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Cultura

Notte Bianca dello Sport: a Roma la terza edizione l’8 giugno 2019

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In arrivo a Roma "NOTTE BIANCA DELLO SPORT". La manifestazione si svolgerà l'8 giugno 2019

Sta arrivando a Roma Notte Bianca dello Sport l’evento si svolgerà il prossimo 8 giugno. La Notte Bianca dello Sport di Roma Capitale nasce dalla volontà dell’Amministrazione di promuovere il patrimonio impiantistico della città, ricco di strutture di livello non sempre ben conosciute dai più. Altro intento è quello di promuovere, come da sempre nei piani dell’Amministrazione, lo sport come veicolo di inclusione sociale. Sport come divertimento, come promozione del mantenimento dello stato di salute – sia fisico che psichico – del singolo, come momento di crescita dello stesso senza la volontà di primeggiare ma come mezzo per unire la cittadinanza. Dopo il grandissimo successo delle prime due edizioni, che hanno visto la partecipazione di migliaia di cittadini più o meno sportivi ai tantissimi eventi che hanno animato le serate estive della Capitale, sta per giungere una nuova edizione ancora più ricca di eventi e novità.

Presentata lo scorso 9 maggio nella splendida cornice dell’Aula Giulio Cesare in Campidoglio la terza edizione della Notte Bianca dello Sport sta per entrare nel vivo: sabato 8 giugno 2019 dalle ore 16, sarà possibile accedere ad ingresso gratuito presso diversi centri sportivi comunali. Durante la serata tutti quegli impianti che decideranno di aderire alla manifestazione resteranno aperti al pubblico offrendo a titolo gratuito diverse attività sportive – tra cui: atletica, tiro con l’arco, calcio a 5, tennis, pugilato, vela, arti marziali, volley, hockey, basket, nuoto, danza, cycling – ma anche ludiche e di intrattenimento per tutte le fasce d’età, con la possibilità per i concessionari di offrire anche abbonamenti e offerte speciali agli utenti che visiteranno le strutture.

L’Assessore allo Sport, Politiche Giovanili e Grandi Eventi Cittadini Daniele Frongia ricorda quanto l’evento sia stato fortemente voluto  dall’Amministrazione Raggi e rappresenti un ottimo risultato in termini di promozione della pratica sportiva per la cittadinanza. L’evento – conclude l’Assessore Frongia – sta crescendo di anno in anno, per questa terza edizione ci si aspettano quindi numeri ancora più importanti, sicuramente l’incremento delle offerte sportive sull’intero territorio cittadino darà modo alla popolazione di poter partecipare con ancora maggiore insistenza.Il Presidente della Commissione Sport, Benessere e Qualità della Vita Angelo Diario afferma che la terza edizione della Notte Bianca dello Sport riserverà grandi sorprese ai cittadini, con un carnet di manifestazioni superiore rispetto a quello degli anni precedenti. Un evento, secondo il presidente Diario, che mira a valorizzare non solo gli impianti sportivi comunali, ma lo sport in generale e altre strutture quali, solo per citare un esempio, il Porto Turistico di Roma,che ospiterà un’imperdibile e suggestiva gara di Triathlon in notturna. Una vera e propria festa, che cresce di anno in anno e che si prefigge l’ambizioso obiettivo di sensibilizzare i cittadini allo sport in quanto strumento di socializzazione e condivisione.

 

 

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Cucina

Una giornata da… FICO

Domenico Di Catania

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Appena entrato a FICO Eataly World, mi pervade un’atmosfera festosa fatta da una magia di colori e profumi. I miei sensi si inebriano in profumi aromi e sentori di varia natura e solo dopo il momentaneo stordimento mi rendo conto di trovarmi nel più grande Parco Agroalimentare del mondo che racchiude l’eccellenza della biodiversità italiana.


Sviluppato su 10 ettari, “Fabbrica Italiana Contadina” FICO Eataly World è una palestra di educazione sensoriale al cibo e alla biodiversità, dove le meraviglie dell’agroalimentare e dell’enogastronomia italiana sono presentate e narrate dalla nascita nella terra madre fino all’arrivo nel piatto e nel bicchiere. Nel cuore pulsante di FICO, le 40 fabbriche contadine si possono ammirare ciò che i nostri maestri creano dalla mortadella alla pasta di Gragnano, dalle grandi forme del parmigiano alla mozzarella campana e imparare tutti i segreti della nostra tradizione italiana, immergendosi nell’offerta culinaria più vasta al mondo.

Con me coinvolgo mia moglie e mio pargolo più piccolo, anche per cogliere le impressioni dei “non addetti al lavoro” e noto che anche loro sono pervasi dalle mie stesse sensazioni, presi come me, dal sacro fuoco della passione del cibo e della cucina italiana, tanto è vero che mi chiedono di partecipare al tour organizzato dal solerte e preciso personale di Fico, e ai vari corsi organizzati da tanti espositori.

Detto fatto, si parte con il tour con la simpaticissima Giulia a capo di una improvvisata tribù di affamati di sapere e non solo …  di sapere. Si inizia dalla fabbrica della famosa mortadella di Bologna IGP dove la nostra narratrice ci svela i segreti della tradizione che ancora oggi caratterizzano uno dei prodotti più amati della salumeria italiana.  Dall’insacco alla legatura, dalla stufatura alla docciatura: assistiamo in diretta alle fasi più importanti del processo di produzione e alla fine, finalmente, la fase di test … e si la fase dove oltre alla fame di sapere viene soddisfatta la fame … e basta. Superlativa! 

Si riparte con il visitare la fabbrica del grande Parmigiano Reggiano e siamo fortunati che ci troviamo mentre il mastro casaro estrae la grande forma dal bellissimo tino ramato. La nostra narratrice racconta le varie fasi di lavorazione; in primis il latte viene riscaldato e arricchito di fermenti lattici (siero d’innesto) in questo modo avviene la coagulazione. Una volta ottenuta una massa agglomerata di circa 70-80 kg, essa   viene divisa in due ed estratta con un tessuto di lino e posta in due stampi chiamati fascera. Ogni forma riceve il suo cartellino identificativo, comprese tutte le informazioni necessarie per la tracciabilità. Dopo due giorni, le forme vengono rimosse dai loro stampi e collocate in un bagno di sale per un mese, infine le ruote vengono poste nel locale di stagionatura, dove la temperatura e l’umidità sono strettamente monitorati per due anni.

