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Cultura

Letture: “I romanzi della Black List”, suspence e intrighi per la fantasia dei ragazzi

Una collana di storie divertenti e impertinenti, col brivido della suspense e il sapore agrodolce del crime e dell’intrigo

Francesco Vergovich

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Già da tempo leader in Italia nell’editoria per ragazzi a scopo didattico, la Lisciani Libri, con I romanzi della Black List, alza il target d’età dei suoi lettori, andando decisamente oltre il semplice apprendimento.

Un’editoria che si è sempre preoccupata di offrire alle giovani generazioni mezzi e metodi per comprendere presente e passato si prefiggerà d’ora in avanti di offrire agli adolescenti e ai giovani, impazienti di entrare nella “casta” dei diciotto-ventenni, l’esperienza di una lettura coinvolgente e dinamica: un altro modo di conoscere e frequentare il testo narrativo con entusiasmo e fantasia.

“Abbiamo concepito, a questo scopo, una collana di storie divertenti e anche impertinenti, I Romanzi della Black List, dove i giovani lettori – ma anche quelli un po’ più avanti negli anni – troveranno il brivido della suspense e il sapore per così dire, agrodolce del crime e dell’intrigo”, spiega Giuseppe Lisciani.

Una collana imperniata sui generi noir, thriller, giallo, curata con particolare attenzione perché diventi, in breve tempo, un punto di riferimento culturale per studenti e non soltanto.

Dopo i primi cinque titoli rivolti ai lettori più giovani, arriveranno infatti dopo l’estate titoli destinati a un pubblico indifferenziato.

Gli autori chiamati a inaugurare I romanzi della Black List – Nicola Barca (Nessun amore è impossibile), Silvia Di Giacomo (L’Amico virtuale), Davide Di Lodovico (La Fuga), Caterina Falconi (Shoefiti) e Alessio Romano (Gli Irregolari di salita Sospiro) – sono, per il momento, italiani; per la maggior parte già presenti nel panorama della narrativa: bravi, anche, a interagire con la parte illustrata dei testi (a cura di Cristiano Catalini), che rivela la volontà della collana di offrire al lettore esigente effetti di rimando e di scoperta tra la parola e l’immagine.

 

 

NESSUN AMORE È IMPOSSIBILE di Nicola Barca

La misteriosa scomparsa di un professore scatena dubbi e sospetti tra studenti, docenti e genitori. La polizia indaga; anche Tina e altri compagni di scuola seguono tracce apparentemente scollegate. Chi è la ragazza che è stata vista con il professore poco prima che sparisse? Cosa contiene il manoscritto chiuso nella cassaforte della preside? E un medaglione può svelare più di quello che appare? Scopriremo se di questo labirinto di binari e cubicoli abbandonati un amore impossibile può essere la via d’uscita.

 

Nicola Barca, nato a Milano, si è laureato in Economia Aziendale alla Bocconi, si occupa di risorse umane e controllo di gestione. A febbraio 2017 è stata pubblicata la sua prima opera: Acerbo e altri racconti, Luoghinteriori Edizioni. Nel buio, settembre 2017, segna invece il suo esordio nella letteratura per ragazzi.

 

L’AMICO VIRTUALE di Silvia Di Giacomo

È estate nel periferico quartiere Cassio e Maya è sparita da tre giorni. Altre ragazzine prima di lei sono scomparse nel nulla. Martina, Tommy e Andrei cercano la loro amica, ma hanno un segreto: un cellulare misterioso e uno sconosciuto amico virtuale. E’ opera di un rapitore seriale? I segreti di Cassio verranno svelati? E Maya farà mai ritorno a casa?

 

Silvia Di Giacomo, classe 1974, vive e lavora come gemmologa a Bologna. Esordisce nel 2015 con il racconto Autoritratto all’inferno pubblicato sull’antologia Cadute, edita da Fernandel. A ottobre 2017 esce il suo romanzo di esordio Lo stato di Dio, pubblicato da Foschi Editore. A gennaio 2018 partecipa all’antologia Tempo, pubblicata da Clown Bianco Editore. Sempre nel 2018 partecipa all’antologia Blu, Clown Bianco Editore.

