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Politica

Migranti, l’accordo sòla e l’Italia sola (as usual)

Il Governo rosso-giallo esulta per l’intesa di Malta, che però rischia di essere l’ennesima dichiarazione d’intenti: e così spiana la strada al trionfo elettorale di Salvini

Mirko Ciminiello

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Photo credit: https://www.lindro.it/migranti-accordo-di-malta-eppur-l-europa-si-muove/

Il bi-Premier Giuseppe Conte che suggerisce al suo ex vice Matteo Salvini di non essere geloso di un pessimo accordo – quello maltese sui migranti – che il leader della Lega non avrebbe mai firmato si avvicina molto a essere la comica finale di un Governo nato già vecchio: un esecutivo venuto alla luce con lo sguardo rivolto verso il passato, verso ideologie fallimentari, sconfitte dalla Storia e invise ai cittadini – ma ancora vezzeggiate da un establishment spocchioso e tracotante per cui c’è democrazia solo se il popolo si esprime in accordo con i propri interessi.

Ma procediamo con ordine. Nel vertice di La Valletta è stata registrata una sostanziale convergenza tra i Ministri dell’Interno di Italia, Malta, Germania e Francia su quelle che dovrebbero essere le politiche migratorie a livello europeo. L’intesa, preventivamente definita un progetto pilota da estendere al maggior numero di Paesi comunitari possibile, prevede una rapida redistribuzione degli immigrati (4 settimane al massimo); l’obbligatorietà dei ricollocamenti; la rotazione “volontaria” dei porti di sbarco; e una revisione dei trattati di Dublino per cui i rimpatri diventerebbero un onere dei Paesi di accoglienza, e non di quelli di primo approdo.

Bisogna riconoscere che le intenzioni, come spesso accade in questi incontri, sono ottime: il problema è che alla fine, come sempre accade in questi incontri, la montagna partorisce un topolino.

La situazione è stata efficacemente fotografata dal segretario del Carroccio che, tenendo fede al suo abituale stile molto diretto e poco oxfordiano, ha definito l’accordo di Malta «una sòla, una fregatura».

In effetti, è indubbio che, per esempio, il gruppo di Visegrád non accetterà mai i ricollocamenti forzati – sanzioni o non sanzioni. In maniera simile, Spagna e Grecia (altri Paesi di primo approdo che, significativamente, non erano presenti a La Valletta) potrebbero mettersi di traverso riguardo alla rotazione dei porti – a maggior ragione visto che il meccanismo è su base volontaria.

Salvini ha liquidato l’intesa a quattro come «l’ennesima promessa dell’Europa. Tante parole ma fatti zero, come in passato». Un passato anche molto recente. Solo una decina di giorni fa, infatti, Berlino e Parigi si dicevano pronte ad accogliere ognuna «il 25% di chi sbarca in Italia», come allegramente riportato dai cagnolini mediatici del potere: che però si erano scordati di precisare che il “duo delle meraviglie” Angela Merkel/Emmanuel Macron si riferiva solamente a quanti hanno diritto di asilo. I quali corrispondono a una percentuale che l’ex Ministro dell’Interno ha indicato al 20%, ma che altri stimano addirittura al 7%.

Per fare un esempio numerico, se arrivassero 100.000 migranti (come nella Belle Époque dei porti aperti e dell’accoglienza indiscriminata che alcuni scellerati vorrebbero riproporre), quelli che proseguirebbero il viaggio verso i confini transalpini e teutonici sarebbero tra i 3.500 e i 10.000, mentre i restanti 90.000/96.500 «li troveremo in giro per Roma, Milano, Palermo» come ha ammonito il segretario leghista.

E, dal momento che con lui al Viminale gli sbarchi erano diminuiti del 75%, mentre con l’avvento dell’ircocervo rosso-giallo sono cresciuti del 50% in neanche un mese, ha ragione il Capitano quando afferma che «gli unici contenti sono gli scafisti». Che non è neppure del tutto vero, visto che anche ong, giornalisti di regime e sedicenti intellettuali festeggiano – laddove gli unici certamente insoddisfatti sono gli Italiani.

In tal senso, è quasi sconcertante la brevimiranza del BisConte. Che, per salvare la poltrona, antepone le sirene dei suoi azionisti di maggioranza alla volontà dei propri datori di lavoro (i cittadini), da cui pretenderebbe anche scroscianti applausi mentre li irride. E al contempo lamenta il successo dirompente dei “sovranisti” a cui, fin troppo consapevolmente, sta spianando la strada. Chapeau.

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Politica

Prescrizione, sul “fine processo mai” botte da orbi tra M5S, Pd e Iv

Per Zingaretti la riforma Bonafede è inaccettabile, ma per Di Maio e Dibba dal 1° gennaio sarà legge. E i renziani, in piazza contro il provvedimento, minacciano: “Prescrizione o morte? Morte sia”

Mirko Ciminiello

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Alfonso Bonafede. Foto dal sito di Tgcom24

Volendo fare un paragone nautico, si potrebbe dire che il Governo Conte è una nave il cui barometro indica costantemente burrasca. L’unica variante riguarda la causa scatenante – e bisogna ammettere che in tal senso l’esecutivo rosso-giallo è tutto fuorché privo di fantasia. Per dire, non si sono ancora spenti gli echi della rissa sul MES, ché già le forze di maggioranza sono tornate a scontrarsi, stavolta sulla giustizia.

Il tema specifico, in realtà, non è esattamente una novità, bensì un “cavallo di ritorno” come l’affaire prescrizione – cose che capitano quando una squadra è talmente litigiosa da scegliere sempre di procrastinare i nodi, fingendo di ignorare che prima o poi verranno al pettine. Stavolta il casus belli è rappresentato dall’imminente entrata in vigore della legge, firmata dal Ministro della Giustizia grillino Alfonso Bonafede, che prevede l’annullamento della prescrizione stessa dopo la sentenza di primo grado.

Il Partito Democratico ha chiesto con forza il rinvio della riforma perché, in assenza di garanzie sulla durata dei procedimenti, si rischia di «rimanere sotto processo per un tempo indefinito, per lunghissimi anni», come puntualizzato dal segretario Nicola Zingaretti, che ha definito inaccettabile la misura. «Senza un accordo nei prossimi giorni, il Pd presenterà una sua proposta di legge» ha tuonato il Governatore del Lazio.