Ci spostiamo in quella che definisco l’area shopping del parmigiano dove nelle brillanti vetrine e illuminate come nei negozi delle grandi firme della moda, vengono conservate le forme di parmigiano. La nostra guida narratrice ci sottolinea che ci sono delle forme che hanno 20 anni di stagionatura, immaginate che bontà visto che il parmigiano più invecchia è più è buono! Mio figlio guarda meravigliato le splendide vetrine e, preso da un impeto improvviso di fame, mi dice di voler assaggiare e così lasciandomi coinvolgere (e onestamente ci vuole poco) ci servono un tris di assaggi con tre stagionature diverse. Sperimentiamo quello che secondo me è un vero e proprio percorso sensoriale e a dir poco fantastico, sapori e odori che si sprigionano in bocca e ad ogni assaggio si trasforma in una vera e propria emozione che, nel cambio di formaggio e quindi stagionatura, ci fa cogliere le diverse note sensoriali ognuna con le proprie caratteristiche. 

La nostra intrepida guida ci porta all’esterno e con nostra meraviglia una vera fattoria si apre alla nostra vista. E’ la fattoria didattica di Fico dove ammiriamo i tanti animali soprattutto da latte; le varie razze di vacche da latte italiane, le varie razze di pecore e capre, ma anche altri animali da cortile come maiali di varie razze e galline da uova. Si vede palesemente che gli animali sono trattati bene e liberi, ma a mio personale avviso, è questa per me è l’unica nota leggermente stonata, in spazi un po’ ristretti, ma sicuramente molto meglio (non è paragonabile assolutamente) rispetto agli allevamenti intensi.

Dopo la visita guidata mi soffermo dal coloratissimo spazio della Pasta De Martino dove un piatto di pasta e pomodoro attira la mia attenzione… e si un semplice spaghetto al pomodoro ma dai colori brillanti, dal rosso intenso del pomodoro alla lucentezza degli spaghettoni al verde della foglia del basilico appositamente appoggiata.

Probabilmente il mio modo di guardare attira l’attenzione della direttrice marketing la quale con molta simpatia mi invita ad assaggiare il piatto. Non me lo faccio ripetere due volte! Davvero buona, ma quello che provo è la perfetta integrazione del sugo di pomodoro con lo spaghettone e la perfetta tenuta al dente dello stesso, a questo punto la simpatica dott.ssa Teresa De Masi mi dice che il segreto è di finire la cottura direttamente nel pomodoro della pasta per quasi cinque minuti, il che spiega la piena integrazione fra i due elementi, ma personalmente rimango resto meravigliato dalla tenuta al dente della pasta. A questa mia perplessità sempre la gentile dott.ssa Teresa, mi fa accedere al laboratorio interno e davvero si apre per me un mondo meraviglioso fatto di farine di grano duro di grande eccellenza e di macchinari di produzione all’avanguardia sia in termini di tecnologia che di altissima garanzia di un prodotto buono e soprattutto controllato perfettamente in tutte le fasi, che alla fine si concretizza nella gioia al palato del consumatore ma anche di grande freschezza e salubrità. Complimenti alla produzione e al suo staff alla gentilissima dott.ssa Teresa De Masi.

  

Come Pastificio De Martino ci sono tante produzioni ma questa volta io e mio figlio vogliamo mettere le mani in pasta e, quindi ci iscriviamo a un laboratorio di pasta fresca. Anche se già a casa ci divertiamo a fare la pasta, vogliamo scoprire, nella loro terra di provenienza, i famosi tortellini e così il simpaticissimo mastro pastaio ci spiega prima la farcitura e poi iniziamo a fare l’impasto. Devo dire che è stata una bella esperienza e alla fine dopo aver tirato, con non poca fatica, la famosa sfoglia finalmente ci viene svelato il segreto di come fare i tortellini e dopo i primi tentativi l’arcano è scoperto e devo dire che mio figlio è più bravo di me. Bella e divertente esperienza!

Tirando le somme devo dire che visitare FICO è stata una bella esperienza da consigliare alle famiglie che vogliono far capire a propri figli come nascono e si producono i prodotti della nostra tavola contribuendo a “formare” consumatori consapevoli. Ritengo, infatti che il consumatore consapevole e quindi la cultura del cibo italiano è la condizione necessaria per dare valore ai prodotti italiani al fine che non vengano mai confusi, ma anzi ben distinti, dalle cattive imitazioni soprattutto estere.

Domenico di Catania 

Economista ed esperto in enogastronomia 

3881220881

 www.modusconsulenze.it

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Cultura

Muro di Berlino, il trentennale della caduta tra ignoranza e ipocrisia

Durante le celebrazioni sono fioccati paragoni risibili con le barriere americana e israeliana. Ma, come magistralmente illustrato da Papa Benedetto XVI, i muri sono un no sempre in grado di declinarsi in un sì

Mirko Ciminiello

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Foto tratta dal sito di CISL Scuola

9 novembre 2019, trentennale della caduta del Muro di Berlino. Passata l’immancabile e inevitabile sbornia mediatica, ci sia consentita una breve riflessione su un evento epocale e ben più che positivo, divenuto però nella circostanza occasione per dar sfoggio di facile ignoranza e ipocrisia a dir poco imbarazzante.

Un esempio è il post del Partito Democratico che, celebrando la ricorrenza, affermava che «oggi come allora, chiunque costruirà muri per separare le persone, ci troverà pronti ad abbatterli». Fingendo di non ricordare che, allora, il Pd – o meglio i suoi antenati che ancora si dichiaravano orgogliosamente comunisti – era schierato con la dittatura sovietica, non certo con chi cercava disperatamente di fuggirne. A rinfrescare la memoria a Zingaretti & Co. ci ha comunque pensato la leader di FdI Giorgia Meloni, che ha twittato laconica: «Guardate che voi eravate il muro».