 

LA FUGA di Davide Di Lodovico

La storia si apre attorno a due figure, Patty e Maurice, il cui intreccio di destini costituirà (assieme alla musica rock) il filo conduttore del romanzo. Innamorati sin da giovanissimi e molto legati a seguito della prematura scomparsa dei genitori di lei, li troviamo dopo qualche anno e qualche pagina molto distanti, anche umanamente. Intanto altri personaggi entrano in scena: i Bumday, gruppo rock del momento, guidati dal formidabile quanto tormentato frontman Martin Shine, e Stefan, amico di sempre di Maurice, nonché suo socio in affari. I due sono tra i più apprezzati fotoreporter musicali del mondo ma Stefan, per via del loro lavoro, deve essersi andato a ficcare in qualche grosso pasticcio…

 

Davide Di Lodovico è nato a Pescara nel 1968. Si occupa da anni di editoria, sia come autore che come editor; ha scritto numerosi testi, in prosa e in versi, sia per bambini che per adulti.

 

SHOEFITI di Caterina Falconi

Uno psicopatico che rapisce le nonne si aggira in un paese della campagna abruzzese. Firma i suoi crimini appendendo le pantofole delle vittime ai lampioni e ai cavi della luce. La polizia brancola nel buio. Ma i liceali Greta e Tanto decidono di investigare…

 

Caterina Falconi è laureata in Filosofia. È autrice di romanzi, racconti e testi per bambini. Per la Lisciani ha collaborato alla sceneggiatura del cartoon Carotina Super Bip e ha scritto, assieme a Gianluca Morozzi, E invece SÌ. 55 racconti di coraggio, di idee, di passioni, illustrato da Carmine Di Giandomenico.

 

 

 

GLI IRREGOLARI DI SALITA SOSPIRO

Il club degli irregolari di Salita Sospiro è un gruppo di amici, ex compagni di scuola delle medie e ora al primo anno di liceo divisi tra diverse scuole. A legarli, oltre a una profonda e sincera amicizia, è la passione comune per il mondo del giallo, dei crimini e delle indagini, dei grandi delitti del passato. Tutti i giorni si vedono in una casa su un albero, in un campetto proprio all’inizio di Salita Sospiro, un posto sicuro anche per sfuggire ai bulli che li tormentano. Ma quando la signorina Forteamore, la loro amatissima professoressa di italiano delle medie, scompare, gli Irregolari di Salita Sospiro passano dal gioco alla realtà. Con tutti i rischi che comporta un’indagine nello spietato mondo degli adulti che stanno imparando a conoscere.

 

Alessio Romano è nato a Pescara nel 1978. Insegna scrittura creativa ed è un instancabile viaggiatore. Ha pubblicato i romanzi: Paradise for All (Fazi, 2005 e poi Bompiani 2015); Solo sigari quando è festa (Bompiani, 2015); D’amore e baccalà (EDT, 2018). Ha curato l’antologia di racconti Gli Stonati (NEO, 2017), e il volume fotografico Una stanza tutta per loro (Avagliano, 2018).

 

Cultura

Report stampa, ecco perché Avvenire è l’unico giornale che non sente la crisi

Continua il calo delle vendite per tutti i quotidiani, tranne per quello della CEI: il che è paradossale, se si pensa alle chiese sempre più vuote e al crollo dell’8×1000

Mirko Ciminiello

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La crisi della carta stampata appare ormai irreversibile. Sembra una frase fatta, e probabilmente almeno in parte lo è – ma solo e proprio perché i dati appena diffusi da ADS sulla diffusione dei quotidiani (ovvero le copie, cartacee e digitali, messe in circolazione, che comprendono le vendite in edicola, gli abbonamenti e le distribuzioni gratuite) sono impietosi, e il trend è lo stesso ormai da tempo.

