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Non ascoltate più nessuno e fatevi un’opinione, la vostra!

Francesco Di Pisa

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Il presente declino culturale è anche dovuto al continuo proliferarsi di opinionisti e pillole mediatiche che girano per l’etere radiofonico, cartaceo e televisivo. Ascoltatori, lettori e spettatori ormai ridotti al rango di pecore smarrite nel miasma dei social. Ascoltare a bocca spalancata. Fiale di zuccheri blah blah blah. Nutrimento a forza. L’alfabetizzazione metodica e non più spontanea di chi ascolta, legge o guarda, si sosituisce anche al semplice e puro intrattenimento.

Una partita di calcio va seguita a due voci, persino a tre, con l’inviato sul campo, l’esperto… chiamato ad offrire il proprio ineguagliabile supporto tecnico. Il filosofo poi, abbandona i banchi impolverati del proprio studio per registrare messaggi dove costruire e firmare lezioni a senso unico inculcando come un chiodo le proprie ben definite pillole di saggezza. Chi scrive, non fa più solo cronaca o cultura, viatici verso la conoscenza, ma dirige a bacchetta una precisa e ineluttabile visione del mondo.

“Si posson dire cose ma non a toni ultimativi”. Esatto.

Su tutto occorre dare ed avere l’opinione di qualcuno che conti, spesso non è nemmeno più il caso, non come arricchimento, piuttosto un obbligatorio ancoraggio a stampella, un trascinarsi verso la presunta verità dell’esperto di turno.

Siamo diventati di colpo cretini. Abbiamo tutti bisogno di essere guidati -come ciechi- verso la Luce. Senza poter più esercitare la nostra scelta.

Tutto si è drammaticamente velocizzato e paradossalmente impoverito nell’apparente sbrodolio straboccante dei giudizi sommari degli opinionisti.

L’economia facile, la tattica spiegata, la politica a parole. No. Il piacere del sapere, il gusto di apprendere è altro. Non è imposto, nè presentato come un menù fisso.

Ciò che manca è il confronto, il presentarsi delle idee come un ventaglio di opzioni. Oggi siamo sempre più privati del dialogo dove spiegarci, capirci e finalmente accettarci.

Fatevi un’opinione, ma che sia la vostra.

Francesco Di Pisa è Dottore in Giurisprudenza con Master in Scienza delle Comunicazione. Libero professionista, dopo la Spagna, la Gran Bretagna, si occupa di politiche Marketing, consumo, comunicazione e scrive di politica, attualità e costume.

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Politica

Roma, la Raggi mette a rischio migliaia di famiglie

Di punto in bianco il Campidoglio equipara le diesel Euro 6 alle vetture inquinanti: crollano le vendite, in ginocchio il settore auto, posti di lavoro in pericolo

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi. Foto da Il Messaggero

La fantasia al potere non è sempre un bene. La fantasia ideologizzata, invece, è sicuramente deleteria. Lo sanno bene i cittadini della Capitale, ormai da anni alle prese con amministratori, diciamo, estemporanei, che a colpi di fanatiche assurdità continuano a fare strame della Città Eterna come forse solo i barbari dei tempi antichi. Se, per esempio, Ignazio Marino si era guadagnato l’epiteto di “sindaco marziano”, l’attuale primo cittadino Virginia Raggi ben meriterebbe, mantenendo l’analogia alla John Gray, l’etichetta di venusiana.

Dopo l’ignobile balletto con la Regione Lazio sulla crisi dei rifiuti, su cui sono stati già versati fiumi d’inchiostro, dal Campidoglio è infatti arrivata l’ultima, lungimirante decisione: considerare di punto in bianco le nuovissime diesel Euro 6 come vetture inquinanti – e questo malgrado la comunità scientifica sia abbastanza concorde nel ritenere che le auto a gasolio siano le migliori dal punto di vista dell’impatto ambientale.

Un provvedimento folle, che va a colpire anzitutto i guidatori romani, considerato che l’investimento per una macchina è spesso il più importante dopo quello per l’abitazione. E che, oltretutto, sta già ottenendo di mettere in ginocchio quello che è uno dei settori più importanti dell’economia di Roma, con decine di aziende che fatturano centinaia di milioni l’una e danno lavoro a migliaia di famiglie capitoline: le une e le altre, ora, a fortissimo rischio sopravvivenza.

Gli indici di vendita, infatti, sono immediatamente crollati – a differenza di quelli delle sostanze inquinanti nell’aria che sono addirittura aumentate nei giorni del blocco del traffico. E, non a caso, concessionari, venditori e petrolieri sono sul piede di guerra.

Peraltro, questa vicenda ricalca, mutatis mutandis, quella dello Stadio della Roma, per cui c’era una delibera già approvata dalla giunta precedente che Virgy ha smantellato da un giorno all’altro: che è un po’ come aver ottenuto l’autorizzazione a fare dei lavori in casa propria, e vedersela ritirata di colpo da un nuovo burocrate con idee del tutto diverse da quelle del predecessore che aveva dato il placet.

Solo per dire che non c’è più nemmeno da sorprendersi, visto il tasso di recidiva di Palazzo Senatorio. È l’incompetenza, bellezza.

