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Non ascoltate più nessuno e fatevi un’opinione, la vostra!

Francesco Di Pisa

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Il presente declino culturale è anche dovuto al continuo proliferarsi di opinionisti e pillole mediatiche che girano per l’etere radiofonico, cartaceo e televisivo. Ascoltatori, lettori e spettatori ormai ridotti al rango di pecore smarrite nel miasma dei social. Ascoltare a bocca spalancata. Fiale di zuccheri blah blah blah. Nutrimento a forza. L’alfabetizzazione metodica e non più spontanea di chi ascolta, legge o guarda, si sosituisce anche al semplice e puro intrattenimento.

Una partita di calcio va seguita a due voci, persino a tre, con l’inviato sul campo, l’esperto… chiamato ad offrire il proprio ineguagliabile supporto tecnico. Il filosofo poi, abbandona i banchi impolverati del proprio studio per registrare messaggi dove costruire e firmare lezioni a senso unico inculcando come un chiodo le proprie ben definite pillole di saggezza. Chi scrive, non fa più solo cronaca o cultura, viatici verso la conoscenza, ma dirige a bacchetta una precisa e ineluttabile visione del mondo.

“Si posson dire cose ma non a toni ultimativi”. Esatto.

Su tutto occorre dare ed avere l’opinione di qualcuno che conti, spesso non è nemmeno più il caso, non come arricchimento, piuttosto un obbligatorio ancoraggio a stampella, un trascinarsi verso la presunta verità dell’esperto di turno.

Siamo diventati di colpo cretini. Abbiamo tutti bisogno di essere guidati -come ciechi- verso la Luce. Senza poter più esercitare la nostra scelta.

Tutto si è drammaticamente velocizzato e paradossalmente impoverito nell’apparente sbrodolio straboccante dei giudizi sommari degli opinionisti.

L’economia facile, la tattica spiegata, la politica a parole. No. Il piacere del sapere, il gusto di apprendere è altro. Non è imposto, nè presentato come un menù fisso.

Ciò che manca è il confronto, il presentarsi delle idee come un ventaglio di opzioni. Oggi siamo sempre più privati del dialogo dove spiegarci, capirci e finalmente accettarci.

Fatevi un’opinione, ma che sia la vostra.

Francesco Di Pisa è Dottore in Giurisprudenza con Master in Scienza delle Comunicazione. Libero professionista, dopo la Spagna, la Gran Bretagna, si occupa di politiche Marketing, consumo, comunicazione e scrive di politica, attualità e costume.

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L’Italia come esempio e quell’Impero Britannico che non c’e’ piu’

Downing Street: La Gran Bretagna e’ da sempre un Paese che ama le liberta’, piu’ di ogni altro Paese e piu’ dell’Italia. Il Presidente Mattarella risponde per le rime al commento di un Premier Britannico che non sa piu’ dove andare a parare … E l’Italia, fanalino di coda per questo e per quello, diventa l’esempio nel mondo su come si debba affrontare l’emergenza Covid 19.

Francesco Di Pisa

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A Marzo 2020 Bloomberg scriveva che la risposta al corona-virus di Boris Johnson è un fiasco:

Il governo conservatore britannico e i suoi consiglieri hanno avuto la possibilità di imparare da quanto stava accadendo in Italia, e invece, lockdown in ritardo, scuole chiuse, morti a gogo’ e sistema sanitario nazionale sull’orlo del baratro.

A Settembre 2020, sempre sul corona-virus, questa volta e’ il Financial Times a promuovere l’Italia a pieni voti nella gestione sanitaria della pandemia: così l’Italia sta evitando una seconda ondata.

Im-memore di cio’, in una risposta ad una domanda di un parlamentare laburista che a Westminster lo incalzava chiedendogli come mai le cifre dei contagi nel Regno Unito fossero ben tre volte superiori a quelle di Germania e Italia, Johnson ha risposto che il Regno Unito e’ un Paese che ama la liberta’ molto piu’ di Germania e Italia.

La risposta del Presidente Mattarella, pacata ma proprio per questo efficace e avvilente per Johnson non si e’ fatta attendere.

L’Italia e’ un Paese oltre che libero, serio, e rispetta le leggi.

Voci di corridoio raccontano di un Boris Johnson sfinito, ancora debilitato dai postumi del Covid che mesi fa stava – proprio questo virus inizialmente ignorato dal biondo Premier – per fargli perdere le penne. Un Primo Ministro che per contrastare il corona-virus architetta piani strampalati come quarantene senza tamponi o far anticipare di un’ora la chiusura dei pub alle 22, … e che liberatosi finalmente dalle grinfie suo cinico stratega burattinaio Dominic Cummings (assoluto padrone del Paese) una volta portata a compimento la Brexit (e sfasciato il Paese) si ritirera’ a pancia all’aria, tra i suoi amati libri di Storia e una bombola di ossigeno; i piu’ cinici affermano che non sara’ nemmeno in grado di prendere in braccio l’ultimo arrivato dei suoi sei figli. Amen al biondo?

Salvato a stento da un Professore di origini calabresi, Johnson avrebbe potuto risparmiarsi questi strampalati commenti paragone sull’Italia. Johnson ama l’Italia, la cultura e la storia del nostro Paese e pare che nelle settimane scorse abbia persino fatto ribattezzare il pupo in terra di Perugia presso il castello del suo amico oligarca russo Alexander Lebedev. Voci smentite a fatica dal quartier generale di Downing Street. 

Strano destino ci tocca. Il nostro Paese viene una tantum elogiato per il rigore e la puntualita’ di leggi finalmente rispettate dai nostri concittadini, nel mondo si levano il cappello per il modo in cui abbiamo affrontato la pandemia, con note e aggiunte importanti persino dall’Organizzazione Mondiale della Sanita’ … eppure non riusciamo a staccarci di dosso l’etichetta …in fondo restano sempre Italiani.

I britannici, che da prima ancora dell’invenzione della ruota aspettano rigorosamente in fila per salire sul bus, e insegnano al mondo il senso noioso eppur assoluto e imperante civile del fare la coda e rispettarsi a vicenda, in verita’ in verita’ vi dico non amano metter su la mascherina o lavarsi spesso le mani… (cosi’ come ignorano l’igiene di altre parti del corpo. Ma questa e’ un’altra faccenda, di cui s’e’ discusso con vari installatori di bagno in Gran Bretagna, eppure senza successo.)

Il problema non e’ l’aspirazione alla ricerca della liberta’ cui fa riferimento il biondo Johnson, ma una forma di radicale ignoranza che ancora e troppo spesso fa credere ai sudditi di Elisabetta di esser rimasti a capo di quell’Impero coloniale che in realta’ non esiste piu’.

Il biondo, Johnson, e’ solo l’imitazione di un buon Primo Ministro. Che riposi pure. E noi brindiamo con un Crodino squisitamente italiano.

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Ambiente

Clima, l’allarme sull’Antartide e il solito boomerang degli “affermazionisti”

Uno studio, comunque basato su simulazioni, sostiene che lo scioglimento dei ghiacci antartici possa essere inesorabile e irreversibile. Peccato che l’Agenzia Europea per l’Ambiente abbia rilevato un crollo record delle emissioni di gas serra

Mirko Ciminiello

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clima
Clima

Proprio come in politica, anche quando si parla di clima tocca sempre fare i conti con uno iato tra ideologia e realtà. Il tempo, però, è galantuomo, e presto o tardi finisce sempre per portare alla luce i fatti. Che comunque devono sempre fare i conti col sistema mediatico-culturale dominante che cerca di condannare all’oblio quelle verità che ne smentiscono le tesi preconcette. Cosa che, per inciso, accade sempre più spesso.

L’allarmismo sull’Antartide

Secondo un recente studio appena pubblicato sulla rivista Nature, lo scioglimento dei ghiacci antartici sarebbe inesorabile e addirittura irreversibile. Questo, almeno, è quanto emerge dalle simulazioni dei ricercatori, che per buona misura sono tornati a lanciare l’allarme sull’innalzamento del livello dei mari. O, per meglio dire, l’allarmismo.

Il paper, infatti, indica che un aumento di 2°C della temperatura mondiale comporterebbe una crescita di 2 metri e mezzo del livello globale dei mari. Se le temperature salissero di 4°C, il livello dei mari crescerebbe di 6 metri e mezzo, che diventerebbero quasi 12 con un incremento di 6°C.