Bisogna però riconoscere ai dem un’inossidabile coerenza nello stare sempre dal lato sbagliato della Storia. Come dimostra la loro folle linea politica sull’immigrazione, ridotta a slogan su porte aperte – e porti aperti – indiscriminatamente a chiunque: questione che peraltro faceva capolino anche nel succitato messaggio, con il risibile riferimento ai contemporanei muri da abbattere.

L’allusione riguardava ovviamente barriere politicamente scorrette come quella del Presidente U.S.A. Donald Trump al confine con il Messico, o quella eretta dagli Israeliani in Cisgiordania: per dare a Cesare quel che è di Cesare, però, bisogna precisare che in parecchi, in questi giorni, si sono lanciati in questo ridicolo accostamento. Tanto più grottesco in quanto confonde un muro della vergogna costruito dalla tirannia più sanguinaria della Storia per tenere prigioniero chi invece aspirava alla libertà, e degli sbarramenti che hanno piuttosto l’unica funzione di garantire la sicurezza.

Scopo, quest’ultimo, che per inciso è lo stesso a cui assolvono la pelle e la membrana cellulare – due mura naturali di cui tutti siamo dotati per un’identica esigenza di autodifesa. Tanto per dire che non tutte le barriere sono qualcosa di negativo.

Del resto lo aveva illustrato magistralmente Papa Benedetto XVI. «La Chiesa ha mura. Il muro da una parte indica verso l’interno, ha la funzione di proteggere, raccoglierci e condurci l’uno verso l’altro». Ed era proprio la finalità del rifugio al centro della riflessione del Santo Padre. «Non può entrare neppure la bugia, che distrugge la fiducia e rende impossibile la comunità. Non possono entrare l’odio e l’avidità che feriscono l’umanità».

E tuttavia, l’argomentazione di Papa Ratzinger era ben lontana da un atteggiamento di chiusura sterile e autoreferenziale. Le barriere sono infatti dotate di porte, destinate ad aprirsi nel momento in cui a bussare è «tutto ciò che è buono». Perché ogni muro è un no che è sempre in grado di declinarsi in un .

Non serve aggiungere altro.

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Cultura

Venezia 76: previsto un red carpet iconico

Giulia Marilungo

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Quest’anno più che mai Venezia ci fa venire il batticuore. La 76esima mostra del cinema di Venezia (28 Agosto-7 Settembre)  ha in previsione un Red Carpet talmente affollato di icone del cinema che sarebbe piu’ facile nominare chi non sara’ presente. 

28 Agosto. il duo francese Catherine Deneuve e Juliette Binoche in apertura con La Verite’ di Kore-Eda Hirokazu

29 Agosto. Pedro Almodovar riceverà il leone alla carriera. Scarlett Johansson e Adam Driver rappresenteranno Marriage Story di Noah Baumbach. Ci saranno anche Brad Pitt e Tommy Lee Jones per Ad Astra di James Gray 

30 Agosto. Kristen Stewart sosterrà Seberg di Benedict Andrews. J’Accuse di Polanski sarà a Venezia sostenuto da Jean DuJardin, Louis Garrel ed Emmanuelle Seigner 

31 Agosto. Joaquin Phoenix sarà alla mostra in qualità di protagonista di Joker di Todd Phillips. Monica Bellucci e Vincent Cassel si riuniranno sul red carpet per il film fuori concorso Irreversible di Gaspar Noe del 2002.

1 Settembre. I due papi di Sorrentino Jude Law e John Malkovich a Venezia per la premiere di The New Pope. Meryl Streep e Gary Oldman sono parte del cast di The Laundromat, il film in arrivo di Steven Soderbergh. Penelope Cruz sosterrà Wasp Network di Olivier Assayas, film caratterizzato da un cast stellare con Edgar Ramirez, Gael Garcia Bernal e Wagner Moura. Presente anche Adele Exarchopoulos coprotagonista di Revenir di Jessica Paul. Per finire lo stesso giorno Spike Lee presentera’ American Skin di Nate Parker. 

2 Settembre. Leone alla carriera per Julie Andrews. Per The King di David Michod  Timothee Chalamet, Joel Edgerton e Lily Rose Depp

3 Settembre. C’è Terry Gilliam per il corto Happy Birthday di Lorenzo Giovenga che incontra il pubblico in sala Giardino e in chiusura brani live di Achille Lauro. Presente anche Cecile de France per Un monde plus grand di Fabienne Berthaud 

4 Settembre. Alla mostra la superstar cinese Gong Li , protagonista di Saturday Fiction di Lou Ye. C’è anche Chiara Ferragni, cui è dedicato il documentario biografico Unposted di Elisa Amoruso.

6 Settembre. Ad accompagnare Waiting for the Barbarians del colombiano Ciro Guerra un super cast con il premio oscar Mark Rylance, Johnny Depp. Rogers Waters presentera’ il film documentario sul suo tour Us + Them e ha chiesto di incontrare il pubblico.

7 Settembre. Oltre alla cerimonia finale di premiazione Mick Jagger con Donald Sutherland per il film di chiusura fuori concorso The Burnt Orange Heresy di Giuseppe Capotondi. 

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Cultura

Sono stata al Jova Beach Party, ecco la mia guida

Se qualcuno si recherà alle 9 date rimanenti il consiglio è questo: dovete scordarvi di essere ad un concerto, perché non si tratta di un concerto. E’ molto di più.

Giulia Marilungo

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Sono stata al Jova Beach Party. Premesse. Nonostante sia amante di Jovanotti e sia stata ad un suo tour in passato, sapendo quindi che spettacolo Lorenzo sia in grado di mettere in piedi, vedendo le immagini delle tappe precedenti del Jova Beach ci sono andata molto prevenuta. Tutto quel marasma di gente nelle foto, non mi facevano pensare ad una gran figata ma solamente ad ore ed ore di sudore e attesa, per poi potersi godere il concerto solo attraverso un binocolo e avendo pagata il biglietto anche abbastanza. Inoltre quando un concerto dura troppo, può anche trattarsi del tuo artista preferito, ma dopo un po’ la stanchezza inizia a farsi sentire e diventa anche difficile seguire l’esibizione. 

