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Economia

Next Generation Eu, la battaglia di Conte contro i Quattro Frugali

Scintille tra il Premier e il suo omologo olandese Rutte, capofila dei rigoristi, secondo cui c’è meno del 50% di probabilità di un accordo. Ma l’asse con la Francia di Macron regala un primo successo all’Italia

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Dialogo tra il Premier Conte e il Premier olandese Rutte durante i lavori del Consiglio Europeo

Il Consiglio Europeo straordinario è appena iniziato, e già il fantomatico Next Generation Eu sembra tenere fede al suo nome. Nel senso che, a voler essere ottimisti, i tanto decantati fondi per uscire dalla crisi da Covid-19 li vedrà forse la prossima generazione comunitaria. Almeno a sentire il modo in cui i nostri cosiddetti partner hanno gelato le ambizioni del bi-Premier Giuseppe Conte.

Next Generation Eu, una trattativa in salita

«Mi aspetto trattative molto, molto difficili». Così la Cancelliera tedesca Angela Merkel, arrivando a Bruxelles per il Consiglio Ue, ha dato la misura della delicatezza del momento. «Le differenze» tra i vari leader «sono ancora molto, molto grandi e non possiamo prevedere se riusciremo a raggiungere un risultato».

Divergenze di cui si è detto consapevole anche l’ex Avvocato del popolo, che ha esortato una volta di più i Ventisette a raggiungere un’intesa. «Non nell’interesse solo della comunità italiana e dei cittadini italiani che hanno sofferto e stanno soffrendo molto, ma nell’interesse di tutti i cittadini europei».

Un mantra che il Signor Frattanto va ripetendo da settimane, anche durante il tour continentale di preparazione del vertice odierno. «Non è una partita contabile, la posta in gioco è l’Europa», aveva avvertito per esempio dopo l’ultimo incontro, quello con il Presidente francese Emmanuel Macron. Il quale, al suo arrivo nella capitale belga, ha a sua volta parlato della posta in palio.

«Stiamo vivendo una crisi inedita dal punto di vista sanitario ed economico» ha dichiarato Monsieur Le Président, «è in gioco il nostro progetto europeo». E ha aggiunto che «insieme alla cancelliera Merkel e al presidente Michel faremo di tutto perché si trovi un accordo». La strada, però, appare quanto mai in salita.

Il muro dei Quattro Frugali

«Vedo poco meno del 50% di possibilità di raggiungere un accordo entro domenica». A portare una ventata di ottimismo è stato il Premier olandese Mark Rutte, capofila dei Quattro Frugali che comprendono anche Austria, Danimarca e Svezia. Le Nazioni maggiormente contrarie all’attuale proposta sul Next Generation Eu, e segnatamente al Recovery Fund, il piano da 750 miliardi della Commissione Ue.

Rispetto alla formulazione della presidente Ursula von der Leyen, i rigoristi nordici chiedono di ridurre l’entità complessiva del fondo. Nonché di rimodulare il rapporto tra sovvenzioni (500 miliardi) e prestiti (250 miliardi), considerato troppo sbilanciato verso i sussidi. E, infine, di imporre rigide condizionalità a quegli Stati che volessero beneficiare dei finanziamenti.

Inoltre, per buona misura Rutte insisteva sull’idea che i piani nazionali di riforme venissero approvati dal Consiglio Ue all’unanimità. Che in pratica avrebbe significato che ogni singolo Paese membro dell’Unione Europea avrebbe avuto il diritto di veto.

Una richiesta che Giuseppi aveva preventivamente definito «non in linea con le regole europee» – e nemmeno con la «linea rossa italiana» di una risposta adeguata e concreta. E che, in pieno vertice, ha liquidato come «incompatibile con i Trattati e impraticabile sul piano politico».

Ma, soprattutto, una richiesta che non è passata. Secondo il Presidente del Consiglio Ue, il belga Charles Michel, la Commissione Europea dovrebbe condurre una valutazione, su cui il Consiglio delibererà a maggioranza qualificata.

Next Generation Eu, si affilano le armi

Che non tiri una buona aria per i tulipani lo ha confermato anche l’asse italo-francese su un’istanza chiave per i rigoristi. Il meccanismo di sconti (i rebates) che consente ai Quattro Frugali – e alla Germania – di risparmiare 6,4 miliardi di contributi al Bilancio Ue. Che l’Olanda vorrebbe rafforzare, e su cui sia l’inquilino di Palazzo Chigi che quello dell’Eliseo hanno minacciato di porre il veto.

Forse il BisConte si riferiva anche a questo quando, scherzando (ma fino a un certo punto), aveva affermato di star «affilando le armi». È vero che ne uccide più la lingua che la spada. Ma entrambe sono sensibili dal lato del portafogli.

Sapremo presto se questa mossa basterà a sgretolare il muro oranje. O meglio, visto il contesto, se la diga inizierà a mostrare qualche crepa.

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Giornalista, attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Economia

PNRR, il disco verde delle Camere e la lezione di Spider-Man

Il Parlamento approva il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che verterà soprattutto su giovani, donne e sud: ma “da un grande potere derivano grandi responsabilità”, che nel caso specifico riguardano la crescita economica…

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draghi presenta il pnrr
Il Premier Mario Draghi

Senza alcuna sorpresa, il Parlamento ha approvato in maniera plebiscitaria il PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza noto ai meno anche come Recovery Plan. L’elenco dei progetti italiani che verranno finanziati con il tesoretto stanziato da Bruxelles attraverso il Recovery Fund. Che certamente rappresenta una straordinaria opportunità, ma al contempo rischia di risultare – nel lungo periodo – un’arma a doppio taglio.

Le misure del PNRR

«Sbaglieremmo tutti a pensare che il PNRR, pur nella sua storica importanza, sia solo un insieme di progetti, di numeri, scadenze, obiettivi». Così aveva esordito il Premier Mario Draghi a Montecitorio, aggiungendo che «nell’insieme dei programmi c’è anche e soprattutto il destino del Paese».

Guardava e guarda al futuro, l’ex Governatore della Banca Centrale Europea: alla prospettiva di un Paese più moderno da «consegnare alle nuove generazioni». Non a caso, d’altronde, l’euro-programma si chiama Next Generation Eu.

«Nel complesso potremo disporre di circa 248 miliardi di euro» ha dichiarato SuperMario, precisando che a queste risorse si sommeranno «fondi per ulteriori 13 miliardi». Che serviranno tra l’altro ad attuare le quattro grandi riforme del fisco, della giustizia, della Pubblica amministrazione e della concorrenza.

Il 40% del totale sarà «destinato agli enti locali», con un occhio di riguardo per il Sud, che riceverà 82 miliardi. Ammonta invece a quasi 70 miliardi la tassa da pagare, da eco-diktat della Commissione europea, alle farneticazioni ambientaliste – pardon, alla “rivoluzione verde”. Cifra assurda in termini assoluti, ma che oltrepassa il ridicolo se confrontata con i soli 18,5 miliardi assegnati alla sanità.

Altri capitoli di spesa riguardano poi infrastrutture e alta velocità, digitalizzazione e cultura, reti ultraveloci e banda larga, e il welfare per le famiglie. Con un’attenzione particolare alle donne e ai giovani, che «hanno sofferto un calo di occupazione molto superiore alla media».

Il rovescio della medaglia

Il PNRR, però, presenta anche il rovescio della medaglia, grossolanamente riassumibile nel fatto che il Fondo per la Ripresa consiste per quasi 2/3 di prestiti. Che, sebbene andranno restituiti in tempi lunghi e con tassi agevolati, vengono guardati con sospetto anche da economisti filo-europeisti quali Tito Boeri e Luigi Zingales. La questione fondamentale, sottolineata anche dal Presidente del Consiglio, è la crescita: «se l’economia cresce il debito si ridurrà».

Non a caso, l’ex numero uno della Bce ha voluto lanciare un monito dai connotati escatologici. «Nel realizzare i progetti, ritardi, inefficienze, miopi visioni di parte anteposte al bene comune peseranno direttamente sulle nostre vite. Soprattutto su quelle dei cittadini più deboli e sui nostri figli e nipoti. E forse non vi sarà più il tempo per porvi rimedio».