Proposta che in realtà già esiste, ed è quella del deputato forzista Enrico Costa, che prevede l’estinzione dei processi dopo due anni in appello e uno in Cassazione. Per amor di pace (o di tregua), i dem hanno votato contro la concessione di una corsia urgente per il ddl Costa, ma al contempo hanno recapitato un ultimatum al Guardasigilli: se non blocca spontaneamente il provvedimento, ci penseranno loro con un apposito emendamento al Milleproroghe – e per buona misura stileranno un disegno di legge che, ricalcando quello di Forza Italia, mirerà a introdurre la cosiddetta “prescrizione processuale”, per cui ogni grado di giudizio dovrà avere una durata prefissata, pena la tagliola giuridica.

Da questo orecchio, però, il M5S non ci sente. «La nostra riforma dal primo gennaio diventa legge. Su questo non discutiamo» ha dichiarato in un’intervista radiofonica il capo politico del MoVimento Luigi Di Maio, con il tatto e la diplomazia tipici di un Ministro degli Esteri. Giggino, che aveva già incassato il sostegno del bi-Premier Giuseppe Conte, è stato spalleggiato anche dal suo “gemello diverso” Alessandro Di Battista, che contestualmente ha mandato una sobria velina agli alleati (almeno nominalmente) di Italia Viva: «Se si andasse al voto anticipato molti renziani resterebbero a casa (dentro e fuori il PD), senza immunità parlamentare, a rischio intercettazioni e, mai come oggi, questo non gli conviene».

Avvertimenti che però con Iv non sembrano proprio funzionare. «Volere una giustizia senza fine significa proclamare la fine della giustizia» ha tuonato Matteo Renzi, aggiungendo che «se non ci sarà accordo, voteremo il ddl di Enrico Costa, persona saggia e già viceministro alla giustizia del mio Governo. Bonafede può cambiare la sua legge, se vuole, ma non può pretendere di cambiare le nostre idee». Stesso concetto espresso da Maria Elena Boschi nel momento in cui, assieme a Roberto Giachetti, è scesa in piazza assieme ai penalisti contro la legge targata Bonafede.

Il quale ha sì affermato di non voler «rompere con nessuno o provocare una crisi di Governo», ma si è dovuto scontrare con il carico da novanta lanciato dal presidente dei senatori di Iv Davide Faraone: «L’idea perversa di processi eterni con noi non passerà: se il tema è prescrizione o morte, allora morte sia».

Insomma, se gli altri erano scogli, quello del «fine processo mai» (il copyright è di Guido Crosetto, coordinatore nazionale di Fratelli d’Italia) rischia di essere un vero e proprio iceberg. Se sarà quello che farà affondare l’attuale timoniere d’Italia, solo il tempo lo potrà dire.

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Economia

Salva-Stati, M5S e Pd hanno MES Conte all’angolo

I dem vogliono l’approvazione integrale del trattato, Di Maio irritato col Premier sbotta: “Decide il M5S se e come dovrà passare”. Soffiano venti di crisi?

Mirko Ciminiello

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Conte, Di Maio e Gualtieri durante l'informativa del Premier sul MES. Foto dal sito del Governo

Il senso dell’accerchiamento l’aveva reso benissimo una frase del bi-Premier Giuseppe Conte. «Ma cosa c’entra Luigi Di Maio?» aveva ringhiato ai giornalisti che gli chiedevano se le riserve di Giggino e dei grillini sul Fondo salva-Stati potessero mettere a rischio la tenuta dell’esecutivo rosso-giallo.

Il Presidente del Consiglio era appena uscito dal Senato dopo il secondo atto della sua informativa sul MES (il Meccanismo Europeo di Stabilità), tramutata in un attacco ai leader dell’opposizione Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Presumibilmente stanco e visibilmente nervoso, è possibile che non si fosse accorto di ciò che era già balzato agli occhi di tutti: l’assenza del Ministro degli Esteri, che aveva preferito disertare l’appuntamento di Palazzo Madama per trincerarsi alla Farnesina con alcuni dei suoi fedelissimi. Un gran rifiuto che, oltretutto, seguiva immediatamente il gelo di Montecitorio, teatro della prima parte dello show del BisConte che aveva visto l’ex vicepremier ostentatamente e ostinatamente immobile anche quando i deputati del Movimento 5 Stelle avevano provato ad accennare qualche timido applauso.

A scatenare l’ira funesta del leader pentastellato era stata, pare, una velenosissima frecciata scagliata ex abrupto da Giuseppi che, nella foga di difendere il proprio operato, aveva in pratica rimarcato che tutti i Ministri sapevano dei negoziati: «tutto quanto avveniva sui tavoli europei, a livello tecnico e politico, era pienamente conosciuto dai membri del primo Governo da me guidato, i quali prendevano parte ai vari Consigli dei Ministri, contribuendo a definire la corale posizione dell’esecutivo». Stoccata diretta a nuora (Salvini) perché suocera (Di Maio, appunto) intendesse. E la suocera ha inteso. Fin troppo bene.

E, una volta placatesi le onorevoli escandescenze, ha affidato a Facebook la sua reazione, indirizzata in primo luogo proprio all’ex Avvocato del popolo: «Giuseppe Conte ha detto ieri, nel suo discorso alle Camere, che tutti i ministri sapevano di questo fondo. Certamente sapevamo che il Mes era arrivato ad un punto della sua riforma, ma sapevamo anche che era all’interno di un pacchetto, che prevede anche la riforma dell’unione bancaria e l’assicurazione sui depositi.

Cosa significa? Che le banche di tutti i Paesi, Italia compresa, devono essere aiutate in caso di difficoltà e che chi ha un conto corrente deve essere tutelato. Per questo, per il MoVimento 5 Stelle, queste tre cose vanno insieme e non si può firmare solo una cosa alla volta, sennò qui il rischio è che vada a finire che ci fregano». Ed ecco perché il capo politico del M5S ha esortato le altre forze della maggioranza a prendersi «del tempo per fare delle modifiche che non rendano questo fondo un pericolo».

Intento più che lodevole, se non fosse che evocava una delle principali questioni che Conte aveva lasciato irrisolte e che, non a caso, il Capitano aveva provveduto a sottolineare con una punta di ironia: «O ha mentito Gualtieri o ha mentito Conte. O non ha capito niente Di Maio».

Il segretario della Lega si riferiva alle ormai arcinote dichiarazioni del Ministro dell’Economia, secondo cui «il testo del trattato è chiuso» e non è pertanto possibile «riaprire il negoziato» con l’Europa. Il Capo del Governo non ha smentito il suo Cancelliere dello Scacchiere, limitandosi a precisare di non aver firmato alcun accordo: il che formalmente salverebbe le prerogative del Parlamento ma, sostanzialmente, porrebbe le Camere di fronte a un testo inemendabile da ratificare a scatola chiusa.