Prima di entrare quindi ho subito capito che non dovevo viverla come un concerto ma come una grande festa, al massimo come un festival, anche perché penso proprio che Jova dopo gli anni trascorsi negli Stati Uniti si sia proprio ispirato al format di festival californiani. Se qualcuno si recherà alle 9 date rimanenti il consiglio è quindi questo: dovete scordarvi di essere ad un concerto, perché non si tratta di un concerto. E’ molto di più. Penso che per me e i miei amici (un gruppone di 15 persone) sia stato incredibile perché l’abbiamo vissuto con tranquillità. Siamo arrivati al lungomare di Lido di Fermo poco prima delle 14, orario dell’apertura dei cancelli (no camping stressante sotto al sole, per essere vicino al palco abbastanza da farsi riempire dal sudore di Jova), una volta dentro abbiamo girato per i vari stand nel villaggio e più tardi abbiamo deciso di iniziare a pensare a dove posizionarsi per il concerto delle 20.30. 

Questo è stato forse il momento più insoddisfacente e snervante della giornata. Sia chiaro, non per colpa di Jovanotti o dell’organizzazione del suo party, ma perché tanta gente non sa come stare al mondo. Tutti si erano spaparanzati con i teli da mare come non rendendosi conto che a quell’evento avrebbero partecipato 38 mila persone e si lamentavano anche se nel cercare di fare zig zag tra i vari asciugamani un mignolino del piede finiva sopra al loro. Con molta gentilezza abbiamo chiesto a vari partecipanti se era possibile stringersi per farci posto (anche perché a concerto iniziato ci saremmo ritrovati comunque tutti appiccicati) e l’educazione e la solidarietà di alcuni, si è scontrata con la totale ignoranza di altri. Dopo aver lottato un pochino, abbiamo appoggiato le nostre cose e io me ne sono andata a vagare incuriosita per il villaggio. Ho fatto ritorno alla base solo verso le 19, quando Dj Ralf dal main stage ha scaldato e caricato il pubblico prima dell’arrivo più che puntuale di Lorenzo. 

Questa parte è importante: non rimanete incollati al vostro posto per tutto il pomeriggio che tanto una volta lasciati gli asciugamani è vostro e inoltre è anche molto facile capitare davanti al palco anche arrivando tardi all’evento se è questo che vi interessa. Fatevi più bagni in mare possibili, vi consiglio lo stand della Martini che fa degli spritz spettacolari, fatevi mettere brillantini in faccia dalla Sammontana, scherzate con i ragazzi della Durex, spostatevi per i vari palchi, ma assolutamente non rimanete seduti sul vostro asciugamano che è la cosa più estenuante che possiate fare.

La storia dei token (la moneta da cambiare da utilizzare all’interno) è un po una balla, perché poi i ragazzi con le casse piene di birra, acqua e bevande che girano per la spiaggia accettano solo euro. Cibo e crema solare sono ammessi quindi non credete alle storie che si dicono in giro. Per tutte le info https://www.jovanottitour.com/info-utili-jova-beach-party .

I gruppi che hanno suonato nel pomeriggio erano stati selezionati da Jovanotti dei quali lui si  è definito un grandissimo fan. A me piace quando grandi artisti sponsorizzano gruppetti di nicchia, anche perché si scopre sempre un sacco di musica bella e nuova. Lorenzo li lasciava suonare per poi unirsi a loro in una jam session finale. 

Veniamo alla vera e propria esibizione di Jovanotti. Il concerto della durata di 3 ore è stato un tributo alle sue origini da dj. Jovanotti infatti ha passato molto tempo in consolle, inframezzando le sue canzoni con un dj set in piena regola, il tempo dedicato al mixaggio di canzoni di altri sarà stato di circa un’ora. Ha spaziato dalla musica elettronica, all’house, alla dance, nonché hip hop italiano e hip hop americano (affiancato dall’ospite Frankie hi-nrg ). E’ stato uno degli eventi genuinamente più divertenti a cui abbia mai assistito e di concerti ne ho visti tanti anche di artisti internazionali. L’esibizione è stata pensata per farti scatenare e ballare tutto il tempo, poi solo quando Jova ricomincia a cantare le sue canzoni intramontabili ti ricordi di essere ad un suo concerto. Una tipologia di concerto mai vista prima e se ti ha annoiato o ti annoierà perché volevi “più Jova” (ovvero sentirlo cantare di più, nonostante abbia cantato tanto) devi sapere che Jova è da sempre sperimentazione e se questo non ti piace forse hai sbagliato artista ed evento.

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Cultura

50 anni fa l’uomo sulla Luna

A toccare la superficie lunare fu il modulo “Eagle” dell’Apollo 11

Andrea Pranovi

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Alle ore 22,17 di cinquant’anni fa, il 21 luglio del 1969, il modulo denominato “Eagle” dell’Apollo 11 toccò la superficie della Luna. La missione era decollata dal Kennedy Space Center esattamente 4 giorni, 8 ore, 45 minuti e 39 secondi prima di raggiungere il satellite.

Sei ore dopo che il modulo aveva toccato il suolo, Armstrong mise piede sulla Luna. Diciannove minuti dopo arrivò Aldrin. I due trascorsero sulla superficie lunare oltre 21 ore, di cui circa due ore e un quarto fuori dalla navicella.

Collins, Armstrong e Aldrin, una volta tornati sulla terra, vennero subito messi in isolamento per scongiurare la possibilità che portassero con loro agenti patogeni lunari. Rimasero in quarantena fino al 10 agosto e solo da quel momento fu possibile per loro partecipare ai festeggiamenti per la riuscita della missione.

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Cultura

Andrea Camilleri ci ha lasciati

Camilleri, spentosi all’età di 93 anni oltre ad essere popolare per i suoi libri era anche amatissimo come personaggio.

Giulia Marilungo

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Andrea Camilleri è morto  questa mattina all’ospedale Santo Spirito di Roma dove era ricoverato da circa un mese.

“Le condizioni sempre critiche di questi giorni si sono aggravate nelle ultime ore compromettendo le funzioni vitali”. Si legge nel bollettino dell’ospedale. “Per volontà del maestro e della famiglia le esequie saranno riservate. Verrà reso noto dove portare un ultimo omaggio”.