Come sostiene il fumetto di Spider-Man, “da un grande potere derivano grandi responsabilità”, e stavolta è tutto nelle nostre mani. Non è dunque sbagliato affermare che le Camere, dando il via libera al PNRR, hanno voluto fare un atto di fiducia. In tutti i sensi.

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Economia

Recovery da ricovero, per gli europeisti arriva un salutare bagno di realtà

Ormai anche economisti “euroinomani” iniziano a criticare il programma Next Generation Eu. E la von der Leyen è costretta a bacchettare i membri dell’Unione poco inclini a ratificare l’intesa sul budget comunitario

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recovery da ricovero: benvenuti nel mondo reale
Benvenuti nel mondo reale

Che sia un Recovery da ricovero lo andiamo ripetendo da tempo, mentre che lo ammettessero degli economisti filo-europei era tutto, fuorché scontato. A volte, però, i miracoli accadono, e non serve neppure una “conversione” sulla via di Bruxelles. Basta semplicemente guardare i fatti senza i paraocchi dell’ideologia.

Un Recovery da ricovero

«Meglio prendere prima le sovvenzioni e poi i prestiti». Parola degli economisti Tito Boeri (ex presidente dell’Inps) e Roberto Perotti che, passata l’euro-sbornia, hanno abbandonato i peana per analizzare lucidamente il programma Next Generation Eu. Che, giova ricordarlo, mette a disposizione dell’Italia circa 209 miliardi di euro, di cui però sono poco più di 81 quelli a fondo perduto. La parte residua, che ammonta più o meno a 2/3 del totale, andrà restituita, benché a tassi agevolati e con tempi piuttosto lunghi.

Ebbene, ora i due esperti definiscono i 127,4 miliardi di loans «un azzardo» perché dovrebbero finanziare un «contenitore vuoto» di «formule e slogan». Questo perché, nella foga di raggiungere il totale dei finanziamenti comunitari, sono stati indicati capitoli di spesa che non solo non favoriranno la crescita, ma aumenteranno il debito.

Di qui l’invito a usufruire, almeno per il momento, solo dei grants, che però hanno a loro volta una controindicazione. Come infatti aveva già fatto notare Carlo Calenda, leader di Azione, i Ventisette devono contribuire al Bilancio settennale dell’Unione Europea, da cui dipende l’erogazione dei fondi. Roma dovrebbe versare nelle casse Ue circa 55 miliardi, il che farà scendere l’entità reale dei sussidi più o meno a 26 miliardi. Ammontare che un altro economista come Luigi Zingales ha liquidato come «davvero microscopico».

Un bagno di realtà

Come se non bastasse, peraltro, l’atto legislativo con cui si foraggia il Quadro Finanziario Pluriennale (Own Resources Decision) dev’essere ratificato da tutti gli Stati membri. A oggi, però, lo hanno fatto solo in sette, come ha lamentato Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea.

Forse, dopotutto, le singole Nazioni non sono così ansiose di sborsare denaro per poi vederselo ridare in prestito col vincolo di utilizzarlo secondo i diktat dell’Europa. Quindi, ad esempio, sprecandone un terzo dietro ai vaneggiamenti ambientalisti.

Ma in fondo è solo l’ennesima conferma che siamo di fronte a un Recovery da ricovero. Meno male che anche agli euroinomani, ogni tanto, tocca un salutare bagno di realtà.

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Economia

Voto sul Mes, le insidie parlamentari fanno tremare il Premier Conte

Domani il Senato si esprime sulle modifiche al salva-Stati, con il M5S lacerato dalle polemiche interne e Renzi che potrebbe preparare trappole. E Mattarella ha già avvisato che, in caso di caduta del Governo, si torna alle urne

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voto sul mes: meccanismo europeo di stabilità
Il Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes)

Alla vigilia dell’attesissimo e temutissimo voto sul Mes, il rebus M5S continua ad agitare i sonni del Governo e della maggioranza. I pentastellati sono infatti alle prese con l’ennesimo psicodramma, stretti tra le ragioni della coerenza e quelle della realpolitik, che alla fine dovrebbero comunque prevalere. Portando il MoVimento ad ammainare un’altra bandiera, sacrificando ancora una volta i propri ideali sull’altare del “tengo famiglia”.

Verso il voto sul Mes

È mercoledì 9 dicembre la data cerchiata di rosso sul calendario. Domani, infatti, il Senato si esprimerà sulle euro-modifiche al Fondo salva-Stati, in un crescendo di tensione che riguarda soprattutto i Cinque Stelle e Italia Viva.

Tutto nasce dalla lettera di 58 parlamentari 5S che annunciavano il loro no nell’imminente voto sul Mes. Atto seguito poi dalla stroncatura del garante Beppe Grillo, che ha liquidato il Meccanismo Europeo di Stabilità come «inadatto» e «inutile».

Così facendo, peraltro, l’Elevato ha smentito seccamente quell’ala “governista” rappresentata sia dall’ex capo politico Luigi Di Maio che dall’attuale reggente Vito Crimi. I quali erano – e sono tuttora – in pressing su coloro che sono stati definiti ribelli, dissidenti, frondisti (e perfino minacciati di espulsione). E la cui unica colpa, a ben vedere, è non voler derogare ai princìpi, a costo di una crisi di Governo.

Di bombe, del resto, ne stanno cadendo a bizzeffe, praticamente tutte targate Pd. A partire dal segretario Nicola Zingaretti, secondo cui «non dobbiamo tirare a campare». Un avvertimento è arrivato anche dal capodelegazione Dario Franceschini. «Quando il quadro è troppo fragile basta un incidente parlamentare per far crollare tutto ». Ancora più esplicito è stato il capogruppo alla Camera Graziano Delrio. «Le alleanze si fanno per raggiungere degli obiettivi» ha scandito, aggiungendo che «l’europeismo per noi è irrinunciabile».

Anche dal Colle, poi, è giunto un monito. Se l’esecutivo dovesse cadere su un tema fondante di politica estera ed economica, per il Capo dello Stato Sergio Mattarella l’unica strada sarebbero le elezioni anticipate.

Eppure, il bi-Premier Giuseppe Conte ha spavaldamente affermato che «non temo il voto sul Mes». Anche se a Palazzo Madama i numeri sono sempre ballerini, e la moral suasion demo-grillina potrebbe non bastare.

Le mosse di Renzi

Voci di corridoio danno comunque il Signor Frattanto inquieto, malgrado le rodomontate. A preoccuparlo, però, sarebbero – forse paradossalmente, o forse no – le mosse del suo predecessore Matteo Renzi.

L’ex Rottamatore, già irritato con Giuseppi per le questioni del (non) rimpasto e della task force per il Recovery Fund, nei giorni scorsi era stato sibillino. Dicendosi certo che il voto sul Mes non riserverà sorprese ma, in caso contrario, «è naturale che Conte si dovrebbe dimettere».

In realtà, quello dell’altro Matteo è un rovesciamento di prospettiva. Il fu Avvocato del popolo, infatti, non ha mai fatto del salva-Stati una questione di vita o di morte. Perciò, nell’eventualità prospettata, quello che sarebbe veramente naturale è che Iv togliesse l’appoggio alla maggioranza rosso-gialla, decretando così la fine del Conte-bis. Ma il Nostro si ispira a Niccolò Machiavelli, e un regicidio – o meglio, un conticidio esplicito non sarebbe nel suo stile.

Piuttosto, nello staff del leguleio volturarese si sussurra con apprensione che il senatore fiorentino potrebbe «inventarsi qualche trappola parlamentare». Per esempio, facendo inserire nella risoluzione di maggioranza una formula che farebbe esplodere tutte le contraddizioni in seno al M5S. Tipo la richiesta di ricorrere immediatamente ai 37 miliardi del Mes pandemico. Che, è bene precisarlo, non c’entra niente con la riforma su cui il Parlamento si accinge a esprimersi. La quale riguarda il Meccanismo Europeo di Stabilità in quanto organizzazione internazionale, non come strumento anti-crisi.

