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Politica

Libertà vs. politically correct, lo scontro epocale dagli Usa all’Italia

I social che imbavagliano i conservatori, il ciclista Simmons licenziato per presunto razzismo, come Fausto Leali escluso dal GF VIP. Ecco perché la grande battaglia del nostro tempo è contro la censura del pensiero unico

Mirko Ciminiello

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libertà vs. politically correct: trump vs. biden
Donald Trump e Joe Biden nel primo dibattito in vista delle Presidenziali Usa

Libertà vs. politically correct, sembra essere questa la vera, grande battaglia del nostro tempo. Ci sono infatti tanti, troppi indizi che concorrono a delineare questo scenario. Gli ultimi arrivano dagli Stati Uniti, ma suonano come un campanello d’allarme anche per il Vecchio Continente, fin troppo assuefatto e intimidito dal politicamente corretto. Tanto da voltare spesso le spalle alla realtà in nome del quieto vivere – seppur inquinato dall’ideologia.

Libertà vs. politically correct

Lo scorso 29 settembre, data che richiama subito una splendida canzone del duo Battisti-Mogol, a Cleveland è andato in scena il primo dibattito relativo alle Presidenziali Usa. Che rischia di restare anche l’unico, considerato che il Presidente Donald Trump è stato appena trovato positivo al coronavirus al pari della First Lady Melania.

Un confronto considerato da molti deludente, e tuttavia ravvivato dalla polemica sul presunto auricolare che lo sfidante Joe Biden avrebbe indossato durante il face to face. Ipotesi smentita dai cosiddetti fact-checkers, i “verificatori” che hanno appurato come in effetti si trattasse di una semplice piega della camicia.

Fin qui tutto bene, così come è positivo che, googlando “Joe Biden wire”, all’inizio appaiano solo risultati che mettono in guardia contro la fake news. Eppure, allargando l’orizzonte si intravede l’enorme potere di un’azienda – Google, appunto – in grado di dare rilievo ad alcune istanze tacitandone invece altre.

È il meccanismo che la sociologa Elisabeth Noelle-Neumann definì “spirale del silenzio”, e che si manifesta nella capacità dei media di orientare i sentimenti dell’opinione pubblica. Che può non creare problemi in caso di bufale conclamate, ma ne suscita di enormi quando cala la scure su delle opinioni, per quanto controverse. Con una facoltà censoria autoattribuita che va a colpire, immancabilmente, coloro che si discostano dalla vulgata del pensiero unico.

Chi controlla i controllori?

Era lo scorso maggio quando The Donald si vide bollare da Twitter come “potenzialmente fuorvianti” due cinguettii sui rischi di frode legati al voto postale. L’inquilino della Casa Bianca aveva espresso un parere, anche se magari era discutibile, e la “correzione” lo aveva mandato su tutte le furie. «I Social Media silenziano totalmente le voci dei conservatori» aveva tuonato, aggiungendo che la società di San Francisco «sta completamente sopprimendo la libertà di parola».

Al di là di toni e prospettive, Mr. President sollevava la questione riassumibile nel motto di Giovenale Quis custodiet ipsos custodes? Ovvero, chi controlla i controllori, che non possono essere arbitri della verità, come ha ammesso anche Jack Dorsey, Ceo della piattaforma dei 280 caratteri?

È un aspetto dirimente, e lo è ancor di più nel momento in cui esce dal mondo fatato dei social per farsi Weltanschauung. Come nel caso del succitato dibattito presidenziale, in cui il conduttore Chris Wallace è stato particolarmente attento al doppiopesismo. Sollecitando il tycoon sui suprematisti bianchi – mai appoggiati dal Potus -, ma guardandosi bene dal chiedere al candidato democratico un’analoga condanna dei teppisti del Blm.

Per non parlare del caso del ciclista yankee Quinn Simmons, diciannovenne iridato juniores. Il quale è stato sospeso dalla sua squadra, la Trek-Segafredo (la stessa di Vincenzo Nibali) per un tweet che qualche anima bella ha ritenuto razzista.

Il corridore aveva risposto alla giornalista olandese José Been, che aveva invitato i suoi followers trumpiani a smettere di seguirla. E Simmons, fan dell’inquilino della Casa Bianca, aveva ironicamente commentato con un “Bye” seguito dall’emoji di una mano che saluta. Una mano dalla tonalità scura.

Tanto è bastato a far scattare la tagliola del team, malgrado l’atleta abbia precisato che il colore dell’emoji non c’entrasse nulla col razzismo.

Libertà vs. politically correct, i casi italiani

D’altronde, anche noi ne sappiamo qualcosa. È ancora fresca, per dire, l’espulsione dal GF VIP del cantante Fausto Leali, reo di aver pronunciato la parola “negro” – senza alcuna connotazione negativa. Che sarebbe stupida e ridicola, per inciso, e a maggior ragione in bocca a un artista da sempre soprannominato “Il negro bianco”.

Ma lo scontro libertà vs. politically correct è più antico. Recentemente, se ne è avuto un assaggio prima con la Commissione Segre e ora con la pdl Zan. Due strumenti in mano ai manutengoli del sistema che non servono affatto ad aggiungere tutele a categorie discriminate, bensì a censurare le opinioni discordanti. E probabilmente non è un caso che gli intelliggenti con-due-gi abbiano preso a citare il “paradosso della tolleranza” di Karl Popper. Secondo cui, in buona sostanza, i tolleranti avrebbero il diritto di non tollerare gli intolleranti.

È con la stessa overdose di ipocrisia che, più di recente, i corifei del politicamente corretto dispensano – a sproposito – l’infamante marchio di negazionista. Perché c’è differenza tra negare l’esistenza del Covid-19 (che è una solenne idiozia) e criticare le misure adottate per contrastare il virus. Cosa che, in una democrazia, dovrebbe ancora essere lecita.

Si può, per esempio, manifestare perplessità sulla bontà dell’ordinanza con cui il Governatore del Lazio Nicola Zingaretti ha imposto nella Regione l’obbligo di mascherine all’aperto? Visto che non c’è alcuna evidenza scientifica che la giustifichi, a partire dall’attuale curva dei contagi che non riflette alcuna emergenza?