Camilleri, spentosi all’età di 93 anni oltre ad essere popolare per i suoi libri era anche amatissimo come personaggio. Ha usato il suo carisma sui media per raccontare di sé e del suo commissario Montalbano, ma non bisogna dimenticare il suo costante impegno sul sociale. Cammilleri rappresenta forse l’ultimo vate che con forza ha difeso le idee di democrazia e eguaglianza e dignità.

Negli ultimi 25 anni oltre a Montalbano nato con il primo romanzo “La forma dell’acqua” e’ stato anche figura di spicco del teatro. Ironico quando parlava del suo vizio del fumo, dagli occhi sempre vitali e sorridenti, fino all’ultimo ha continuato a donarci la sua analisi del presente attraverso interventi in Rai.

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Cultura

L’apologia di Salvini contro l’ipocrisia del M5S

Gli attacchi dei grillini al leader del Carroccio ricordano le accuse pretestuose contro Socrate

Mirko Ciminiello

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C’è qualcosa di talmente surreale, negli attacchi più recenti dei grillini contro Matteo Salvini, da far sentire molto acuta la mancanza di un Umberto Eco in grado di indagarne la fenomenologia. O forse, semplicemente, è tutto materiale per psicologi o filosofi, come Giambattista Vico, il teorico dei corsi e ricorsi storici. Non solo perché le provocazioni pentastellate si ripetono ciclicamente, ma anche perché il contesto ricorda vagamente quello dell’Apologia di Socrate descritta da Platone: l’ironia che combatte contro l’ipocrisia. Fino a un certo punto, almeno.

Negli ultimi giorni, contro il Ministro dell’Interno si sono scagliati due sottosegretari Cinque Stelle: Manlio Di Stefano, che lo ha tacciato di sentirsi come Maradona ma di giocare come un Higuaín fuori forma; e Vincenzo Spadafora, secondo cui Salvini ha alimentato una pericolosa deriva sessista.

Sulle esternazioni di Di Stefano si potrebbe discutere a vari livelli. Per esempio, sottolineando la profondità del parallelismo in cui si è lanciato; oppure, evidenziando che Salvini potrà anche essere paragonato a Higuaín, ma lui, Di Stefano, potrebbe al massimo essere accostato ai panchinari del Frosinone – con tutto il rispetto per i gregari della squadra ciociara. Ma la realtà è che, quando rilascia delle dichiarazioni, il sottosegretario al Ministero degli Affari esteri crea più imbarazzo al MoVimento che agli avversari, motivo per cui Salvini lo ha liquidato con un fulminante “omo de panza, omo de sostanza”, aggiungendo che avrebbe preferito essere accostato piuttosto a Van Basten o a Baresi.

Ben altre reazioni ha suscitato l’intervista che Spadafora ha concesso a Repubblica, in particolare nel passaggio in cui il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri ha accusato Salvini di aver «aperto la scia dell’odio maschilista contro Carola» Rackete. La cavalleria leghista è partita subito in quarta, seguita a breve dalla replica tranchant dello stesso segretario del Carroccio: «Cosa sta a fare Spadafora al governo con un pericoloso maschilista?» si è chiesto Salvini. «Se pensa che sono così brutto e cattivo, fossi in lui mi dimetterei e farei altro, ci sono delle Ong che lo aspettano».

La sua ironia è molto simile a quella usata da Socrate contro il suo accusatore Meleto, che lo aveva falsamente denunciato di empietà e corruzione dei giovani ateniesi: quando, stando almeno alle fonti antiche, la vera colpa del filosofo era quella di non aver voluto accettare lo stesso Meleto come suo allievo a causa delle sue scarse capacità intellettive.

Si potrebbe dire che anche quest’ultimo particolare rispecchia in qualche modo il presente, ma probabilmente è più interessante rimarcare un’altra similitudine – quella relativa all’ipocrisia del MoVimento. Questa volta il riferimento è Luigi Di Maio, che dapprima ha fatto finta di essere sorpreso dal «casino» suscitato dall’intervista, poi ha sentenziato che Spadafora non si dimetterà.

Tralasciando il fatto che, evidentemente, alcuni sottosegretari sono più uguali degli altri, e anche i rumours secondo cui Spadafora sarebbe molto vicino a Giggino – anche troppo, si sussurra tra gli addetti ai lavori -, resta singolare l’idea che un’offensiva mediatica dovrebbe essere considerata alla stregua di una «polemica inutile» (il copyright è sempre di Di Maio). Soprattutto se si ricorda che lo stesso capo politico del M5S ha tuonato spesso contro le invettive leghiste (politiche, non ideologiche come quelle dei grillini): l’ultima, appena un mese fa, quando su Facebook invocava la fine degli attacchi ai ministri pentastellati.

Salvini ha ribadito che per lui il Governo durerà altri quattro anni, ma ha anche precisato che diventa impegnativo se ogni giorno c’è un sottosegretario del Movimento 5 Stelle che «la spara» invece di lavorare. Magari, alla fine, anche lui finirà “impallinato” come Socrate, che alla fine fu costretto a bere la velenosa cicuta – e per inciso, in giorni si cui si cita a vanvera l’Antigone, si potrebbe anche dare rilievo al fatto che il vecchio filosofo, pur condannato ingiustamente, rifiutò di evadere anche avendone la possibilità, affermando che alle leggi bisogna sempre obbedire, anche se naturalmente possono essere modificate.

Ma forse, chi in quel caso andrebbe «a miglior sorte, nessuno lo sa, tranne Dio». Corsi e ricorsi storici, per l’appunto.

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Cultura

Il trionfo di Woody Allen sulle storture del Me Too

Mirko Ciminiello

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Photo credit: https://milano.repubblica.it/cronaca/2019/07/08/news/milano_l_appello_dei_sindacati_realizziamo_una_cittadella_della_scala_-230677932/

Dopo lo scandalo molestie, l’ovazione della Scala segna la rivincita del genietto newyorchese

 

Alcuni applausi hanno un sapore più dolce di altri. Non profumano solo di vittoria, ma di rivalsa. Se a ciò si aggiunge il fascino imperituro della Scala di Milano, si spiega forse il fuori programma che Woody Allen ha regalato al pubblico meneghino.