Strumento di cui, oltretutto, non v’è alcuna necessità – e a certificarlo è stato nientemeno che il Ministero dell’Economia e delle Finanze. Che ha recentemente annullato le aste per i titoli di Stato a medio-lungo termine «in considerazione dell’ampia disponibilità di cassa e delle ridotte esigenze di finanziamento».

Voto sul Mes, le incognite

Il percorso parlamentare, dunque, resta ricco di insidie, che pure, verosimilmente, alla fine verranno superate. Gli onorevoli appartenenti alla forza politica che ha promosso il Reddito di cittadinanza, infatti, non sembrano così ansiosi di beneficiarne.

È per questo che i riflettori sono puntati soprattutto sui grillini e sul loro dilemma atavico: salvare la poltrona o salvare la faccia? Considerando i precedenti, l’inquilino di Palazzo Chigi dovrebbe poter dormire sonni tranquilli. O meglio, renzianamente, può stare sereno.

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Economia

Nuovo Mes, la pseudo-riforma che fa a pezzi (di nuovo) il M5S

L’Eurogruppo approva le (inutili) modifiche al Fondo salva-Stati, ma il sì dei grillini scatena lo psicodramma interno. Crimi precisa che l’Italia non userà la linea pandemica, ma i “duri e puri” attaccano la logica del compromesso

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nuovo mes: m5s in crisi
Crisi M5S

Dopo oltre due anni di estenuanti trattative, il nuovo Mes è realtà. L’Eurogruppo ha infatti approvato le modifiche al Fondo salva-Stati, subito pavlovianamente salutate con fanfare e squilli di trombe. Che però, as usual, hanno poca, se non proprio nessuna ragion d’essere.

Il nuovo Mes

L’annuncio, come d’abitudine, è arrivato dopo il tramonto: habemus nuovo Mes. I Ministri delle Finanze della zona euro hanno infatti trovato l’accordo sul pacchetto volto a rafforzare e semplificare gli strumenti anti-crisi. In particolare, le linee di credito precauzionali, pensate per prevenire il dissesto anziché curarlo quando è già in atto – col rischio che sia già troppo tardi.

La riforma elimina anzitutto l’odiatissimo Memorandum che mise in ginocchio la Grecia, sostituendolo con una lettera d’intenti che assicuri il rispetto del Patto di Stabilità. Sembra un passo avanti, ma in realtà non cambia granché.

La linea di credito resta infatti condizionata – e non a caso il nome inglese è Precautionary Conditioned Credit Lines. In effetti, lo stanziamento dei finanziamenti può essere interrotto in caso di mancato rispetto dei “soliti” criteri macroeconomici. I quali includono tra l’altro un rapporto deficit/Pil inferiore al 3% da due anni, e un debito pubblico inferiore al 60% del Pil.

Le vere modifiche del nuovo Mes

Le vere correzioni riguardano piuttosto due meccanismi. Uno è il backstop, che letteralmente significa “barriera di protezione” e costituisce una sorta di paracadute per il cosiddetto Fondo di Risoluzione Unico (SRF). Quest’ultimo è lo strumento da cui dipendono gli eventuali salvataggi delle banche, ed è foraggiato dagli stessi istituti di credito – ovvero, dagli investitori. Fatto non di poco conto nel momento in cui dovesse scattare il cosiddetto bail-in (il “salvataggio dall’interno”), che graverebbe anche sui piccoli risparmiatori.

Nel nuovo Mes, il backstop garantirà all’SRF un sostegno economico qualora vi fosse una crisi tale da esaurirne le risorse disponibili. Con una dotazione da 60 miliardi e un tempo di erogazione di 12 ore. E, visto che il Meccanismo Europeo di Stabilità è finanziato dai singoli Stati, questo significherà non solo che paga Pantalone, ma che qualche Pantalone pagherà due volte. Una come contribuente e una come azionista.

Poi c’è il restyling delle Clausole di Azione Collettiva (le CACs), che si applicano ai titoli di Stato e disciplinano la ristrutturazione dei debiti sovrani. In estrema sintesi, esse consentono di cambiare le condizioni contrattuali delle emissioni, che varrebbero però per tutti i titoli, compresi quelli detenuti da chi non aderisse al restauro.

Al momento occorre una doppia approvazione a maggioranza qualificata: una relativa alla singola emissione, l’altra generale di tutti gli obbligazionisti. Con il nuovo Mes sarà sufficiente quest’ultima, il che renderà meno probabile la formazione di “minoranze di blocco” e più facile, sulla carta, la ristrutturazione dei debiti.

Il problema è come reagiranno i mercati di fronte a quella che è praticamente la certificazione della possibilità di imporre perdite agli obbligazionisti. I titoli di Stato potrebbero venire considerati più rischiosi, i rendimenti salirebbero e a tutto ciò si aggiungerebbe l’effetto stigma, con l’annullamento dei benefici di breve periodo.

Le reazioni in Italia

La riforma del Mes dovrà essere firmata dai diciannove Stati facenti parte della zona euro, e poi ratificata dai singoli Paesi membri. C’è però il piccolo dettaglio che il nostro Cancelliere dello Scacchiere Roberto Gualtieri non ha alcun mandato parlamentare per suggellare l’intesa. Come gli ha ricordato il deputato leghista Claudio Borghi, ma anche l’europarlamentare pentastellato Ignazio Corrao. Che ha accusato il titolare del Mef di negoziare «senza il mandato di una forza che rappresenta i due terzi della maggioranza».

In effetti, il M5S sta vivendo un nuovo psicodramma. Il capo politico ad interim Vito Crimi ha specificato (come Gualtieri) che «la riforma del Mes e il suo utilizzo sono due elementi totalmente distinti». Vero, infatti le correzioni riguardano il Meccanismo Europeo di Stabilità in quanto organizzazione internazionale, non come strumento economico. E, a tal proposito, il reggente grillino ha spiegato che «non impediremo l’approvazione delle modifiche al Trattato». Tanto è bastato a scatenare l’ira dei “duri e puri” che hanno imputato ai vertici la genuflessione alla logica del compromesso.

Peraltro, il vero casus belli sono i 36 miliardi della linea sanitaria – che pure non c’entra niente col nuovo Mes. E su cui, peraltro, lo stesso bi-Premier Giuseppe Conte è stato tranchant: «Non ci serve, l’Italia non ne ha bisogno». Soprattutto, aggiungiamo, in un momento in cui la Bce sta acquistando titoli di Stato mediante il programma pandemico PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme).

Alla luce di tutte queste considerazioni, pur con tutta la buona volontà si fa davvero fatica a capire le ragioni del giubilo degli euroinomani. Salvo che non lo si riconduca all’ennesima amnesia relativa alla saggezza popolare che, notoriamente, insegna il valore dell’ultima risata.

nuovo mes: meccanismo europeo di stabilità
Il Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità)

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Economia

Di troppo sovranismo morirà l’Europa: ecco perché ha ragione Berlusconi

Il Cav lancia un monito contro i nazionalismi che ostacolano la collaborazione inter-europea, come sta avvenendo per il Recovery Fund. Di questo passo Bruxelles imploderà, ma non sarebbe necessariamente un male

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silvio berlusconi: di troppo sovranismo...
Il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi

È vero, di troppo sovranismo si muore, o se non altro si mettono i bastoni tra le ruote comunitarie. In questo ha ragione l’ex Premier Silvio Berlusconi, che della coalizione di centrodestra in Italia rappresenta la “gamba” europeista. Fatta la diagnosi, resta però sospeso un interrogativo cruciale: e se la patologia fosse proprio Bruxelles, e le spinte identitarie i globuli bianchi che la combattono?

Il voto sullo scostamento di Bilancio

«Il sovranismo non è una cosa negativa se significa orgoglio della propria identità e dei propri valori» ha affermato il leader di Forza Italia. «Lo diventa se è un ostacolo alla collaborazione fra i Paesi, specie fra quelli dell’Europa che hanno valori e interessi comuni».

