Overtourism, da Roma all’Egitto: Sapiens racconta il turismo che consuma città e identità
Il turismo globale è diventato uno dei grandi paradossi del nostro tempo: porta ricchezza, lavoro e scambi culturali, ma può consumare i luoghi che rende famosi. Sapiens, il programma di Mario Tozzi su Rai 3, affronta questo nodo con un viaggio ideale e fisico da Roma all’Egitto, passando per Napoli, Il Cairo, Karnak, il Nilo e Sharm.
Overtourism e città d’arte: perché il tema riguarda tutta l’Italia
L’Italia è uno dei Paesi che più hanno beneficiato dell’attrazione turistica internazionale. Città d’arte, borghi, coste, montagne, siti archeologici, enogastronomia e patrimonio culturale formano un insieme unico. Ma proprio questa forza espone molte destinazioni a una pressione crescente. Venezia, Firenze, Roma, Napoli e tante località minori vivono una tensione sempre più evidente: accogliere visitatori senza perdere abitanti, servizi e identità.
L’overtourism non è soltanto una questione di numeri. Non basta dire che arrivano troppe persone. Occorre capire dove arrivano, quando arrivano, come si muovono, quanto restano, che cosa consumano, quali ricadute lasciano. Una città può sostenere grandi flussi se sono distribuiti, programmati e coerenti con la capacità dei luoghi. Può invece andare in sofferenza anche con numeri più bassi, se tutti si concentrano negli stessi spazi.
La puntata di Sapiens si inserisce proprio in questo dibattito. Mario Tozzi porta il pubblico davanti alla differenza fra viaggio e turismo seriale. Il primo richiede tempo, curiosità, rispetto. Il secondo spesso riduce la destinazione a immagine, prestazione, contenuto da condividere. È qui che una questione culturale diventa anche ambientale, economica e sociale.
Da Roma al Nilo: il turismo globale e la fragilità dei luoghi simbolo
Il percorso scelto dalla trasmissione unisce luoghi con storie immense: Roma, Napoli, Il Cairo, Karnak, il Nilo, Sharm. Sono mete diverse, ma accomunate da un elemento: la loro forza attrattiva nasce da patrimoni naturali, archeologici e urbani non replicabili. Proprio per questo non possono essere trattate come prodotti infiniti.
Un sito archeologico non è un parco a tema. Un centro storico non è una piattaforma commerciale. Un fiume non è solo sfondo per crociere e fotografie. Quando il turismo si concentra su luoghi fragili, la pressione diventa materiale: usura degli spazi, produzione di rifiuti, consumo idrico, congestione, aumento dei prezzi, banalizzazione dell’offerta commerciale.
Nel caso delle città d’arte, il danno più difficile da misurare è la perdita di identità. Non avviene in un giorno. Si manifesta quando le funzioni ordinarie vengono espulse, quando gli abitanti stabili diminuiscono, quando il commercio si uniforma, quando la vita locale diventa accessorio della visita. A quel punto la città può apparire piena e, allo stesso tempo, essere più povera di relazioni reali.
Residenti, case e lavoro: il lato sociale del turismo senza misura
Il turismo di massa non incide solo sui monumenti. Entra nelle case, nei contratti, nei turni di lavoro, nei prezzi, nella mobilità. L’espansione degli affitti brevi in molte destinazioni ha modificato il mercato abitativo, rendendo più difficile vivere nei centri storici e in alcune aree ad alta domanda. Per studenti, lavoratori, famiglie e anziani, trovare un’abitazione accessibile può diventare sempre più complicato.
Anche il lavoro turistico presenta una doppia faccia. Da una parte offre occupazione e opportunità. Dall’altra, se legato a stagionalità estrema e servizi a basso valore, rischia di produrre precarietà, salari deboli, dipendenza da flussi instabili. Una città che punta quasi tutto sui visitatori si espone a oscillazioni improvvise: crisi internazionali, rincari, emergenze sanitarie, cambiamenti nei collegamenti aerei possono alterare in poco tempo equilibri economici costruiti su basi fragili.
Per questo il turismo non può essere valutato solo contando presenze e incassi. Va misurato anche sulla qualità della vita, sulla tenuta dei servizi, sulla permanenza dei residenti, sulla tutela del patrimonio, sulla distribuzione dei benefici. Un modello maturo non punta ad avere sempre più visitatori ovunque. Punta ad avere visitatori più consapevoli, permanenze più lunghe, spesa più radicata nei territori e minore impatto.
Ambiente e patrimonio: la sostenibilità non può restare una parola da convegno
Il turismo ha un’impronta ecologica. Aerei, navi, bus, alberghi, ristorazione, climatizzazione, consumi idrici e gestione dei rifiuti compongono una filiera complessa. In molte destinazioni, questa impronta si somma a problemi già presenti: caldo urbano, scarsità d’acqua, inquinamento, fragilità costiere, manutenzione insufficiente, pressione sui trasporti pubblici.
La sostenibilità non può ridursi a un’etichetta. Deve tradursi in regole, limiti, investimenti e scelte di pianificazione. Accessi programmati nei luoghi più delicati, mobilità collettiva efficiente, tutela della residenza, controlli sugli usi turistici degli immobili, valorizzazione di itinerari meno saturi e informazione chiara ai visitatori sono strumenti concreti. Nessuno di questi, da solo, risolve il problema. Insieme possono però cambiare la direzione.
L’Italia ha un vantaggio: possiede un patrimonio diffuso, non concentrato solo in poche icone. Questo permette di immaginare un turismo più equilibrato, capace di portare attenzione anche a musei minori, aree interne, borghi, parchi, cammini, siti archeologici meno frequentati. Ma la distribuzione dei flussi non nasce da sola. Va progettata con trasporti, servizi, narrazioni e qualità dell’accoglienza.
Viaggiatori, non consumatori: la via possibile
La domanda posta da Sapiens è semplice solo in apparenza: quando abbiamo smesso di essere viaggiatori? La risposta riguarda il nostro modo di stare nel mondo. Viaggiare non significa accumulare luoghi. Significa entrare in rapporto con una storia, accettare lentezza, capire che una città non esiste per essere fotografata, ma per essere vissuta prima di tutto da chi la abita.
Un’altra via è possibile se il turismo torna a essere esperienza e non assalto. Questo richiede responsabilità pubblica, imprese più lungimiranti e visitatori meno passivi. Richiede anche un cambiamento nel modo in cui raccontiamo le destinazioni: meno liste da completare, più conoscenza; meno consumo visivo, più attenzione ai contesti; meno concentrazione nei soliti punti, più rispetto per la complessità dei territori.