Perché è su questo terreno che si gioca – lato sensu – la partita sull’indipendenza di pensiero, parola ed espressione. Partita che, inevitabilmente, riguarda tutti noi. Libertà vs. politically correct. Tertium non datur.

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Giornalista, attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Politica

Pubblico agli Europei, se per il Ministro Speranza c’è apertura e apertura…

Il Governo cede alle minacce dell’UEFA e accetta che alcuni tifosi possano entrare all’Olimpico: è una buona notizia, ma a maggior ragione dovrebbe permettere anche a famiglie e lavoratori in crisi di ripartire al più presto in sicurezza

Mirko Ciminiello

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pubblico agli europei: tifosi allo stadio
Pubblico allo stadio durante le qualificazioni per Euro 2020

Palazzo Chigi ha dato alla Figc la disponibilità a studiare un piano per avere il pubblico agli Europei di calcio della prossima estate. Lo ha comunicato Roberto Speranza, Ministro nomen omen della Salute, spiegando che una quota di spettatori potrà tornare sugli spalti secondo regole ancora da definire. Un’iniziativa certamente lodevole, che però stride parecchio con l’atteggiamento assurdamente chiusurista dell’esponente di LeU nei confronti delle numerose attività professionali ormai giunte al limite della sopravvivenza.

Pubblico agli Europei, via libera del Governo

«Il Governo italiano ha chiesto parere al Cts, per valutare, sulla base del quadro epidemiologico e dell’andamento delle vaccinazioni, la possibilità di prevedere una presenza limitata di pubblico per gli Europei». Così fonti dell’esecutivo Draghi, confermando quanto aveva riferito il presidente della Federcalcio Gabriele Gravina dopo aver ricevuto la nota di assenso del titolare della Sanità.

Cade così la “minaccia” di Aleksander Čeferin, presidente dell’UEFA, che aveva escluso categoricamente «l’opzione di giocare qualsiasi partita di Euro 2020 in uno stadio vuoto». A costo di revocare lo status di organizzatore alle città non in grado di garantire la partecipazione del pubblico agli Europei. La prima manifestazione calcistica itinerante della storia, che dovrebbe svolgersi in 12 sedi, inclusa Roma che, all’Olimpico, ospiterà l’11 giugno la gara inaugurale Italia-Turchia.

Ora, comunque, la palla passa (è il caso di dirlo) al Comitato tecnico scientifico, che dovrà stilare «i protocolli che consentano di svolgere in sicurezza gli eventi». Cominciando dalle modalità di accesso (si ipotizzano tamponi negativi o certificati di vaccinazione) e dal numero dei tifosi ammessi allo stadio. L’organo governativo del football continentale vorrebbe una capienza minima del 25%, anche se per ora da via Lungotevere Ripa non sono arrivate indicazioni in merito.

Speranza paradossale

In effetti, benché questo disco verde sia indubbiamente un’ottima notizia, rappresenta al contempo un paradosso, essendo arrivato dal capofila dell’ala rigorista della maggioranza. Curiosamente, però, stavolta il più strenuo oppositore della ripartenza ha messo a tacere quei membri del Cts che avevano espresso i propri dubbi al riguardo. E, a prescindere dalle opinioni, è lecito chiedersene il motivo, soprattutto di fronte all’esasperazione crescente di famiglie e lavoratori ridotti allo stremo.

Forse c’è apertura e apertura? O non sarà che l’ideologia del rosso ha ceduto il passo al vile danaro? Dopotutto, pecunia non olet, come insegnavano già gli antichi Romani

In questo caso, però, il Ministro libero e uguale avrebbe anche potuto limitarsi a imitare le ricette nostrane e chiedere all’avvocato sloveno adeguati ristori. Beninteso, augurandosi che la “potenza di fuoco” e le tempistiche siano migliori di quelle dell’Italia. Ma, in fin dei conti, non abbiamo forse un Governo (anche) di Speranza?

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Politica

Chiusure da Covid, la realtà sconfessa ancora il pandemicamente corretto

Due studi evidenziano che la luce solare inattiva il coronavirus e che la percentuale di chi si contagia all’aperto è irrilevante: dando forza a chi spinge per le riaperture – e con buona pace del Ministro della Salute Speranza

Mirko Ciminiello

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chiusure da covid: protesta per le riaperture
Protesta per le riaperture (immagine d'archivio)

Da oltre un anno si sente ripetere che le chiusure da Covid sono cosa buona e giusta “perché lo dice la scienza”. Che, en passant, sarebbe la versione pandemicamente corretta del “ce lo chiede l’Europa”. Facile, quindi, immaginare lo sgomento dei manutengoli del pensiero sanitario unico quando la stessa scienza ha preferito la realtà alla loro narrazione. Ancora una volta.

Le chiusure da Covid sono davvero utili?

Il Sole è otto volte più rapido ed efficace nel neutralizzare il coronavirus di quanto previsto dai modelli teorici. Questi i risultati di uno studio condotto dall’Università californiana di Santa Barbara e recentemente pubblicato sulla rivista specializzata The Journal of Infectious Diseases.

Il merito va soprattutto alla radiazione ultravioletta UV-A e UV-B, la cui azione antivirale è così potente da suggerire che possa essere amplificata da qualche meccanismo chimico-biologico. In ogni caso, gli autori hanno sottolineato come questa scoperta apra la strada a nuove strategie di contenimento del Covid-19, più accessibili ed economiche. Come l’uso di semplici lampade Led UV, «che sono più forti della luce solare naturale, il che potrebbe accelerare i tempi di inattivazione del virus».

L’analisi va di pari passo con quella dell’Health Protection Surveillance Centre, l’ente irlandese che si occupa di tutela della salute. E che ha appena certificato che, tra i contagi da SARS-CoV-2, solo uno su mille avviene all’aperto. Percentuale che, peraltro, rispecchia quelle di altre ricerche internazionali.

L’Università della California, per esempio, ha stabilito che c’è una probabilità di infettarsi 19 volte maggiore al chiuso che all’aperto. E l’Università di Canterbury ha concluso che il numero di casi legati alla trasmissione all’aperto è «così piccolo da essere insignificante».