Ed è da questo orecchio che Giggino non ci vuol sentire: «Il MoVimento 5 Stelle continua ad essere ago della bilancia. Decideremo noi come e se dovrà passare questa riforma del Mes, che è una cosa seria e su cui gli italiani debbono essere informati accuratamente».

Ed è quel “come e se” la chiave di volta per capire quanto la situazione sia tesa. Da un lato, infatti, c’è il Partito Democratico che, fedele all’usato ruolo di utile idiota della Ue, spinge per l’approvazione del testo così com’è – e non a caso Di Maio avrebbe tuonato ai suoi che «il Premier è spalmato sulle tesi del Pd». Dall’altro ci sono i Cinque Stelle che, soprattutto al Senato, minacciano sfracelli, spalleggiati anche da Alessandro Di Battista che ha rotto il proprio silenzio commentando laconico il post del suo gemello diverso: «Concordo. Così non conviene all’Italia. Punto».

Tanto basta a capire che Giuseppi è stato MES all’angolo – e par già che s’odano le parole “stai sereno”. Dopotutto, dalla crisi di nervi alla crisi di Governo è un attimo.

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Economia

MES, le tre domande a cui Conte non ha risposto

Il premier si autoassolve, si autoincensa e attacca l’opposizione, ma ignora le questioni fondamentali: e le discrepanze col Ministro Gualtieri scatenano Salvini e Meloni

Mirko Ciminiello

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Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri. Foto dal sito del Governo

Doveva essere un’informativa sul MES (l’ormai famigerato Fondo salva-Stati), ma è risultata molto più vicina a un incontro di pugilato. Non che vi fossero molti dubbi in proposito – così come non ve ne erano sul contenuto dell’intervento che il bi-Premier Giuseppe Conte ha tenuto alla Camera in difesa del proprio operato.

Più che un’apologia, quella dell’ex Avvocato del popolo è stata in realtà una sorta di autoelogio, se non una vera e propria autocelebrazione, condita con un’ampiamente prevista intemerata contro l’opposizione: che ha offerto come principale elemento di novità (ed è tutto dire) il fatto che nel mirino del Capo del Governo, oltre al segretario leghista Matteo Salvini (as usual), stavolta è finita anche la leader di FdI Giorgia Meloni.

«Mi sono sorpreso, se posso dirlo, non della condotta del senatore Salvini, la cui “disinvoltura” a restituire la verità e la cui “resistenza” a studiare i dossier mi sono ben note, quanto del comportamento della deputata Meloni» nel «diffondere notizie allarmistiche, palesemente false» ha attaccato il Presidente del Consiglio. Che al Capitano, il quale aveva dichiarato di voler accertare «se Conte ha capito quello che faceva – e ha tradito -, oppure se non ha capito», ha replicato: «se queste accuse avessero un fondamento, saremmo di fronte alla massima ferita, al più grave vulnus inferto alla credibilità dell’Autorità di Governo, con la conseguenza che chi vi parla non potrebbe esitare un attimo a trarne tutte le conseguenze», rassegnando le proprie dimissioni.

A proposito del Meccanismo Europeo di Stabilità (sì, un po’ di tempo per parlarne è stato trovato), il BisConte ha liquidato come menzogne la confisca dei conti correnti, i rischi per i risparmi, la possibilità che il MES serva «solo a beneficiare le banche altrui e non le nostre», l’eventualità che il nuovo accordo comporti una ristrutturazione automatica del debito pubblico. «Ho sempre cercato di assicurare una interlocuzione chiara e trasparente con Il Parlamento» ha aggiunto Giuseppi, garantendo che «né da parte mia né da parte di alcun membro del mio Governo si è proceduto alla firma di un trattato ancora incompleto».

Valutazioni diverse – non sorprendentemente – quelle dei suoi avversari politici: con la Meloni che ha rimarcato che «l’Italia non ha alcuna ragione al mondo di sottoscrivere questo trattato così come ci viene proposto», e ha accusato l’ex Avvocato del popolo di essersi trasformato in curatore fallimentare degli Italiani. Salvini, invece, ha ricordato con un pizzico di ironia le perplessità del principale azionista di maggioranza dell’esecutivo, il M5S, il cui capo politico Luigi Di Maio aveva del resto precisato di essersi battuto «per non firmare al buio il MES» (e, per inciso, non ha mai applaudito durante il discorso di Conte).

Entrambi i leader del centrodestra, inoltre, hanno sottolineato l’incongruenza tra le parole del Premier e quelle del Cancelliere dello Scacchiere Roberto Gualtieri, che aveva dichiarato che «il testo del trattato è chiuso» e che pertanto non è possibile «riaprire il negoziato». Questa, in effetti, è una delle questioni che le comunicazioni di Conte non hanno chiarito – e per questo motivo ci permettiamo di rivolgere al Capo del Governo alcune domande.

1) È vero, signor Presidente, che il testo del MES è inemendabile (come lasciato intendere anche da fonti dell’Eurogruppo), cosa che, oltre a rendere il Parlamento italiano l’equivalente di un passacarte della Ue, equivarrebbe ad aver già firmato l’accordo?

2) È vero che il testo del trattato prevede che possano usufruire di eventuali aiuti finanziari solo quegli Stati che, tra l’altro, abbiano da due anni un deficit sotto il 3% del Pil e un debito pubblico inferiore al 60% – condizioni che ci escluderebbero da qualsiasi possibilità di accedere ai fondi del salva-Stati? (E non ripeta, cortesemente, che «non si intravede all’orizzonte nessuna necessità di attivare il MES», perché si tratta di una questione di principio prima ancora che, Dio non voglia, pratica)

3) È vero che di tutto ciò Lei, signor Presidente, non ha informato prontamente le Camere (come del resto adombrato anche dal Suo ex Ministro dell’Economia Giovanni Tria), nonostante fosse vincolato da una risoluzione parlamentare a riferire di ogni benché minima modifica?

Restiamo fiduciosi e in trepidante attesa delle Sue spiegazioni.

