Un anniversario personale diventa occasione per una discussione pubblica che riguarda media, alfabetizzazione scientifica e qualità del dibattito. Mario Tozzi, autore e conduttore di “Sapiens” su Rai 3, nel 2026 festeggia “un quarto di secolo come conduttore di programmi di divulgazione in prima serata”. Ringrazia chi lo segue “con la stessa passione di ieri”, poi cambia registro e annuncia una decisione destinata a far parlare: smetterà di rispondere a una certa tipologia di interlocutori sui social, descritti come utenti pronti a pontificare su temi complessi dopo una rapida infarinatura online.
Venticinque anni in prima serata: cosa significa per la tv e per il Paese
Non è comune che la divulgazione mantenga spazio stabile nel prime time per decenni. Il risultato, al netto delle oscillazioni di palinsesto, indica che una parte ampia del pubblico cerca ancora spiegazioni strutturate: ambiente, scienze della Terra, metodo scientifico, rapporti causa-effetto. In un sistema mediatico spesso dominato da politica urlata e intrattenimento rapido, la persistenza di un format divulgativo assume valore culturale, perché normalizza l’idea che la complessità sia raccontabile senza banalizzarla.
Il riferimento al CNR e alla “terza missione”: divulgare come dovere pubblico
Tozzi lega esplicitamente la sua attività a un ruolo istituzionale: si definisce Primo Ricercatore del CNR e parla di un compito statutario oggi riconosciuto come “terza missione”, cioè la diffusione della conoscenza verso la società. Sottolinea di occuparsi di geologia ambientale e di scienza in generale “documentandomi e avvalendomi di consulenti”, rivendicando un approccio “in scienza e coscienza”, senza compiacimenti ideologici, pur dichiarando le proprie idee e un “dovere” di impegno ideale, sociale e politico. L’impostazione è chiara: la divulgazione non è opinione personale, è mediazione responsabile fra saperi specialistici e pubblico.
La denuncia: analfabetismo funzionale e complottismo come scorciatoie
Nel passaggio più duro Tozzi descrive “tempi bui”, cita “un terzo” dei connazionali affetto da analfabetismo funzionale e parla di “ignoranza diffusa nel campo scientifico” con “idea del complotto sempre in agguato”. È una fotografia che, al di là dei numeri citati nel post, intercetta un problema noto: quando mancano strumenti per leggere dati e fonti, cresce la tentazione di affidarsi a spiegazioni totali e semplici, spesso non verificabili.
“Non rispondo più”: la rottura come strategia di igiene informativa
La scelta annunciata è concreta: non rispondere più a un utente-tipo, identificato con un nickname, “appena documentato su YouTube”. In termini comunicativi, è un cambio di tattica. Molti divulgatori hanno praticato per anni la logica della risposta paziente, sperando che il confronto aperto riducesse l’aggressività. L’esperienza recente ha mostrato, spesso, l’effetto opposto: alcune dinamiche premiano la provocazione e trasformano ogni replica in un nuovo giro di visibilità. La rottura diventa allora una forma di igiene: sottrarre ossigeno al conflitto sterile e preservare energie per chi cerca davvero chiarimenti.
Il passaggio più discusso: “la vergogna” come freno al pontificare
Tozzi auspica che “la vergogna torni a essere uno strumento necessario” per fare domande e non pontificare su ciò che si ignora. È una frase severa, che richiama un tema classico della sfera pubblica: la differenza fra libertà di parola e autorevolezza. Tutti possono parlare, ma non tutte le affermazioni hanno lo stesso peso quando entrano in gioco medicina, clima, rischi naturali, energia, tecnologie. Qui il punto non è zittire: è riconoscere gradi di competenza e la necessità di verifiche prima di trasformare un’opinione in verità assoluta.
Social e identità: il nodo degli pseudonimi e della “ribalta” di pochi secondi
Un altro aspetto toccato da Tozzi riguarda i profili senza nome e faccia, i “pseudonimi” che, secondo lui, cercano una ribalta effimera. Anche questo è un tema nazionale: l’anonimato può proteggere chi denuncia abusi o chi è vulnerabile, ma può anche abbassare il costo sociale dell’aggressività. Le piattaforme oscillano sempre fra queste due funzioni. L’invito di Tozzi è a sviluppare “potenzialità più utili” dei social, riducendo l’effetto palcoscenico per chi usa la rete solo per attaccare.
Cosa cambia per il dibattito scientifico in Italia
Il caso Tozzi non è una lite da social, è un segnale. Se un divulgatore di primo piano decide di sottrarsi al botta e risposta, la domanda diventa politica culturale: come si rafforza l’alfabetizzazione scientifica? Come si sostiene il giornalismo di conoscenza? Come si premiano, anche sulle piattaforme, contenuti che spiegano invece di incendiare? Nel frattempo, per il pubblico, resta un criterio pratico: distinguere chi porta fonti e metodo da chi porta certezze senza prove.