Non era infatti previsto che il genietto di Brooklyn salisse sul palcoscenico, al termine della prima del pucciniano Gianni Schicchi – in scena fino al 19 luglio. Anzi, malgrado ne avesse curato la regia, aveva preferito assistere alla rappresentazione dall’ultima fila del palco centrale: per non rubare la scena agli interpreti, si era detto, o forse solo per la sua estrema timidezza.

Poi, però, la fragorosa ovazione degli astanti si è diffusa come una scarica elettrica, invocando il regista newyorchese, chiamandolo fuori dal suo riparo, quasi costringendolo ad apparire sotto le luci della ribalta per rispondere a quest’onda vibrante d’affetto.

E poco importa se le acclamazioni erano un tributo alla carriera di Allen o alla sua interpretazione dell’opera di Puccini – di cui ha, tra l’altro, modificato il finale. L’iconico regista, che pure è apparso spaesato, confuso, è sembrato averne un gran bisogno dopo un periodo che definire difficile è un eufemismo.

Il culmine era stato probabilmente raggiunto con il “tradimento” di Amazon, che avrebbe dovuto produrre il suo ultimo film, salvo metterlo in stand-by dopo mesi di gogna mediatica. Woody Allen è stato probabilmente la vittima sacrificale più illustre del Me Too, movimento che pure era nato con le migliori intenzioni – giacché anche una sola donna molestata sarebbe di troppo. Tuttavia, dal momento che la via per l’inferno è proverbialmente lastricata di buone intenzioni, il Me Too non ha tardato a tramutarsi in un sadico Moloch che, spesso senza prove e sulla “parola” di autentiche mitomani in cerca di attenzione, non ha risparmiato le vittime di ignobili calunnie.

Il caso di Allen ha rappresentato senza dubbio il punto più vergognosamente basso di questa distorsione, dal momento che il genio della Grande Mela era già stato assolto dall’infamante accusa di aver abusato della figlia adottiva Dylan Farrow – e, in base al principio giuridico del Ne bis in idem, non si può essere processati due volte per lo stesso reato. In epoca di isterie collettive, però, la verità diventa qualcosa di tremendamente relativo, e Allen si è quindi trovato nella paradossale condizione di essere innocente per la giustizia e colpevole per il circo Barnum, e per i complici media mainstream, autoproclamatisi giudice, giuria e boia di questa moderna caccia alle streghe – anzi, agli stregoni.

Per questo, il trionfo milanese assume una valenza ancora maggiore. E, peraltro, si carica anche di un certo simbolismo, se si pensa che Gianni Schicchi (il personaggio) è un homo novus che con la propria astuzia riesce a beffare i membri dell’aristocrazia fiorentina che lo hanno sempre disprezzato.

Gianni come Woody, insomma, ma anche Allen come Puccini. I due avevano parecchio in comune, tra cui una vena ironica intelligente e sagace. Per dire, il grande compositore, che negli ultimi mesi di vita era stato nominato alla Camera Alta, prese l’abitudine di firmare le sue lettere con il titolo di “Sonatore del Regno”. Nessun dubbio che il regista di Brooklyn, il cui protagonista di Misterioso Omicidio a Manhatthan affermava di apprezzare Wagner “anche se ogni volta che lo sento mi viene voglia di invadere la Polonia”, avrebbe gradito.

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Cultura

L’ addio di Quentin Tarantino al cinema con “C’era una volta a…Hollywood”

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Un pastis di manga giapponese, spaghetti western e revenge movies. La sua opera è come una cheesecake all’avogado: oramai ci siamo abituati alle sue stranezze ma senza dimenticarci di quanto la panna acida e il mascarpone creano un’accoppiata vincente. E il cult del suo repertorio invece, qual è? Credo la capacità di rimanere fedele alle sue passioni. Quentin non scrive o non dirige mai qualcosa che non lo ispiri profondamente. E’ tutt’oggi nel suo lavoro come un bambino al parco giochi: vuole le montagne russe. Lui è il tipo di persona che immagino dica “Sai che c’è? Ora scrivo una sceneggiatura per CSI perché mi piace vederlo prima del baseball!” Detto fatto, senza troppi problemi. E poi come si fa a dire di no a Quentin se appare sulla porta e ti presenta il 23esimo episodio della quinta stagione di un must della tv americana? Tant’è vero che è stata la gallina dalle uova d’oro: record di telespettatori e super approvazione dalla critica. E dire che tutto iniziò con la visione di “Bambi” da ragazzino nella sala semivuota del cinema di Knoxville. Cartoon che di certo riflette tutto ciò che è stato nel margine tra esistenzialismo e fascino gotico di tutti i suoi capolavori, sulla stele di Rosetta della cinematografica indipendente americana. L’uso della violenza per esprimere la realtà nuda e cruda, così come spesso crudele e senza troppo giri di parole è il suo messaggio. (Di fatto torna spesso lo slang nelle sue opere, così come le parolacce. Niente poetica esistenzialista, soltanto l’ardore di portare in scena la vita così com’è. E lo fa a modo suo, nel ricordo di una viva tradizione del colonialismo statunitense oppure dentro lo dove rende epico il ballo tra Mia Wallace, interpretata dalla sua musa, Uma Turman, e Vincent Vega, dando nuova luce all’interpretazione di un John Travolta finalmente libero dalla figura del ragazzo d’America legata a Grease. Adesso lui interpreta un gangster, uno tosto… ma dal cuor gentile. Storie apparentemente sconnesse tra loro quelle che Quentin ci presentò in Pulp Fiction, il secondo film che l’ha consacrato. Anche qui ingredienti che tradizione vuole non c’entrino niente gli uni con gli altri diventano un mix esplosivo nel legame classico spesso sviluppato dagli artisti: la necessità di rapporti veri. Ne è dimostrazione il dialogo iconico tra Mia e Vincent:

Mia: Non odi tutto questo?
Vincent: Odio cosa?
Mia: I silenzi che mettono a disagio… Perché sentiamo la necessità di chiacchierare di puttanate per sentirci più a nostro agio?
Vincent: Non lo so… È un’ottima domanda.
Mia: È solo allora che sai di aver trovato qualcuno speciale…quando puoi chiudere quella ca**o di bocca per un momento e condividere il silenzio in santa pace.

