrà ancora molta attenzione», aveva ipotizzato «un automatismo per prevedere aperture mirate».

Un’istanza, per inciso, ben diversa dall’interpretazione che ne hanno dato gli intelliggenti con-due-gi, che l’hanno spacciata per richiesta di un “liberi tutti” indiscriminato. Tanto che il Capitano ha potuto evidenziare come questa visione rispecchi quella espressa dal Premier Mario Draghi nel recente vertice con gli enti locali.

«Bisogna cominciare ad aver di nuovo il gusto del futuro» ha affermato l’ex Governatore della Banca Centrale Europea davanti al pressing aperturista delle stesse Regioni. Aggiungendo che «la campagna vaccinale sta migliorando» e «le dosi in arrivo dovrebbero essere più che sufficienti per raggiungere l’immunità per il mese di luglio».

Coraggio, allora, signor Presidente! Ricordi che gli Italiani la osservano, restando in fiduciosa attesa del tanto agognato cambio di passo.

Una prospettiva di speranza

Per ora, comunque, la svolta non appare imminente. Prova ne è l’ultima ordinanza del Ministro nomen omen della Salute Roberto Speranza, in teoria finalizzata a risolvere il caso sollevato da Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi. Che aveva segnalato l’incongruenza tra il non potersi spostare dal proprio Comune e il poter viaggiare oltreconfine, «mentre l’85% degli alberghi italiani è costretto a restare chiuso».

Un paradosso in grado di mettere in ginocchio il turismo italiano, anche per via delle misure anti-Covid meno rigide applicate da Paesi come la Spagna. Come hanno denunciato non solo le associazioni di categoria, ma anche il Governatore piddino dell’Emilia-Romagna e Presidente della Conferenza delle Regioni Stefano Bonaccini.

Di fronte alle polemiche, da via Lungotevere Ripa hanno pensato male di disporre un doppio tampone e 5 giorni di quarantena per i vacanzieri esteri. In pratica, un divieto di espatrio occulto, concettualmente simile all’obbligo mascherato di vaccinazione imposto qualche tempo fa dal Vaticano. Un divieto stabilito, oltretutto, a pochi giorni dalle partenze pasquali, in barba all’impegno di comunicare i provvedimenti con largo anticipo. Nonché all’evidenza che chi si era già organizzato lo aveva fatto a rigor di legge.

Tanto per dire che l’eventuale, agognata sterzata non potrà non costituire un’inversione a U rispetto alla linea “rigorista” personificata dal Ministro più nefasto del Governo. D’altronde, come ha dichiarato la Gelmini, «occorre dare ai cittadini una prospettiva di speranza». E, tra questa e una prospettiva di Speranza, c’è un abisso.

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Cronaca

Priorità vaccinale, se anche i magistrati si atteggiano a furbetti del siero…

L’Anm chiede una corsia preferenziale per l’antidoto, “minacciando” in caso contrario il blocco dell’attività giudiziaria: segno che il Sistema è vivissimo, e non è un caso che il leader della Lega Salvini evochi il “modello Palamara”

Mirko Ciminiello

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priorità vaccinale
Vaccinazione

Si è consumato sulla priorità vaccinale il primo, grande scontro tra il Governo Draghi e i magistrati. Il cui sindacato ha sommessamente fatto sapere di essere pronto a bloccare i processi in assenza di un accesso privilegiato ai sieri. A ennesima conferma di quella che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ebbe a definire, citando il giurista Vladimiro Zagrebelsky, «modestia etica» della categoria.

Priorità vaccinale, le pretese dell’Anm

«L’esclusione del comparto giustizia dalla programmazione vaccinale, specie in un momento di grave recrudescenza dell’emergenza pandemica, imporrà fin da subito il sensibile rallentamento di tutte le attività giudiziarie». Così l’Anm che, in una nota, ha esortato gli uffici a «rallentare immediatamente tutte le attività», senza escludere «la sospensione dell’attività giudiziaria non urgente».

Nel mirino dell’Associazione Nazionale Magistrati il nuovo Piano vaccini predisposto dal Generale Francesco Paolo Figliuolo, Commissario straordinario per l’emergenza coronavirus. Che ha stabilito come unico criterio per la somministrazione dell’antidoto quello delle fasce d’età, senza riferimenti a categorie professionali “protette”.

Scelta che, peraltro, il Ministro della Giustizia Marta Cartabia aveva già comunicato alle toghe, che sembravano averla compresa. Questo, almeno, hanno precisato fonti di via Arenula, menzionando un colloquio con il Guardasigilli del 18 marzo scorso.