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Politica

Regionali, l’Emilia-Romagna al dem Bonaccini, la Calabria a Santelli (FI)

Sospiro di sollievo per il Pd che tiene la Regione rossa: ma resta la profonda crisi della cultura che rappresenta

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito del Ministero dell'Interno

Alla fine, come spesso accade, hanno vinto tutti. Non tanto in Calabria, dove il trionfo dell’azzurra Jole Santelli sul democratico Pippo Callipo era annunciato – e, per una volta, il pronostico è stato rispettato: quanto in Emilia-Romagna, dove la battaglia all’ultimo voto ha infine visto prevalere il Governatore uscente Stefano Bonaccini con il 51,4%, circa otto punti percentuali in più della sfidante leghista Lucia Borgonzoni.

L’unica forza politica che certamente esce con le ossa rotte dalla duplice competizione è il M5S, relegato a percentuali anemiche in entrambe le Regioni: eppure, il candidato Presidente in Emilia-Romagna Simone Benini, che ha ricevuto il 3,5% dei consensi, ha avuto la faccia tosta di dichiarare che il risultato è “in linea con le aspettative”. D’altronde, il MoVimento si era già praticamente dissolto prima delle elezioni e, stando alle sue prime dichiarazioni d’intenti, verosimilmente il neo-capo politico Vito Crimi completerà l’opera già efficacemente avviata dal predecessore Luigi Di Maio.

Per il resto, tutti i partiti hanno di che esultare. Quelli di centro-destra perché, oltre alla vittoria calabrese, per la prima volta in cinquant’anni c’è stata partita in quella che è la Regione rossa per antonomasia: tanto che il leader del Carroccio Matteo Salvini ha già affermato di voler lavorare il doppio per riuscire a espugnare la roccaforte “progressista”.

Gongola, com’è naturale, anche il Pd, benché il successo sotto la Garisenda e gli Asinelli sappia più che altro di sospiro di sollievo per un grave pericolo scampato. Lo si evince anche dalle prime dichiarazioni degli esponenti del Nazareno, a partire dal segretario Nicola Zingaretti per cui, sprezzantemente, il Capitano “ha perso le elezioni”.

Benché questo atteggiamento sia, in qualche modo, comprensibile, indica che i vertici dem, as usual, hanno capito ben poco dei messaggi che gli Italiani inviano ripetutamente da circa un biennio. Che poi è la stessa forma mentis alla base del cambio di nome al partito annunciato preventivamente da Zinga: come se bastasse un lifting per far sparire di colpo tutti i problemi. Che invece restano, e paradossalmente vengono addirittura evidenziati dall’affermazione di Bonaccini.

Il quale ha rinnegato il simbolo del suo stesso partito, ha rifiutato l’appoggio dei big romani e, quando non ha potuto evitare l’ingombrante presenza del segretario durante la campagna elettorale, l’ha accuratamente nascosta in mezzo agli interventi di altri sostenitori. E lo stesso Pd, vergognandosi di se stesso, per riuscire a richiamare i suoi in piazza si è camuffato sotto improvvide parvenze ittiche.

La crisi, quindi, non è affatto risolta, anche perché è figlia di una “cultura” che, benché rappresentata principalmente dal Pd, va ben oltre i dem. È la “cultura” che si occupa solo e di tutte le minoranze finendo per discriminare la maggioranza. È la “cultura” insopportabilmente proterva di quanti denunciano l’odio altrui ma al contempo pretendono di avocare a sé il diritto di professare impunemente un’idiosincrasia uguale e contraria (come nel caso di Sinisa Mihajlovic, allenatore del Bologna che sta lottando contro la leucemia, insultato via social senza alcun riguardo per la sua malattia per aver auspicato la vittoria della Borgonzoni). È la “cultura” buonista, pauperista e immigrazionista che tollera tutto e tutti purché in rigorosa antinomia con i valori tradizionali e tradizionalmente espressi dalla Cultura con la c maiuscola, quella che riflette la civiltà occidentale sviluppatasi sulle radici giudaico-cristiane.

Un aspetto che, en passant, dovrebbe far riflettere ben più di un esponente della Chiesa cattolica, che si vorrebbe sempre più trasformare da Corpo Mistico di Cristo a squallida imitazione di una ong. Un’operazione sciagurata che, al momento, ha già prodotto lo svuotamento delle chiese e il record negativo dell’8×1000.

Insomma, il Pd, con tutta la Weltanschauung di cui è portavoce, deve decidere cosa fare da grande, smettendo di nascondere la polvere sotto al tappeto: procrastinare l’inevitabile, infatti, non lo rende meno inevitabile. E questo è il termine più adatto a descrivere una situazione di agonia. Chi ha orecchi per intendere…

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Politica

Elezioni, le Regionali e il referendum sul taglio dei parlamentari fanno tremare il Governo

La Cassazione dà il placet alla consultazione, da tenersi tra marzo e giugno. Fibrillazioni nella maggioranza, il Premier Conte ostenta sicurezza ma…

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito del Ministero dell'Interno

E proprio alla vigilia delle Regionali, l’attesissimo verdetto della Cassazione è finalmente arrivato: via libera, il referendum sul taglio dei parlamentari s’ha da fare, il quesito è conforme al dettato costituzionale e, pertanto, legittimo. Ora spetterà al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella stabilire la data della consultazione – che sarà priva di quorum -, con un suo decreto «su deliberazione del Consiglio dei Ministri».