Ma ci siamo già dimenticati com’è nato Django Unchained? Con una sceneggiatura da mille e una notte e la coppia Di Caprio-Foxx magistrale ha reinventato con gusto exploitation il personaggio anni ‘ 60 interpretato da Franco Nero.                                                                                                                 C.V.D. per Bastardi senza Gloria. Nato per onorare Quel maledetto treno blindato di Enzo Castellari, humor nero e paradosso sono le colonne portanti di un film che con spietata ironia funesta, sottende le atrocità del libro dell’umanità. E ciò accade senza che il fruitore possa accorgersene, con un enigmatica impostazione del modus operandi della messa in scena di una tragedia greca, un gioco di prolessi e analessi, ossimori e contaminazioni da commedia che rende il film macchinoso ma scorrevole, con un finale che ti porta a volerlo rivedere una  seconda volta, e poi una terza. Almeno questo è ciò che mi accade con tutti i film di Tarantino. Come un bel quadro d’arte contemporanea o di memoria espressionista, ogni sua regia ti regala nella visione successiva un dettaglio nuovo non ancora colto. I film sbocciano piano e crescono insieme all’evolversi della nostra coscienza sensoriale, quasi la accompagnano come dei magi. E lui lo sa. Lo sa dapprima, mentre sta ancora scarabocchiando qualche battuta nerd. Sa cosa sta affidando al suo lavoro. Sta donando al metraggio la composizione di Acheronte in cui si cela quel segreto che conosce solo il suo genitore. E per quanto riguarda noi, altro non possiamo domandare. Forse è questo il principale motivo per cui abbiamo aspettato tanto per The Hateful Eight. Ma insomma, a chi non darebbe fastidio se la propria sceneggiatura fosse dichiarata in anticipo, violando la scelta personale su un proprio prodotto artistico? E poi, dopo questo breve excursus eccoci qui, a C’era una volta a…Hollywood che forse, a detta dello stesso regista, sarà la sua ultima pellicola per il cinema. Viola quindi il patto con il pubblico dell’ormai nota scelta di un ritiro alla nascita del suo decimo film. Il web commenta sarcastico ‘è scaramanzia per gli incassi, lo dichiarava già ai tempi de Le iene (film d’esordio sul grande schermo) ‘. Eppure Di Caprio, veterano nella collaborazione con Tarantino e volto proprio del lavoro che sarà in sala il prossimo 29 luglio negli Stati Uniti (le sale italiane dovranno attendere fino al 19 settembre), ne conferma la serietà delle intenzioni. L’augurio è quello di un feature inossidabile se dobbiamo dire addio al suo genio. Le premesse ci sono tutte. Il trailer originale non delude le aspettative, il cast stellare come sempre c’è e non v’è pericolo nella mancata resa di giustizia della trama. Ci aspettiamo una favolosa Margot Robbie e per completare il triumvirato da red carpet Quentin ha scelto anche Brad Pitt. Qualsiasi sarà l’esito di questo prodotto, la bellezza di un cinema di qualità come questo è la coerenza nel dar sfogo a tutte le contraddizioni impagabili e immortali che ci hanno raccontato i suoi personaggi: la meschina cattiveria nello stesso spettro grandangolare di un pianto rotto che ha il sapore della pace per un animo sofferente e afflitto, la capacità di perdonare i propri errori quando ci vengono serviti sul piatto d’argento dei vizi, la crudele negazione della propria condizione cadenzata dal bisogno di accettarsi per potersi migliorare. Ricordo il primo teaser che mi ha lasciato perplessa, e poi persuasa. E subito dopo una cascata di emozioni, rabbia, orgoglio, avventura, sogno e…qualche caffè per rimanere sveglia quella volta in cui decidi di dedicare un’intera serata alla visione di entrambi i volumi di Kill Bill. Il gioco valse la candela, d’altronde in principio era un unico capolavoro da tre ore, motivo per cui fu presentato in versione originale ma fuori concorso a Cannes. E se all’inizio la curiosità era attenzione, tanto per citare Calvin Candie, quell’attenzione mi è servita negli insegnamenti che ho appreso dalla lettura di questo enorme diario umano: la comune partecipazione che fraintendimenti, nostalgie, paure, dubbi hanno nelle nostre vite non devono mai far sbiadire la collaterale e bizzarra ironia che fa sì che la vita imperfetta e reale anche grazie alla sua buona dose di scivoloni, e di coraggio nel sentirci appartenenti ad essi. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Cultura

Thirty Seconds To Mars: Roma si accende

I Thirty Seconds To Mars sono tornati nella Capitale per il Roma Summer Fest, portando tra le mura dell’Auditorium il loro sound unico.

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Thirty Seconds qui

Ieri i Thirty Seconds To Mars sono tornati nella Capitale, in occasione del Roma Summer Fest, accendendo l’Auditorium Parco Della Musica con le loro luci stroboscopiche.

Il gruppo di Jared e Shannon Leto è ormai ospite quasi fisso nella capitale, e cavalcando l’onda ancora in piena del successo avuto dall’ultimo album, America, uscito lo scorso anno, ha portato ancora una volta a Roma uno spettacolo mozzafiato.

Tra laser e luci dirompenti, fumo, coriandoli ed una pioggia di palloni colorati, i Thirty Seconds To Mars ci hanno offerto un’esibizione che ha reso onore a tutta la loro carriera, dagli esordi fino alle ultime conquiste.

Passando per il rock alternativo più ruvido dei successi di A Beautiful Lie fino ai singoli che hanno infiammato l’ultimo anno, come Walk On Water e A Dangerous Night, non hanno tralasciato nulla, portando grande attenzione sui brani tratti dall’album This Is War, che quest’anno compie 10 anni.

Tra la batteria martellante di Shannon ed il sound sempre più elettronico, le atmosfere che i Mars portano sul palco sono in grado di ipnotizzare i presenti, incapaci di staccare gli occhi da ciò che sta accadendo.

Jared Leto come sempre si è dimostrato un artista impareggiabile, padrone indiscusso del palcoscenico e veicolo di una voce inconfondibile.