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Politica

Scontro politica-magistratura, l’Italia non è un Paese per Montesquieu

Da Renzi a Salvini al M5S, si moltiplicano le invasioni di campo delle toghe dal sapore di giustizia a orologeria. Per l’ex Rottamatore “democrazia a rischio”, proprio come la separazione tra poteri

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito de Il Fatto Quotidiano

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri le seguenti dichiarazioni e i seguenti eventi che, benché relativi a delle invasioni di campo, non hanno nulla a che vedere con lo sport.

a) A proposito dell’ormai celeberrima inchiesta sulla Fondazione Open, che sosteneva la sua attività politica e che i Pm fiorentini hanno assimilato a una forza politica, il leader di Italia Viva Matteo Renzi ha dichiarato di non accettare «che un magistrato decida che cosa è partito e che cosa non è. I partiti li fondano i politici, non i magistrati. Perché se li fondano i magistrati, la democrazia è a rischio». Aggiungendo poi: «Chi tace non si rende conto del pericolo».

b) Commentando poi l’apertura di un’indagine sull’acquisto della sua villa, l’ex Rottamatore ha ironizzato via social: «Ho criticato l’invasione di campo di due magistrati nella sfera politica e la risposta è la diffusione di miei documenti privati personali. Brivido. Ma non vi sembra curioso che uno possa ricevere ‘avvertimenti’ di questo genere

c) Nel frattempo, il professor Francesco Aiello ha sciolto la riserva, accettando di correre come candidato Governatore della Calabria per il Movimento 5 Stelle. E improvvisamente è spuntata una storia di abusivismo relativa alla villetta di famiglia in provincia di Catanzaro, per cui Consiglio di Stato e Tar hanno imposto la demolizione di un piano e del seminterrato: vicenda che si trascina dalla fine degli anni Ottanta ma su cui, curiosamente, i riflettori si sono riaccesi solo ora, spingendo il capo politico grillino Luigi Di Maio a sibilare di star aspettando chiarimenti.

d) Non poteva mancare un procedimento contro il segretario del Carroccio Matteo Salvini che, già nell’occhio del ciclone per la folle questione dei 49 milioni (che in caso sarebbe stato opportuno far sborsare all’ex leader della Lega Umberto Bossi e all’ex tesoriere Francesco Belsito), è stato indagato dalla procura di Torino per vilipendio dell’ordine giudiziario, per aver affermato tre anni fa, sia pure con toni molto forti, la propria volontà di difendere qualunque leghista nel mirino delle toghe.

Ciò posto, il candidato analizzi, evitando il più possibile espressioni da querela, la presa di posizione del CSM che ha approvato una «proposta di pratica a tutela dei giudici» contro gli «attacchi di Di Maio, Renzi e Salvini».

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Economia

Economia, l’ammissione di Gualtieri sul MES scatena la furia della Lega

Per il Ministro dell’Economia “il testo è chiuso”, benché Conte fosse vincolato a riferire al Parlamento. Il Carroccio chiede un incontro a Mattarella e annuncia un esposto contro il Premier

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito del Governo

C’è un concetto che il direttore de Il Tempo Franco Bechis ha espresso in maniera cruda ma piuttosto icastica: «Il Conte uno si è saldato con il Conte due e ce l’ha Mes in quel posto».

L’ironico riferimento riguardava l’ormai famigerato Meccanismo Europeo di Stabilità, il Fondo salva-Stati la cui riforma è stata alla base di una rissa che, da verbale, è degenerata in un vero e proprio scontro fisico: che per giunta ha avuto come desolante sfondo l’Aula della Camera.

Neppure dopo questo spettacolo indecoroso, tuttavia, la tensione ha accennato a diminuire – anzi. Il leader della Lega Matteo Salvini ha rincarato la dose, annunciando di aver chiesto un incontro con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella «per evitare la firma su un trattato che sarebbe mortale per l’economia italiana». Poi l’affondo più duro: «I nostri avvocati stanno studiando l’ipotesi di un esposto ai danni del Governo e di Conte».

Già, era sempre il bi-Premier l’obiettivo privilegiato degli strali del Carroccio, soprattutto dopo le ingenue ammissioni del Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. «Il testo è concordato e se chiedete se è possibile riaprire il negoziato vi dico ​che secondo me no, il testo del Trattato è chiuso» ha dichiarato il Cancelliere dello Scacchiere di fronte alle Commissioni Finanze e Politiche Ue del Senato. Poi ha tentato di metterci una pezza ricordando che la firma sull’accordo non è ancora stata apposta, ma ormai la frittata era fatta.

«Quanto detto da Gualtieri è gravissimo e evidenzia comportamenti che potrebbero anche configurare eversione» ha twittato il leghista Claudio Borghi, presidente della Commissione Bilancio di Montecitorio, aggiungendo che «Conte ha nei fatti approvato un testo definitivo e inemendabile senza alcun dibattito in Parlamento».

Politicamente, il casus belli è proprio questo: Giuseppi, che pure era vincolato da una risoluzione dell’allora maggioranza giallo-verde a riferire in Aula su qualunque modifica al testo del Fondo salva-Stati, avrebbe ignorato il mandato delle Camere: «fatto gravissimo» per Claudio Molinari, presidente dei deputati del Carroccio, mentre la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni è tornata a evocare l’«alto tradimento del popolo italiano». Sibillino l’ex Ministro dell’Interno: «Se qualcuno ha fatto di nascosto ciò che il Parlamento non gli ha permesso di fare ne risponderà».

«Polemiche spicciole» le ha liquidate il BisConte, incassando il sostegno di Italia Viva, che ha parlato di «un trattato che cerca di aiutare gli Stati europei», e del Partito Democratico, che per bocca del deputato Piero De Luca ha affermato che «non ci sarà nessun prelievo forzoso sui conti correnti, ma anzi maggiore tutela per i risparmiatori italiani ed europei e nessuna ristrutturazione automatica del debito pubblico italiano». La stilettata era diretta contro il Capitano, anche se l’esponente dem ha finto di dimenticare che l’ex vicepremier, parlando di «pericolo di incursione nel conto corrente di notte», citava Milano Finanza, che di economia un po’ se ne intende.

Oltre al lato politico, infatti, vi è anche la questione finanziaria, che non convince neppure l’azionista di maggioranza relativa dell’esecutivo rosso-giallo, il M5S. Per dire, l’attuale Ministro dello Sviluppo economico, il pentastellato Stefano Patuanelli, aveva chiesto già lo scorso giugno al Presidente del Consiglio di «fermare la riforma del Mes, che crea inaccettabili disparità di trattamento fra Paesi nell’accesso ad eventuali aiuti finanziari».