Ne deriverebbe uno scenario apocalittico in cui sarebbero a rischio città come New York, Londra, Tokyo e Shanghai. Salvo che non si torni ai livelli pre-industriali, ipotesi che Ricarda Winkelmann, prima autrice dell’articolo, considera «altamente improbabile». Senza contare che le proiezioni «mostrano che una volta sciolto, il ghiaccio non ritornerebbe al suo stato iniziale, anche se le temperature dovessero abbassarsi di nuovo».

Clima, i modelli e le congetture indimostrate

Tuttavia – e questo è il primo punto – la previsione si basa su un modello. Uno, cioè, di quei programmi computerizzati che non sono mai riusciti a riprodurre la variabilità naturale osservata del clima. Come puntualizzavano, poco più di un anno fa, gli scienziati italiani autori dell’importante documento “Clima, una petizione controcorrente”.

Ma immaginiamo pure che, una volta tanto, la proiezione sia affidabile. Ebbene, potremmo ancora dormire sonni tranquilli, perché il riscaldamento della superficie terrestre non si avvicina neppure lontanamente alla “soglia critica” paventata dagli allarmisti. Dal 1850, infatti, la temperatura media globale è aumentata di circa 1°C, e comunque l’idea che tale fenomeno abbia un’origine antropica è e resta una congettura indimostrata.

800.000 anni fa, per dire, Homo sapiens era ben di là da venire. Eppure, proprio i ghiacci antartici hanno evidenziato che la concentrazione di CO2 era molto più alta rispetto al presente.

LE EMISSIONI CALANO, GRETA PURE La seguente notizia – lunedì – non ci risulta sia stata riportata da nessun sito web…

Pubblicato da Filippo Facci su Martedì 22 settembre 2020

Risale invece a circa 8.000 anni fa il picco termico di ogni tempo, l’optimum climatico dell’Olocene. Periodo in cui la temperatura media globale era di 1,6 ± 0,8°C maggiore di quella attuale, con punte di 9°C a livello locale. E anche in epoca romana, come ha illustrato il Premio Nobel per la Fisica e senatore a vita Carlo Rubbia, le temperature erano più alte di adesso nonostante la minor concentrazione di CO2.

Oltretutto, poi, il tempismo degli studiosi coordinati dalla Winkelmann è stato, come spesso accade, eccezionale. Perché, nel silenzio pressoché generale degli organi di informazione mainstream, è stato appena diffuso un dato che sbugiarda per l’ennesima volta le fake news eco-catastrofiste.

Clima, il calo record delle emissioni di CO2

Nel 2019 le emissioni di gas serra nell’Europa a 27 sono diminuite del 4% rispetto al 2018, e del 24% sul 1990 (26% includendo il Regno Unito). Lo ha rivelato una nota dell’Agenzia Europea per l’Ambiente, sottolineando che «risulterebbe già abbondantemente superato l’obiettivo Ue di riduzione delle emissioni del 20% entro il 2020».

Clima: Agenzia Ue, emissioni scese del 4% sul 2018#ANSA

Pubblicato da ANSA.it su Lunedì 21 settembre 2020

Secondo l’ente, questa tendenza riflette il maggior utilizzo delle energie rinnovabili e l’abbandono del carbone nel Vecchio Continente. Fenomeni verificatisi, peraltro, in un contesto di crescita economica, non di crisi e di riduzione della produzione e dei consumi. Fatto quantomeno curioso, se si considera che la sospensione planetaria dell’inquinamento dovuta al lockdown non ha avuto effetti né a breve né a medio termine.

LE EMISSIONI CALANO, GRETA PURE La seguente notizia – lunedì – non ci risulta sia stata riportata da nessun sito web…

Pubblicato da Filippo Facci su Martedì 22 settembre 2020

La realtà e i teoremi

In effetti, la spiegazione più plausibile è un’altra, solo che gli affermazionisti si ostinano a negarla perché farebbe loro saltare il giocattolo, con annesso business miliardario.

Lasciamo però la parola a un luminare come il professor Antonino Zichichi e a una sua magistrale riflessione risalente al 2017. «L’azione dell’uomo incide sul clima per non più del 10%. Al 90%, il cambiamento climatico è governato da fenomeni naturali dei quali, ad oggi, gli scienziati non conoscono e non possono conoscere le possibili evoluzioni future». Vale a dire le variazioni dell’attività solare, i cosiddetti cicli di Milanković (i cambiamenti periodici dell’eccentricità dell’orbita della Terra, dell’inclinazione e della precessione dell’asse terrestre) e, in misura minore, il vulcanismo.

Questi i fatti, che però, paradossalmente, si devono scontrare in continuazione con le eco-balle – incluse quelle propinate da qualche improvvisata cassandra scandinava. D’altra parte, come commentava il grande fisico e matematico Freeman Dyson, «l’ambientalismo ha sostituito il socialismo come la principale religione laica». E, nel più puro stile marxista – e prima ancora hegeliano -, «se la realtà non coincide con la teoria, tanto peggio per la realtà».

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FLOWERS OF TAIWAN II. Sbarca a Roma la grande storia del cinema di Taiwan

A cura di due cultori di grande cinema, autori della rassegna Asiatica Film Festival Multimediale, Italo e Giacomo Spinelli presentano in questi giorni a Roma la storia del cinema di Taiwan, dagli anni ‘60 ad oggi.
La seconda edizione di Taiwan, a braccio della pluriennale Asiatica Film Festival, presenta un programma ricco di film divisi in quattro giorni, presso la sala del Cinema Farnese a Piazza Campo De Fiori. L’ingresso e’ libero (fino ad esaurimento posti).
Ogni film verra’ presentato in visione in lingua originale – sottotitolato in italiano.
L’offerta di grande cinema prosegue nella Capitale anche in questi tempi di divieti, posti limitati dalle norme antiCovid e di difficile socializzazione.
Prenotare il posto online se possibile. Assolutamente da non perdere.

Francesco Di Pisa

Pubblicato

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A cura di Italo e Giacomo Spinelli cultori di grande cinema, si tiene a Roma - nonostante mille difficolta'- un rassegna sulla storia del cinema di Taiwan, dagli anni ‘60 ad oggi in quattro giorni al Cinema Farnese di Roma, Piazza Campo de Fiori, ingresso libero fino ad esaurimento posti, tutti i film in lingua originale sottotitolati in italiano.
FLOWERS OF TAIWAN II – PROGRAMMA UFFICIALE

Dal 24 al 27 settembre, la grande storia del cinema di Taiwan dagli anni ‘60 ad oggi in quattro giorni al Cinema Farnese.
 
 
 
GIOVEDI 24
 
La rassegna avrà inizio con due pietre miliari del primo cinema commerciale in lingua taiwanese (Taiyupian) degli anni ‘60, restaurati dal Taiwan Film Institute e in premiere italiana: The Husband Secret (1960) e The Rice Dumpling Vendors (1969) dei pionieri del cinema popolare rispettivamente Lin Tuan-chiu e Hsin Chi. La prima serata si chiuderà con la copia restaurata di Raining in the mountain (1979) di King Hu, regista cult del cinema wuxia degli anni ‘70.
 
VENERDI 25

Presentati due giganti della prima e seconda New Wave taiwanese con The Boys from Fengkuei (1983) tra le prime opere memorabili del maestro Hou Hsiao-hsien, restaurato da Cinémathèque Royale de Belgique in collaborazione con The Film Foundations, e Eat Drink Man Woman (1994) del premio Oscar Lee Ang. In premiere italiana il tentativo di affrontare la storia politica taiwanese di Wan Jen, Super Citizen KO (1994).
 
SABATO 26

Della cinematografia taiwanese del nuovo millennio verranno proiettati: un debutto prodotto da Hou Hsiao Hsien Missing Johnny di Huang Xi (2017), The Fourth Portrait (2010) del talentuoso Chung Mong-hong, e Detention (2019) di John Hsu basato su un videogame, il primo film di genere horror che affronta alcuni temi dello scottante passato dell’isola.
 
DOMENICA 27

L’ultimo giorno sarà dedicato alla nuova generazione di registi, ancora Chung Mong-hong con Soul (2013) e a seguire, con i loro nuovi film, in premiere italiana Boluomi (2019) di Lau Kek-huat e Lin Shu-yu’s con The Garden of Evening Mist (2019) sontuosa storia d’amore, candidata a nove premi al più recente Golden Horse Film Festival di Taiwan.