Ragionamento condivisibile, soprattutto alla luce della pantomima in atto da tempo sul programma Next Generation Eu, che infatti è al centro dell’argomentazione del Cavaliere. «Oggi alcune spinte sovraniste in Europa ostacolano per esempio il Recovery Fund e, quindi, gli aiuti di fronte all’emergenza Covid dei quali l’Italia ha un drammatico bisogno».

Tanto drammatico che, per una volta, è riuscito nell’impresa di unire Governo e opposizione nel voto sul nuovo scostamento di Bilancio. Che le Camere hanno approvato quasi all’unanimità, e che includerà anche le proposte del centrodestra. In particolare, lo stanziamento di risorse per lavoratori autonomi, professionisti, commercianti, artigiani e partite Iva, oltre all’istituzione del cosiddetto “semestre bianco”. Ovvero la «sospensione di tutti i pagamenti verso lo Stato per queste categorie almeno fino al 31 marzo 2021».

Soddisfazione è stata espressa da tutti i leader della maggioranza rosso-gialla, nonché dal bi-Premier Giuseppe Conte. Che ha giudicato la votazione «un ottimo segnale in questo momento di particolare difficoltà che sta attraversando il Paese».

D’altronde, come ha tenuto a precisare il Cav, «sempre, che fossimo al Governo o all’opposizione, abbiamo messo l’interesse del Paese prima delle convenienze di partito». Concetto espresso anche da Giorgia Meloni, leader di FdI.

Non vuol dire comunque che queste reciproche aperture siano il preludio a un sostegno all’esecutivo. «Significa collaborare con le istituzioni, come chiede il Capo dello Stato» Sergio Mattarella, ha ribadito il numero uno azzurro. Che magari parlava a nuora italica perché (anche) suocera europea intendesse.

Di troppo sovranismo morirà Bruxelles

A onor del vero, in cima alla graduatoria di chi avversa il Fondo per la Ripresa figurano i Paesi Frugali. Però è indubbio che al momento, soprattutto a livello mediatico, nell’occhio del ciclone stazionino per lo più i Governi nazionalisti di Ungheria e Polonia. Il che è paradossale, perché né il magiaro Viktor Orbán né il baltico Mateusz Morawiecki si sognerebbero mai di rinunciare ai finanziamenti Ue.

In effetti, le rimostranze del duo di Visegrád riguardano esclusivamente il meccanismo che condiziona l’erogazione degli aiuti al rispetto dello stato di diritto. Espressione dalle nobili parvenze che tuttavia cela ciò che la Meloni ha definito «clausola di asservimento all’eurosistema». Un cavallo di Troia finalizzato a «piegare Nazioni che vogliono difendere le loro radici, la loro identità, i loro confini».

Solo che il veto è possibile solo sugli altri due termini dell’euro-intesa. Il Bilancio settennale della Ue e la Recovery and resilience facility, il fulcro da 672,5 miliardi del Next Gen Eu.

Ricatto e controricatto, dunque. E di certo non aiuta a stemperare le tensioni l’atteggiamento di altezzosa sufficienza di Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Ue. La quale ha esortato l’accoppiata ribelle a rivolgersi alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che praticamente è un invito a scavarsi la fossa con le proprie mani.

Inoltre non si capisce perché soltanto il blocco orientale sarebbe da biasimare, come da propaganda mainstream. A meno che non si scopra che esistono anche ritorsioni politically correct – e dunque, orwellianamente, più uguali delle altre.

Se anche di troppo sovranismo morirà l’Europa, sarebbe davvero un male?

Rebus sic stantibus, uno scenario che porti all’implosione dell’Unione Europea non si può escludere a priori, benché resti poco probabile. Molte forze centrifughe sono all’opera, tanto che non è neppure detto che sarà di troppo sovranismo che si spegnerà l’illusione comunitaria. Ma sarebbe davvero un male?

Sarebbe un male sottrarsi all’abbraccio mortale di un carrozzone genuflesso alle élites – e per ciò stesso inviso e avversario dei popoli? Un carrozzone segnato dal peccato originale del miope rifiuto delle proprie radici giudaico-cristiane, senza le quali non esisterebbe la civiltà occidentale? E che oltretutto, perfino nel mezzo di una gravissima crisi sanitaria, insegue voli pindarici come le eco-balle, il buonismo, le ideologie genderiste e nichiliste?

L’Europa, cioè, è la cura oppure la malattia? E, di conseguenza, l’identitarismo sarebbe un virus o piuttosto il sistema immunitario? Ciò che farà nascere un nuovo sogno dalle ceneri di questa Ue malata? Dopotutto, da fenice a felice è un attimo!

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Economia

Manovra 2021, spuntano 1,3 miliardi per le mancette dei parlamentari

Dalla Finanziaria emergono misure sconcertanti, come il Fondo per le onorevoli esigenze a cui, forse per l’imbarazzo, è già stato cambiato nome. E mentre l’Europa ci bacchetta per le coperture, il Mef dà per incassati i mitologici fondi Ue

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manovra 2021: la cicala e la formica
La cicala e la formica

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato la Manovra 2021 e, maliziosamente, verrebbe da chiedersi se l’abbia anche letta o se, più semplicemente, si sia rassegnato. Perché anche stavolta i conti, anzi i Conte non tornano. Né nel giardino dell’Europa, che ci ha già bacchettati per la mancanza di almeno parte delle coperture. Né nell’orticello dell’Italia, dove alcune scelte finanziarie lasciano, come minimo, sconcertati.

Manovra 2021, i dubbi di Bruxelles

Bruxelles ha comunicato le proprie considerazioni sul Documento Programmatico di Bilancio, che sarebbe la bozza della Finanziaria da trasmettere obbligatoriamente entro il 15 ottobre.La Commissione europea ha giudicato che il piano è «in linea con le raccomandazioni» adottate dal Consiglio Ue del 20 luglio. Tuttavia, «alcune misure non sembrano temporanee o finanziate da coperture adeguate».

Nel dettaglio, i provvedimenti ritenuti transitori corrispondono allo 0,3% del Prodotto Interno Lordo. Mentre quelli che sembrerebbero permanenti ma privi di una compensazione appropriata ammontano all’1,1% del Pil. Queste ultime «in particolare includono il taglio nella contribuzione sociale nelle regioni povere, l’estensione della detrazione d’imposta sui redditi da lavoro, l’introduzione del bonus famiglia e risorse più alte ai Ministeri e altri servizi pubblici».

Un placet con riserva, dunque – e ci si può scorgere una certa ironia della sorte, visto che la Manovra 2021 all’inizio era stata approvatasalvo intese”. In più, oltre a essere costitutivamente precaria, la Legge di Bilancio è finanziata in buona parte in deficit. Senza contare che il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha già anticipato di voler ricorrere a un nuovo scostamento di Bilancio.

I contenuti della Manovra 2021

La Legge di Stabilità, però, va anche oltre, perché include l’istituzione presso il Mef di un Fondo che anticipa gli stanziamenti del mitologico Recovery Fund. La dotazione, triennale, è pari a oltre 120 miliardi di euro, il che ne fa un azzardo notevole. Almeno nel momento contingente, in cui il programma Next Generation Eu è shakespearianamente fatto “della stessa materia di cui son fatti i sogni”.

Intanto, però, i 38 miliardi del ddl di Bilancio andranno a finanziare i più disparati capitoli di spesa. E ce n’è uno in particolare che non ha mancato di far discutere, fin da quando ha fatto capolino dalle pieghe della bozza della Manovra 2021. Qui equivaleva all’articolo 195, che nella versione definitiva è diventato il numero 209. Nel frattempo ha anche cambiato denominazione, tanto che ora figura come «Fondo per le esigenze indifferibili». In origine, però, si chiamavaEsigenze Parlamento”, e serviva proprio allo scopo facilmente intuibile: foraggiare le onorevoli regalie – pardon, iniziative -, senza timori di bocciature da parte della Ragioneria dello Stato. Al punto che i maligni lo hanno prontamente soprannominato “fondo markette”.