Nello specifico, è impressionante vedere come, in appena sei anni, le copie dei tre quotidiani più letti in Italia (Corriere della Sera, La Repubblica e Il Sole 24 Ore) siano pressoché dimezzate. Ma il calo, in misura più o meno accentuata, è endemico, se si pensa che riguarda praticamente tutti i giornali che superano le 10.000 copie – con una sola eccezione: Avvenire, cresciuto dell’11,49%.

In effetti, se sulla crisi dell’editoria sono stati versati fiumi d’inchiostro e di parole, sarebbe interessante capire le ragioni di quest’unico dato in controtendenza. Perché, se il tracollo delle vendite si può in ultima analisi ricondurre all’avvento dell’era digitale (tanto è vero che i quotidiani digitali sono praticamente tutti in crescita), neppure il giornale della CEI dovrebbe dormire sonni tranquilli.

Internet ha cambiato la modalità di fruizione delle notizie, per cui ormai ci si informa sempre più online in tempo reale, mentre i giornali cartacei si sono ri-specializzati nel commento ai fatti del giorno. Al tempo stesso, la carta stampata gode di uno scarso appeal presso il pubblico giovanile. Due difficoltà di cui anche il quotidiano diretto da Marco Tarquinio non può non risentire.

È vero che Avvenire riceve dei cospicui contributi pubblici, che certamente permettono investimenti maggiori in termini di comunicazione, promozione, distribuzione e innovazione del prodotto-giornale. Ma quest’unica spiegazione non può bastare, se si pensa che, per esempio, nel 2018 il quotidiano maggiormente finanziato dallo Stato era il Dolomiten, che nel report ADS risulta in calo del 15,65%.

Tra l’altro, conta indiscutibilmente la tradizione dell’acquisto e degli abbonamenti da parte della rete di istituzioni e luoghi ecclesiastici, così come c’è indubbiamente un “effetto Papa Francesco”: ma, forse, non nel senso che si potrebbe pensare.

In effetti, la svolta nella linea editoriale del quotidiano della CEI ha verosimilmente attirato dei lettori sensibili alle tematiche della solidarietà e alle novelle posizioni aperturiste sull’immigrazione: ambiti che neppure i giornali progressisti trattano in maniera altrettanto pervasiva e sistemica, legandole piuttosto alla polemica politica del momento.

Da questo punto di vista, bisogna riconoscere ad Avvenire il coraggio e la coerenza nell’andare contro il comune sentire della maggioranza degli Italiani che, come dimostrato da tutte le ultime elezioni e dai sondaggi anche recenti, sulle questioni succitate sono orientati in maniera decisamente diversa. E vale forse la pena ricordare che, nel 2006, l’endorsement del Corsera allora diretto da Paolo Mieli in favore di Romano Prodi risultò, in pochi giorni, in un ribasso di circa il 20% delle vendite del quotidiano di via Solferino. Tarquinio, invece, almeno in apparenza non ha di questi problemi.

L’aspetto curioso è che a questo successo più unico che raro nel panorama mediatico italiano fanno da contraltare le chiese sempre più vuote e il record negativo dell’8×1000 (in sette anni sono andati persi due milioni di contribuenti). Un dato che però, in fondo non sorprende neanche più di tanto: basta infatti considerarlo l’equivalente “religioso” del motto nenniano “piazze piene, urne vuote”. Contenti i Vescovi, contenti tutti.

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Cultura

Cinema, il trionfo di Checco Zalone e la strategia del “purché se ne parli”

Tolo Tolo incassa in un solo giorno 8,7 milioni, record di sempre in Italia, anche grazie alle polemiche sull’immigrazione. Ma l’artista pugliese non si può imprigionare in categorie politiche

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito di Rolling Stone

«There is only one thing in the world worse than being talked about» affermava con la consueta arguzia il grande Oscar Wilde, «and that is not being talked about» (“C’è una sola cosa al mondo peggiore del far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé”).