Il Governo dovrà riunirsi in tal senso entro 60 giorni dal placet degli ermellini, e avrà poi un periodo compreso tra 50 e 70 giorni per decidere il giorno delle urne: il quale dovrà quindi necessariamente cadere tra la fine di marzo e il giugno prossimo.

Tale percorso potrebbe incrociarsi proprio con le imminenti elezioni – soprattutto quelle in Emilia-Romagna – e potrebbe risultare decisivo per le sorti del Conte-bis (a dispetto delle rodomontate del Presidente del Consiglio). I cittadini saranno infatti chiamati a esprimersi sulla riforma-bandiera del M5S, che riduce i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200 – e la conferma appare scontata.

Questo implica che per molti partiti – ma anche per parecchi parlamentari singoli – sia già scattata la corsa alla sopravvivenza (della poltrona). E probabilmente non è un caso che la richiesta di appello al popolo sia stata firmata da rappresentanti di tutte le forze politiche presenti a Palazzo Madama (compreso un esponente pentastellato), con la sola eccezione di FdI.

A questo punto, salgono in cattedra le strategie. Quella dell’opposizione di centro-destra è, per forza di cose, la più chiara e lineare, soprattutto nel caso – che gli addetti ai lavori ritengono molto probabile – di una vittoria nel fortino dell’Emilia-Romagna: richiesta di dimissioni immediate dell’esecutivo rosso-giallo e di elezioni politiche anticipate.

Molto più variegate sono le posizioni in seno alla maggioranza che sostiene il BisConte, anche per via dei rispettivi, recenti sviluppi. Il Pd, dato dal segretario Nicola Zingaretti in predicato di scioglimento, è attraversato da due forze, una centripeta e una centrifuga. La prima si riferisce allo spauracchio, più volte evocato dai dem, di consegnare il Paese alla Lega e al suo leader Matteo Salvini in caso di scioglimento precoce delle Camere: a conferma che la vocazione democratica del partito omonimo è tale solo se il popolo si esprime in accordo con i propri desiderata.

La spinta uguale e contraria potrebbe invece venire proprio dall’Emilia-Romagna: se infatti, dopo cinquant’anni di Governatori di sinistra, la Regione rossa per eccellenza dovesse voltare le spalle all’uscente Stefano Bonaccini per virare su Lucia Borgonzoni, difficilmente l’alleanza con i grillini potrebbe reggere – e, verosimilmente, verrebbe messa in discussione la stessa segreteria di Zingaretti.

Sulle Regionali, in ogni caso, da via del Nazareno hanno sempre ostentato sicurezza, anche perché la sfida tra piazze pare (perché non ci sono stime ufficiali) abbia visto prevalere quelle rosse. Il che comunque non sorprenderebbe, considerati i metodi, diciamo, eterodossi da sempre usati dal Pd (in qualsiasi denominazione, quindi anche ora che, vergognandosi di se stesso, si nasconde dietro una parvenza ittica) per moltiplicare il proprio pubblico: il problema atavico, per i dem, resta infatti quello delle urne vuote.

In evoluzione è anche la posizione di Italia Viva, che non ha mai fatto mistero di aver bisogno di tempo per consolidarsi: troppo forte è il rischio di vedere la propria pattuglia parlamentare decimata da un consenso che i sondaggi danno attualmente intorno alla soglia di sbarramento prevista dalla legge elettorale in lavorazione.

Si sa che Matteo Renzi, da sempre insofferente verso il bi-Premier Giuseppe Conte, auspica la sostituzione dell’ex Avvocato del popolo con una figura a lui più gradita, che gli garantisca una tranquilla prosecuzione della legislatura fino alla scadenza naturale: poiché però Giuseppi non sembra incline a ottemperare al suo progetto, l’ex Rottamatore potrebbe infine optare per l’eutanasia del Governo onde rimandare la sforbiciata degli eletti alla successiva legislatura – soprattutto se i tempi referendari dovessero dilatarsi.

In tal senso, potrebbe essere interesse di Palazzo Chigi indire la consultazione popolare il prima possibile, per chiudere in fretta la possibile finestra tentatoria. Anche se, per contro, l’allungamento della tempistica oltre l’estate porterebbe all’avvio della sessione di Bilancio, che potrebbe (il condizionale è d’obbligo, soprattutto dopo gli eventi della scorsa estate) blindare l’esecutivo almeno fino a fine anno.

In tutto ciò, occhio anche ai Cinque Stelle neo-orfani del capo politico Luigi Di Maio. Il suo successore Vito Crimi ha già annunciato continuità col lavoro di Giggino – che visti i grandi successi di quest’ultimo pare decisamente la scelta più saggia.

A ogni modo, il MoVimento non potrà mai agire né parlare contro la sua stessa ossessione anti-casta, ma paradossalmente è la forza politica che, stante il crollo paventato da tutti i sondaggi, ci rimetterebbe di più: perderebbe infatti (più o meno) la metà degli eletti se si designassero gli attuali mille parlamentari, cifra che crollerebbe drammaticamente se entrasse in vigore la famigerata riforma. Un nodo che prima o poi dovrà venire al pettine: e, nel segreto dell’urna, Dio ti vede, l’Elevato no.