Il Fondo Esigenze Parlamento nella bozza della Manovra 2021

Inizialmente, il tesoretto doveva ammontare a 800 milioni di euro per il 2021 e 400 milioni l’anno dal 2022. Cifre notevoli, visto che valgono la metà dell’intero costo annuale delle due Camere. Poi, però, qualcuno deve aver avuto un ripensamento: nel testo bollinato dalla Ragioneria, infatti, l’appannaggio dal 2022 è lievitato a 500 milioni annui.

Per fare un paragone, la tanto sbandierata riforma del taglio dei parlamentari porterà a un risparmio di 82 milioni di euro l’anno. Diviso per il numero di abitanti dell’Italia, fa circa 1,30 euro a testa, il prezzo di un cappuccino.

Qui, invece, sono stati erogati 1,3 miliardi. Tanto, come sempre, paga Pantalone.

Le sconcertanti compensazioni

Anzitutto, il fondo Covid quello «per il sostegno delle attività produttive maggiormente colpite dall’emergenza epidemiologica», è stato decurtato di 200 milioni. Dai 4 miliardi indicati nelle bozze, si è infatti passati ai 3,8 che campeggiano all’articolo 207 della Manovra 2021. Una mossa davvero oculata, in piena seconda ondata della pandemia.

A ciò si aggiunga anche che il Decreto Ristori bis ha sì prorogato al 30 aprile 2021 il versamento della seconda rata degli acconti Irpef e Irap. Ma solo per quanti hanno domicilio fiscale o sede operativa in una “Regione rossa”, o gestiscono un ristorante in una “Regione arancione”. Come se invece gli esercenti delle “zone gialle” non fossero stati interessati dalle misure restrittive e non avessero problemi a pagare le tasse.

In compenso, l’articolo 68 va a incrementare il Reddito di Cittadinanza di 196,3 milioni di euro per il 2021. Cifra che sale a oltre 473 milioni l’anno a partire dal 2022, per poi cristallizzarsi su 477,3 milioni annui a decorrere dal 2029 – e, supponiamo, ad infinitum.

Insomma, per parafrasare il favolista greco Esopo, mentre con una mano si strangolano le formiche, con l’altra si dispensano sussidi a pioggia alle cicale. E viene da domandarsi: era proprio così necessario ribadire che il Governo è contrassegnato dalla brevimiranza?

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Economia

Recovery a fondo, sullo stato di diritto crolla il castello di carte dell’Europa

Ungheria e Polonia mettono il veto al Bilancio Ue contro le euro-ingerenze mascherate da nobili intenti, rendendo la salita una montagna da scalare. Che, viste anche le resistenze dei Frugali, rischia sempre più di partorire un topolino

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recovery a fondo: viktor orbán e mateusz morawiecki
Il Premier ungherese Viktor Orbán e il Premier polacco Mateusz Morawiecki

Da Recovery Fund a Recovery a fondo è stato un attimo. Com’era infatti ampiamente prevedibile, la richiesta di votare per intero il pacchetto tripartito del Quadro Finanziario Pluriennale ha terremotato l’intesa faticosamente raggiunta qualche giorno fa. E, di riflesso, anche la Manovra italiana per il 2021, nella quale il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri pregustava da tempo l’inserimento dell’acconto sui finanziamenti europei.

Recovery a fondo

Recovery a fondo, come volevasi dimostrare. Ancora una volta, sul Fondo per la Ripresa siamo stati facili profeti. Lo diciamo senza particolare orgoglio, sia perché quest’ulteriore fallimento comunitario si riverbera anche sull’economia nostrana, sia perché per pronosticarlo era sufficiente togliersi i paraocchi dell’ideologia.

Quella che faceva esultare (legittimamente) gli euroinomani per l’accordo tra Consiglio Ue e Parlamento europeo annunciato dalla presidenza di turno tedesca del consesso degli Stati membri. Ma che al contempo impediva di scorgere le nubi che attorno a questo accordo avevano immediatamente cominciato ad addensarsi.

Il presidente del Ppe, l’altro teutonico Manfred Weber, aveva infatti spinto perché l’Eurocamera si esprimesse globalmente su tutte le gambe della “triplice intesa”. Non solo, cioè, sul Bilancio settennale della Ue, che è legato al Recovery Fund ed è l’unico punto su cui gli euroburocrati concordavano effettivamente. Ma anche sulla Recovery and resilience facility, che con i suoi 672,5 miliardi di dotazione sarebbe il fulcro del programma Next Generation Eu. E, soprattutto, sulla vexata quaestio dello stato di diritto, versione Bruxelles.

La polemica sullo stato di diritto

È qui che i negoziatori comunitari hanno fatto i conti senza l’Est. Con ciò intendendo Ungheria e Polonia, che su questo elemento hanno posto il veto già da tempo annunciato.

L’aspetto paradossale è che, nella pratica, Budapest e Varsavia hanno bocciato il budget 2021-2027 e la linea di credito pandemica, su cui non hanno obiezioni. Sono però i termini che richiedono l’unanimità, il grimaldello che ha permesso ai due Paesi del Gruppo di Visegrád di imporre l’ennesimo stop all’intero piano.

Come ha cinguettato uno sconsolato Sebastian Fischer, portavoce della presidenza di turno del Consiglio europeo. «Gli ambasciatori europei non sono riusciti a raggiungere l’unanimità necessaria per avviare la procedura scritta» sulle risorse proprie, «a causa delle riserve espresse da due Stati membri».

I Governi guidati da Viktor Orbán e Mateusz Morawiecki considerano infatti un «ricatto politico» il meccanismo che condiziona l’erogazione dei fondi al rispetto, appunto, dello stato di diritto. Formula densa di nobili istanze, sotto le quali però, as usual, l’Unione Europea nasconde subdoli intenti. Dall’obbligo di accoglienza assoluta e indiscriminata alla genuflessione all’ideologia gender. Vale a dire quel delirio antropologico volto a slegare il sesso dal dato biologico, farneticando che l’identità autopercepita dovrebbe contare più del DNA (che è immutabile).

Materie, peraltro, che attengono al vero stato di diritto, quello secondo cui la sovranità appartiene ai popoli, non a qualsivoglia organo sovranazionale. Che a volte dimentica di dover rispettare la volontà dei cittadini anche quando non coincide con i propri desiderata.

Recovery a fondo, la narrazione e la vera minaccia

Intanto, il nostro Cancelliere dello Scacchiere ha anticipato l’intenzione, da parte dell’esecutivo rosso-giallo, di chiedere alle Camere un nuovo scostamento di Bilancio. Quasi inevitabile, visto che è saltato l’atavico piano di inglobare nella Finanziaria i primi 20 miliardi di aiuti.

Colpa, ça va sans dire, dei «sovranisti cattivi» che tengono in ostaggio la presunta “Europa solidale” (sic!), come i megafoni del politically correct vanno ripetendo. E sono gli stessi che spacciano la Cina per modello di contrasto al Covid-19 e la rassegnazione dei suoi abitanti per adesione culturalmente volontaria alle disposizioni del regime.

Il fatto è che, come spesso accade, la narrazione del Giornale Unico è anche corretta – però parziale. Nel caso specifico, per dire, ignora che la minaccia più grande al piano di euro-rilancio, benché latente, arrivi in realtà dal Nord. Più precisamente dai Paesi Frugali, i cui Parlamenti, scettici se non ostili all’intero progetto, volentieri manderebbero definitivamente il Recovery a fondo. Soprattutto sulla parte relativa alle risorse proprie, che autorizza la Commissione Ue a fare debito comune, da ripagare poi attraverso una pletora di nuovi balzelli. Tra cui la plastic tax e un’imposta sulle transazioni finanziarie, oltre alle immancabili concessioni ai vaneggiamenti ambientalisti.

In ogni caso, un’approvazione in tempi brevi è ormai divenuta un miraggio, come ha ammesso Antonio Misiani, viceministro dem all’Economia. Il quale ha auspicato la fine dei diktat, come del resto Michael Roth, Ministro per gli Affari Europei di Berlino. Secondo cui «non è il tempo dei veti», ma quello della solidarietà.

Sottoscriviamo. E perciò ci auguriamo che l’Europa rinunci rapidamente alle sue ingerenze, così da poter approvare senza ulteriori indugi il Next Gen Eu.