L’aforisma, presente ne Il ritratto di Dorian Gray, è divenuto uno dei capisaldi del moderno marketing, e si adatta perfettamente alla strategia comunicativa di Checco Zalone per il lancio del suo nuovo film Tolo Tolo, di cui è anche, per la prima volta, regista. il comico pugliese aveva infatti optato per un trailer musicale, costituito dalla canzone “Immigrato” che tante polemiche ha suscitato da parte degli antropologicamente superiori usi a dividere pavlovianamente il mondo in base al grado di presunto (da loro) razzismo. Aveva anche precisato che il pezzo non era particolarmente rappresentativo della pellicola, ma ormai la diatriba era già in atto.

E così, per un mese le sezioni “spettacoli” delle redazioni di tutta Italia si sono paralizzate sulla sterile controversia riguardante la politicizzazione di un’opera che nessuno aveva ancora visto, essendo uscita nelle sale solo il 1° gennaio. Con certi media che agitavano lo spauracchio della discriminazione, e quelli di carattere opposto che osannavano il film – sempre sulla fiducia.

Questi ultimi sono quelli che, stando almeno ai primi commenti, sono rimasti delusi da Tolo Tolo, forse perché pensavano di trovarsi di fronte a una pellicola “sovranista”: la quale invece ha suscitato gli entusiasmi dei progressisti per la ragione uguale e contraria.

Questione di aspettative, certo. Ma anche di ossessioni manichee che sono alla base di una visione viziata dai paraocchi dell’ideologia. E fanno dimenticare che il modo migliore per andare a vedere una qualsiasi opera d’arte – e un film di Zalone in particolare – è semplicemente quello di gustarsela, anche criticandola se necessario, ma sempre restando fedeli a ciò che Samuel Taylor Coleridge chiamava «volontaria sospensione dell’incredulità».

Perché siamo di fronte a una storia. Punto. Nessuna dicotomia, nessuna pretesa di cogliere – né di raccontare – una verità assoluta: al massimo, il punto di vista del regista/sceneggiatore. Il quale, en passant, è l’unico che continua costantemente a farsi delle grasse risate, perché nel giorno del debutto Tolo Tolo è stato visto da oltre 1 milione di utenti, incassando 8.668.926 euro: cifra record nella storia del cinema italiano (limitatamente alle prime 24 ore in sala), che va a migliorare il primato detenuto finora dalla precedente opera del Re Mida del botteghino nostrano, Quo Vado?, che nel 2016 aveva incassato 7.341.414 euro nel primo giorno di programmazione.

A conferma che Luca Medici (questo il vero nome dell’artista barese) è infinitamente più intelligente di quanto cerchino di dipingerlo i suoi detrattori: i quali, tanto per dirne una, non hanno ancora capito, pur dall’alto del loro piedistallo radical chic, che l’arma più efficace contro la contagiosa diffusione di un fenomeno è l’indifferenza.

Zalone, invece, lo sa perfettamente, ed è proprio per questo che può nuovamente brindare al proprio successo al box office. Perché la lezione di Wilde è sempre valida e più che mai attuale: nel bene o nel male, purché se ne parli.

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Ambiente

Daniele Muscariello: la passione diventa cinema!

Domenico Di Catania

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Nella mia professione di economista e di responsabile nazionale di una confederazione datoriale, che mette insieme professionisti e aziende, spesso mi trovo a scoprire dei veri e propri talenti nel campo imprenditoriale. Ultimamente, per passione e grande curiosità che mi ha sempre suscitato il mondo del cinema e della comunicazione visiva in genere, ho avuto la fortuna di imbattermi nel vulcanico produttore cinematografico Daniele Muscariello.

Conosciamo Daniele Muscariello, produttore di cinema indipendente italiano ed internazionale

Il rampante ed eclettico imprenditore romano Daniele Muscariello dopo un lungo periodo nel mondo del calcio, con importanti cariche dirigenziali nell’AS Roma e nel Latina e la creazione della Synergo rete (società di consulenza aziendale e creazione di reti di impresa) torna al suo primo amore. Muscariello subito si contraddistingue negli ultimi anni come uno tra i più rilevanti produttori di cinema indipendente nel panorama italiano ed internazionale, infatti la passione per il cinema lo spinge a fondare tre case cinematografiche, ognuna con delle caratteristiche ben precise; la Henea Productions, dedicata a suo figlio Hermes, la Union Film e la  Waves Entertainment a Toronto

Con la sua Henea Productions, che si compone di almeno quattro divisioni Cinema\Tv-Libri-Musica-Management, realizza prodotti d’intrattenimento in ogni sua forma.