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Politica

Italia Viva, così Renzi il Rottamatore sta rottamando se stesso

L’ex Premier parla di “risultato straordinario” alle recenti elezioni, in cui in realtà il suo partito ha ricevuto percentuali da prefisso telefonico. Tra fanfaronate e gaffe, più che “Viva” sembra un’Italia Moribonda

Mirko Ciminiello

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italia viva
Il logo di Italia Viva

Test per l’esame di giornalismo su Italia Viva, il micro-partito di Matteo Renzi che, come i pifferi di montagna, andò per suonare e tornò suonato. Il candidato consideri che:

a) Riferendosi alla recentissima tornata elettorale che ha riservato a Iv percentuali da prefisso, l’altro Matteo ha dichiarato che «il dato di Italia Viva è stato straordinario». Poi si è svegliato tutto sudato.

b) A tal proposito, il senatore Davide Faraone si è fatto un vanto del 5,1% attribuito ai renziani da YouTrend come somma dei voti di lista.

Ho respirato l’aria di Palazzo Vecchio a Firenze in questa lunga notte elettorale. Ricordo quando una ventina di noi da…

Pubblicato da Davide Faraone su Martedì 22 settembre 2020

Il dato, comunque, è stato successivamente corretto al ribasso, trasformandosi in un più plausibile 4,2%. Il punto vero, però, è che a questo risultato si arriva solo sommando ai voti di Italia Viva quelli dei radicali di +Europa.

Più che Viva, quindi, pare un’Italia piuttosto Moribonda. Eppure, il Nostro sostiene che «non apparteniamo alla categoria di quelli che partono per scalare le montagne e poi si fermano al primo ristorante». Ciononostante, a Roma, probabilmente, gli direbbero: A Da’, magna tranquillo.

c) Restando ancora in tema, il presidente del partito Ettore Rosato ha affermato che «non è aver alzato l’asticella di un numero che ci rende felici». È averla abbassata, a quanto pare.

C’è una cosa importante che è successa oggi, un fatto che non troverà molto spazio nei titoli dei giornali ma che per un…

Pubblicato da Ettore Rosato su Lunedì 21 settembre 2020

Italia Viva in rosa

d) La capogruppo alla Camera Maria Elena Boschi ha escluso che, in caso di rimpasto di Governo, le possa toccare un dicastero. Evidentemente non la alletta il ruolo di Ministra riscaldata.

e) Ancora in campagna elettorale, il Ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova era incappata in un epic fail nella “sua” Puglia. Chiedendo un voto per il Governatore uscente (e rieletto) Michele Emiliano, sostenuto dal centrosinistra ma non da Iv, che aveva candidato il deputato Ivan Scalfarotto.

L’aspetto più imbarazzante, comunque, non è tanto il fatto che neppure lei sappia chi è Scalfa-chi. Quanto che l’abbia redarguita addirittura Meb.

f) D’altronde, la Bellanova doveva essersi abbonata alle gaffe, visto che ne ha fatta un’altra – che oltretutto ha maldestramente cercato di correggere in extremis, come se non esistessero gli screenshot. La “renzianissima”, ricordando la Breccia di Porta Pia, l’ha collocata cent’anni dopo, nel 1970, scatenando i social che hanno ironizzato sui «bersaglieri hippie». E niente, questa fa già abbastanza ridere (o piangere) di suo.

La gaffe del Ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova

Ciò posto, commenti il candidato se, in fondo, il Rottamatore abbia solo sublimato la propria opera, rottamando infine anche se stesso.

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Cronaca

Luis Suarez, per la Procura di Perugia il test di italiano è stato una truffa

Sotto inchiesta i vertici dell’Università per Stranieri, inchiodati dalle intercettazioni. “Non spiccica una parola di italiano, ma prende 10 milioni, deve passare”. L’esame concordato, ma il calciatore non è indagato

Mirko Ciminiello

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luis suarez a perugia il giorno dell'esame di italiano
Luis Suarez a Perugia il giorno dell'esame di italiano

Il calciatore Luis Suarez potrebbe aver superato l’esame di italiano, indispensabile per ottenere la nostra cittadinanza, grazie a una truffa. È ciò su cui sta indagando la Procura di Perugia, che ha notificato una serie di avvisi di garanzia ai vertici dell’Università per Stranieri del capoluogo umbro. L’attaccante del Barcellona sembrava a un passo dalla firma con la Juventus, anche se alla fine l’affare non è più andato in porto.

Le intercettazioni

Luis Suarez «non spiccica ‘na parola» di italiano, «ma te pare che lo bocciamoCosì parlava, senza sapere di essere intercettata dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza perugina, Stefania Spina. La docente dell’Università per Stranieri incaricata di preparare il giocatore uruguagio per il test svolto il 17 settembre scorso. La quale ora è sotto inchiesta insieme, tra l’altro, al Rettore dell’Ateneo Giuliana Grego Bolli, al direttore generale Simone Olivieri e all’esaminatore Lorenzo Rocca. Tutti accusati, a vario titolo, di rivelazione di segreti d’ufficio e falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici.

«Gli argomenti oggetto della prova d’esame sono stati preventivamente concordati con il candidato» ha comunicato la Procura umbra, e «il relativo punteggio è stato attribuito prima ancora dello svolgimento della stessa».

Lo ha rivelato, suo malgrado, proprio la professoressa Spina, che oltretutto dirige il Centro universitario per la valutazione e certificazione linguistica, discorrendo col suo collega Emidio Diodato. «Per dirtela tutta, oggi ho chiamato Lorenzo Rocca che gli ha fatto la simulazione dell’esame e abbiamo praticamente concordato quello che gli farà l’esame!»

Una precauzione apparentemente indispensabile, visto che era stata «riscontrata, nel corso delle lezioni a distanza svolte da docenti dell’ateneo, una conoscenza elementare della lingua italiana». Così il comunicato della Procura diretta dall’ex presidente dell’ANAC Raffaele Cantone.

Fatto, peraltro, di cui la tutor di Suarez appariva perfettamente consapevole. «Non coniuga i verbi. Parla all’infinito» rideva, disquisendo con un anonimo interlocutore che le chiedeva se il Pistolero dovesse passare il livello B1. «Non dovrebbe. Deve. Passerà, perché con 10 milioni a stagione di stipendio non glieli puoi far saltare perché non ha il B1» faceva pragmaticamente spallucce l’insegnante. «Cioè, voglio di’, fa ride no?»

Non i magistrati, a quanto pare.

Luis Suarez, la sentenza dei social

Paradossalmente, il centravanti della Nazionale uruguaiana non è indagato, perché secondo gli inquirenti non c’è evidenza che fosse consapevole della farsa. Anche se comunque potrebbe essere ascoltato dai Pm come persona informata sui fatti.

Per completezza, poi, bisogna precisare che Palazzo Gallenga Stuart respinge ogni addebito. «In relazione agli accertamenti in corso l’Università per Stranieri di Perugia ribadisce la correttezza e la trasparenza delle procedure seguite per l’esame sostenuto dal calciatore Luis Suarez e confida che ciò emergerà con chiarezza al termine delle verifiche in corso».

Chi ha già emesso la propria sentenza sono i social, che per lo più fanno riferimento all’episodio dei Mondiali 2014. Quando il bomber della Celeste morse il difensore azzurro (e juventino) Giorgio Chiellini.

Non manca però neppure chi ricorda proprio che Suarez sembrava destinato alla Juventus, lasciando maliziosamente intendere che l’urgenza dell’esame fosse motivata dalla trattativa coi bianconeri. I quali non possono tesserare extracomunitari, avendo già esaurito i due slot a disposizione.

Luis Suarez, un “caso italiano”

È però un fatto che, già da qualche giorno, Fabio Paratici, Chief Football Officer della società torinese, aveva chiuso all’arrivo dell’attaccante blaugrana. «Non è nella lista degli obiettivi a causa dei tempi burocratici necessari per ottenere il passaporto» le sue parole. E, infatti, la Vecchia Signora ha ingaggiato l’ex Alvaro Morata, punta spagnola dell’Atletico Madrid, che potrebbe invece diventare la prossima squadra proprio di Luis Suarez.

Restano comunque alcune considerazioni generali sulla vicenda, che qualcuno ha subito strumentalizzato per straparlare di ius soli. Lasciati comunque gli intelliggenti con-due-gi agli usati deliri, è però condivisibile il pensiero di quanti stigmatizzano la mentalità alla base dell’episodio. Che molti, in maniera stereotipata, qualificano come paradigmatica del Belpaese. Rendendo quindi quello di Luis Suarez, ahinoi, un vero e proprio “caso italiano”.