In effetti, con la revisione delle regole d’ingaggio potrebbero usufruire di tali aiuti solo quegli Stati che, tra l’altro, abbiano da due anni un deficit sotto il 3% del Pil e un debito pubblico inferiore al 60%. Il che, come sottolineato con un’altra efficace metafora dal quotidiano di piazza Colonna, ci trasformerebbe in «donatori di sangue» che però non potrebbero ricevere una trasfusione neppure in pericolo di vita, a tutto e solo vantaggio delle banche tedesche e francesi.

Appuntamento allora al prossimo 2 dicembre, quando il Capo del Governo riferirà alla Camera in un clima che si annuncia rovente. «Si cerchi un avvocato» è stato ad esempio il conciliante avviso recapitato da via Bellerio. La precisazione “uno buono” sarebbe stata troppo umiliante perfino per l’ex Avvocato del popolo.

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Politica

Governo, tra prescrizione e caso Renzi la tensione torna altissima

Italia Viva ne ha sia per il Pd che per il M5S, i quali continuano a bisticciare sulla giustizia. E, dopo l’assoluzione di Salvini per il caso Alan Kurdi, il centrodestra vola nei sondaggi

Mirko Ciminiello

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Giuseppe Conte e Matteo Renzi. Foto dal sito Notizie.it

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti fatti inerenti il BisConte, che per inciso sono peccati veniali rispetto all’incapacità del Governo rosso-giallo di risolvere crisi gravissime come quelle di Alitalia, dell’ex Ilva o di Whirlpool:

a) Il bi-Premier Giuseppe Conte ha difeso la riforma della prescrizione nel processo penale voluta dal M5S, in base alla quale i procedimenti non potranno più essere estinti per eccesso di durata una volta emessa la sentenza di primo grado. E ringraziamo che i manettari grillini non l’abbiano anticipata al rinvio a giudizio.

b) Il Partito Democratico ha immediatamente ribadito che la succitata proposta è irricevibile e che «la priorità continua a essere la durata ragionevole dei processi perché i cittadini hanno diritto ad avere dalla giustizia una risposta in tempi rapidi», come sottolineato dal vicecapo dei deputati Pd Michele Bordo. Era pure ora che ci arrivassero anche i dem.

c) Nel frattempo l’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi, nella bufera per l’inchiesta sulla Fondazione Open che ne sosteneva l’attività politica, ha attaccato i pm fiorentini titolari dell’indagine – gli stessi che avevano «firmato l’arresto per i miei genitori, provvedimento – giova ricordarlo – che è stato annullato dopo qualche giorno dai magistrati del Tribunale del Riesame». Ma guai a parlare di giustizia a orologeria.

d) All’ex Rottamatore ha subito risposto il Guardasigilli, il pentastellato Alfonso Bonafede, che in un’intervista televisiva ha dichiarato: «Pretendo che ci sia rispetto della magistratura». Anche quello della lingua italiana non sarebbe male.

e) Intanto da via del Nazareno avevano rilanciato sulla vexata quaestio del cosiddetto ius culturae, che però ha trovato freddi sia il capo politico dei Cinque Stelle Luigi Di Maio che la deputata di Italia Viva Maria Elena Boschi, per i quali gli Italiani hanno altre priorità. Almeno loro hanno capito che basta nominare la cittadinanza facile per crollare nei sondaggi.

f) Al contempo, il Tribunale dei Ministri di Roma ha completamente scagionato il leader della Lega Matteo Salvini per il caso della nave Alan Kurdi, in quanto «lo Stato di primo contatto non può che identificarsi in quello della nave che ha provveduto al salvataggio», che nel caso in essere significa che il taxi marino dei clandestini sarebbe dovuto approdare in Germania. Nessun dubbio che Fabio Fazio darà la notizia con la stessa, usuale imparzialità con cui ha concesso (con i soldi dei contribuenti) una passerella alla piratessa Carola Rackete.

Ciò posto, il candidato si lanci in un’analisi degli inspiegabili motivi per cui, nelle ultime rilevazioni, il centrodestra sfiora ormai il 50% dei consensi, a fronte di un misero 36,8% per le due principali forze di maggioranza, che unite superano a malapena il gradimento della sola Lega.

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Cronaca

Rifiuti Roma, la furia di Civitavecchia contro la Raggi. Commissariamento più vicino?

Il sindaco sceglie la cittadina tirrenica nonostante le proteste e la capienza limitata della discarica, e dalla Regione Lazio arriva l’ultimatum: “Se il Comune sarà ancora inadempiente, subentreremo noi”

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi e Nicola Zingaretti. Foto tratta dal sito dell'agenzia DIRE

C’è una cosa di cui bisogna dare atto al sindaco dell’Urbe Virginia Raggi: quando si tratta di non decidere e scaricare ad altri le proprie responsabilità, lei è decisamente la numero uno.

Magra consolazione per i Romani – e ora anche per Civitavecchia, scelta suo malgrado per smaltire l’immondizia capitolina normalmente destinata alla discarica di Colleferro che però, com’è ormai arcinoto, chiuderà dal 31 dicembre per un periodo di 4-7 giorni. La Raggi ha agito come primo cittadino della Città Metropolitana di Roma, firmando, come riferito dall’ente stesso, «un’ordinanza per consentire il conferimento da parte di Ama di ulteriori 1.000 tonnellate al giorno di rifiuti nell’impianto di discarica di Civitavecchia», per il tempo «strettamente necessario alla riapertura della discarica di Colleferro».

Una presa di posizione che ha mandato su tutte le furie l’intera classe politica della cittadina tirrenica, a partire dal sindaco leghista Ernesto Tedesco che è inviperito anche per quella che ha definito una mancanza di «deontologia amministrativa», avendo saputo tutto dalla stampa anziché dalla diretta interessata. «È inaccettabile» ha tuonato a favor di agenzie, «questa città non è la pattumiera di Roma. Raggi non può pensare di scaricare sulla nostra città la sua incapacità amministrativa».

Sulla stessa linea, non sorprendentemente, anche Fratelli d’Italia, così come, in maniera già più inattesa, Italia Viva: ma anche – e questo è decisamente più sbalorditivo – lo stesso gruppo consiliare del M5S in via della Pisana. Il vicepresidente del Consiglio della Regione Lazio, il pentastellato Devid Porrello, ha infatti ricordato che «la discarica di Civitavecchia non è in grado tecnicamente di accettare tutti i rifiuti che dovrebbero arrivare da Roma», oltre a stigmatizzare il comportamento del Campidoglio «perché il ricorso allo strumento dell’ordinanza da parte dell’ente metropolitano per risolvere i problemi del Comune di Roma denota una mancanza di rispetto per i territori che in questi anni si sono fatti carico della situazione rifiuti della Capitale».