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Politica

Governo, il Premier Conte come Alì il Comico mentre la sua maggioranza si dissolve

Alla vigilia delle temutissime Regionali, Di Maio lascia la guida del M5S, e Zingaretti aveva già annunciato lo scioglimento del Pd. Ma Giuseppi fa finta di niente: “Dall’Emilia-Romagna nessuna fibrillazione”

Mirko Ciminiello

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Giuseppe Conte. Foto dal sito di Italia Oggi

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti titoli e le seguenti dichiarazioni inerenti le ripercussioni che le imminenti Regionali – soprattutto in Emilia-Romagna – potrebbero avere sull’esecutivo rosso-giallo:

a) «Zingaretti: “Dopo le Regionali sciolgo il Pd e lancio un partito nuovo”» (Tgcom24, 11 gennaio. Che diventerebbe l’equivalente politico di Amanda Lear).

b) «Di Maio: “Mi dimetto da capo politico”. Terremoto nel M5S alla vigilia delle regionali» (Tg La7, 22 gennaio. Almeno stavolta non c’è il rischio di far saltare festività a Rocco Casalino).

c) «Delrio: vinciamo noi in Emilia-Romagna. Ma se si perde ci saranno problemi» (Corriere della Sera, 20 gennaio. Tipo il dover giustificare su un piano logico due premesse mutuamente escludentesi).

d) «Di Maio abbandona la guida dei 5 Stelle al tracollo, Zingaretti annuncia lo scioglimento del Pd, Renzi litiga con tutti. Il Governo è finito» (il leader della Lega Matteo Salvini. Ci sarebbe anche Speranza, ma forse sarebbe stato troppo crudele sottolinearlo).

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da espressioni quali “Alì il Comico”, la seguente affermazione del bi-Premier Giuseppe Conte: «Dire che le elezioni regionali siano un voto sul Governo è sbagliato. Non credo ne potranno derivare fibrillazioni sul Governo. Ma aspettiamo di valutare, confidiamo che il voto possa dare più energia alle forze che sostengono il Governo».

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Politica

M5S, cambio al vertice: ma con Crimi si va Di Maio in peggio

Giggino sbatte la porta appena prima delle Regionali che potrebbero sancire la disfatta dei grillini, e accusa: “pugnalato alle spalle”. Lo sostituisce Vito Crimi, che non promette nulla di buono

Mirko Ciminiello

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Luigi Di Maio e Vito Crimi. Foto dal sito de Il Post

Diciamo che non è stato esattamente un fulmine a ciel sereno. L’outing sulle dimissioni di Luigi Di Maio da capo politico del Movimento 5 Stelle era stato effettuato dalla stampa già qualche settimana fa, senza che dal diretto interessato fossero arrivate conferme né smentite. Ora, però, è arrivato anche il coming out di Giggino, anticipato ai Ministri pentastellati e poi reso pubblico durante la presentazione romana dei nuovi “facilitatori” regionali: «ho portato a termine il mio compito».

Con così tanti indizi, forse l’unica vera sorpresa è stata la tempistica: l’annuncio è infatti piovuto a soli quattro giorni dalle Regionali della Calabria e (soprattutto) dell’Emilia-Romagna – e in molti hanno visto un rapporto causale tra i due eventi.

I sondaggi, infatti, sono impietosi, con i grillini crollati al 10% – e, secondo alcune rilevazioni, perfino più in basso. Non a caso il Ministro degli Esteri, anche in considerazione dei pessimi risultati ottenuti in tutte le consultazioni successive alle Politiche 2018, avrebbe preferito evitare del tutto la corsa elettorale: salvo essere smentito dal “tradimento” della piattaforma Rousseau – e probabilmente condannato all’ennesima figuraccia.

In effetti, il titolare della Farnesina non ha fatto mistero di essere stanco di fare da parafulmine e capro espiatorio a uso e consumo della fronda interna che da tempo, sotto l’impulso dell’ambizione, cercava di destabilizzarlo: o, per usare la sua espressione, di pugnalarlo alle spalle. «È stato tirato per la giacchetta» ha commentato per esempio il bi-Premier Giuseppe Conte, ribadendo poi per l’ennesima volta che le Regionali non sono un voto sul Governo rosso-giallo, verosimilmente nella speranza di autoconvincersi.

D’altra parte, Di Maio è stato spesso accusato di autoritarismo nella gestione del M5S, e chi si atteggia a condottiero dovrebbe accettare sia i pro che i contro della sua sovraesposizione. Come le critiche dovute all’eccesso di parlamentari migrati ad altri gruppi, per abbandono o per epurazione (al momento, nella legislatura corrente, siamo a 31 eletti grillini).

Ma è soprattutto il tempismo che non gli fa onore, perché sa di (ennesima) fuga dalle proprie responsabilità: come un capitano che guarda la propria nave affondare ma, anziché restare a bordo, salta sulla prima scialuppa accusando l’equipaggio di non averlo supportato a dovere.

Dopo di me il diluvio, insomma – e il rischio è proprio quello. Perché, come annunciato dallo stesso leader dimissionario, il suo successore, almeno fino agli Stati Generali di marzo, è l’attuale viceministro dell’Interno Vito Crimi: uno che, per intenderci, ha speso 45mila euro di soldi pubblici per tre sondaggi sul gradimento suo e del Governo, ed era convinto che si potesse governare senza un esecutivo in carica e che il partito che arriva primo alle Politiche abbia automaticamente la maggioranza «alla Camera e molto probabilmente (sic!) anche al Senato».