Mentre grazie alla Union Film, appendice della stessa HENEA Productions, Muscariello può vantare un importante collaborazione con Magnitudo per Sky Arte.

Ultima nata la Waves Entertainment a Toronto un progetto ambizioso dedicato al mercato canadese e americano che sta sviluppando progetti internazionali partendo da registi e attori emergenti italiani che vogliono farsi strada oltreoceano “capitanati” dal rivoluzionario Daniele.

Attraverso questa intervista ripercorreremo le fasi del suo percorso formativo e professionale.

Ciao Daniele, quando è nata la tua passione per il cinema e quale percorso formativo hai seguito? Riconosci in certi autori alcuni tuoi punti di riferimento?

La passione per il cinema ha sempre fatto parte della mia vita fin da giovanissimo. Da adolescente non avevo ancora idea che potesse diventare una professione e di conseguenza nemmeno di quale ruolo avrei potuto svolgere all’interno di questo mondo.

Sicuramente ero molto affascinato dal ruolo del regista e dall’arte di creare e raccontare storie, mi piaceva anche recitare ma ancor di più far recitare.

Dopo gli studi a Roma, che mi hanno permesso di formarmi come persona, aiutandomi profondamente nella vita e nella cura dei rapporti umani, ho avuto la fortuna di trovarmi in una città come Roma dove mi sono approcciato con grande curiosità al mondo del cinema e della televisione già durante il periodo in cui ero dirigente della Roma e del Latina

Poi grazie allo studio personale di grandi autori come Fellini, Bergman, Rosi e Scola ho sempre pensato al cinema italiano come ad un’ispirazione e ad un punto di arrivo inoltre, il nostro cinema viveva un momento di transizione sia per quanto riguarda i processi produttivi e distributivi sia riguardo la ricerca di nuove idee e stimoli. Era il periodo in cui iniziavano ad affermarsi nuovi registi come Garrone e Sorrentino.

 

Dopo una serie di esperienze estere di approfondimento personale, sono tornato in Italia, ho iniziato a lavorare con registi come Mauro Russo uno dei più noti registi di videoclip italiani e la partecipazione, tra gli altri, di Max Pezzali ed Elisa,  e i registi e autori come  Andrea Muzzi Renato Giordano, Pierpaolo Gentili e Ugo Chiti ed ho fondato la mia casa di produzione

Chi è il “produttore”?

Come interpreti la professione del produttore?

Il produttore è il più grande responsabile dell’opera, assieme al regista. Purtroppo rimane una figura molto fraintesa nel mondo del cinema.

Personalmente, mi sono sempre considerato un risolutore di problemi organizzativi, burocratici e creativi. Oltre a dedicarmi all’analisi del valore creativo del film mi occupo di studiare con grande attenzioni i ricavi futuri stimati di ogni mia produzione.

Uno dei più grossi problemi dell’industria cinematografica italiana è rappresentato dalla grossa differenza tra il costo di produzione del film ed il suo valore di mercato sui mercati nazionali ed internazionali.

Il mio lavoro inizia con la ricerca e sviluppo di un soggetto e con il suo studio di fattibilità. Nel caso in cui il progetto venisse considerato valido, da un punto di vista artistico e commerciale, a seconda del valore del regista e della sceneggiatura, inizierei a dedicarmi alla composizione del cast ed alla ricerca dei fondi di finanziamento.

In Italia i fondi principali sono quelli del Mibact e delle Film Commission. Nel caso invece di coproduzioni con case europee i miei riferimenti sono rappresentati dal Progetto Media-Eurimages, dal CnC francese, dal Governo della Catalunya in Spagna, il Bac Svizzero e la Lottery in Inghilterra.