Già la salita si è trasformata in una montagna da scalare. Sarebbe inaccettabile se, oltretutto, finisse per partorire il solito euro-topolino.

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Economia

Next Gen Eu, Bruxelles annuncia l’intesa ma partono subito i distinguo

Accordo tra Eurocamera e Consiglio Ue per finanziare il Bilancio pluriennale dell’Unione, da cui dipende il Recovery Fund. Gli “euroinomani” però non fanno in tempo a gongolare, ché il programma subisce l’ennesima frenata

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next gen eu
Next Generation Eu

Il programma Next Gen Eu – dove Gen sta per “Generation” – torna a far sognare. Letteralmente, nel senso che per l’ennesima volta i soliti noti hanno scambiato i loro (euro)desiderata per la realtà. La quale, come di consueto, non ci ha messo molto a riportarli con i piedi per terra.

Next Gen Eu, un’esultanza prematura (as usual)

Mentre in Italia si disquisiva di bazzecole come la divisione clinico-cromatica del Paese e la prospettiva di un lockdown (leggero), Bruxelles pensava alla prossima generazione. Che poi sarebbe quella che beneficerà realmente dei fondi del Next Gen Eu (cioè del Recovery Fund), ammesso che verranno mai effettivamente erogati. Non a caso, come abbiamo già abbondantemente ironizzato, lo strumento porta quel nome.

Un passo avanti, a dirla tutta, c’è stato, anche se da noi se ne sono accorti in pochi. Consiglio Ue ed Eurocamera hanno infatti trovato un’intesa preliminare sul finanziamento del Quadro Finanziario Pluriennale dell’Unione. Ovvero il Bilancio settennale della Ue, cui è legato il Fondo per la Ripresa.

Lo ha annunciato via social Sebastian Fischer, portavoce della presidenza tedesca di turno dell’assemblea degli Stati membri. Scrivendo che «i negoziatori del Consiglio e del Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo politico sul budget Ue e sul pacchetto di rilancio. I principali elementi: un rafforzamento mirato dei programmi europei, nel rispetto delle conclusioni del vertice» di luglio. Ora saranno i due consessi a «dover dare l’ok definitivo».

Quest’ultima postilla avrebbe potuto far subodorare qualcosa, ma meglio non destare gli euroinomani dal loro “onanirismo”. Esemplificato dall’esultanza di risposta al cinguettio sopracitato da parte del Commissario europeo agli Affari economici Paolo Gentiloni: «Fumata bianca per Recovery e Bilancio».

Bisogna ammettere che la volontà di credere all’immenso miraggio collettivo chiamato Europa è quasi encomiabile. Peccato che poi arrivi, as usual, l’ora del risveglio.

Illusioni e realtà

A dare nuovamente fuoco alle polveri è stato il Partito Popolare Europeo, ironicamente guidato da un altro rappresentante teutonico, Manfred Weber. Colpa, pare, dei “soliti” Paesi frugali ossessionati dall’idea di (re)introdurre condizionalità macro-economiche che trasformerebbero la sbandierata solidarietà pandemica nell’abituale farsa. I rigoristi nordici, infatti, continuano ad assaltare la Recovery and resilience facility, che con i suoi 672,5 miliardi di dotazione sarebbe il fulcro del piano Next Gen Eu.

Bisognerà comunque fare i conti anche con il Gruppo di Visegrád, le Nazioni dell’Est che frenano su un altro punto, lo stato di diritto. Eppure, il numero uno del Ppe ha chiesto un’unica votazione per le tre gambe dell’accordo. Che, sostanzialmente, significa mandarlo a gambe all’aria, visto che allo stato una convergenza sembra possibile solo sul QFP.

In realtà non tutti i mali vengono per nuocere, considerando per esempio che le risorse comunitarie dovrebbero derivare da una pletora di nuove tasse. Oltre al fatto che almeno il 30% dell’importo sarebbe ipotecato dalle farneticazioni ambientaliste del Green Deal e di un’Europa a impatto climatico zero.

Comunque sia, anche nell’improbabile evenienza che l’iter di approvazione del Recovery Fund si concluda entro l’anno, l’acconto (da 20 miliardi, per l’Italia) non dovrebbe arrivare prima della tarda primavera. Per quanto ci sia un orizzonte che pare decisamente più credibile: quello delle calende greche. Però non diciamolo agli eurofanatici, s’il vous plaît.

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Economia

Decreto Ristori, così il Governo delle dilazioni spera di spegnere le proteste

Varato il provvedimento che indennizzerà imprese e lavoratori penalizzati dall’ultimo Dpcm, ma per le risorse “immediate” spunta già una scadenza al 15 novembre. Col rischio di esacerbare ulteriormente la rabbia dei cittadini

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riaperture: protesta dei ristoratori a milano
Protesta dei ristoratori a Milano contro il Dpcm del 24 ottobre

Il Decreto Ristori non è stato ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale ché già spuntano delle precisazioni sulle scadenze. Che dovevano essere istantanee, ma pare non lo saranno più. Col serio rischio che la maggioranza rosso-gialla, lungi dallo spegnere le rivolte che ormai dilagano in tutta Italia, finisca per gettare benzina sul fuoco.

Il Decreto Ristori

«Abbiamo appena varato il Decreto Ristori, che vale complessivamente oltre 5 miliardi che saranno usati per dare risorse immediate a beneficio delle categorie» penalizzate dall’ultimo Dpcm. Così il bi-Premier Giuseppe Conte, in conferenza stampa assieme ai Ministri dell’Economia, Roberto Gualtieri, e dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli. Aggiungendo di aver firmato il provvedimento «solo quando siamo stati sicuri che queste risorse c’erano».

Più precisamente, si tratta di «5,4 miliardi di indebitamento netto, 6,2 miliardi in termini di saldo netto da finanziare», come ha spiegato il titolare del Mef. Fondi destinati innanzitutto a indennizzare le attività economiche penalizzate dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 24 ottobre.

Tra l’altro, il Dl proroga di altre sei settimane la cassa integrazione legata all’emergenza Covid-19, e conferma il blocco dei licenziamenti fino al 31 gennaio. Al contempo, sospende i contributi previdenziali ai datori di lavoro interessati dalle restrizioni, e concede un credito d’imposta sugli affitti commerciali, valido fino a dicembre. Inoltre, cancella la seconda rata dell’Imu 2020 e assegna due mensilità aggiuntive di Reddito di emergenza a chi già ne aveva diritto. E prevede anche un finanziamento per consentire a medici di base e pediatri di somministrare 2 milioni di tamponi antigenici (i test rapidi).

Soprattutto, però, stanzia i risarcimenti per imprese e lavoratori danneggiati dal semi-lockdown imposto dal Governo. Sono previsti contributi a fondo perduto per un’ampia platea di beneficiari, incluse le filiere dell’agricoltura e della pesca. I rimborsi varieranno dal 100 al 400% dell’importo previsto a maggio dal Decreto Rilancio, a seconda della tipologia di esercizio. Per esempio, le discoteche riceveranno il 400%, piscine e palestre il 200%, i ristoranti il 150%. Infine, non mancherà un’indennità per i lavoratori dello spettacolo, del turismo, dello sport anche dilettantistico, per tassisti e NCC. Né per gli stagionali (però una tantum).

Decreto Ristori, il rischioso vizio della dilazione

Le sovvenzioni saranno, secondo via XX Settembre, il «pezzo forte» del Decreto Ristori (oltre all’aver insegnato che il termine non è solo sinonimo di “sollievo”). E verranno erogate «direttamente sul conto corrente delle categorie interessate con bonifico dell’Agenzia delle Entrate», ha assicurato l’ex Avvocato del Popolo.

Il titolare del Mise l’ha definita una «misura rapida, efficace ed efficiente». Affermando che era necessario «trovare subito la modalità di intervenire con ristori che non arrivassero tra qualche mese».