A dirla tutta, è difficile pensare a una vicenda più italiana di questa.#Suarez

Pubblicato da Unfair Play su Martedì 22 settembre 2020

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Politica

Elezioni 2020, pareggio 3-3 alle Regionali e trionfo del Sì al referendum

Esulta il Pd, che si conferma in Campania, Puglia e Toscana, mentre il centrodestra strappa le Marche e tiene in Veneto e Liguria. Per il M5S l’ennesima débâcle, ma anche la (paradossale) consolazione del taglio dei parlamentari

Mirko Ciminiello

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elezioni 2020
Elezioni 2020

Le elezioni 2020 non hanno riservato grosse sorprese. Né dal lato del referendum sul taglio dei parlamentari, che ha visto la preconizzata, netta affermazione del . Né dal lato delle Regionali, conclusesi con un 3-3 che fa esultare soprattutto il Pd (il dato non tiene conto dell’unicum rappresentato dalla Valle d’Aosta). Semmai, meraviglia – e in positivo – il dato dell’affluenza, superiore al 50% sia per le amministrative che per la consultazione referendaria. In epoca di pandemia, non era affatto scontato.

I risultati delle elezioni 2020

I risultati, innanzitutto. In Veneto, nuovo plebiscito per il leghista Luca Zaia, che tornerà a Palazzo Balbi per il suo terzo mandato con percentuali bulgare. Conferma anche per Giovanni Toti, leader di Cambiamo!, che guiderà la Liguria per la seconda volta. Cambiano colore invece le Marche, che per la prima volta saranno guidate dal centrodestra dopo la netta affermazione di Francesco Acquaroli, esponente di FdI.

Nessun ribaltone, invece, nelle due Regioni considerate maggiormente in bilico, ma che di fatto non sono mai state davvero in discussione. La Puglia, dove ha prevalso il Governatore uscente Michele Emiliano, alla guida di una coalizione di centrosinistra dopo l’uscita dal Partito Democratico. E, soprattutto, la Toscana, rimasta saldamente rossa dopo la vittoria del dem Eugenio Giani. Trionfo più comodo, infine, per l’altro democratico Vincenzo De Luca, che governerà la Campania per un altro quinquennio.

Infine, c’è il dato del referendum confermativo sulla riforma dei taglio dei parlamentari, che non prevedeva quorum. E che ha visto lo scontato e schiacciante successo del Sì con quasi il 70% dei consensi.

Ça va sans dire, come in qualsiasi tornata elettorale che si rispetti anche nelle elezioni 2020 “hanno vinto tutti”. Il centrodestra, che rispetto a un lustro fa ha guadagnato una Regione, per di più di tradizione rossa. Ma, soprattutto, il centrosinistra, che aveva lo spauracchio della catastrofe toscana e invece ha mantenuto tre grandi amministrazioni. Oltre ad aver lanciato un segnale politico importante, sia all’opposizione che agli altri azionisti di maggioranza del Governo Conte bis. E perfino il M5S che, pur essendo sempre più ridotto ai minimi termini, ha portato a casa il provvedimento-bandiera della riduzione degli onorevoli.

Beppe Grillo e il “pesto alla genovese”

Già, il MoVimento. Per cui il referendum rappresenta l’unica consolazione, ma anche un paradosso. Visti i numeri, infatti, la maggior parte dei parlamentari sforbiciati apparterranno proprio alla forza che più di tutte si è adoperata per tagliarli.

Se poi si elimina dall’equazione la consultazione referendaria, per i pentastellati le elezioni 2020 hanno fatto registrare l’ennesima débâcle. In particolare, scotta il dato della Liguria, terra del garante Beppe Grillo, nonché unica Regione in cui i demogrillini si presentavano con un candidato unitario. Il giornalista Ferruccio Sansa è uscito con le ossa rotte dalla competizione, segno inequivocabile che la fusione fredda appassiona più i leader che i cittadini.

A completare la giornata è arrivata poi la sentenza sul processo Ream, che vedeva imputata il sindaco di Torino Chiara Appendino. La quale è stata condannata a sei mesi per falso ideologico. Sarà anche per questo che l’Elevato, umiliato in casa, al termine della giornata faceva venire in mente un “pesto alla genovese”.

Elezioni 2020, verso il rimpasto?

Sic stantibus rebus, il Pd potrebbe essere tentato di modificare gli equilibri interni alla coalizione governativa. Col segretario Nicola Zingaretti che da tempo, stando ai rumours, punterebbe al Viminale.

Nessuna crisi di Governo, comunque. Avevamo già argomentato che sarebbe stata poco probabile in ogni caso, e i risultati delle elezioni 2020 la allontanano ulteriormente. Non è invece da escludere un rimpasto, una prospettiva del resto già evocata più volte dagli addetti ai lavori.

Eppure, se questa è la strategia di via del Nazareno, suscita almeno qualche dubbio. Sul piano numerico, in primis, visto che i grillini avranno anche perso buona parte dell’appeal sugli elettori, però mantengono saldamente la maggioranza relativa in Parlamento.

Anche dal punto di vista “filosofico”, poi, questa mossa lascia perplessi. Perché, se il criterio fosse unicamente quello del gradimento contingente dei cittadini, i rosso-gialli dovrebbero essere a casa già da tempo.

Infine, c’è un aspetto più pratico e, volendo, più insidioso. Perché, se davvero si procederà al rimpasto di Governo, il primo a battere cassa sarà senza dubbio l’ex Premier Matteo Renzi. il cui micro-partito, Italia Viva, è stato asfaltato, senza riuscire a sfondare neppure nella natia Toscana.

Il fu Rottamatore è conscio che la sua visibilità rischia di essere agli sgoccioli, e difficilmente mollerà la presa. Col resto della maggioranza che si ritroverebbe in un Vietnam, sapendo già che l’altro Matteo non avrebbe remore nel “morire con tutti i Filistei”.

D’altra parte, l’anemia di voti lo mette nella condizione di non avere nulla da perdere oltre il confine dell’attuale legislatura. E quale miglior soddisfazione, allora, che condannare i suoi amici-rivali al Reddito di cittadinanza?

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Cronaca

Venere, nell’atmosfera un gas che potrebbe indicare la vita (microbica)

Rilevata la presenza della fosfina, che sulla Terra è il prodotto dell’attività dell’uomo o di batteri, ma potrebbe comunque essere il risultato di processi naturali sconosciuti. E nei prossimi giorni saremo “sfiorati” da due asteroidi

Mirko Ciminiello

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l'atmosfera di venere ai raggi uv
L'atmosfera di Venere ai raggi UV

L’atmosfera di Venere potrebbe nascondere tracce di vita. È stata infatti rilevata una sostanza, la fosfina (PH3), che sulla Terra è il prodotto di un’attività di tipo biologico, antropica oppure microbica. Peraltro, si tratta di un gas piuttosto instabile, che in un ambiente come quello venusiano dovrebbe trasformarsi in molecole diverse. «Il fatto che persista per tanto tempo è un’ulteriore indicazione che c’è una sorgente di fosfina su Venere» ha commentato John Robert Brucato, astrobiologo dell’osservatorio INAF di Arcetri.

Tracce di vita su Venere?

La scoperta, pubblicata sulla rivista Nature Astronomy, è opera di un team dell’Università gallese di Cardiff, coordinato dalla professoressa Jane S. Greaves. Naturalmente, nulla esclude che su Venere la fosfina possa essere il risultato di processi naturali, chimici o geologici, esclusivi di questo corpo celeste.

Bisogna infatti tener conto che il nostro “pianeta gemello”, simile alla Terra per dimensioni e per massa, è un luogo decisamente inospitale. L’atmosfera, costituita principalmente da CO2, è responsabile di un impressionante effetto serra che rende il nostro vicino il pianeta più caldo del sistema solare. La temperatura media è infatti pari a 464°C, più alta di quella di Mercurio, che pure è il corpo celeste più vicino al Sole. Inoltre, la pressione sulla superficie di Venere è pari a quella presente a un chilometro di profondità nell’oceano terrestre.

Eppure, anche da noi «esistono batteri che vivono in condizioni estreme, in ambienti ad alta acidità, temperatura o in zone aride», ha continuato Brucato. Precisando però che «sostenere la presenza di vita solo su queste basi è troppo poco». Non si può dunque escludere nessuna ipotesi a priori, «ma bisognerebbe inviare una missione e analizzare direttamente» l’atmosfera venusiana.