Istrionico e magnetico, ha regalato ai fan, giunti da tutto il mondo a riempire le gradinate della cavea dell’Auditorium, uno spettacoli intenso ed emozionante.

Con la sua abitudine di invitare gli spettatori sul palco poi, il coinvolgimento che offre ai fortunati partecipanti un coinvolgimento totale.

Ad omaggiare l’Italia poi, è arrivato anche il duetto a sorpresa con Emma Marrone, nella canzone Love Is Madness. 

Ancora una volta quindi, i Thirty Seconds To Mars hanno conquistato Roma con il loro sound unico, lasciando tutti con la speranza di non dover attendere troppo per una nuova esibizione.

 

 

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Cultura

Il cast del nuovo film su Diabolik 100% italiano

Luca Marinelli nei panni di Diabolik, Miriam Leone nel ruolo di Eva Kant e Valerio Mastandrea in quello dell’ispettore Ginko.

Giulia Marilungo

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Il cast di Diabolik, il film che uscirà nel 2020 diretto dai fratelli Manetti, sarà 100 percento italiano. A confermarlo, proprio i due registi dalla IX edizione delle giornate di cinema di Riccione.

Luca Marinelli, che nel suo fortunato ruolo di Lo Zingaro in Lo chiamavano Jeeg Robot ha interpretato il cattivo, ora vestirà i panni del ladro più affascinante della storia, affiancato da Miriam Leone che interpreterà Eva Kant e da Valerio Mastandrea nel ruolo dell’ispettore Ginko. 

“Nello scegliere i protagonisti non ci siamo basati sulla sola somiglianza, ma abbiamo cercato e trovato attori bravi, in grado di comunicare le giuste emozioni.” Spiegano i Manetti. “Luca Marinelli, uno degli attori più versatili del nostro cinema, capace di portare sul grande schermo il fascino e la freddezza di Diabolik senza fargli perdere umanità; Miriam Leone, un’attrice di carattere, bella e sensuale, la perfetta Eva Kant e Valerio Mastandrea così empatico, in grado di rendere vincitore anche Ginko, l’antagonista da amare”.

In una serie di interviste rilasciate durante i Nastri D’Argento, anche l’attrice e cantante Serena Rossi ha rivelato che nel cast, senza però accennare al ruolo che rivestirà. 

Il film è prodotto da Mompracem con Rai Cinema, in associazione con l’editore Astorina, la casa editrice fondata dalle sorella Angela e Luciana Giussani.

Le Giussani crearono Diabolik nel 1962 e in poco tempo raggiunse molto successo arrivando a diventare un fenomeno di costume studiato da sociologi ed esperti di comunicazione, oltre ad essere il pioniere del genere del fumetto nero italiano.

Un cast del genere, unito all’intramontabile fascino di Diabolik rappresenteranno la giusta opportunità per portare al vertice il cinema italiano.

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Cultura

Dio salvi la Regina

A tre anni dal referendum che ha sancito la partenza della Gran Bretagna dall’Europa, qualcuno trova l’orgoglio di diventare formalmente British. Se la ride pure Freddie Mercury, la Regina dei Queen…

Francesco Di Pisa

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E’ stata lunga, complicatissima, costosa, frustrante, talvolta persino sognata, ma alla fine la lettera dell’Home Office e’ arrivata: sono diventato cittadino Britannico e presto giurero’ formalmente e solennemente fedelta’ a Sua Maesta’ la Regina Elisabetta. Io, romano di Trastevere, Italiano, Repubblicano, in tempo di Brexit, un tempo complesso in cui il mondo pare spaccarsi egoisticamente in due parti, senza possibilita’ di capirsi ed intendersi piu’. Non solo qui in Inghilterra, ma anche in Italia, con navi di profughi che attraggono, tra Capitane coraggiose e Ministri su Facebook.

Non avrei mai immaginato, il primo giorno in cui misi piede per la prima volta in Inghilterra, era il luglio 1985, dopo Live Aid, dopo le gesta spettacolari ed indimenticabili del piu’ grande gruppo Rock di sempre inglese, guarda caso… i Queen di Freddie Mercury …che un giorno – ben 34 anni dopo John Major, Tony Blair, James Cameron e Theresa May, mi sarei potuto sentire non solo cosi’ orgoglioso, ma serenamente rilassato dopo oltre tre anni di stress pazzesco sull’ignoto che assale tutti noi Europei ed Europeisti dalla data del referendum che ha tagliato via, inspiegabilmente, sorprendentemente di netto, tanta, troppa Inghilterra dal resto dell’Europa.

Ho visto questo Paese cambiare, radicalizzarsi, esporsi al pericolo di perdere chissa’ quanto, sino a ieri, quando gli Eurodeputati di Farage – il partito della Brexit dura e pura, si sono volgarmente voltati, offrendo la schiena al Parlamento Europeo, nel giorno dell’inaugurazione. Non simboleggiavano questo Paese, ma un modo distorto e inaccettabile di protestare, che non fa parte di un mondo in cui anche io oggi sono formalmente cittadino.

Questo Paese mi ha accolto, mi ha regalato una splendida moglie, due figlie straordinarie, un modo di vedere la vita con meno paure, insinuazioni e sospetti, insieme a tanta pioggia, umidita’ e freddo, ed e’ il Paese che amo, insieme al mio, l’Italia dove sono nato, che sogno e detesto e sogno  per quello che potrebbe essere se non fosse che …

Sono Britannico, partecipo di questa Terra di Albione che vivo durante le mie volate in bici lungo i prati sconfinati e verdissimi del Wiltshire, dinanzi alle abbazie, le cattedrali gotiche, i car boot sale della domenica dove gli inglesi tornano inglesi come sono sempre stati, a comprare e vendere occasioni a prezzi stracciati, la Londra del British Museum come della National Gallery e di Hyde Park…

Per oggi e per altri giorni ancora non pensero’ a Brexit, al deal come al no deal, ai confini che ci separano, alle lotte intestine e fratricide dei Conservatori per arrivare a Downing Street, come alle debolezze e alle incertezze dei Laburisti, e alle marce democratiche e giuste dei Remain su Londra contro la Brexit.

Il mondo e’ uno, puoi avere una, due cittadinanze e condividerne le cose piu’ belle.

God save the Queen

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