Di fronte a queste evidenze, è quantomeno lecito chiedersi se le chiusure da Covid siano davvero utili. E, all’inverso, se non si possa iniziare a programmare le riaperture laddove il quadro epidemiologico lo consentirà. Come chiedono a gran voce numerose categorie professionali, ma anche le Regioni e parte della maggioranza.

Soprattutto la Lega, il cui segretario Matteo Salvini ha esortato il Governo Draghi ad ascoltare «la scienza, non l’ideologia che vede solo rosso». Ogni riferimento a Roberto Speranza, Ministro nomen omen della Salute, era puramente voluto.

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Politica

Cerchiobottismo di Governo, il Dl Covid accontenta tutti (tranne gli Italiani)

Il Premier Draghi cede ancora ai “rigoristi” e inasprisce le restrizioni fino al 30 aprile: però concede un contentino anche agli “aperturisti”, impegnandosi a valutare il ritorno alle zone gialle a partire da metà mese

Mirko Ciminiello

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cerchiobottismo di Governo: matteo salvini e roberto speranza
Il segretario della Lega Matteo Salvini e il Ministro della Salute Roberto Speranza

È il cerchiobottismo di Governo la vera ratio del nuovo Dl Covid approvato dal Consiglio dei Ministri e valido dal 7 al 30 aprile prossimo. Non che fosse impronosticabile, considerata la maggioranza ecumenica che sostiene il Premier Mario Draghi. Il quale dunque, senza grosse sorprese, ha optato per un compromesso che fa contenti tutti. A parte, naturalmente, gli Italiani.

Il cerchiobottismo di Governo

Anche stavolta l’agognato cambio di passo ci sarà la prossima volta. Il Decreto Legge contenente le «misure urgenti per il contenimento» della pandemia ha infatti prorogato le disposizioni previste dall’attuale Dpcm, in scadenza il 6 aprile. Anzi, le ha perfino inasprite, considerando che le visite a parenti e amici saranno vietate in zona rossa, e limitate al territorio comunale in zona arancione.

Non a caso, ha espresso «soddisfazione» Roberto Speranza, titolare nomen omen della Salute. Nonché capofila dell’ala rigorista e – ipso facto – Ministro più nefasto dell’esecutivo.

Le tensioni interne restano però alte, e non a caso SuperMario, proprio in nome del cerchiobottismo di Governo, ha lanciato un segnale anche al fronte aperturista. Assicurando «un impegno politico a valutare misure meno restrittive a partire da metà mese». Più o meno dal 15 aprile, dunque, sarà possibile tornare in zona gialla in presenza di un miglioramento del quadro epidemiologico e dell’avanzamento della campagna vaccinale.

cerchiobottismo di governo: mario draghi
Il Premier Mario Draghi

Il meccanismo dell’eventuale ripartenza non sarà comunque automatico come chiedevano vari esponenti del centrodestra, a cominciare dal leader del Carroccio Matteo Salvini. Il quale, pur ribadendo la lealtà della Lega all’ex Governatore della Bce, ha cinguettato tutto il suo disappunto. «Non si possono rinchiudere fino a maggio 60 milioni di persone», il j’accuse, «per scelta politica, non medica o scientifica» dell’inquilino di via Lungotevere Ripa.

Difficile dargli torto. Non foss’altro perché, com’è ormai acclarato, con Speranza non ci sarà mai speranza.

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Politica

Euro-solidarietà, Recovery e vaccini smascherano l’illusione di Bruxelles

I fondi comunitari contro la pandemia in ostaggio della Corte Costituzionale tedesca, come 100 milioni di dosi Pfizer lo sono del Cancelliere austriaco Kurz. Altro che “Ue della sanità”, al massimo è una Ue del sanatorio

Mirko Ciminiello

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euro-solidarietà
Strategia europea anti-Covid

All’interno di quel grande sogno chiamato Unione Europea, proprio come nel film Inception c’era un “sogno dentro al sogno” denominato euro-solidarietà. E il verbo al passato è tutto tranne casuale, soprattutto dopo le notizie provenienti dal mondo germanofono su Recovery Fund e vaccini anti-Covid. Che hanno definitivamente chiarito (casomai ci fossero stati ancora dei dubbi) come la natura di questo pseudo-concetto non fosse che quella di una “bella bugia”.

Il blocco del Recovery Fund e l’illusione dell’euro-solidarietà

La Corte Costituzionale tedesca ha bloccato il Next Generation Eu, impedendo al Presidente della Repubblica Frank-Walter Steinmaier di firmare la legge recentemente approvata dal Parlamento. L’eventuale ratifica dovrà infatti essere subordinata al pronunciamento degli stessi ermellini sui ricorsi contro il Fondo per la Ripresa. In particolare, quello di Bündnis Bürgerwille, movimento guidato da Bernd Lucke, economista euroscettico già fondatore del partito nazionalista Alternative für Deutschland (poi da lui abbandonato).

Le preoccupazioni del Nostro sono legate al fatto che il salvagente pandemico da 750 miliardi verrà foraggiato (anche) attraverso bond comuni e comunitari. Che gli oppositori del programma temono non verranno ripagati dagli Stati finanziariamente più deboli, i cui oneri potrebbero dunque ricadere su Nazioni ricche come la Germania.

Il primo effetto della sospensione è lo stop all’erogazione dei sostegni da parte della Commissione europea, che necessita del via libera di tutti i Ventisette. Obiettivo comunque ancora lontano, visto che finora il semaforo verde è arrivato da meno della metà dei Paesi membri.

Ora, comunque, è pressoché certo che bisognerà attendere almeno altri tre mesi, il tempo necessario perché i giudici di Karlsruhe emettano l’ardua sentenza. Fonti dell’esecutivo comunitario hanno espresso fiducia sulla possibilità che le toghe rosse (in senso meramente cromatico) confermino rapidamente la «legittimità della decisione sulle risorse proprie».

Di sicuro, però, non è un bel segnale per Bruxelles. Di nuovo.

Il ricatto dell’Austria

Anche perché nel frattempo il colpo di grazia all’illusione dell’euro-solidarietà l’ha dato il Cancelliere austriaco Sebastian Kurz. Il quale da tempo frigna contro i criteri di distribuzione degli antidoti anti-coronavirus, ripartiti nel Vecchio Continente in modo proporzionale alla popolazione.