Una è stata programmata dall’Agenzia spaziale russa Roscosmos, il cui Direttore Generale Dmitrij Rogozin ha affermato che Venere «è sempre stato un pianeta russo». I Sovietici sono infatti gli unici ad aver inviato sonde sul suolo venusiano. E, d’altronde, il sistema solare vanta già un pianeta rosso come Marte. Da qui a un pianeta russo è un attimo.

Visite dal cielo

Nel frattempo, la NASA ha comunicato che due asteroidi di dimensioni paragonabili alla Grande Piramide di Giza “sfioreranno” la Terra nei prossimi giorni. Ovviamente, il verbo va inteso in senso astronomico, cosa che ci fa stare abbastanza tranquilli.

Il primo asteroide, il più piccolo, dovrebbe infatti transitare il 25 settembre a una distanza di 6 milioni di chilometri dal nostro pianeta. Il secondo, invece, passerà il 29 settembre a 2,8 milioni di chilometri da noi. Per dare un’idea, però, la distanza media tra la Terra e la Luna è pari a circa 384mila chilometri.

Ha maggiori possibilità di entrare in collisione con il nostro pianeta un altro asteroide che ci farà visita il 2 novembre, alla vigilia delle Presidenziali Usa. In ogni caso, la percentuale di impatto è appena dello 0,41%, e comunque questo corpo celeste ha una massa molto piccola. Significa che, se anche entrasse nell’atmosfera terrestre, con tutta probabilità verrebbe disintegrato.

Possiamo dunque continuare a dormire sonni tranquilli. Scenari alla Armageddon, alla Deep Impact o anche alla Guerra dei mondi sono infatti, fortunatamente, ben di là da venire.

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Politica

Elezioni Regionali, il caso Emiliano e le toghe (ancora) “palamarizzate”

Il Governatore della Puglia assume senza concorso 200 precari nella sanità regionale a meno di una settimana dal voto. Il tutto nel silenzio assordante dei giudici (e dei media), a conferma che dopo Magistratopoli non è cambiato niente

Mirko Ciminiello

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michele emiliano
Il Governatore uscente (e ricandidato) della Puglia Michele Emiliano

L’atomica è scoppiata proprio agli sgoccioli della durissima campagna elettorale per le elezioni Regionali 2020. Solo che non se n’è accorto (quasi) nessuno, perché perfino le atomiche possono passare inosservate se gli organi di informazione decidono di occultarle. Tuttavia, nel caso specifico, che origina dalla Puglia, c’è un silenzio infinitamente più assordante: quello di una magistratura che pare ancora e sempre palamarizzata.

Elezioni Regionali, scandalo in Puglia

Domenica 20 e lunedì 21 settembre, com’è arcinoto, si terranno le elezioni Regionali, accorpate al referendum confermativo sulla riforma del taglio dei parlamentari. Benché sia in gioco il Governo di sette Regioni, l’attenzione degli addetti ai lavori si è concentrata soprattutto sulle due maggiormente in bilico. Ovvero la Toscana e la Puglia, dove, stando ai sondaggi, il divario tra i principali contendenti è talmente risicato da rientrare nel margine di errore.

E proprio nel Tacco dello Stivale si è verificato un episodio che definire vergognoso è un eufemismo. Protagonista, il Governatore (ex) dem uscente – e ricandidato – Michele Emiliano. Il quale, a meno di una settimana dall’apertura dei seggi, ha riunito in un teatro tarantino circa 200 precari della Asl. Ai quali, in barba ai concorsi, ha fatto firmare un contratto di assunzione a tempo indeterminato per un’azienda privata, controllata però (guarda caso) dalla Regione.

Curiosamente, a parte qualche rarissima eccezione, i media hanno bellamente ignorato quella che la giornalista Maria Giovanna Maglie ha definito una «mascalzonata». È il meccanismo noto come “spirale del silenzio”, per cui i mezzi di comunicazione di massa riescono a orientare l’opinione pubblica (anche) tacendo le notizie “scomode”.

A tal proposito, si consideri anche come Twitter abbia (semi)censurato l’immagine a corredo di uno dei pochi articoli sulla succitata notizia. La foto ritrae Emiliano, circondato da assessori e consiglieri regionali ricandidati, mentre sottoscrive i contratti di internalizzazione. Per il social di Jack Dorsey, però, si tratta di «materiale potenzialmente sensibile».

Twitter e il “materiale potenzialmente sensibile”

Elezioni Regionali, i precedenti di Emiliano

Peraltro, non è nemmeno la prima volta che il Presidente pugliese incappa in una terrificante caduta di stile. Di recente, per dire, Carlo Calenda, leader di Azione, ha ricordato che «mentre mia moglie stava male Emiliano ha detto che eravamo amici del cancro». Ogni commento è superfluo.

Poi ci sarebbe anche la questione dei cosiddetti impresentabili, i candidati che non hanno superato il vaglio della Commissione Antimafia. Sono tredici in tutto e stanno per lo più in Campania, in appoggio preferenziale all’altro Governatore uscente (tuttora dem, stavolta) Vincenzo De Luca. Il caso della Puglia, però, è deflagrato per via della stoccata rivolta all’ex sindaco di Bari dal deputato pentastellato – e battitore libero – Alessandro Di Battista. Che ha “costretto” Vito Crimi, reggente del M5S, a specificare che «non sono attacchi al Pd in quanto partner di Governo».

Penso che Antonella Laricchia meriti il sostegno di tutti. Ci vediamo domani sera in piazza a Bari.P.S. La Commissione…

Pubblicato da Alessandro Di Battista su Giovedì 17 settembre 2020

Tuttavia, queste imbarazzanti circostanze potrebbero avere al massimo delle conseguenze sul piano politico – verosimilmente a vantaggio dello sfidante di centrodestra Raffaele Fitto. Analogamente, gli elettori potrebbero decidere di punire il candidato piemontese del Partito Democratico Fabio Tumminello. Che ha pensato male di pubblicare uno scatto in cui si era fatto immortalare accanto a un muro su cui campeggiava la scritta “Salvini appeso”. E che poi ha specificato che voleva essere un post ironico, aggiungendo per buona misura il solito delirio sull’odio rivoltogli via social. Perché l’odio, si capisce, è solo quello altrui.

❌FATE GIRARE QUESTA NOTIZIA, PERCHÉ NEI TG NON LA VEDRETE DI CERTO…Un candidato del PD che pubblica una foto con la…

Pubblicato da Matteo Salvini su Lunedì 14 settembre 2020

Invece, lo show di Taranto, che en passant ha ricordato i film di un grande pugliese come Checco Zalone, è decisamente più grave. Qualcuno ha perfino alluso alla possibilità che si tratti di voto di scambio, tanto da chiedersi: «come mai non interviene la magistratura

Il silenzio assordante della magistratura

Questione interessante, e non solo perché, se la stessa pantomima fosse stata inscenata «dalla destra, si sarebbero calati dall’elicottero gli SWAT coi mitra spianati». Cosa stanno facendo i giudici? Mica potranno essere tutti impegnati a rincorrere i fantomatici fondi neri alla Lega, di cui «non sono state trovate» tracce nelle indagini… Nihil sub sole novum, peraltro, visto che, come ha ribadito il segretario Matteo Salvini, «non abbiamo nascosto soldi da nessuna parte».

Liberissimi, in ogni caso, di proseguire ad infinitum questa caccia alle streghe, però allora sorge spontanea qualche domanda. Tipo: ma un accertamento, anche piccolo, su Emiliano? Perché altrimenti qualcuno potrebbe orwellianamente insinuare che la legge è uguale per tutti, ma alcuni sono più uguali di altri. O che “cane non mangia cane”, considerando che il Nostro è a sua volta una toga (in aspettativa). O, ancora, che una sentenza, e perfino l’apertura di un’inchiesta dipendono dalle affinità ideologiche tra inquirenti e imputati.

Naturalmente, tutto ciò è impossibile. Perché farebbe pensare che, a dispetto delle rodomontate sul rinnovamento del Csm, dopo lo scandalo Magistratopoli tutto sia gattopardescamente cambiato affinché tutto rimanesse com’era. Che ci possa essere qualche togato che fa un uso politico della giustizia – a orologeria, ça va sans dire. Che la sfuriata del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sulla «modestia etica» di (parte della) categoria sia caduta nel vuoto.