Dal centrodestra locale varie voci hanno invocato il commissariamento «per l’emergenza rifiuti della Capitale e del Lazio»: ipotesi che ora potrebbe essere più vicina.

«Non possiamo consentire che la Capitale sia travolta da una gravissima emergenza igienico-sanitaria» è stato infatti l’ultimatum dell’assessore regionale ai rifiuti Massimiliano Valeriani. «Se non agisce la Raggi, agiamo noi» con i poteri sostitutivi, vale a dire con una nuova ordinanza che obblighi la giunta grillina a una serie di interventi, tra cui l’individuazione dei siti di stoccaggio. «La novità è che, se l’amministrazione capitolina questa volta sarà inadempiente, subentreremo noi» ha ammonito ancora Valeriani.

Prospettiva che, secondo indiscrezioni di stampa, potrebbe peraltro non essere così sgradita alla Raggi: la quale si toglierebbe parecchie castagne dal fuoco, potendo delegare – e, quindi, imputare – ad altri scelte che l’elettorato del MoVimento non accetterebbe mai di buon grado.

Il tutto mentre a gettare benzina sul fuoco ci ha pensato l’ennesimo servizio delle Iene, che ha colto gli operatori di Ama (la municipalizzata capitolina per i rifiuti) mentre, in orario di lavoro, fanno di tutto, dal fare la spesa al rifocillarsi in locali per la ristorazione, dal flirtare con le colleghe al giocare col telefonino, dal duplicare le chiavi di casa allo schiacciare un pisolino – tutto, tranne raccogliere la spazzatura.

Malgrado tutto, però, il difetto più grave resta nel manico, in quell’ignobile teatrino che la Raggi e Nicola Zingaretti farebbero bene a far cessare al più presto, dandosi piuttosto da fare per evitare lo scoppio di una crisi gravissima. Anche perché è vero che i Romani sono celebri per la pazienza. Ma, per quanto vasta essa possa essere, di certo non è infinita.

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Cronaca

Rifiuti Roma, continua lo scaricabarile tra Zingaretti e Raggi

Dal 31 dicembre, con la chiusura della discarica di Colleferro, sarà emergenza. Comune e Regione la smettano di fare i capricci e si impegnino per evitare la crisi

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi e Nicola Zingaretti. Foto dal sito dell'agenzia DIRE

Test per l’esame di giornalismo. A proposito dell’emergenza rifiuti che sta opprimendo (in tutti sensi) la Capitale, il candidato consideri che:

a) Il sindaco di Roma Virginia Raggi ha chiesto a Nicola Zingaretti di individuare urgentemente un sito in cui smaltire «circa 100 tonnellate al giorno di scarti di rifiuti».

b) Il Governatore del Lazio le ha risposto che «la legge prevede che devono essere l’amministrazione comunale o Ama a individuare il sito in cui conferire i rifiuti e la Regione, entro le sue competenze, qualora fosse necessario, a autorizzare il conferimento».

c) Sempre Zingaretti ha imposto la chiusura momentanea dell’impianto di Colleferro, che avverrà il prossimo 31 dicembre col rischio che l’Urbe venga letteralmente sommersa dall’immondizia.

d) Nel frattempo la Prefettura capitolina, d’intesa con la Regione, ha individuato un’area dove realizzare il centro di stoccaggio provvisorio dei rifiuti (probabilmente a Falcognana, sull’Ardeatina): ma il primo cittadino si ostina pervicacemente a opporsi, perché non vuole l’impianto sul territorio comunale – di più, nei comunicati ufficiali del M5S non appare mai la parola “discarica”.

e) Intanto la Raggi ha chiesto – e, pare, ottenuto – un incontro immediato col Ministro dell’Ambiente Sergio Costa al fine di scongiurare una «gravissima crisi». Resta il fatto che il piano regionale dei rifiuti impone che la città dei Sette Colli divenga autosufficiente in materia.

f) Costa ha sottolineato che la legge non gli consente «di commissariare Roma». Ma l’assessore regionale al ciclo dei rifiuti, Massimiliano Valeriani, ha ammonito il Campidoglio: «Se il Comune non individuerà nelle prossime ore soluzioni che gli competono per i compiti di raccolta e smaltimento, useremo i poteri sostitutivi per superare la loro inerzia».

g) Per tutta risposta, la Raggi ha annunciato di star «lavorando a un’ordinanza che autorizzi il conferimento di una maggiore quantità di rifiuti urbani nella discarica di Civitavecchia». Si tratterebbe comunque di una soluzione temporanea, «in attesa che la Regione indichi i siti definitivi per lo smaltimento dei rifiuti come previsto dalla normativa».

h) Per aggiungere al danno la beffa, i Romani pagano la Tari (l’imposta sui rifiuti) più alta del Lazio – e una delle più salate tra le grandi città. Anche perché la spazzatura della Capitale viene parzialmente smaltita in altre Regioni, o addirittura all’estero.

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da termini quali “ambulanza”, il fatto che, in mezzo a questo pandemonio, la Raggi non ha trovato di meglio da fare che cambiare, con criteri del tutto ideologizzati, la toponomastica della Città Eterna.

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Politica

Terremoto M5S, Di Maio sotto accusa dopo essere stato sconfessato da Rousseau

Il voto online impone la presenza alle Regionali, rigettando la linea politica del MoVimento. E dalla Taverna alla Lombardi piovono strali contro “l’uomo solo al comando”

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito dell'Huffington Post

Un paio d’anni fa, tra i meme che maggiormente impazzavano sui social vi erano quelli che ritraevano l’allora allenatore del Milan, Vincenzo Montella, puntualmente e paradossalmente colto a sorridere dopo ogni sconfitta della propria squadra. Ci è tornato in mente perché in questi giorni c’è un corregionale dell’Aeroplanino che si comporta in modo molto simile, sfoggiando un sorrisino simil-paretico che però non ha alcuna ragion d’essere.

Ci riferiamo al capo politico grillino Luigi Di Maio, le cui uscite pubbliche ricordano a volte Alì il Comico (al secolo, Mohammed Said al-Sahaf), l’ex Ministro dell’Informazione di Saddam Hussein che farneticava della sconfitta delle truppe U.S.A. mentre i carri armati americani entravano a Baghdad. Giggino era reduce dall’umiliazione subita dagli iscritti a Rousseau che, in sequenza, prima hanno snobbato la consultazione da lui voluta in fretta e furia (alla fine i votanti sono stati circa un quarto del totale), e poi hanno addirittura sconfessato, con percentuali inoppugnabili (il 70,6%) la sua linea politica sulle Regionali di gennaio in Emilia-Romagna e Calabria.