Il casus belli è un lotto da 100 milioni di dosi aggiuntive del preparato Pfizer-BioNTech, che l’Europa ha già opzionato. E che garantirebbero, nel secondo trimestre dell’anno, un anticipo di 10 milioni di fiale, da cui Vienna non fa mistero di voler attingere. Anche se non ne ha alcun diritto, non essendo in emergenza con la campagna d’immunizzazione – a differenza, per esempio, di Bulgaria, Croazia e Lettonia.

Il problema dell’Austria è che ha puntato prioritariamente su AstraZeneca, e verrà dunque penalizzata dai tagli della compagnia anglo-svedese. Questione che però Kurz sta già affrontando, tra l’altro negoziando con la Russia l’acquisto di un milione di sieri Sputnik V. Prima ancora, poi, assieme all’omologa danese Mette Frederiksen aveva annunciato l’intenzione di avviare una partnership con le Big Pharma americane Pfizer e Moderna in territorio israeliano.

Altro che euro-solidarietà

Di qui l’inconsistenza delle frugali rivendicazioni, e di qui la durissima reazione, in sede di Consiglio europeo, del Premier Mario Draghi. Che, di fronte agli ennesimi cahiers de doléances, ha tuonato che Vienna «non otterrà una sola dose in più» di quelle che le spettano.

Posizione condivisa anche dagli altri euro-leader, a cui Kurz ha reagito minacciando il boicottaggio della nuova fornitura, visto che gli acquisti comunitari richiedono l’unanimità. Un ricatto che ha suscitato l’indignazione anche di euroinomani come Nicola Danti, eurodeputato di Italia Viva.

Sono lontani, insomma, i tempi in cui Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea, vagheggiava una Ue della sanità. Da lì alla “Ue del sanatorio”, in effetti, il passo è stato fin troppo breve.

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Politica

Riaperture, le (nefaste) ricette di Speranza e la prospettiva di speranza

Il “nomen omen” s’inventa un divieto di espatrio occulto a pochi giorni dalle partenze pasquali, mentre il Ministro Gelmini propone un automatismo per ripartire ove possibile: e per fortuna anche Draghi ora evoca il “gusto del futuro”

Mirko Ciminiello

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riaperture: protesta dei ristoratori a milano
Protesta per le riaperture

Riaperture sì, riaperture no, riaperture forse. Torna il leitmotiv del momento e, come da copione, tutte le posizioni sono più o meno rappresentate all’interno dell’esecutivo Draghi. A oggi è ancora presto per dire quale prevarrà alla fine, però ci sono dei segnali: che vanno – finalmente – in direzione dell’auspicata ripartenza.

Il pressing sulle riaperture

«Non riteniamo né utile, né scientificamente plausibile stabilire oggi che per tutto aprile non si possa parlare di riaperture. Decidere oggi, 30 marzo, che se ne riparla a maggio è sbagliato».

Così il segretario del Carroccio Matteo Salvini ha stroncato le indiscrezioni secondo cui il nuovo Dl Covid non prevederà zone gialle per un altro mese. Spronando al contempo a inserire nel Decreto «la previsione che, se i dati miglioreranno dopo Pasqua, nelle zone sotto controllo si possa dar corso a riaperture».

L’idea era già stata formulata da Maria Stella Gelmini, Ministro azzurro per gli Affari regionali. La quale, pur sottolineando che «fino al 15-20 aprile ci vorrà ancora molta attenzione», aveva ipotizzato «un automatismo per prevedere aperture mirate».

Un’istanza, per inciso, ben diversa dall’interpretazione che ne hanno dato gli intelliggenti con-due-gi, che l’hanno spacciata per richiesta di un “liberi tutti” indiscriminato. Tanto che il Capitano ha potuto evidenziare come questa visione rispecchi quella espressa dal Premier Mario Draghi nel recente vertice con gli enti locali.

«Bisogna cominciare ad aver di nuovo il gusto del futuro» ha affermato l’ex Governatore della Banca Centrale Europea davanti al pressing aperturista delle stesse Regioni. Aggiungendo che «la campagna vaccinale sta migliorando» e «le dosi in arrivo dovrebbero essere più che sufficienti per raggiungere l’immunità per il mese di luglio».

Coraggio, allora, signor Presidente! Ricordi che gli Italiani la osservano, restando in fiduciosa attesa del tanto agognato cambio di passo.

Una prospettiva di speranza

Per ora, comunque, la svolta non appare imminente. Prova ne è l’ultima ordinanza del Ministro nomen omen della Salute Roberto Speranza, in teoria finalizzata a risolvere il caso sollevato da Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi. Che aveva segnalato l’incongruenza tra il non potersi spostare dal proprio Comune e il poter viaggiare oltreconfine, «mentre l’85% degli alberghi italiani è costretto a restare chiuso».

Un paradosso in grado di mettere in ginocchio il turismo italiano, anche per via delle misure anti-Covid meno rigide applicate da Paesi come la Spagna. Come hanno denunciato non solo le associazioni di categoria, ma anche il Governatore piddino dell’Emilia-Romagna e Presidente della Conferenza delle Regioni Stefano Bonaccini.

Di fronte alle polemiche, da via Lungotevere Ripa hanno pensato male di disporre un doppio tampone e 5 giorni di quarantena per i vacanzieri esteri. In pratica, un divieto di espatrio occulto, concettualmente simile all’obbligo mascherato di vaccinazione imposto qualche tempo fa dal Vaticano. Un divieto stabilito, oltretutto, a pochi giorni dalle partenze pasquali, in barba all’impegno di comunicare i provvedimenti con largo anticipo. Nonché all’evidenza che chi si era già organizzato lo aveva fatto a rigor di legge.

Tanto per dire che l’eventuale, agognata sterzata non potrà non costituire un’inversione a U rispetto alla linea “rigorista” personificata dal Ministro più nefasto del Governo. D’altronde, come ha dichiarato la Gelmini, «occorre dare ai cittadini una prospettiva di speranza». E, tra questa e una prospettiva di Speranza, c’è un abisso.