Diritto, e rovesci. Forse, dopotutto, l’ex Pm Luca Palamara è vivo e lotta insieme a noi. Tonno subito.

elezioni regionali: michele emiliano firma assunzioni nella sanità pugliese
Michele Emiliano firma assunzioni nella sanità pugliese

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Economia

Ue della sanità, von der Leyen e il discorso sul (pessimo) stato dell’Unione

La presidentessa della Commissione europea illustra le sue priorità, che per lo più sono il solito elenco di farneticazioni. Ma il Premier Conte, gratificato dalla sua “benedizione”, si affretta a obbedire ai suoi diktat

Mirko Ciminiello

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ue della sanità: ursula von der leyen
La presidentessa della Commissione europea Ursula von der Leyen

Una Ue della sanità, una Ue antirazzista, una Ue verde e chi più ne ha più ne metta. È il festoso libro dei sogni (per lo più degli incubi, in realtà) sbandierato dalla presidentessa della Commissione europea Ursula von der Leyen. La quale, di fronte all’Europarlamento, ha tenuto il suo primo discorso sullo stato dell’Unione, toccando vari temi e delineando le sue priorità. Salute, clima e digitale su tutto.

La Ue della sanità

«Dobbiamo costruire un’Unione della Sanità» ha pomposamente affermato la politica tedesca. Tradotto dall’euroburocratese, significherebbe accentrare su Bruxelles una prerogativa esclusiva degli Stati membri come le politiche sulla salute. Una statalizzazione di memoria marxista, mutatis mutandis.

Questo, peraltro, è stato uno dei passaggi più intelligenti dell’arringa, oltre a quello sulla digitalizzazione. A cui, ha assicurato la von der Leyen, dovrà essere destinato almeno il 20% del Recovery Fund. E proprio sui fondi europei per la ripresa la pupilla della cancelliera teutonica Angela Merkel ha iniziato a uscire dal seminato.

«Il 37% del Next Generation Eu sarà speso per i nostri obiettivi del Green deal» ha dichiarato. Aggiungendo di voler «portare l’obiettivo per il 2030 di riduzione delle emissioni ad almeno il 55%», allo scopo di rendere l’Europa «il primo continente climaticamente neutro». Proposito risibile, visto che, come abbiamo già argomentato più volte, le attività dell’uomo hanno un impatto minimo sul clima. E verrebbe da ridere, se non ci fosse da piangere, al pensiero che l’economia dovrebbe essere posta al servizio di una gigantesca illusione collettiva.

Le pagliacciate, comunque, erano solo all’inizio. Quelle successive si possono riassumere tutte nello slogan, altrettanto ridicolo, «l’odio è odio». E unidirezionale, naturalmente, come da narrazione del pensiero unico mainstream.

E quindi via alle intemerate contro i cosiddetti hate crimes (e il loro incitamento) «di matrice razziale, di genere o di orientamento sessuale». Che stanno (quasi) solo nella sua testa, per fortuna, e per cui le attuali legislazioni nazionali bastano e avanzano.

Ma si sa che i paladini del politically correct si rifanno, almeno inconsciamente, alla scuola hegeliana. Per cui, «se la realtà non coincide con la teoria, tanto peggio per la realtà».

L’asse von der Leyen-Conte

Parte della filippica della von der Leyen è stata poi interpretata come una “benedizione” al bi-Premier Giuseppe Conte. A conferma che l’appeal elettorale del leader leghista Matteo Salvini non terrorizza solo il Governo rosso-giallo – e anche che Bruxelles continua ad avere problemi col voto popolare.

«Nel 2021 organizzeremo un vertice globale sulla sanità in Italia, per dimostrare che l’Europa c’è per proteggere i cittadini». Questo il primo annuncio, cui ha subito fatto eco il fu Avvocato del popolo. «Felice di ospitare il Global Health Summit con Ursula von der Leyen».

Poi il vero assist, sull’immigrazione. «Verrà abolito il regolamento di Dublino e sarà sostituito da un nuovo sistema» con una struttura comune per asili e rimpatri e un forte «meccanismo di solidarietà».

Quello irlandese è lo sciagurato trattato che ci riempie di clandestini che non possiamo redistribuire, eppure il suo eventuale superamento non sta sconvolgendo i buonisti. Che vi vedono un modo per «spuntare le unghie» al Capitano, il quale dal canto suo, al netto della cautela, ha espresso soddisfazione. «Sono anni che lo chiediamo».

Stessa reazione – incredibile dictu – di Giuseppi, che ha aggiunto che, «da parte nostra, siamo già predisposti a lavorare alla modifica dei Decreti Sicurezza». E sarebbe solo la prima cambiale da pagare alla numero uno della Commissione Ue. Le altre, il Signor Frattanto le ha sciorinate anticipando le linee guida sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – cioè il Recovery Plan.

Il documento tratteggia sei missioni, che poi sarebbero i paletti scritti sotto dettatura dell’Europa. Tra cui campeggiano, ça va sans dire, la «rivoluzione verde» e «l’equità sociale, di genere e territoriale». Che prevede tra l’altro il salario minimo, presente anche nel discorso sullo stato dell’Unione. Un pessimo stato, alla fine della fiera.

Oltre la Ue della sanità

Il problema vero – non finiremo mai di sottolinearlo – è a monte rispetto alla congerie di farneticazioni politicamente corrette raccomandateci dall’Unione Europea. La questione riguarda la sovranità e, di riflesso, la tutela comunitaria sugli Stati membri – il nostro, in primis.

Perché, parliamoci chiaro, circa 2/3 dei finanziamenti europei sono prestiti – 127,4 miliardi di euro su un totale di poco meno di 209. Quindi andranno restituiti, benché a tassi agevolati e con tempi piuttosto lunghi – aspetto che spiega benissimo perché il piano si chiami Next Generation Eu.

Ma, anche se fossero tutte sovvenzioni, resterebbe il fatto che l’Italia, fino a prova contraria, non è un Paese commissariato. E quindi è offensivo che Bruxelles si permetta anche solo di pensare di imporci i suoi diktat.

Peraltro, non è neppure detto che l’esecutivo non sceglierebbe di destinare comunque un terzo dei fondi alle eco-balle. O di accettare il «mutuo riconoscimento» tra Stati della genitorialità lgbt, che è un ossimoro ma anche una delle raccomandazioni “genderiste” dell’alta papavera.

Un conto, però, sarebbe deciderlo in totale autonomia. Tutt’altro è che un qualsiasi ente conceda un prestito condizionandone però la destinazione.

Piacerebbe a tutti avere la botte piena e la moglie ubriaca. Ma è una presa in giro, ancor più gargantuesca della fantomatica Ue della sanità e delle altre amenità. E, infatti, probabilmente non è un caso che quello della von der Leyen sia un Recovery Fund letteralmente da ricovero.

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Politica

Politically correct, la Ue prona all’ideologia diserta gli Accordi di Abramo

Vergognoso boicottaggio europeo della cerimonia per la firma dell’intesa di normalizzazione tra Israele, Emirati Arabi e Bahrein. Per qualcuno, evidentemente, la pace è buona solo se non è “la pace di Trump”, come da narrazione ideologica

Mirko Ciminiello

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basta politically correct
Basta politically correct

Quello del politically correct è un cancro ormai sempre più diffuso in Europa e in generale in Occidente. Lo ha dimostrato incontrovertibilmente quanto è accaduto alla Casa Bianca in occasione della firma degli Accordi di Abramo. Il trattato di pace tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. È stata una giornata storica: peccato che la Ue se la sia persa in ossequio alle ideologie mainstream.

Gli Accordi di Abramo

«Un giorno storico per la pace, nasce un nuovo Medio Oriente con un accordo che nessuno pensava fosse possibile». Così Donald Trump, Presidente U.S.A., commentando la sottoscrizione dell’intesa che normalizzerà le relazioni diplomatiche tra lo Stato ebraico da un lato, Emirati Arabi e Bahrein dall’altro.

Gli Accordi di Abramo sono stati siglati dal Premier israeliano Benjamin Netanyahu e dai Ministri degli Esteri dei due partner mediorientali. Abdullah bin Zayed Al Nahyan in rappresentanza di Abu Dhabi, e Khalid bin Ahmed bin Mohammed Al Khalifa a nome di Manama.

The Donald ha aggiunto che presto all’intesa aderiranno altri Paesi arabi. E si è detto certo che alla fine anche i Palestinesi «arriveranno a un punto in cui vorranno unirsi all’accordo di pace» con Tel Aviv.

Per il momento, però, il numero uno Abu Mazen ha reagito con freddezza. Affermando che non vi sarà pace «senza la fine dell’occupazione» e la creazione di «uno Stato indipendente». Due istanze, guarda caso, discusse nell’accordo, che prevede la sospensione, da parte di Israele, dell’annessione della Cisgiordania, e conferma la soluzione dei due Stati.