A nulla è valso (anzi, magari è stato controproducente) il tentativo di confondere le acque con una formulazione del quesito a dir poco contorta, in cui per dire “No” bisognava votare “Sì” e viceversa: “Vuoi che il MoVimento 5 Stelle osservi una pausa elettorale fino a marzo per preparare gli Stati Generali ed evitando di partecipare alle elezioni di gennaio in Emilia Romagna e Calabria?” (Sulla sintassi stendiamo un velo pietoso).

La débâcle ha definitivamente abbattuto le dighe del malcontento, che hanno travolto soprattutto lo status del leader M5S come uomo solo al comando, messo ormai apertamente in discussione anche da alcuni maggiorenti del MoVimento. Come la deputata Roberta Lombardi (tradizionalmente critica col Ministro degli Esteri), per cui «il ruolo del Capo politico singolo ha fallito», o il presidente della Commissione antimafia Nicola Morra, che ha affermato «la necessità di gestire il Movimento in maniera più collegiale e plurale»; mentre la vicepresidente del Senato Paola Taverna si è limitata a un più sobrio – e originalissimo: «Houston, abbiamo un problema».

In effetti, sorrisi di circostanza a parte, è proprio contro i notabili pentastellati che si è scatenata la furia del titolare della Farnesina: «Incredibile. Gli altri big del MoVimento, da Taverna a Fico, mi hanno lasciato solo. Anche loro. Siccome era troppo impopolare dire quello che pensano tutti nessuno ha avuto il coraggio di uscire pubblicamente» ha urlato uscendo dal CdM.

Grida che facevano da contraltare al silenzio assordante di Beppe Grillo, pure evocato più volte dal capo della diplomazia italiana per giustificare la prospettiva di non presentarsi alle Regionali. Il Garante non si è espresso, ma alcuni rumours lo hanno descritto come stanco e infuriato per il calo dei consensi e le posizioni poco chiare assunte dai vertici Cinque Stelle, e consapevole che «così finisce male».

Sono soprattutto le mosse del Fondatore a essere attese, mentre si rincorrono le voci su una possibile estromissione di Giggino dalla leadership del partito a vantaggio di Paola Taverna, che assumerebbe la reggenza. E così, Di Maio in peggio, l’ex vicepremier potrebbe ritrovarsi come il monello de I Miserabili Gavroche, finito col naso nel rigagnolo per colpa di Rousseau. Era un altro Rousseau, ça va sans dire. Ma questo magari non glielo diciamo.

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Economia

Economia, Conte e il pignoramento dei conti a sua insaputa

Il Premier smentisce, ma la norma che consente ai Comuni di bloccare i conti correnti di chi non paga tasse locali è nell’art. 96 della Manovra. E Salvini attacca: “Unione Sovietica fiscale”

Mirko Ciminiello

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Il Presidente Conte e il Ministro dell'Economia Gualtieri. Foto dal sito del Governo

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti dati in materia di economia, in gran parte relativi alla Manovra del Governo rosso-giallo.

a) «Se entrano nel tuo conto corrente per pignorare, secondo me siamo all’Unione Sovietica fiscale, lo stato di polizia fiscale» (il leader della Lega Matteo Salvini, commentando le indiscrezioni secondo cui l’art. 96 della Legge di Bilancio darà agli enti locali la facoltà di bloccare i conti a chi non dovesse pagare tasse locali come la TARI, l’imposta sui rifiuti).

b) «I cittadini non si devono preoccupare, non mi risulta» (il bi-Premier Giuseppe Conte che, rispondendo a chi gli chiedeva lumi sulla stessa misura, ha praticamente usato le identiche argomentazioni del viceministro dem all’Economia Antonio Misiani – però con maggiore aplomb).

c) «Sono stabiliti i criteri e le modalità per assicurare il sollecito riversamento del tributo anche con riferimento ai pagamenti effettuati tramite conto corrente» (il famigerato art. 96 della Legge di Stabilità, e non serve aggiungere altro – a parte forse la dichiarazione del deputato forzista Simone Baldelli che ha definito il testo «vago e interpretabile», esortando l’esecutivo a chiarire perché «queste norme creano un effetto panico»).

d) «Lo Stato non deve più far cassa a danno dei Comuni» (sempre l’ex Avvocato del popolo, che forse si è scordato che è lui, assieme al Cancelliere dello Scacchiere Roberto Gualtieri, a decidere in prima battuta la politica economica italiana).

Ciò posto, il candidato discuta la possibilità che l’ormai celebre gaffe del Presidente americano Donald Trump non fosse affatto una topica, e che ci siano davvero due Giuseppi, di cui almeno uno è totalmente all’oscuro di cosa faccia l’altro.

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Cronaca

Roma, la Raggi dà i numeri e De Sica la asfalta: “La città sembra Baghdad”

Benché la Capitale sia 76esima per qualità della vita, il sindaco è entusiasta del miglioramento. Ma il grande attore la riporta a una realtà che è del tutto diversa

Mirko Ciminiello

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Foto tratta da Funweek

Dice un vecchio adagio che la matematica non è un’opinione. Sarà, ma in politica è decisamente invalso l’uso di interpretare i numeri – soprattutto di quelli poco favorevoli -, pratica che riesce a relativizzare perfino ciò che maggiormente appare irrelativizzabile.

Un esempio è la classifica annuale sulla qualità della vita nei capoluoghi italiani, che vede Roma relegata al settantaseiesimo posto. Una posizione assai poco invidiabile, soprattutto se si considera che i capoluoghi in tutto sono 109.

Ma il sindaco della Capitale Virginia Raggi la pensa diversamente. Anzi, è addirittura entusiasta. «Lo scorso anno eravamo all’86esimo posto» ha infatti commentato via social. «Dai numeri si può intuire lo sforzo che stiamo facendo, ricostruendo una città dalle macerie».

Iniziativa comunque lodevole, anche omettendo il piccolissimo dettaglio che alle macerie ha contribuito – e non poco – la stessa giunta pentastellata. Però, se pure le cifre possono essere manipolate, la realtà sfugge invece a qualsiasi contraffazione. E la realtà capitolina è fatta di strade dissestate, traffico congestionato, trasporti pubblici esasperanti, raccolta dei rifiuti carente (sono tutti eufemismi).