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Cronaca

Priorità vaccinale, se anche i magistrati si atteggiano a furbetti del siero…

L’Anm chiede una corsia preferenziale per l’antidoto, “minacciando” in caso contrario il blocco dell’attività giudiziaria: segno che il Sistema è vivissimo, e non è un caso che il leader della Lega Salvini evochi il “modello Palamara”

Mirko Ciminiello

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priorità vaccinale
Vaccinazione

Si è consumato sulla priorità vaccinale il primo, grande scontro tra il Governo Draghi e i magistrati. Il cui sindacato ha sommessamente fatto sapere di essere pronto a bloccare i processi in assenza di un accesso privilegiato ai sieri. A ennesima conferma di quella che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ebbe a definire, citando il giurista Vladimiro Zagrebelsky, «modestia etica» della categoria.

Priorità vaccinale, le pretese dell’Anm

«L’esclusione del comparto giustizia dalla programmazione vaccinale, specie in un momento di grave recrudescenza dell’emergenza pandemica, imporrà fin da subito il sensibile rallentamento di tutte le attività giudiziarie». Così l’Anm che, in una nota, ha esortato gli uffici a «rallentare immediatamente tutte le attività», senza escludere «la sospensione dell’attività giudiziaria non urgente».

Nel mirino dell’Associazione Nazionale Magistrati il nuovo Piano vaccini predisposto dal Generale Francesco Paolo Figliuolo, Commissario straordinario per l’emergenza coronavirus. Che ha stabilito come unico criterio per la somministrazione dell’antidoto quello delle fasce d’età, senza riferimenti a categorie professionali “protette”.

Scelta che, peraltro, il Ministro della Giustizia Marta Cartabia aveva già comunicato alle toghe, che sembravano averla compresa. Questo, almeno, hanno precisato fonti di via Arenula, menzionando un colloquio con il Guardasigilli del 18 marzo scorso.

La richiesta di una corsia preferenziale per l’immunizzazione ha comunque scatenato un’immediata polemica politica. Con il senatore azzurro Maurizio Gasparri che ha parlato di «casta delle caste», e il segretario leghista Matteo Salvini che ha evocato il «modello Palamara».

Il riferimento era al tonno espiatorio Luca, l’ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura che, espulso dal “Sistema”, ne ha denunciato le degenerazioni. Anche di fronte allo stesso Csm, in una recente audizione che è stata secretata. Tanto per dire che lo scandalo Magistratopoli non ha insegnato niente, nemmeno in termini di opportunità.

Come i furbetti dei vaccini?

In effetti, si fa fatica a capire in cosa, nel merito, la pretesa di una priorità vaccinale sarebbe diversa dagli intrallazzi dei furbetti dell’antidoto. Per quanto questo arroccamento corporativistico possa anche risultare, in qualche misura, comprensibile.

Passi ancora, infatti, che “saltino la fila” rappresentanti delle istituzioni come il Governatore della Campania Vincenzo De Luca. Che però lo faccia Andrea Scanzi, firma de Il Fatto Quotidiano, obiettivamente metterebbe a dura prova la pazienza di chiunque. A maggior ragione dopo la pubblica reprimenda da parte del dottor Evaristo Giglio, direttore dell’Asl di Arezzo, secondo cui l’iniezione del giornalista poteva anche attendere.

Questo, naturalmente, non significa che la “minaccia” dei togati sia giustificata: però – per usare un’espressione giuridica – si potrebbe forse concedere loro delle attenuanti. Visto (o meglio, udito) il tintinnar di manettaro, ne varrebbe certamente… la pena.

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Politica

Nuovo Decreto, il Governo ignora ancora il centrodestra “di Governo”

Si va verso la proroga delle restrizioni almeno fino al 3 maggio, quando si auspica che la campagna vaccinale sarà a regime. La gente però è stanca e, se Salvini & Co. intendono battere un colpo, è il momento giusto per farlo

Mirko Ciminiello

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nuovo decreto: mario draghi
Il Premier Mario Draghi

Il nuovo Decreto allo studio dell’esecutivo guidato dal Premier Mario Draghi dovrebbe prevedere le stesse, vecchie chiusure. Questo, almeno, riferiscono i beninformati, secondo cui le restrizioni attualmente in vigore dovrebbero essere prolungate di un altro mese. Un indirizzo che, in ogni caso, sta già spaccando – una volta di più – gli eterogenei azionisti di maggioranza del Governo ecumenico.

Nuovo Decreto, vecchie chiusure

«L’andamento dei contagi resta allarmante, e non è il caso di allentare la stretta anche se la curva dell’epidemia si sta appiattendo». Sarebbe questo, stando ai rumours, il monito lanciato all’ex Governatore della Bce da parte dei cosiddetti rigoristi. Ovvero Roberto Speranza, Ministro nomen omen della Salute, Franco Locatelli e Silvio Brusaferro, rispettivamente coordinatore e portavoce del Comitato tecnico scientifico.

L’attuale normativa scadrà il prossimo 6 aprile, ma l’orientamento sarebbe quello di mantenere le limitazioni almeno fino al 3 maggio. Termine che dovrebbe servire a oltrepassare le festività del 25 aprile e del 1° maggio riducendo i rischi di trasmissione del Covid-19. In attesa che i competenti si accorgano che dopo verranno il 2 giugno e la stagione estiva.

Nel frattempo, tutte le Regioni dovrebbero restare in fascia arancione o rossa, il che implica che le serrande di bar, ristoranti, cinema e teatri resteranno abbassate. Alla tagliola dovrebbero invece sfuggire le scuole, in predicato di riaprire anche in zona rossa – sia pure limitatamente a materne ed elementari.

Il rovescio della medaglia sarà la militarizzazione degli istituti, con esercito e Protezione Civile impiegati per fare test rapidi perfino ai bambini dei nidi. Quando sarebbe più opportuno blindare la campagna vaccinale, al momento ancora lontana dall’obiettivo di immunizzare 500mila persone al giorno.

Un fatto, sia chiaro, decisamente più imputabile a Bruxelles che a Roma, ma che ha ripercussioni sull’intero Belpaese. Intanto perché porterà alla proroga dello stato di emergenza, in scadenza il 30 aprile, probabilmente fino a giugno. Ma, soprattutto, perché gli Italiani non possono continuare a pagare il prezzo dell’inefficienza delle istituzioni.

Dov’è il centrodestra “di Governo”?