Sottoscriviamo in pieno, perché non si può togliere il diritto di lavorare senza compensare subito i mancati guadagni. Eppure, sulle tempistiche il Cancelliere dello Scacchiere si è lasciato sfuggire un dettaglio che delinea uno scenario leggermente diverso. «Il contributo a fondo perduto sarà erogato automaticamente a oltre 300.000 aziende che già lo hanno già avuto, e quindi contiamo per metà novembre di avere tutti bonifici effettuati da parte dell’Agenzia delle entrate».

Metà novembre. E solo per quanti avevano già usufruito dei sostegni passati – per gli altri, la speranza di Gualtieri è che l’accredito giunga «entro metà di dicembre».

Scadenze non lontane, ma neppure così tempestive. Che rappresentano un piccolo campanello d’allarme, considerando che l’esecutivo, e in specie Giuseppi, è fin troppo incline al vizio della dilazione. È questa tendenza che ha meritato (si fa per dire) al leguleio volturarese il soprannome di Signor Frattanto.

Stavolta, però, Palazzo Chigi farà bene a non scherzare col fuoco, perché l’incendio della protesta già divampa da giorni. E, checché ne dicano i megafoni del pandemicamente corretto, è una protesta per lo più pacifica (benché a volte deturpata da infiltrazioni). Come quella dei ristoratori meneghini sedutisi sul sagrato del Duomo di Milano al grido di “Siamo a terra”.

La pazienza del popolo sta finendo

Le buone intenzioni del Governo, di cui non dubitiamo affatto, non bastano più. E anche le spiegazioni annunciate dal Presidente del Consiglio lasciano ormai il tempo che trovano.

È l’ora di agire, concretamente e senza indugi. Perché per il momento ancora si riesce a scherzare, soprattutto a livello social. Come ha fatto il grande doppiatore e attore Luca Ward, che ha ironizzato sulla coincidenza tra il nome del Decreto e un personaggio che aveva interpretato.

Ma la pazienza di un intero popolo si sta rapidamente esaurendo. Le città ribollono come polveriere. E, di fronte a una crepa nella diga, non si può sempre sperare che sia sufficiente un dito.

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Economia

Mes pandemico, nuove tensioni nel Governo, che però può stare sereno

Conte e il Ministro Gualtieri mettono in guardia contro il Fondo salva-Stati, mandando su tutte le furie Pd e Iv. Poi arriva il chiarimento, e non è nemmeno l’unico motivo per cui il Premier può dormire sonni tranquilli

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senato-mercato: mattarella e conte
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Premier Giuseppe Conte

Il cosiddetto Mes pandemico o sanitario è tornato a mandare in fibrillazione una maggioranza che sul tema è sempre stata bellicosa – per usare un eufemismo. “Colpa” del bi-Premier Giuseppe Conte che, all’interno della conferenza stampa di presentazione dell’ultimo (in senso cronologico) Dpcm, ha espresso sullo strumento un giudizio tranchant. Salvo poi fare la parziale retromarcia tipica dei politici quando si accorgono che il sasso che avevano lanciato ha intorbidato le acque.

Tensioni sul Mes pandemico

«Il Mes non è la panacea come viene rappresentato». L’ex Avvocato del popolo ha emesso la sua sentenza, e già questa è una notizia, non tanto per la “bizzarria giuridica” quanto per l’inusuale volitività del Nostro, notoriamente incline all’attendismo. «I soldi del Mes sono dei prestiti, non possono finanziare spese aggiuntive, si possono coprire spese già fatte e vanno a incrementare il debito pubblico. Se li prendiamo dovrò intervenire con tasse e tagli perché devo mantenere il debito sotto controllo».

Apriti cielo, con il segretario dem Nicola Zingaretti che ha dato per primo fuoco alle polveri. «Un tema così importante come il Mes va affrontato in Parlamento e tra Governo e maggioranza, non in una battuta in conferenza stampa» ha tuonato.

Durissimo anche l’attacco del leader di Iv Matteo Renzi, con tanto di riferimento agli omologhi del Carroccio, Matteo Salvini, e di FdI, Giorgia Meloni. Segno che certamente il senatore fiorentino sa quali spauracchi agitare, e forse inizia a capire che ormai difficilmente può brillare, se non di luce riflessa.

Dicendo NO al Mes il Premier Conte fa felici Meloni e Salvini ma delude centinaia di sindaci e larga parte della sua…

Pubblicato da Matteo Renzi su Lunedì 19 ottobre 2020

L’aspetto paradossale è che anche il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, esponente del Pd, seppure favorevole al Mes pandemico ha scelto la via della prudenza. Spiegando che il Meccanismo Europeo di Stabilità «non è un fondo perduto» e «fa risparmiare circa 300 milioni di interessi in 10 anni». È una linea di credito da circa 36 miliardi a tasso quasi zero, immaginata per chi è in deficit di liquidità – che non è il caso dell’Italia.

La prudenza del Ministro Gualtieri

Il Cancelliere dello Scacchiere ha insistito sull’assenza di vincoli oltre quello di «usare queste risorse in ambito sanitario», il che rappresenta un tasto dolente. Perché l’esclusione dal Fondo salva-Stati delle condizionalità macroeconomiche – quelle, per intenderci, che hanno “regalato” la trojka alla Grecia – è solamente un gentlemen’s agreement. Di qui i timori che possano rispuntare in un secondo tempo – con annesso commissariamento – che è il motivo dell’ostilità verso il Mes. Che a sua volta non è un’esclusiva di Lega e Fratelli d’Italia, essendo condivisa pure dal M5S.

Ma il titolare di via XX Settembre è andato anche oltre, lanciando sugli euro-finanziamenti un avviso ai naviganti. «Non sono 37 miliardi in più per la sanità», e possono avere un costo in termini di stabilità, spread e “stigma” dei mercati.

Lo ha evidenziato anche Giuseppi, che comunque alla fine ha ricomposto la frattura affermando che del Mes pandemico si discuterà nelle «sedi opportune». E, soprattutto, concedendo a Zinga il sospirato vertice per un «patto di legislatura» che dovrebbe dare «nuova linfa all’azione del Governo». Un passaggio che si dovrebbe concretizzare dopo gli Stati Generali dei grillini, e che è stato accolto favorevolmente dal Governatore del Lazio.

Nell’ordine, quindi, si dovrebbero tenere prima il tavolo intergovernativo (l’ennesimo) e poi la conta in Aula invocata a gran voce da via del Nazareno. Ulteriore conferma di quanto sia azzeccato, per il Presidente del Consiglio, il soprannome di Signor Frattanto.

Mes pandemico, pochi rischi per il Governo

Il rammendo ai semi-scontri con mezza coalizione non è l’unico motivo per cui Conte Fabio Massimo il Temporeggiatore può stare sereno – e non in senso renziano. In effetti, pur con tutte le tensioni del caso, è poco probabile che all’orizzonte spuntino minacce reali per l’esecutivo rosso-giallo. Neppure dal futuro redde rationem in Parlamento.

Lo dimostra il fatto che, poco più di una settimana fa, a Montecitorio si è già tenuta una votazione sul Meccanismo Europeo di Stabilità. Si trattava di una risoluzione presentata da Forza Italia e Noi con l’Italia favorevole all’uso dello strumento, che la Camera ha bocciato senza appello. Peraltro con il voto contrario anche dei democratici, circostanza che ha suscitato il sarcasmo del deputato leghista Claudio Borghi.

Certo, le prospettive delle mozioni cambiano in base all’area politica che le presenta, ma intanto la possibile spallata è stata ancora una volta rimandata. Per la gioia degli onorevoli di maggioranza, che hanno procrastinato ancora il Reddito di cittadinanza. E, forse, anche con un certo sollievo dell’opposizione che, al netto delle schermaglie mediatiche, non sembra ansiosa di assumere un fardello come la gestione della crisi da Covid-19.

Oltretutto, sul Mes pandemico (e anche su quello “classico”) la discussione è piuttosto sterile. Se le posizioni degli ex alleati giallo-verdi (e dei meloniani) resteranno immutate, semplicemente non ci sarà modo di dare il disco verde al Salva-Stati. Mundum numeri regunt.

