C’è una parte del dramma dei femminicidi che spesso resta in secondo piano nel dibattito pubblico nazionale: quella dei figli delle donne uccise. Il Lazio ha deciso di riportarla al centro con la pubblicazione dell’avviso pubblico per l’erogazione di contributi a favore degli orfani di vittime di femminicidio.
Il bando, pubblicato da LazioCrea il 18 marzo 2026, mette a disposizione 600mila euro complessivi e prevede un contributo di 10mila euro per ciascun beneficiario. Le domande potranno essere presentate dal 30 marzo al 30 maggio 2026, esclusivamente tramite posta elettronica certificata.
La notizia, letta in chiave nazionale, va oltre il perimetro amministrativo regionale. Non riguarda soltanto una misura locale, ma un modo preciso di affrontare una delle conseguenze più profonde della violenza di genere: la condizione degli orfani, vittime indirette di un delitto che non si esaurisce nell’atto criminale ma continua nei vuoti familiari, economici, educativi e psicologici che lascia dietro di sé.
Per questo il provvedimento del Lazio ha un valore che parla anche al resto d’Italia, perché richiama l’attenzione su una domanda essenziale: cosa fa concretamente lo Stato, nelle sue articolazioni territoriali, per accompagnare questi ragazzi e queste ragazze dopo il tempo della cronaca e dell’indignazione?
Nel bando regionale c’è un elemento che colpisce subito: il fondo è stato portato a 600mila euro, il doppio rispetto agli anni precedenti, mentre il contributo resta fissato a 10mila euro per ogni destinatario. L’avviso chiarisce che il sostegno è rivolto agli orfani di madre deceduta a seguito di omicidio connesso alla violenza di genere, residenti nel Lazio, minorenni oppure maggiorenni fino al compimento del ventinovesimo anno di età.
Possono fare domanda i beneficiari maggiorenni oppure, nel caso dei minori, i tutori legali, gli affidatari o chi esercita la responsabilità genitoriale. È previsto inoltre l’accesso anche per chi ha già beneficiato del contributo nelle annualità precedenti.
Il punto più interessante, però, non sta soltanto nella platea dei destinatari. Sta nella natura stessa dell’aiuto. Il contributo non viene descritto come un semplice ristoro economico, ma come una misura a sostegno del percorso di crescita, studio e autonomia.
Il quadro tracciato dall’avviso è ampio e comprende bisogni scolastici, formazione, assistenza psicologica e medica, sostegno educativo, esigenze quotidiane e progetti personalizzati. In altre parole, il provvedimento riconosce che dopo un femminicidio non resta soltanto un dolore da elaborare, ma anche una vita da ricostruire, spesso in condizioni di fragilità estrema.
Da questo punto di vista, il Lazio offre un caso politico e amministrativo che merita attenzione anche fuori dai confini regionali. In Italia il confronto sui femminicidi si concentra molto spesso sull’inasprimento delle pene, sulle misure di prevenzione e sul funzionamento della rete di protezione per le donne che denunciano. Tutto questo è necessario, ma non basta.
C’è un dopo che troppo spesso viene raccontato poco: quello dei figli che devono affrontare il lutto, il trauma, i procedimenti giudiziari, la ridefinizione della propria collocazione familiare e, in molti casi, problemi materiali immediati. Portare risorse pubbliche su questo terreno significa riconoscere che il contrasto alla violenza di genere non finisce con il processo penale e che la presa in carico deve proseguire nel tempo.
Non è casuale, in questo senso, che il bando del Lazio si inserisca in una cornice normativa già esistente e in una linea di finanziamento rafforzata. La Regione richiama infatti la propria legge del 2014 sulla prevenzione e il contrasto della violenza di genere e la legge regionale del 2025, mentre gli atti amministrativi confermano uno stanziamento da 300mila euro formalizzato a fine 2025 e la costruzione del nuovo avviso pubblicato in questi giorni. È il segno di una continuità istituzionale che prova a trasformare un principio in intervento concreto.
Anche altre regioni italiane, come la Campania, hanno attivato misure analoghe per gli orfani di vittime di femminicidio, pur con dotazioni differenti. Questo mostra che il tema è già presente nell’agenda pubblica territoriale, ma anche che esistono ancora differenze rilevanti nelle risorse e negli strumenti messi in campo.
Le parole dell’assessore regionale alle Pari opportunità, Simona Baldassarre, vanno lette proprio in questa direzione. Il messaggio è che nessuno debba essere lasciato solo e che il contributo non rappresenti soltanto un aiuto economico, ma anche un impegno istituzionale ad accompagnare questi giovani in un percorso che restituisca opportunità, dignità e futuro.
È una dichiarazione che, al di là della fisiologica dimensione politica, coglie un punto reale: gli orfani di femminicidio sono una delle ferite meno visibili e più complesse prodotte dalla violenza sulle donne. Ecco perché misure di questo tipo, se stabili e ben finanziate, possono diventare un tassello importante di una strategia nazionale più credibile.
Dal 30 marzo al 30 maggio il bando del Lazio entrerà nella sua fase operativa. Ma il valore più ampio della notizia è già chiaro oggi. In un Paese che continua a interrogarsi su come contrastare in modo efficace la violenza di genere, la questione degli orfani impone di allargare lo sguardo. Non bastano le parole di cordoglio, non basta il racconto dell’emergenza, non basta neppure la sola risposta penale.
Servono strumenti che aiutino davvero chi resta. Il Lazio, con questo avviso, lancia un segnale preciso: dopo un femminicidio ci sono vite da sostenere, non soltanto da commemorare. E questo è un tema che riguarda l’Italia intera.