Di Maio in peggio, quindi, tanto per dire che è altamente probabile che si finirà per rimpiangere il leaderino avellinese: musiliano uomo senza qualità che proprio per questo ha incarnato alla perfezione lo spirito del MoVimento in quanto «incompetenza elevata a elemento di orgoglio», come ebbe a ironizzare il fondatore di Italia Viva Matteo Renzi. Dal coccodrillo giornalistico (e fin troppo precoce), dunque, si potrebbe presto passare alle lacrime di coccodrillo.

Eppure, malgrado tutto, c’è anche l’impronta dell’ex vicepremier sull’era che (parole sue) si è ormai chiusa. Un paio di mesi fa, Giggino si era autoelogiato citando (in realtà in maniera leggermente inesatta) un celebre aforisma di James Freeman Clarke: «i politici guardano alle prossime elezioni, gli statisti alle prossime generazioni».

Forse, con il suo passo indietro, per la prima volta ha fatto davvero qualcosa di utile per il futuro e il benessere dell’Italia. Sipario.

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Politica

Processo Salvini, dal Pd dopo il danno anche la beffa

I dem disertano il voto in Giunta per le immunità, terrorizzati dai contraccolpi sulle Regionali in Emilia-Romagna. Ma per Zingaretti è il Capitano che “fa uso politico della giustizia”

Mirko Ciminiello

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La nave Gregoretti. Foto dal sito de LaPresse

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti fatti e le seguenti dichiarazioni inerenti la sconcertante pantomima inscenata nella Giunta per le immunità di Palazzo Madama, che sul caso Gregoretti ha avallato il processo contro il leader leghista Matteo Salvini con i soli voti favorevoli dei senatori del Carroccio – e l’assenza dei membri della maggioranza rosso-gialla:

a) «È arrivata la richiesta della maggioranza: rinviare la data del voto. Non più il 20 gennaio. L’obiettivo è far scattare la decisione della giunta solo dopo le elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria» (Repubblica, 9 gennaio).

b) «La maggioranza non vuole quel voto il 20 gennaio, a sei giorni dalle elezioni regionali […] Il leader leghista sognava di immolarsi e costruirci il rush finale della campagna: da vittima della giustizia sacrificato sull’altare della difesa dei confini» (Repubblica, 9 gennaio).

c) «Se non è un processo politico, perché la maggioranza vuole rinviare il voto a dopo le elezioni regionali in Emilia-Romagna? Cosa c’entrano? Lo sanno benissimo che il popolo sta con lui e potrebbe indispettirsi per un voto contro Salvini» (il vicesegretario della Lega, Giancarlo Giorgetti, 16 gennaio).

d) Il Capitano «vuole soltanto apparire e gioca a fare l’eroe: o l’eroe mandato a processo dalla sinistra o addirittura dai suoi colleghi della Lega» (il capogruppo di Italia Viva al Senato, Davide Faraone, 20 gennaio).

e) «Ho scoperto che quelli del Pd aspettavano di darmi del delinquente dopo le elezioni in Emilia-Romagna. Troppo comodi» (Matteo Salvini, 20 gennaio).

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da espressioni quali “Trattamento Sanitario Obbligatorio”, la seguente amenità del segretario dem Nicola Zingaretti: «Salvini ancora una volta fa uso politico della giustizia».

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Cultura

Report stampa, ecco perché Avvenire è l’unico giornale che non sente la crisi

Continua il calo delle vendite per tutti i quotidiani, tranne per quello della CEI: il che è paradossale, se si pensa alle chiese sempre più vuote e al crollo dell’8×1000

Mirko Ciminiello

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La crisi della carta stampata appare ormai irreversibile. Sembra una frase fatta, e probabilmente almeno in parte lo è – ma solo e proprio perché i dati appena diffusi da ADS sulla diffusione dei quotidiani (ovvero le copie, cartacee e digitali, messe in circolazione, che comprendono le vendite in edicola, gli abbonamenti e le distribuzioni gratuite) sono impietosi, e il trend è lo stesso ormai da tempo.

Nello specifico, è impressionante vedere come, in appena sei anni, le copie dei tre quotidiani più letti in Italia (Corriere della Sera, La Repubblica e Il Sole 24 Ore) siano pressoché dimezzate. Ma il calo, in misura più o meno accentuata, è endemico, se si pensa che riguarda praticamente tutti i giornali che superano le 10.000 copie – con una sola eccezione: Avvenire, cresciuto dell’11,49%.

In effetti, se sulla crisi dell’editoria sono stati versati fiumi d’inchiostro e di parole, sarebbe interessante capire le ragioni di quest’unico dato in controtendenza. Perché, se il tracollo delle vendite si può in ultima analisi ricondurre all’avvento dell’era digitale (tanto è vero che i quotidiani digitali sono praticamente tutti in crescita), neppure il giornale della CEI dovrebbe dormire sonni tranquilli.

Internet ha cambiato la modalità di fruizione delle notizie, per cui ormai ci si informa sempre più online in tempo reale, mentre i giornali cartacei si sono ri-specializzati nel commento ai fatti del giorno. Al tempo stesso, la carta stampata gode di uno scarso appeal presso il pubblico giovanile. Due difficoltà di cui anche il quotidiano diretto da Marco Tarquinio non può non risentire.