Nel frattempo, anche Hamas ha fatto sapere cosa pensi dell’intesa, attraverso il lancio di 18 razzi dalla Striscia di Gaza, intercettati dal sistema antimissili israeliano. Una provocazione che ha scatenato la ritorsione immediata da parte di Gerusalemme, mentre Netanyahu non si è scomposto più di tanto.

«Non mi stupisco dei terroristi palestinesi» ha detto tranchant. «Vogliono far retrocedere la pace, ma non ci riusciranno. Noi colpiremo chiunque tenti di colpirci, ma porgiamo una mano di pace a quanti vogliono la pace con noi».

Gli Accordi di Abramo e il politically correct

Va da sé che gli Accordi di Abramo costituiscano un evento epocale, tanto da aver meritato al tycoon la candidatura al Premio Nobel per la Pace. Una circostanza che, curiosamente, è passata sotto silenzio. Proprio come il fatto che l’Unione Europea abbia vergognosamente boicottato la cerimonia di Washington. Alla quale ha presenziato un solo diplomatico comunitario, il Ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó.

Merito, si fa per dire, del politically correct, che non a caso si sta dando un gran daffare per sminuire la portata storica dell’intesa. Per esempio, evidenziando che non è un vero trattato di pace perché Emirati Arabi e Bahrein non sono mai stati in guerra con Israele. O sottolineando che ha anche lo scopo di costruire un’alleanza in funzione anti-Iran – e, volendo, anti-Erdogan. Si è arrivati addirittura a farneticare che l’accordo sia stato imposto dal regime bahreinita contro la volontà del popolo. Come se un’intesa che rappresenta un passo importante verso la stabilità fosse una cattiva notizia.

Lo è, in effetti, ma solo per gli intelliggenti con-due-gi che tifano per la pace a patto che non sia “la pace di Trump”. Perché manderebbe a rotoli l’intera, risibile narrazione per cui l’inquilino della Casa Bianca è un cattivone, un odiatore e via vaneggiando. Come tutti i sovranisti, en passant.

Che differenza col suo predecessore Barack Obama, che ricevette un Nobel a vanvera, non avendo fatto nulla a parte essere il primo Presidente americano nero! Pensate se avesse parlato anche solo separatamente con i leader di Israele e di un Paese arabo a caso. Ci sarebbero peana, richieste di santificazione, premi norvegesi à gogo (per chi non lo sapesse, il premio per la pace si assegna a Oslo).

Sugli Accordi di Abramo, invece, si fanno le pulci. È il politically correct, bellezza.

Politically correct, le metastasi italiane

Poi ci sono le metastasi del politicamente corretto, di cui abbiamo avuto numerosi esempi solo negli ultimi giorni, quasi sempre per fatti di cronaca nera. A partire (cronologicamente) dall’omicidio del povero Willy Monteiro Duarte a Colleferro, per cui l’influencer (sic!) Chiara Ferragni ha scomodato la “cultura fascista”. Sutor, ne ultra crepidam!, avrebbero ribattuto gli antichi, visto che la moglie del cantante (sic!) Fedez, slogan a parte, non ha evidentemente idea di cosa stia parlando. Tanto che alla giornalista Maria Giovanna Maglie è bastato pochissimo per asfaltarla.

Più di recente, poi, c’è stato a Como l’assassinio di don Roberto Malgesini, il “prete degli ultimi” accoltellato a morte da un irregolare tunisino. Per futili motivi, pare, così come pare che il senzatetto, già espulso tre volte, avesse problemi psichici – tratto divenuto molto comune tra gli immigrati che delinquono.

Eppure, il direttore della Caritas lariana ha pensato male di straparlare di «tragedia che nasce dall’odio che monta in questi giorni». Sarebbe questa «la causa scatenante al di là della persona fisica che ha compiuto questo gesto. O la smettiamo di odiarci o tragedie come questa si ripeteranno».

L’aspetto più sconcertante è che, a questi deliri, i campioni del politically correct credono veramente. Ed è ironico che, anche se probabilmente credono di seguire Karl Marx, in effetti si stiano rifacendo a Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Per il quale, «se la realtà non coincide con la teoria, tanto peggio per la realtà». Il motto perfetto del politically correct.

La firma degli Accordi di Abramo

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Cronaca

Ripresa della scuola, le (poche) luci, le (tante) ombre e la supercAzzolina

La ripartenza registra varie criticità, a partire dai docenti, i banchi e le mascherine. Per fortuna, oltre a casi incresciosi come quello dei bambini in ginocchio a Genova, fioccano anche esempi positivi che sono il segno di una nuova speranza

Mirko Ciminiello

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ripresa della scuola: bambini in ginocchio alla scuola caffaro di genova
Bambini in ginocchio alla scuola Caffaro di Genova

La ripresa della scuola era uno degli eventi più attesi in assoluto da mesi, dalla chiusura degli istituti imposta agli albori della pandemia di Covid-19. Non a caso, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto presenziare all’inaugurazione dell’anno scolastico a Vo’, uno dei primissimi focolai dell’infezione. La ripartenza è stata prevedibilmente molto complicata, ma anche segnata da una nuova speranza. Che, nonostante tutto, riesce a dissipare perfino le (numerose) ombre.

La ripresa della scuola, più ombre che luci

«Il bilancio è buono, rispetto a una ripartenza che non era per niente scontata». Parola del Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina, che certe volte fa davvero venire il dubbio che stia prendendo tutti per i fondelli.

Per rendersi conto del (solito) divario con la realtà, infatti, sarebbe stato sufficiente farsi un giro per l’Italia. A Pisa e Roma, per esempio, dove due bambini disabili non sono potuti entrare in classe per l’assenza di insegnanti di sostegno. O ad Amatrice, dove le scuole non hanno proprio potuto riaprire per la penuria di docenti.

Ne mancano tra 100 e 250mila, per inciso, oltre a 2 milioni di banchi. E a sciorinare le cifre sono stati Corsera e Repubblica, non il “gaglioffo” Matteo Salvini. Il segretario della Lega che, ancora una decina di giorni fa, la Azzolina accusava di fare disinformazione.

«I numeri che circolavano, come se 300mila docenti si rifiutassero di entrare a scuola, non corrispondono al vero», era stata la rodomontata del Ministro. Non siamo lontani, però. Soprattutto considerando che 60mila insegnanti hanno presentato un certificato medico come “soggetti a rischio”. Nessuna sorpresa, dunque, che il dibattito sulla ripresa della scuola – è il caso di dirlo – tenga banco.

I Conte che non tornano

Il colmo, però, si è raggiunto nella Capitale, più precisamente nel quartiere Prati, dove sorge l’istituto frequentato dal figlio del bi-Premier Giuseppe Conte. L’ex Avvocato del popolo ha dichiarato di aver accompagnato il ragazzo, studente di terza media, «fino all’ultimo miglio, poi è andato da solo».

Avrebbe fatto meglio ad avvicinarsi maggiormente, e non solo perché un miglio corrisponde a 1,6 chilometri – che pare quasi abbandono di minore. Ma, soprattutto, perché si sarebbe sentito dire dalla preside che anche la scuola del suo rampollo difetta di docenti e di banchi. Non tutti i Conte tornano, dunque.

Per non parlare poi della vexata quaestio delle mascherine. Vari esponenti del Governo rosso-giallo, a cominciare proprio da Giuseppi, avevano assicurato che sarebbero stati distribuiti 11 milioni di dispositivi protettivi al giorno.

Poi è arrivata la testimonianza della conduttrice Tiziana Panella, che ha scambiato dei messaggi in diretta con la figlia durante il proprio programma su La7. Appurando che, nella classe della ragazza, che frequenta il quarto liceo, c’erano mascherine sufficienti solo per metà degli alunni.

Peraltro, essendo stati imposti dispositivi monouso, «la mascherina è anche un costo che può essere problematico per chi ha più figli». Perciò, ha concluso la presentatrice, «è importante stabilire con certezza» se vengano fornite a scuola.

E non sarebbe male se distribuissero qualcuna anche nei palazzi del potere. Potrebbero sempre servire a nascondere qualche faccia di bronzo.

Il caso Genova

Naturalmente, il caso più eclatante resta quello dell’Istituto Castelletto di Genova, dove sono stati immortalati dei bambini che facevano lezione in ginocchio. Un’immagine, catturata da un’insegnante, divenuta virale dopo che l’aveva condivisa il Governatore della Liguria Giovanni Toti, scatenando subito una ridda di polemiche.