Il nuovo Decreto, e in particolare la conferma dei divieti, non incontra il favore di Matteo Salvini, segretario della Lega. Il quale insiste sulla necessità di “risorgere” dopo Pasqua, spalleggiato anche da almeno una parte di Forza Italia.

Una posizione che non sorprende, considerando che i due partiti di ex-opposizione fanno notoriamente parte dell’ala aperturista. A questo punto, però, è arrivato il momento che decidano cosa vogliono fare da grandi.

Lo spazio ce l’hanno anche, visto che il Pd 2.0 (si fa per dire) di Enrico “stai sereno” Letta si sta dedicando a imprese più edificanti. Tipo eleggere due capigruppo donna, senza nemmeno rendersi conto che non c’è niente di più sessista che una nomina basata prioritariamente sul sesso.

Tornando comunque ai “minimi sistemi”, qualche giorno fa il Nipote-di rimproverava al Capitano di aver tenuto «in ostaggio per un pomeriggio il Cdm (senza peraltro risultati)». Evidentemente non gli avevano riportato in modo corretto i contenuti del Decreto Sostegni, però il suo cinguettio potrebbe ora assumere la valenza di una profezia.

Non è un mistero, infatti, che il centrodestra “di Governo” aspirasse a correggere la rotta di Palazzo Chigi. Ebbene, è arrivato il momento di battere un colpo. Perché la gente è stanca delle parole e si aspetta i fatti, anche se per ottenerli si dovesse alzare la voce.

Qui si parrà la tua nobilitate, si potrebbe dire. In tempi di Dantedì, scusate se è poco!

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Politica

“Conte rischia il processo del secolo”: la bomba pandemica di Der Spiegel

In un impietoso reportage sullo scoppio della crisi, il settimanale tedesco accusa l’ex Premier di errori, omissioni e insabbiamenti: a partire dal piano pandemico mai aggiornato e la mancata creazione delle zone rosse a Bergamo

Mirko Ciminiello

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“conte rischia il processo del secolo”: der spiegel
Il titolo dell'inchiesta di Der Spiegel

L’ex bi-Premier Giuseppe Conte rischia il processo del secolo. Questa, almeno, è la bomba lanciata dal settimanale tedesco Der Spiegel, che ha ricostruito la gestione rosso-gialla dello scoppio dell’emergenza coronavirus. Accusando il precedente Governo di gravi mancanze, omissioni e perfino occultamenti.

La querelle sul piano pandemico italiano

«L’Italia ha reagito troppo tardi e in modo errato alla pandemia. Il Paese è stato travolto, anche perché i piani di crisi erano obsoleti e inadeguati. Gli errori sono stati tenuti segreti».

È un j’accuse durissimo quello che arriva dalla Germania attraverso un lungo reportage dell’ebdomadario teutonico dalla tiratura più elevata. Un’inchiesta impietosa fin dal titolo (“Prima è arrivato il virus, poi l’occultamento”). E che punta il dito contro il secondo esecutivo del fu Avvocato del popolo, a partire dal mancato aggiornamento del piano pandemico, fermo al 2006. Circostanza che potrebbe essere alla base del fatto che «la reazione iniziale degli ospedali fu improvvisata, caotica e creativa».

Così affermava un report dell’Oms che, com’è ormai noto, venne pubblicato il 13 maggio scorso sul sito della World Health Organization e immediatamente ritirato. Vicenda che i clamorosi retroscena svelati dal programma Report hanno trasformato in una sorta di giallo internazionale.

Principale protagonista, suo malgrado, è Ranieri Guerra, direttore vicario dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ed ex Direttore Generale dell’Ufficio di Prevenzione di via Lungotevere Ripa. Il quale avrebbe fatto pressioni sull’ormai ex ricercatore della WHO Francesco Zambon affinché facesse risultare che il dossier governativo fosse stato ammodernato nel dicembre 2016.

Forse è anche a questo che si riferisce lo Spiegel quando afferma che «da mesi stanno venendo alla luce nuove omissioni. Non si tratta più solo di tragici casi individuali, ma di fallimenti generali e di insabbiamenti». Su cui, peraltro, già da tempo la magistratura sta cercando di far luce.

Conte rischia il processo del secolo?

L’operato del BisConte è finito nel mirino di varie Procure italiane, tra cui quella di Bergamo. Dove si indaga sulla mancata istituzione delle zone rosse ad Alzano e Nembro, che potrebbe aver causato l’innalzamento dei contagi nella Provincia orobica.

«L’allora Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il suo Ministro della Salute sono già stati interrogati» ha ricordato anche la rivista amburghese. Sottolineando che gli avvocati dei familiari di molte vittime hanno consegnato agli inquirenti vari fascicoli che inchioderebbero l’ex esecutivo alle proprie responsabilità.

giuseppe conte
L’ex Premier Giuseppe Conte

«L’ufficio del Pubblico Ministero deciderà a breve se e contro chi sporgere denuncia» hanno concluso i due autori dell’articolo. Molto presto, dunque, si potrebbe arrivare a una class action dei parenti di coloro che hanno perso la vita a causa del Covid-19.

Anche per questo, Der Spiegel ha evidenziato che Conte rischia il processo del secolo, benché non sieda più a Palazzo Chigi. Ma potrebbe pure essere solo l’ennesimo, deplorevole eccesso di Speranza.

“conte rischia il processo del secolo”: roberto speranza
Il Ministro della Salute Roberto Speranza

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Politica

Metodo Draghi, la linea (euro)sovranista che manda in tilt gli anti-sovranisti

Il Premier sostiene che, se l’Europa non funziona, si può fare da sé: innescando l’ennesimo cortocircuito degli “euroinomani”, che parlano di “pragmatismo” per non dire che è la stessa linea del leader leghista Salvini

Mirko Ciminiello

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metodo draghi
Il Premier Mario Draghi

Probabilmente nessuno, tantomeno i manutengoli del politically correct, si sarebbero aspettati che il loro ennesimo cortocircuito sarebbe stato innescato dal metodo Draghi. Con ciò intendendo quella linea che SuperMario ha dettato nel corso della conferenza stampa di presentazione del Decreto Sostegni. Quando gli era stato chiesto un parere sulle decisioni della Germania in relazione ai vaccini anti-Covid – e, segnatamente, al caso AstraZeneca. E il Premier Mario Draghi era stato tranchant: «Bisogna essere pratici, si cerca di stare insieme ma qui si tratta della salute. Se il coordinamento europeo funziona bisogna seguirlo, se non funziona bisogna andare per conto proprio».