«Roma è Baghdad dopo un bombardamento. Una città meravigliosa rovinata dalla maleducazione di alcuni Romani e dai politici che non se ne sono occupati e non hanno intenzione di occuparsene» si è sfogato per esempio un figlio del Campidoglio come Christian De Sica, aggiungendo di avere ormai difficoltà a vivere nella sua città.

Dichiarazioni che appaiono ancor più significative se si pensa che il grande attore ha anche collaborato con l’attuale amministrazione grillina, prestando il suo volto come testimonial in una campagna contro l’abbandono degli animali. Ciononostante, il primo cittadino va «avanti a testa alta».

Buon per lei, meno per i Romani. Perché l’avanzamento che fa tanto gongolare la Raggi potrebbe anche avere una spiegazione del tutto diversa: la Città Eterna infatti potrebbe  essere avanzata in graduatoria anche con un maggiore (o uguale) degrado, solo perché altri dieci comuni sono riusciti nell’impresa di fare peggio.

Un’ipotesi che, visto lo stato in cui versa l’Urbe, non può essere scartata a priori. E che fa pensare che, almeno per quanto concerne il dissesto stradale, il sindaco potrebbe risolvere parecchi problemi proprio prendendo esempio da De Sica: delle cui capacità asfaltatrici ha appena avuto – e sulla sua pelle – un saggio magistrale.

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Economia

Economia, sulla riforma del MES volano gli stracci tra Conte e Salvini

Per il leghista “se c’è stato un accordo nascosto è alto tradimento”, il Premier lo accusa di “trascuratezza per gli affari pubblici”. Ma neanche a Visco e Cottarelli piace la possibile revisione del Fondo salva-Stati

Mirko Ciminiello

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Foto tratta dal sito del Governo

Tanto tuonò che piovve. L’antico adagio può certamente riferirsi alla devastante ondata di maltempo che ha messo in ginocchio buona parte d’Italia: ma, in senso metaforico, può benissimo essere riadattato alla velenosissima nota ufficiosa con cui Palazzo Chigi ha risposto all’ultimo attacco sferrato dal leader del Carroccio Matteo Salvini.

Il casus belli, per l’occasione, era il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), per gli amici Fondo salva-Stati, a cui tutti gli Stati membri dell’Unione Europea sono obbligati a contribuire, e che il Belpaese ha finora finanziato con 60 miliardi di euro. La Ue ha intenzione di modificarne le regole d’ingaggio, che però, secondo le voci captate dal Capitano, potrebbero già essere state profondamente alterate attraverso un «accordo nascosto in Europa» firmato, lo scorso giugno, anche dal bi-Premier Giuseppe Conte e/o dall’allora Cancelliere dello Scacchiere Giovanni Tria, «senza l’autorizzazione del Parlamento e della Lega che era alleato di Governo»  come precisato dall’ex Ministro dell’Interno: cui poi si è prontamente accodata la leader di FdI Giorgia Meloni – ma anche alcuni deputati del M5S che hanno esortato il capo politico pentastellato Luigi Di Maio a far convocare un vertice di maggioranza.

La riforma del MES avrebbe effetti deleteri per l’economia italica, perché vincolerebbe la possibilità di ricevere il supporto finanziario a tre condizioni: non ci si deve trovare in procedura di infrazione, si deve avere da due anni un deficit sotto il 3% del Pil, e il debito pubblico dev’essere inferiore al 60%.

Parametri che, ça va sans dire, ci escluderebbero da qualsiasi aiuto, a meno di non accettare una ristrutturazione del debito, che però implicherebbe una riduzione del valore nominale dei titoli di Stato. E, poiché oltre il 70% del nostro debito pubblico è in mano a investitori italiani, significherebbe che oltre al danno (i soldi che siamo costretti a versare al fondo) arriverebbe anche la beffa (perché in caso di necessità i titoli saranno deprezzati).

Di qui l’offensiva del segretario della Lega: «Sarebbe un’enorme fregatura per il popolo italiano e i risparmiatori. Rischia di essere un crimine nei confronti di lavoratori e risparmiatori. Se qualcuno ha firmato lo dica adesso, si ponga rimedio prima che sia troppo tardi. Altrimenti sarà alto tradimento».

Toni apocalittici a parte, il discorso dell’ex vicepremier era un florilegio di condizionali coniugati come richieste di spiegazione. Ma, tra l’emergenza meteorologica e la crisi dell’ex Ilva che non può non toccare da vicino un Capo del Governo pugliese, la nuova invettiva dell’ex alleato deve essere sembrata al fu Avvocato del popolo la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso.

«La revisione del Trattato sul Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes) non è stato ancora sottoscritto né dall’Italia né dagli altri Paesi e non c’è stato ancora nessun voto del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, o degli altri Capi di Stato e di governo europei sul pacchetto complessivo di questa riforma. In definitiva, nessuna firma né di giorno né di notte» è stata la replica piccata e senza troppa cura dell’italiano da parte di Palazzo Chigi. «In ogni caso, il Parlamento italiano ha un potere di veto sull’approvazione definitiva».

Poi la stoccata finale: «Il senatore Salvini, all’epoca era Vicepresidente del Consiglio dei Ministri nonché Ministro dell’Interno, e avrebbe dovuto prestare più attenzione per l’andamento di questo negoziato, tanto più che l’argomento è stato discusso in varie riunioni di maggioranza, alla presenza di vari rappresentanti della Lega (Viceministri all’Economia e Presidenti delle Commissioni competenti). Il fatto che il senatore Salvini scopra solo adesso l’esistenza di questo negoziato è molto grave. Denota una imperdonabile trascuratezza per gli affari pubblici».

Tanta pacatezza fa capire che, se una vipera avesse morso il BisConte, sarebbe probabilmente morta avvelenata. D’altra parte, in via Bellerio dovrebbero essere stati rassicurati da questa sobria reazione – almeno in via provvisoria. Resta infatti in ogni caso il nodo di una riforma su cui perfino due economisti che non si possono certo tacciare di simpatie “sovraniste” quali il governatore di Bankitalia Ignazio Visco e l’ex commissario per la revisione della spesa pubblica Carlo Cottarelli si sono spinti a lanciare l’allarme.

La battaglia, insomma, è appena cominciata. Ed essendoci di mezzo il benessere dell’Italia e degli Italiani, sarebbe bello che, una volta tanto, si abbandonassero gli opposti personalismi e si unissero tutte le forze. Meditate, gente, meditate.

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Primo Piano