La richiesta di una corsia preferenziale per l’immunizzazione ha comunque scatenato un’immediata polemica politica. Con il senatore azzurro Maurizio Gasparri che ha parlato di «casta delle caste», e il segretario leghista Matteo Salvini che ha evocato il «modello Palamara».

Il riferimento era al tonno espiatorio Luca, l’ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura che, espulso dal “Sistema”, ne ha denunciato le degenerazioni. Anche di fronte allo stesso Csm, in una recente audizione che è stata secretata. Tanto per dire che lo scandalo Magistratopoli non ha insegnato niente, nemmeno in termini di opportunità.

Come i furbetti dei vaccini?

In effetti, si fa fatica a capire in cosa, nel merito, la pretesa di una priorità vaccinale sarebbe diversa dagli intrallazzi dei furbetti dell’antidoto. Per quanto questo arroccamento corporativistico possa anche risultare, in qualche misura, comprensibile.

Passi ancora, infatti, che “saltino la fila” rappresentanti delle istituzioni come il Governatore della Campania Vincenzo De Luca. Che però lo faccia Andrea Scanzi, firma de Il Fatto Quotidiano, obiettivamente metterebbe a dura prova la pazienza di chiunque. A maggior ragione dopo la pubblica reprimenda da parte del dottor Evaristo Giglio, direttore dell’Asl di Arezzo, secondo cui l’iniezione del giornalista poteva anche attendere.

Questo, naturalmente, non significa che la “minaccia” dei togati sia giustificata: però – per usare un’espressione giuridica – si potrebbe forse concedere loro delle attenuanti. Visto (o meglio, udito) il tintinnar di manettaro, ne varrebbe certamente… la pena.

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Cronaca

Farmaci anti Covid-19, oltre il vaccino c’è di più (e parla anche italiano)

Uno studio internazionale a forti tinte tricolori individua un composto in grado di “intrappolare” il virus nelle cellule malate. E in America il colosso farmaceutico Pfizer avvia la sperimentazione su un antivirale da assumere per via orale

Mirko Ciminiello

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farmaci anti covid-19: laboratorio di analisi
Laboratorio di analisi

Due farmaci anti Covid-19 potrebbero arrivare ad arricchire l’arsenale a nostra disposizione nella battaglia clinica che combattiamo ormai da più di un anno. Il colosso farmaceutico americano Pfizer ha infatti comunicato l’avvio dei test clinici su una nuova pillola antivirale. E una ricerca internazionale a forti tinte tricolori ha individuato un composto naturale in grado di intrappolare il virus, fermandone la diffusione nell’organismo.

Due nuovi farmaci anti Covid-19?

Pfizer ha appena iniziato il trial clinico di Fase 1 per una possibile cura contro il coronavirus da assumere per via orale. È stata la stessa Big Pharma, attraverso una nota ufficiale, a dare l’annuncio, subito rilanciato dal presidente Albert Bourla.

La multinazionale ha aggiunto che il candidato, chiamato PF-07321332, «ha dimostrato una potente attività antivirale in vitro contro SARS-CoV-2, nonché attività contro altri coronavirus». Il trattamento «potrebbe essere prescritto al primo segno di infezione, senza richiedere che i pazienti siano ospedalizzati o in terapia intensiva». I dati preclinici saranno comunque presentati durante un meeting il prossimo 6 aprile.

Questo potenziale agente terapeutico è «un inibitore della proteasi Sars-Cov2-3CL», un tipo di enzima che serve al patogeno per replicarsi, ovvero per creare copie di se stesso. Questi “cloni” vengono poi rilasciati nel corpo dell’ospite, infettandone le cellule e scatenando la malattia.

Gli inibitori delle proteasi interrompono questo meccanismo, impedendo così al parassita di riprodursi e, quindi, di esercitare il suo effetto nocivo. E, generalmente, risultano ben tollerati dall’uomo, non essendo associati a tossicità.

La scoperta italiana

Un altro enzima, di nome E3 ubiquitina ligasi, è stato invece oggetto di uno studio internazionale appena pubblicato sulla rivista Cell Death & Disease. Si tratta di una proteina che il microrganismo usa per uscire dalle cellule infettate, come una sorta di “ponte” verso l’esterno.

Il team coordinato dai genetisti italiani Giuseppe Novelli e Pier Paolo Pandolfi ha però scoperto che può essere bloccata (in vitro) da una sostanza di nome indolo-3-carbinolo. Un composto naturale presente in broccoli, cavoli e cavolfiori che, reprimendo l’attività enzimatica, “intrappola” il virus nella cellula malata. E che, essendo già utilizzato per altri trattamenti, potrebbe essere approvato rapidamente una volta dimostrata la sua efficacia contro il SARS-CoV-2.