Una dichiarazione d’intenti che aveva immediatamente fatto scattare i pavloviani peana dei media mainstream, rapidissimi a inneggiare al pragmatismo europeo dell’ex Governatore della Bce. Di cui sono arrivati a elogiare l’abbandono delle «inutili condiscendenze verso la Ue».

Tutto ciò, naturalmente, va benissimo: a parte il piccolo e insignificante dettaglio che le stesse istanze erano già state espresse dallo spauracchio Matteo Salvini.

Il metodo Draghi e il cortocircuito politically correct

Che il leader della Lega rappresenti l’ossessione degli intelliggenti con-due-gi lo dimostrano le amenità di Enrico “stai sereno” Letta, neo-segretario del Pd. Il quale, dal momento della propria designazione, ha esternato una serie di proposte (in primis lo ius soli) meramente provocatorie. Come se a sostenere l’ex numero uno della Banca Centrale Europea ci fosse un monocolore di via del Nazareno, anziché una maggioranza ecumenica. Che richiede a tutti, per ragioni di realpolitik, di rinunciare ai temi maggiormente divisivi.

Da qui il panico antropologicamente superiore da metodo Draghi, seguito dal vecchio espediente di cambiare nome ai concetti sgraditi per dar loro una parvenza di accettabilità. E, con un ultimo salto mortale carpiato all’indietro con doppio avvitamento, gli euroinomani hanno perfino provato a spiegare le ragioni dell’arrampicata sugli specchi. «Possiamo farlo perché, a differenza del filo-Putin Salvini, nessuno può mettere in dubbio l’atlantismo del Presidente del Consiglio».

Insomma, c’è sovranismo e sovranismo, e la sua paradossale esaltazione da parte degli anti-sovranisti sarebbe giustificata a patto che lo si spacci per decisionismo draghiano. E meno male che non intendevano morire democristiani!

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Politica

Passaporto vaccinale, se l’Europa continua a non aver chiare le priorità…

La von der Leyen lancia, in ottica riapertura, il “Certificato Verde Digitale”, che però sarà inutile finché non ci saranno abbastanza sieri. Nel frattempo, Bruxelles rinnega il pilastro della libera circolazione senza neppure avvedersene

Mirko Ciminiello

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gestione della pandemia: ursula von der leyen
Il Presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen

Con il solito eccezionale tempismo, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha annunciato l’euro-proposta legislativa per istituire il passaporto vaccinale. O meglio, il “Certificato Verde Digitale” che dovrebbe servire a «ripristinare la circolazione in modo sicuro, responsabile e che dia fiducia a tutti».

Il Digital Green Certificate dovrebbe entrare in vigore a partire da metà giugno, e non si limiterà a garantire l’avvenuta vaccinazione. Potrà infatti attestare che il suo proprietario è guarito dal Covid-19 (attraverso la presenza di anticorpi), oppure ha ottenuto un risultato negativo al test – anche rapido.

«L’obiettivo è quello di riaprire» ha aggiunto la numero uno dell’esecutivo comunitario. Ribadendo contestualmente la speranza «di avere il 70% degli adulti vaccinati entro fine estate». Tutto molto bello, per carità, eppure (più di) qualcosa non torna.

Il passaporto vaccinale non può essere la priorità

In grammatica esiste una figura retorica chiamata hysteron proteron, che consiste nell’inversione cronologica di due eventi e (mutatis mutandis) si può applicare benissimo all’evento contingente.

Nello specifico, il Vecchio Continente farà anche bene a ragionare sul medio-lungo termine, ma nell’immediato deve dare la precedenza all’acquisizione dei sieri. Perché altrimenti il passaporto vaccinale sarà inutile proprio come le altre presunte priorità dell’Europa. Tipo la lotta donchisciottesca contro i cambiamenti climatici di origine antropica o la pretesa di imporre una neolingua politically correct che considera offensivi perfino “mamma” e “papà”.

Il tutto mentre gli euroinomani, in preda all’ennesimo cortocircuito, senza nemmeno rendersene conto stanno facendo strame di uno dei princìpi fondanti dell’Unione Europea. Ovvero la libera circolazione delle persone, che verrebbe a essere vincolata a un documento che però avrà senso solo quando la campagna di vaccinazione sarà a pieno regime. Il che, visti i ritardi epocali, per ora resta un’utopia – e il difetto, as usual, sta nel manico.

Eppure, attraverso l’attestato di immunizzazione questa Ue dello hysteron proteron sembra volersi deresponsabilizzare, facendo ricadere la propria inefficienza proprio sulle spalle dei cittadini comunitari. Quando, se c’è qualcosa che il passaporto vaccinale certifica, è che Bruxelles sa essere realmente infallibile: nei propri fallimenti.

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Cronaca

“I Dpcm sono illegittimi”: giudice reggiano demolisce un anno di restrizioni

Il Gip De Luca assolve una coppia che aveva violato il lockdown esibendo un’autocertificazione falsa, perché solo l’autorità giudiziaria può limitare la libertà personale. La sentenza è definitiva, e può scatenare un terremoto giuridico…

Mirko Ciminiello

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“i dpcm sono illegittimi”: dario de luca
Il giudice del Tribunale di Reggio Emilia Dario De Luca

I Dpcm sono illegittimi”, perlomeno nel momento in cui prevedono il divieto di muoversi in città. Si può riassumere così la clamorosa sentenza di Dario De Luca, magistrato del Tribunale di Reggio Emilia, che peraltro fa seguito ad altri pronunciamenti analoghi. Tutti destinati, naturalmente, a far discutere, anche per il terremoto che potrebbero suscitare a livello giuridico.

“I Dpcm sono illegittimi”

Tutti i Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri emessi a partire dall’8 marzo 2020 sono «illegittimi per violazione della legge Costituzionale». Così sancì, il 27 gennaio scorso, il Gip Dario De Luca, assolvendo una coppia che aveva violato la zona rossa ed esibito un’autocertificazione falsa.