È vero che Avvenire riceve dei cospicui contributi pubblici, che certamente permettono investimenti maggiori in termini di comunicazione, promozione, distribuzione e innovazione del prodotto-giornale. Ma quest’unica spiegazione non può bastare, se si pensa che, per esempio, nel 2018 il quotidiano maggiormente finanziato dallo Stato era il Dolomiten, che nel report ADS risulta in calo del 15,65%.

Tra l’altro, conta indiscutibilmente la tradizione dell’acquisto e degli abbonamenti da parte della rete di istituzioni e luoghi ecclesiastici, così come c’è indubbiamente un “effetto Papa Francesco”: ma, forse, non nel senso che si potrebbe pensare.

In effetti, la svolta nella linea editoriale del quotidiano della CEI ha verosimilmente attirato dei lettori sensibili alle tematiche della solidarietà e alle novelle posizioni aperturiste sull’immigrazione: ambiti che neppure i giornali progressisti trattano in maniera altrettanto pervasiva e sistemica, legandole piuttosto alla polemica politica del momento.

Da questo punto di vista, bisogna riconoscere ad Avvenire il coraggio e la coerenza nell’andare contro il comune sentire della maggioranza degli Italiani che, come dimostrato da tutte le ultime elezioni e dai sondaggi anche recenti, sulle questioni succitate sono orientati in maniera decisamente diversa. E vale forse la pena ricordare che, nel 2006, l’endorsement del Corsera allora diretto da Paolo Mieli in favore di Romano Prodi risultò, in pochi giorni, in un ribasso di circa il 20% delle vendite del quotidiano di via Solferino. Tarquinio, invece, almeno in apparenza non ha di questi problemi.

L’aspetto curioso è che a questo successo più unico che raro nel panorama mediatico italiano fanno da contraltare le chiese sempre più vuote e il record negativo dell’8×1000 (in sette anni sono andati persi due milioni di contribuenti). Un dato che però, in fondo non sorprende neanche più di tanto: basta infatti considerarlo l’equivalente “religioso” del motto nenniano “piazze piene, urne vuote”. Contenti i Vescovi, contenti tutti.

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Politica

Roma, lo strano senso delle priorità del sindaco Raggi

All’atavica inefficienza di Ama e Atac si sono aggiunti lo smog e i guai giudiziari. Ma il primo cittadino pensa a pedonalizzare lo stradone di San Giovanni

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi. Foto dal sito glistatigenerali.com

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti titoli, tutti inerenti il buongoverno di Roma operato dalla giunta grillina guidata da Virginia Raggi:

a) «Roma Lido: treni ogni 40 minuti, corse saltate e vagoni pieni. Venerdì da incubo» (Roma Today. A conferma che ATAC significa “arrivi tardi a casa”).

b) «Roma, stretta anti-smog, la frenata di Raggi: regole da rivedere» (Il Messaggero. La prossima volta toccherà alle flatulenze bovine).

c) «I rifiuti di Roma verso la discarica di Roccasecca: il sindaco minaccia il blocco dei tir» (Roma Today. O almeno il cambio del nome in Roccaindifferenziata).

d) «Stadio Roma, De Vito incastra la Raggi: sindaco parte civile e teste a difesa» (affaritaliani.it. Come se Virgy non fosse a suo agio con l’antinomia tra le proprie azioni).

Ciò posto, il candidato commenti quest’ultimo titolo, tratto da Roma Today, che fa capire alla perfezione quanto il Campidoglio abbia chiare le priorità dell’Urbe: «Gay street pedonale, il Comune di Roma ci riprova».

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Politica

Processo Salvini, il voto il 20 gennaio manda in tilt Pd e M5S

Dal caso Gregoretti al caos, la Casellati vota con l’opposizione e la maggioranza insorge: dimenticando che la stessa cosa era accaduta, a parti invertite, con la riforma della prescrizione

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito de LaPresse

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti fatti relativi al voto della Giunta per il Regolamento che, con l’apporto decisivo della Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha sancito che la Giunta per le Immunità di Palazzo Madama dovrà esprimersi sulla richiesta di processare l’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini per il caso Gregoretti il prossimo 20 gennaio – contrariamente a quanto auspicato dalla maggioranza M5S-Pd, che aveva chiesto il rinvio del voto a dopo le Regionali del 26 gennaio:

a) La Casellati «con il suo voto insieme alle opposizioni smette di essere arbitro e indossa la maglia di una delle squadre in campo» (la vicepresidente dei senatori M5S Alessandra Maiorino. Curioso: non ci sembra che la maggioranza rosso-gialla avesse espresso la stessa indignazione quando, appena due giorni prima, la presidente – anch’essa grillina – della Commissione Giustizia della Camera, Francesca Businarolo, aveva salvato in modo analogo la riforma della prescrizione del Guardasigilli – sempre pentastellato – Alfonso Bonafede…).

b) «Il suo voto a favore della Lega determina la convocazione della Giunta in modo tecnicamente illegale» (il capogruppo dem al Senato, Andrea Marcucci. A conferma che il Pd ha una concezione della legalità quantomeno singolare).

c) «Siamo molto preoccupati per la democrazia» (Sempre Marcucci. Preoccupazione comune, quando c’è un Governo – l’ennesimo – non votato da nessuno e inviso, stando agli ultimi sondaggi, praticamente a due terzi dell’elettorato).

d) «Non si può essere terzi solo quando si soddisfano le ragioni della maggioranza» (la presidente del Senato Casellati. In quel caso si sarebbe primi).

e) «Se lunedì, come pare, perché i numeri ce li hanno a favore, Pd, Renzi e Cinque Stelle decideranno che devo esser processato, andrò in quel tribunale a testa alta sicuro di rappresentare la maggioranza del popolo italiano» (il leader della Lega Ora che ha informato i magistrati del suo consenso, l’unico modo che ha per non essere cancellato è travestirsi da piratessa tedesca).