La luce in fondo al tunnel appare quindi sempre più luminosa, anche grazie a questi due farmaci anti Covid-19. Parafrasando una nota canzone, si può tranquillamente affermare che oltre il vaccino c’è di più.

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Politica

Nuovo Decreto, il Governo ignora ancora il centrodestra “di Governo”

Si va verso la proroga delle restrizioni almeno fino al 3 maggio, quando si auspica che la campagna vaccinale sarà a regime. La gente però è stanca e, se Salvini & Co. intendono battere un colpo, è il momento giusto per farlo

Mirko Ciminiello

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nuovo decreto: mario draghi
Il Premier Mario Draghi

Il nuovo Decreto allo studio dell’esecutivo guidato dal Premier Mario Draghi dovrebbe prevedere le stesse, vecchie chiusure. Questo, almeno, riferiscono i beninformati, secondo cui le restrizioni attualmente in vigore dovrebbero essere prolungate di un altro mese. Un indirizzo che, in ogni caso, sta già spaccando – una volta di più – gli eterogenei azionisti di maggioranza del Governo ecumenico.

Nuovo Decreto, vecchie chiusure

«L’andamento dei contagi resta allarmante, e non è il caso di allentare la stretta anche se la curva dell’epidemia si sta appiattendo». Sarebbe questo, stando ai rumours, il monito lanciato all’ex Governatore della Bce da parte dei cosiddetti rigoristi. Ovvero Roberto Speranza, Ministro nomen omen della Salute, Franco Locatelli e Silvio Brusaferro, rispettivamente coordinatore e portavoce del Comitato tecnico scientifico.

L’attuale normativa scadrà il prossimo 6 aprile, ma l’orientamento sarebbe quello di mantenere le limitazioni almeno fino al 3 maggio. Termine che dovrebbe servire a oltrepassare le festività del 25 aprile e del 1° maggio riducendo i rischi di trasmissione del Covid-19. In attesa che i competenti si accorgano che dopo verranno il 2 giugno e la stagione estiva.

Nel frattempo, tutte le Regioni dovrebbero restare in fascia arancione o rossa, il che implica che le serrande di bar, ristoranti, cinema e teatri resteranno abbassate. Alla tagliola dovrebbero invece sfuggire le scuole, in predicato di riaprire anche in zona rossa – sia pure limitatamente a materne ed elementari.

Il rovescio della medaglia sarà la militarizzazione degli istituti, con esercito e Protezione Civile impiegati per fare test rapidi perfino ai bambini dei nidi. Quando sarebbe più opportuno blindare la campagna vaccinale, al momento ancora lontana dall’obiettivo di immunizzare 500mila persone al giorno.

Un fatto, sia chiaro, decisamente più imputabile a Bruxelles che a Roma, ma che ha ripercussioni sull’intero Belpaese. Intanto perché porterà alla proroga dello stato di emergenza, in scadenza il 30 aprile, probabilmente fino a giugno. Ma, soprattutto, perché gli Italiani non possono continuare a pagare il prezzo dell’inefficienza delle istituzioni.

Dov’è il centrodestra “di Governo”?

Il nuovo Decreto, e in particolare la conferma dei divieti, non incontra il favore di Matteo Salvini, segretario della Lega. Il quale insiste sulla necessità di “risorgere” dopo Pasqua, spalleggiato anche da almeno una parte di Forza Italia.

Una posizione che non sorprende, considerando che i due partiti di ex-opposizione fanno notoriamente parte dell’ala aperturista. A questo punto, però, è arrivato il momento che decidano cosa vogliono fare da grandi.

Lo spazio ce l’hanno anche, visto che il Pd 2.0 (si fa per dire) di Enrico “stai sereno” Letta si sta dedicando a imprese più edificanti. Tipo eleggere due capigruppo donna, senza nemmeno rendersi conto che non c’è niente di più sessista che una nomina basata prioritariamente sul sesso.

Tornando comunque ai “minimi sistemi”, qualche giorno fa il Nipote-di rimproverava al Capitano di aver tenuto «in ostaggio per un pomeriggio il Cdm (senza peraltro risultati)». Evidentemente non gli avevano riportato in modo corretto i contenuti del Decreto Sostegni, però il suo cinguettio potrebbe ora assumere la valenza di una profezia.

Non è un mistero, infatti, che il centrodestra “di Governo” aspirasse a correggere la rotta di Palazzo Chigi. Ebbene, è arrivato il momento di battere un colpo. Perché la gente è stanca delle parole e si aspetta i fatti, anche se per ottenerli si dovesse alzare la voce.

Qui si parrà la tua nobilitate, si potrebbe dire. In tempi di Dantedì, scusate se è poco!

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Primo Piano