Il caso risale al primo lockdown, quando gli imputati, fermati nel Reggiano, avevano dichiarato che lo spostamento era motivato da comprovate ragioni di salute. Ma le forze dell’ordine non avevano tardato ad appurare che stavano mentendo.

Erano quindi scattate la denuncia per falso ideologico in atto pubblico e la richiesta, da parte del Sostituto Procuratore emiliano, di un decreto penale di condanna. Il giudice, però, ha dichiarato «il non luogo a procedere perché il fatto non costituisce reato». Verdetto che discende dalla «violazione dell’Articolo 13 della Costituzione che dice che la libertà personale è inviolabile».

Per la toga, infatti, il Dpcm, «stabilendo un divieto generale e assoluto di spostamento al di fuori della propria abitazione, con limitate e specifiche eccezioni, configura un vero e proprio obbligo di permanenza domiciliare». E non una semplice limitazione della libertà di circolazione, prevista dall’Articolo 16 della Carta «per motivi di sanità o di sicurezza».

Tuttavia, nel nostro ordinamento «l’obbligo di permanenza domiciliare consiste in una sanzione penale restrittiva della libertà personale che viene irrogata dal giudice penale». Non può cioè essere un’autorità amministrativa – neppure il Presidente del Consiglio – a imporre gli “arresti domiciliari”.

Dunque, «un Dpcm non può disporre alcuna limitazione della libertà personale», non trattandosi «di un atto normativo avente forza di legge». Ma neppure un Decreto legge, secondo De Luca, potrebbe rinchiudere in casa «una pluralità indeterminata di cittadini». La misura, infatti, può essere applicata solo individualmente e solo previa autorizzazione dell’autorità giudiziaria.

Le conseguenze della sentenza

Per De Luca, insomma, tutti i Dpcm sono illegittimi, inclusi «quelli successivamente emanati dal Capo del Governo» Giuseppe Conte. Il giudice ha quindi prosciolto i due accusati perché «costretti a sottoscrivere un’autocertificazione incompatibile con lo stato di diritto del nostro Paese e dunque illegittima». La loro condotta, infatti, si configurava come un «falso inutile» e non era perciò punibile.

Tra l’altro, che i Dpcm presentassero profili di incostituzionalità lo avevano affermato anche precedenti ordinanze, come quella del Tribunale di Roma del 16 dicembre 2020. In tutti questi casi, gli atti di Palazzo Chigi erano stati disapplicati in relazione alla singola controversia in oggetto. Circostanza che vale anche per il verdetto emiliano, che comunque viene a costituire un ulteriore – e importante – precedente in vista dei (numerosi) ricorsi. Anche perché la Procura di Reggio Emilia ha rinunciato a impugnare la sentenza, che è dunque diventata definitiva e irrevocabile. E probabilmente è più “in nome del popolo italiano” di qualsiasi provvedimento anti-Covid varato nell’ultimo anno.

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Politica

Lockdown di Pasqua, meno male che questo era il “Governo dei migliori”…

Il CdM vara le nuove misure restrittive, da lunedì mezza Italia sarà in rosso e l’altra metà in arancione, poi la serrata dal 3 al 5 aprile. Ma, se Draghi si limita a copiare il suo predecessore Conte, a che è servito cambiare esecutivo?

Mirko Ciminiello

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lockdown di pasqua: colori delle regioni dal 15 marzo al 6 aprile
I colori delle Regioni italiane dal 15 marzo al 6 aprile

Lockdown di Pasqua doveva essere e lockdown di Pasqua, alla fine, sarà. Il Consiglio dei Ministri ha infatti deciso di inasprire le misure anti-Covid, blindando l’intera Italia dal 3 al 5 aprile. Sono state dunque tradite le aspettative di tutti coloro che auspicavano che al cambio di Governo corrispondesse un deciso cambio di passo. Se infatti la mirabolante “soluzione” per far fronte all’emergenza coronavirus è un nuovo confinamento, poteva prenderla pure l’ex bi-Premier Giuseppe Conte.

Il lockdown di Pasqua

«Tutto cambia perché nulla cambi». Così, parafrasando Il Gattopardo, Giorgia Meloni, leader di FdI, commentava qualche giorno fa i primi provvedimenti contro la pandemia dell’esecutivo guidato da Mario Draghi.

Una settimana dopo, la svolta resta un’utopia. Il CdM ha infatti approvato il Decreto Legge sulle nuove restrizioni che saranno valide dal 15 marzo al 6 aprile. E l’uso di questo strumento legislativo al posto degli odiatissimi Dpcm è, al momento, l’unico (piccolissimo) segno di discontinuità.

Per il resto, con la modifica dei criteri clinico-cromatici da lunedì più di mezza Italia si ritroverà in zona rossa. Le limitazioni scatteranno infatti nelle zone con Rt superiore a 1,25 e/o con un’incidenza di 250 casi ogni 100mila abitanti. Parametri che innescheranno le serrate in PiemonteLombardiaEmilia-RomagnaFriuli Venezia-Giulia, Marche, CalabriaLazio Veneto, oltre alla Provincia autonoma di Trento. Che si andranno ad aggiungere a Basilicata (i cui dati però sono oggetto di un’ulteriore verifica), Campania e Molise, già agli arresti domiciliari da inizio settimana.

Un’ulteriore stretta è poi prevista per le festività, in particolare dal Sabato Santo a Pasquetta. Quando sarà in vigore una super zona rossa nazionale, che di fatto sarà un vero lockdown di Pasqua. Sarà comunque possibile, per due adulti (eventualmente con minori di 14 anni), effettuare un singolo spostamento giornaliero verso un’abitazione privata all’interno della stessa Regione.

Se questo è il “Governo dei migliori”…

Disposizioni che evidenziano come, malgrado la sostituzione del macchinista, il treno di Palazzo Chigi non abbia minimamente mutato direzione – il che è francamente deludente. Perché è vero, la curva epidemiologica continua a salire, e la campagna vaccinale non decolla (soprattutto per colpa di Bruxelles e Big Pharma).

Tuttavia, era un’energica sterzata che in molti si attendevano, non certo la pedissequa imitazione del precedente gabinetto. A maggior ragione da parte di una compagine che i media hanno da sempre enfaticamente soprannominato “Governo dei migliori”. Pensate se fossero stati i peggiori…

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