Cara Azzolina, questi sono gli alunni di una classe genovese, che scrivono in ginocchio perché non hanno i banchi che…

Pubblicato da Giovanni Toti su Lunedì 14 settembre 2020

La Azzolina, per esempio, ha affermato che «tutto si dovrebbe fare meno che strumentalizzare foto con bambini, tanto meno per tornaconto elettorale». Sulla stessa falsariga il dirigente scolastico dell’istituto genovese, Renzo Ronconi, che ha definito «grave» la strumentalizzazione dello scatto. Sottolineando inoltre come i piccoli alunni stessero «disegnando sereni in libertà», e l’insegnante volesse condividere coi genitori «la loro capacità di “adattamento”».

Peccato che abbia anche dovuto ammettere che i banchi non erano ancora arrivati. Peccato, inoltre, che a distanza di ventiquattr’ore sia stata diffusa una foto pressoché identica, scattata in un’altra classe della stessa scuola. Peccato, infine, che vi sia stato un caso identico sempre sotto la Lanterna, nell’Istituto Caffaro.

A tutti quelli che hanno scritto che la foto di ieri (quella dei bimbi costretti a scrivere inginocchiati davanti alle…

Pubblicato da Ilaria Cavo su Martedì 15 settembre 2020

Non si capisce dunque dove starebbe la strumentalizzazione, se non nella fantasia di un Ministro che del resto già farneticava di venire attaccata perché donna. Ribaltando la prospettiva, non è che il fatto di essere donna la esenti dal poter essere criticata. Ed è significativo che le valutazioni negative sull’operato della Azzolina provengano anche dai suoi compagni di maggioranza.

«È inaccettabile che, nonostante i mesi di tempo per preparare il ritorno nelle classi, i bambini della Liguria» si siano dovuti arrangiare «scrivendo sulle ginocchia». L’attacco è stato sferrato da Raffaella Paita, deputata ligure di Italia Viva, che ha chiesto di «rimediare quanto prima» all’incresciosa situazione.

E sì che non ci voleva granché. Sarebbe bastato, per dire, riutilizzare i banchi vecchi.

No, decisamente quella della titolare del MI non era una supercAzzolina. Ahinoi.

Ripresa della scuola, i segni di speranza

Per fortuna, nonostante l’impegno della titolare dell’Istruzione e del Governo tutto, la ripresa della scuola ha regalato anche dei luminosi segni di speranza. Come a Torino, dove un sedicenne ricoverato in rianimazione ha potuto seguire le lezioni grazie a un pc procuratogli dall’ospedale. O a Norcia, dove la campanella è finalmente tornata a suonare in istituti veri, dopo anni di didattica nelle tende e nei container.

Esempi positivi che ci rendono più ottimisti per il futuro, non foss’altro perché dimostrano come questi giovani abbiano già passato – a pieni voti – l’esame più importante. L’esame della vita.

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Cronaca

“Covid-19 creato in laboratorio”. Rivelazione choc di una scienziata cinese

La dissidente Li-Meng Yan afferma di avere le prove della manipolazione, che secondo l’epidemiologo Baric è possibile. La dottoressa subì pressioni da un ente collegato all’Oms, che mostra una volta di più la propria inadeguatezza

Mirko Ciminiello

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Coronavirus al microscopio elettronico

Periodicamente, l’ipotesi di un Covid-19 creato in laboratorio torna ad affacciarsi sulla scena mediatica. Di solito, tra lo scetticismo della comunità scientifica, che per lo più tende a escludere che il virus abbia un’origine non naturale. Ora, però, una virologa cinese in esilio ha affermato di avere le prove che il patogeno è stato assemblato a Wuhan. La città da dove poi sarebbe uscito per scatenare la pandemia che ancora tiene il mondo sotto scacco.

Il Covid-19 creato in laboratorio?

Il coronavirus «proviene dal laboratorio di Wuhan, e il laboratorio è controllato dal Governo cinese». È l’accusa, pesantissima, lanciata in diretta tv dalla dottoressa dissidente Li-Meng Yan, che parlava da una località americana non specificata per ragioni di sicurezza.

La scienziata, intervenendo a un talk show britannico, ha sostenuto che presto sarà in grado di fornire le prove scientifiche dell’origine artificiale del microrganismo. «Tutti, anche coloro che non hanno conoscenze di biologia», potranno capirle, ha assicurato.

Peraltro, sempre in questi giorni è intervenuto nel dibattito l’epidemiologo dell’Università della North Carolina Ralph S. Baric. Uno dei principali esperti mondiali di coronavirus, nonché della creazione di virus sintetici. I quali si possono “firmare”, come delle opere d’arte, attraverso delle mutazioni che indichino che sono frutto di ingegneria genetica. Tuttavia, in assenza di queste “firme” «non c’è nessun modo di distinguere un virus naturale da uno realizzato in laboratorio».

Una presa di posizione che smentisce seccamente la vulgata di questi ultimi mesi, secondo cui la manipolazione di un microrganismo in laboratorio sarebbe perfettamente riconoscibile. Invece, «si può ingegnerizzare un virus senza lasciare nessuna traccia» asserisce il professore.

ESCLUSIVA PRESADIRETTAQuesta sera 21.20 Rai3UN VIRUS CREATO IN LABORATORIO NON LASCIA NESSUNA TRACCIA “Si può…

Pubblicato da PresaDiretta su Lunedì 14 settembre 2020

Se è così, non si può dunque escludere a priori la possibilità di un Covid-19 creato in laboratorio. E sarebbe anche plausibile il retroscena che Li-Meng Yan ha raccontato a proposito della Hong Kong School of Public Health. L’istituto presso cui lavorava prima di essere costretta a lasciare la sua patria, e dove i suoi supervisori l’avrebbero messa a tacere.

Questa circostanza, se confermata, getterebbe poi una luce sinistra e inquietante a livello molto più alto. Perché la Hong Kong School of Public Health è uno dei laboratori di riferimento dell’Oms, l’Organizzazione Mondiale della Sanità che già il Presidente U.S.A. Donald Trump aveva bollato come «burattino della Cina».

L’Oms e il coronavirus

Considerazioni politiche a parte, dell’inadeguatezza dell’agenzia Onu per la salute a proposito della gestione della pandemia abbiamo già parlato in varie occasioni. E, a quanto pare, la World Health Organization non perde occasione per rafforzare il giudizio.

Il direttore della sezione europea della WHO, il belga Hans Kluge, ha infatti dichiarato che ottobre e novembre saranno i mesi più duri sul fronte SARS-CoV-2. «Ci sarà un boom di casi e faremo i conti anche con un tasso di mortalità più alto». Se il tasso di avveramento delle previsioni resterà inalterato, siamo a cavallo.

Resta comunque l’insopprimibile libido dell’Oms per l’allarmismo. Che, in realtà, è più giustificato fuori che dentro il Vecchio Continente.

Il caso italiano è paradigmatico. È vero, infatti, che il trend dei contagi è in aumento, ma ciò si deve soprattutto al maggior numero di tamponi effettuati. Tanto è vero che, negli ultimi giorni, al calo dei test è corrisposta una diminuzione dei nuovi positivi.

Inoltre, la cifra dei decessi si mantiene molto bassa – fermo restando che pure uno solo sarebbe uno di troppo. E, come aveva già specificato l’Istituto Superiore di Sanità qualche settimana fa, oltre il 70% dei nuovi casi «sono asintomatici o paucisintomatici».

Significa che siamo divenuti più bravi a tracciare i contatti dei malati e a identificare quanti hanno contratto il virus anche se non presentano sintomi. E, fino a prova contraria, questa dovrebbe essere una buona notizia.

Nessuna inchiesta sul Covid-19 creato in laboratorio

Oltre a non avere il senso della misura, poi, la WHO non ha nemmeno quello delle priorità. E infatti il direttore, l’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha scelto di dichiarare guerra ai saluti con i gomiti rilanciando un tweet dell’economista spagnola Diana Ortega.

Avrebbe potuto decidersi ad aprire l’inchiesta sulla Cina, invocata da un centinaio di Paesi, proprio sull’ipotesi di un Covid-19 creato in laboratorio. Ma volete mettere quanto sia meglio discettare sul distanziamento sociale e il rischio di un’infezione attraverso la pelle? Rischio zero, per inciso, visto che il coronavirus non si trasmette per contatto. Ma diciamolo a bassa voce, dovessimo svegliare l’Oms…

"covid-19 creato in laboratorio": li-meng yan
La scienziata dissidente cinese Li-Meng Yan

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