Ciò posto, il candidato commenti questa frase sul Capitano tratta un articolo de Il Fatto Quotidiano, a cui potrebbe essere sfuggita una velata ombra di verità: «Si teme di regalargli voti o che passi l’idea di una “scorciatoia giudiziaria” alla necessaria lotta politica».

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Politica

Politica, l’offensiva di Renzi: così Italia Viva può ammazzare il Governo

L’ex Rottamatore attacca su Regionali e riforma della prescrizione, polemiche e accuse incrociate con Pd e M5S. E il Premier Conte non sta sereno

Mirko Ciminiello

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Matteo Renzi. Foto dal sito dell'ANSA

Un tempo andava di moda, presso una certa area politico-ideologica, il mantra “Non moriremo democristiani”. Ora, a distanza di quasi quarant’anni dallo storico titolo de il Manifesto, c’è una costola ribelle dei nipotini rossi che rinfaccia alla madrepatria un atteggiamento quasi opposto. Non «abbiamo fatto un Governo» ha infatti tuonato via social Matteo Renzi, «per diventare grillini».

L’ex Rottamatore scriveva dopo il clamoroso strappo del suo partito che, in Commissione giustizia alla Camera, ha votato contro l’annullamento della prescrizione previsto dalla riforma del Guardasigilli pentastellato Alfonso Bonafede, preferendo piuttosto appoggiare la proposta dell’azzurro Enrico Costa: proposta volta a evitare il “fine processo mai” che manderebbe in sollucchero i manettari dell’house organ ufficioso del M5S – e in tribunale a vita, almeno potenzialmente, chiunque.

L’emendamento Costa alla fine è stato bocciato per un solo voto (23 a 22), ma è significativo che la maggioranza sia stata salvata dalla presidente di Commissione, la Cinque Stelle Francesca Businarolo, che per prassi non esprime preferenze: non che non sia perfettamente legittimata a farlo (la stessa cosa, a parti invertite, era accaduta con il presidente forzista della Giunta per le Immunità Maurizio Gasparri in relazione al caso Gregoretti), ma politicamente è un segnale significativo. Un segnale di fragilità che ha inevitabilmente dato il la a un valzer di accuse reciproche.

«Non abbiamo rotto la maggioranza, abbiamo solo difeso lo stato di diritto» ha ribaltato la prospettiva l’ex Presidente del Consiglio, curiosamente usando la stessa espressione dell’avversaria Giorgia Meloni. «Continueremo a farlo, anche senza il permesso dei populisti».

Per parte sua, il Ministro della Giustizia non si è scomposto più di tanto. «Prendo atto che Italia Viva si è isolata dalla maggioranza votando insieme a Forza Italia e alle opposizioni» ha fatto spallucce via radio. «La proposta che voleva abolire la prescrizione non è passata, abbiamo bloccato FI e il centro-destra».

Detto che al massimo si voleva abolire la riforma della prescrizione (come il suo primo firmatario dovrebbe sapere a menadito), in realtà è l’intero ragionamento di Bonafede a mostrare delle lacune. Innanzitutto, perché la pdl Costa arriverà comunque all’esame di Montecitorio, dato che la stroncatura ha il solo effetto di affibbiarle il parere negativo della Commissione. E in Parlamento la vera partita sarà sui numeri.

«Se siamo isolati lo vedremo in Aula» ha infatti dichiarato sibillino il deputato renziano Gennaro Migliore. In realtà, alla Camera la maggioranza rosso-gialla non dovrebbe avere problemi: ben altra storia, però, sarà il Senato, tanto che dal Pd c’è chi ha parlato apertamente di rischio per la tenuta del Governo.

Anche perché a rendere infuocato un fronte già caldissimo ci si è messa pure la questione delle Regionali: con Iv che ha annunciato la propria indisponibilità a sostenere i candidati dem in Calabria (dove il partito di Renzi correrà da solo) e in Puglia (dove sarà affiancato da Azione di Carlo Calenda). Furiosa, prevedibilmente, la reazione di via del Nazareno, che ha accusato gli alleati-rivali di fare «un regalo a Salvini e al sovranismo».

L’ex Premier, in realtà, ha chiarito che il suo obiettivo non sono le elezioni anticipate. «Italia Viva ha bisogno di tempo» ha ammesso. Tempo per potersi consolidare, soprattutto se si dovesse andare alle urne con la legge elettorale presentata dalla maggioranza, che prevede una soglia di sbarramento del 5%. Tempo che potrebbe arrivare anche grazie al referendum sul taglio dei parlamentari, che garantirebbe agli onorevoli a rischio rielezione qualche altro mese di stipendio & poltrone.

Attenzione, però, a un piccolo particolare: Renzi non ha mai nominato l’attuale Capo del Governo Giuseppe Conte. E, considerate le dinamiche costituzionali della nomina del Presidente del Consiglio, non è un dettaglio da poco.