I dubbi sulla Manovra

Sarebbe invece decisamente più interessante focalizzare il dibattito su un altro giallo finanziario, relativo alla Manovra 2021. Nella quale il Mef ha inserito 15 miliardi del Recovery Fund che, com’è universalmente noto, allo stato equivalgono praticamente ai soldi del monopoli.

Ecco, su questo insignificante dettaglio – come anche sull’approvazione “salvo intese” della legge più importante dello Stato – forse qualcuno dovrebbe avere da ridire. Qualcuno, s’intende, situato molto più in alto dell’intero arco costituzionale.

Brute, dormis?, verrebbe quasi da chiedersi, se il paragone non fosse irriverente. Sonni tranquilli li dorme, senza ombra di dubbio, il leguleio volturarese. Che magari non prenderà pesci, però nemmeno rischi. Di questi tempi, scusate se è poco.

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Economia

Nuovo Dpcm di ottobre, stretta su locali e feste private, nulla sui trasporti

Ulteriori restrizioni sulle attività di ristorazione, ignorato l’allarme degli esperti sui mezzi pubblici. E in piena notte il Governo che “non lavora col favore delle tenebre” approva una Manovra che include già i fantomatici fondi Ue…

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dpcm di natale
Il nuovo Dpcm

Test per l’esame di giornalismo sul nuovo Dpcm di ottobre che rende già obsoleto quello varato appena cinque giorni prima. Il candidato consideri che:

a) Il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri consente l’apertura delle attività di ristorazione tra le 5 e le 24, con il consumo ai tavoli. Diversamente, la somministrazione avverrà fino alle 18. Misura necessaria dopo che un barista catanzarese aveva beffato il precedente Dpcm, che contemplava solo la chiusura dei locali a mezzanotte, riaprendo alle 00:15. Il che fa già abbastanza ridere di suo.

b) Il Governo inoltre impone ai ristoranti un massimo di sei persone per tavolo, e “raccomanda fortemente” di evitare le feste anche a casa. Chissà come faranno nel prossimo Consiglio dei Ministri

c) In compenso, il nuovo Dpcm di ottobre ignora completamente la vexata quaestio dei mezzi pubblici. Che vari scienziati considerano un fattore di rischio contagio, e che ha già scatenato la fulminante ironia social. Eppure, magari basterebbe spiegare al Ministro dei Trasporti Paola De Micheli che “metro di distanza” non ha nulla a che vedere con la metropolitana

d) Preventivamente, invece, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio aveva affermato che sui provvedimenti anti-Covid serve «serietà». Quindi dopo, coerentemente, avrà lasciato il Cdm…

Serietà per favore, da parte di tutti. Il governo deciderà nel più breve tempo possibile le misure più stringenti anti…

Pubblicato da Luigi Di Maio su Domenica 18 ottobre 2020

Oltre il nuovo Dpcm di ottobre: la Manovra 2021

e) Frattanto, l’esecutivo che «non lavora col favore delle tenebre» ha approvato a notte inoltrata (anche) la Manovra 2021, “salvo intese”. Formula che, tradotta dal volturarappulese, significa “io speriamo che me la cavo”.

f) La Finanziaria, come ha illustrato il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, ammonta a quasi 40 miliardi. «Circa 24 stanziati direttamente in bilancio a cui si aggiungono oltre 15 miliardi dal programma Next Generation EU». Che, come abbiamo argomentato fino alla nausea, verosimilmente porta questo nome perché, viste le euro-liti, dei fondi comunitari beneficerà (forse) la prossima generazione di Europei. E anche questa, soprattutto alla luce dell’atavico affetto di Bruxelles verso l’Italia, fa già abbastanza ridere di suo.

Ciò posto, anche in virtù del fatto che il bi-Premier Giuseppe Conte ha parlato in orario digestivo, descriva il candidato la recente cena delle beffe.

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Economia

Dpcm di ottobre, il Premier Conte a Bruxelles tra i nodi italo-europei

Il problema trasporti pubblici si aggiunge ad altri capitoli di spesa, come quello relativo all’occupazione femminile. Il Governo confida nei finanziamenti comunitari e, col Recovery Fund a un bivio, spera che la notte porti Consiglio (Ue)

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dpcm di ottobre: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

Varato il Dpcm di ottobre, il bi-Premier Giuseppe Conte è ora alle prese con critiche e criticità. Molte delle quali, seppur saldamente radicate nel Belpaese, spingono i loro rami fin nel cuore della vecchia Europa. Dove l’ex Avvocato del popolo si accinge a partecipare a un summit per il quale ha ricevuto dal Parlamento un mandato ben preciso.

I nodi del Dpcm di ottobre

«Quello del trasporto pubblico urbano è un tema vero» ha ammesso il Ministro nomen omen della Salute Roberto Speranza. Anzi, probabilmente è, al momento, il tema dei temi. Nonché l’attuale casus belli tra Regioni e Comitato tecnico scientifico, invischiati nel paradossale dualismo tra salute ed efficienza del servizio.

Attualmente, la capienza massima nei mezzi pubblici è pari all’80%. O meglio, dovrebbe, perché in molti casi si supera abbondantemente il 100%. Lo hanno sottolineato gli esperti, ma emerge anche da un’inchiesta del Corsera tra i pendolari romani, vittime di corse insufficienti, treni affollati, scale mobili guaste. E nessun controllo ai varchi d’accesso.

Il Cts ha chiesto di tornare alla metà del riempimento, ma una simile percentuale finirebbe per penalizzare gli utenti. «Ipotizzando una riduzione al 50% della capienza massima, si impedirebbe a circa 275mila persone al giorno di beneficiare del servizio di trasporto». Così l’ASSTRA, l’Associazione Trasporti che riunisce le società di trasporto pubblico locale.

Per ovviare al problema, gli enti locali hanno comunque suggerito una soluzione – nemmeno particolarmente originale. Hanno infatti chiesto sussidi per un totale di 300 milioni di euro. A conferma che è tutto (o quasi) questione di vile danaro.

Vale anche per il nodo dell’occupazione femminile, che Giuseppi ha promesso di rafforzare accogliendo «l’impegno contenuto nella risoluzione di maggioranza approvata» dalle Aule.

In concreto, l’esecutivo rosso-giallo prevede «agevolazioni per le donne e madri lavoratrici» e l’istituzione dell’assegno unico universale per ogni figlio a carico. Provvedimento, quest’ultimo, che come ha anticipato il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri dovrebbe partire dal 2021, per poi entrare pienamente a regime con la riforma fiscale dell’anno successivo. Anche per non smentire la tendenza dilatoria del Signor Frattanto.

L’incognita Recovery Fund

Il leguleio volturarese si era presentato in entrambe le Camere per le comunicazioni in vista dell’imminente Consiglio europeo, che riveste un’importanza capitale. Soprattutto dopo la lite tra i Governi e l’Europarlamento che ha bloccato la trattativa sul Bilancio pluriennale della Ue. Che è una conditio sine qua non per l’erogazione dei finanziamenti del mitologico Recovery Fund.

Non a caso, il Presidente del Consiglio era tornato a sollecitare «l’attuazione normativa del piano Next Generation Eu», sul cui nome abbiamo esaurito le battute. «Continuiamo a sostenere lo sforzo dei vertici delle istituzioni comunitarie volti ad evitare i rinvii dell’operatività. Non ci possiamo permettere ritardi».

L’asse Roma-Bruxelles è stato confermato anche dal voto parlamentare sulla risoluzione di maggioranza, che impegna il Governo ad agire sul Consiglio Ue. Affinché giunga nel più «breve tempo possibile ad un accordo con i partner europei al fine di usare le risorse della Next Generation Eu».

Facile a dirsi, molto meno a farsi – e non è un dettaglio irrilevante. Come infatti spiegavamo qualche giorno fa, la Manovra approntata dal Cancelliere dello Scacchiere si basa(va) per metà sull’anticipo da circa 20 miliardi del Fondo per la Ripresa.

Curiosamente, anche la Nadef, proprio come il Dpcm di ottobre, ha ricevuto ben oltre il crepuscolo il via libera dell’esecutivo che «non lavora col favore delle tenebre». A questo punto, ci auguriamo che la notte porti Consiglio. Ue, ça va sans dire.

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