Anzi, la sensazione è che più Viva è l’Italia dell’altro Matteo, più moribondo appare l’esecutivo demo-grillino. Fossimo nei panni di Giuseppi, non staremmo sereni.

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Cronaca

Roma, dagli automobilisti agli urtisti la Raggi non sa più chi scontentare

L’inutile blocco auto si unisce alla protesta degli ambulanti e al caos all’anagrafe. Ma forse sono tutte armi di distrazione di massa rispetto alla chiusura di Colleferro e all’imminente emergenza rifiuti

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi. Foto dal sito glistatigenerali.com

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti titoli, tutti inerenti scene di ordinaria follia da parte del sindaco della Capitale Virginia Raggi (e da cui sono stati esclusi i disservizi di Atac, perché sarebbe stato come sparare sulla Croce Rossa):

a) «Rifiuti, chiude la discarica di Colleferro. Stato d’emergenza più vicino» (Avvenire. Ma come, proprio ora che un’ordinanza del Governatore del Lazio Nicola Zingaretti ha stabilito che la crisi è risolta per decreto presidenziale?).

b) «Smog, Roma rischia il blocco per 6 giorni. Gli esperti: “Inutile”» (Il Messaggero. Ma perché dare retta agli esperti quando c’è Greta?).

c) «Roma, caos anagrafe: “Quattro file per una multa. Coda lunga centro metri fin dal mattino”» (Leggo. Immaginiamo lo stupore del primo cittadino, verosimilmente pronta a suggerire di recarsi in via Petroselli di sera).

d) «Roma, urtisti a Raggi: “Decida entro 48 ore o scenderemo in piazza in 12mila”» (Il Messaggero. Ma chissà quanti abusivi riconoscenti saranno lì a farle scudo…).

Ciò posto, il candidato provi a stabilire se è Virgy che non sa più come destreggiarsi tra i continui tentativi di distogliere l’attenzione dalla propria incapacità, o se piuttosto non sia lei stessa un’arma di distrazione di massa.

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Spettacoli

Nomination Oscar, domina Joker tra le “solite” accuse di sessismo e razzismo

11 candidature per il film di Todd Phillips, una in più di Tarantino, Scorsese e Mendes. Fioccano le polemiche per le esclusioni femminili e afroamericane, ma l’Academy deve basarsi sul merito: e il vero scandalo è la mancata nomination a De Niro

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito de Il Post

Ipse dixit, l’Academy ha parlato. E, immancabili, sono immediatamente fioccate le contestazioni. Del resto, che nomination sarebbero se non fossero accompagnate da uno stuolo di polemiche? Alcune, in realtà, sono trite e ritrite, probabilmente perché affondano le proprie radici in quel politically correct che di quando in quando torna a farneticare per ricordare al mondo la propria esistenza: e, con essa, la propria inconsistenza.

Così, come periodicamente accade, sono di nuovo saltate fuori le accuse, rivolte ai membri dell’Academy, di sessismo e di razzismo. La prima si riferisce al fatto che, nella categoria Miglior regista, le nomination per l’Oscar sono state tutte al maschile: il che non è esattamente una sorpresa, visto che le candidature sono lo specchio esatto dei film maggiormente gettonati. A partire da Joker di Todd Phillips, che ha fatto il pieno con 11 nomination, una in più rispetto a C’era una volta… a Hollywood di Quentin Tarantino, The Irishman di Martin Scorsese e 1917 di Sam Mendes: in più, c’è Parasite del sudcoreano Bon Joon Ho, che è candidato anche come miglior film straniero.

Certo, la perplessità dei servi del politicamente corretto è comprensibile: abituati ormai alla (pessima) pratica delle quote di ogni colore, non dev’essere semplice tornare a una realtà in cui conta di più una cosetta insignificante come il merito.

D’altronde, è la stessa Weltanschauung ideologica alla base dell’altro capo di imputazione, quello etnico: dovuto all’assenza, tra le principali categorie rappresentate all’Oscar, di candidati afroamericani – eccezion fatta per Cynthia Erivo, nominata come Miglior attrice protagonista per Harriet.

Insomma, niente di nuovo nei cahiers de doléances, il che è ironico, dal momento che sarebbe bastato togliersi i paraocchi della cultura dominante per scoprire che qualcosa di assurdo, nella 92esima edizione degli Oscar, c’è per davvero: l’esclusione di Robert De Niro dalla cinquina dei candidati come Miglior attore protagonista, che quindi vede ancor più strafavorito Joaquin Phoenix, del resto già premiato con il Golden Globe per la sua iconica interpretazione della nemesi di Batman.

«A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca», soleva dire il Divo Giulio Andreotti. E quindi potrebbe esserci del vero in quelle ricostruzioni dal sapore dietrologico che vogliono un capolavoro come The Irishman penalizzato dalle invettive di Scorsese contro la Marvel e dalla scelta di far produrre la pellicola a Netflix.

Questo, però, significherebbe anteporre preferenze e pregiudizi alla qualità del film, e siamo sicuri che i membri dell’Academy non cadrebbero mai così in basso. Giusto? Appuntamento quindi al 9 febbraio (in Italia sarà già la mattina del 10), per vivere ancora la magia, sempre antica e sempre nuova, della notte per eccellenza: la notte degli Oscar.

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