Solitamente per comporre il budget definitivo rimangono fondamentali gli apporti delle banche. La partecipazione di investitori privati e le preacquisizioni da parte dei media che veicoleranno la trasmissione dell’opera filmica.

 

Qual è il tuo modo di confrontarti con le professionalità artistiche?

Quando partecipo ad un film è molto importante riuscire a costruire un rapporto di fiducia e trasparenza con il mio gruppo di lavoro, che dovrà essere il più coeso e compatto possibile.

L’attenzione e la responsabilità verso i propri colleghi è fondamentale quanto la tutela delle figure artistiche presenti nel progetto. Sento di esser ogni volta responsabile nel permettergli di realizzare la sua personale visione creativa.

 

I progetti maggiori

Qual è la linea editoriale della tua società?

Non ho mai voluto inserire delle limitazioni verso determinati generi e tematiche.

Sicuramente, è centrale la mia attenzione verso i progetti indipendenti di giovani o riconosciuti autori. Allo stesso tempo ho sempre posto grande interesse alle storie di genere.

Infatti con la divisione libri della HENEA PRODUCTION ho pubblicato e distribuisco il romanzo “L’Amore rende belli” di Pierpaolo Gentili e Fabiola Cimminella di cui è già in fase di sviluppo un film-tv in due puntate. Con la divisione musica produco, tra gli altri, il singolo “Spendo” della cantante EllyNora concorrente del talent televisivo Amici edizione 2019.

Un importante collaborazione con Magnitudo per Sky Arte, a cui fornisco tecnici e maestranze per progetti di grande successo, tra cui spiccano “Il talento barocco di Gian Lorenzo Bernini”, “Caravaggio – L’anima e il sangue”, “Visita alla seconda quadreria della Galleria Borghese di Roma” e “Michelangelo – Infinito”.

In collaborazione con Giallo Limone Movie nasce il film “Il Cobra non è” che vede l’esordio alla regia di Mauro Russo, uno dei più noti registi di videoclip italiani e la partecipazione, tra gli altri, di Max Pezzali ed Elisa.

Il film, realizzato con il supporto di Rai Cinema, Mica e Film Commission Puglia che presto debutterà nelle sale cinematografiche, racconta la storia di un rapper (Cobra) ed un manager (Sonny) che cresciuti nel degrado della periferia sono riusciti a trovare negli anni il loro riscatto attraverso la musica.

Per quali motivi si dovrebbe investire nel cinema d’autore oggi?

Ritengo che la commerciabilità di un prodotto artistico dipenda molto dalla ricerca del suo corretto posizionamento sul mercato. La forza delle opere d’autore è rappresentata dalla garanzia di un diritto di sfruttamento commerciale dell’opera in grado di poter durare nel tempo. I film d’ autore sono come pietre miliari universali e senza tempo che rimarranno per sempre nella storia.

 

Quello che può la determinazione

Quali sono i tuoi progetti futuri? E quali consigli daresti ai giovani cineasti?

Tra i numerosi progetti cinematografici e televisivi della Henea Productions spiccano anche il cortometraggio “Quel coniglio è un predatore” di Pierpaolo Gentili, in concorso al Giffoni Film Festival, il film in preparazione “Vi voglio cattivi” di Andrea Muzzi, opera scritta da Ugo Chiti e supportata dal Mibac e Film Commission Toscana e “Qui staremo benissimo” film scritto e diretto da Renato Giordano che si girerà a Benevento, città del vino 2020.

Nel frattempo stiamo preparando uno short movie horror “NAIK” con la regia di Mauro Russo e con Stefano Tramacere direttore della fotografia e gli attori Teo Giambanco, Fabiola Cimminella e Haroun Fall

Sempre con l’Henea Production stiamo sviluppando importanti video clip per cantanti di livello nazionale ed internazionali.

Chiaramente con la nuova casa di produzione a Toronto la Waves Entertainment voglio portare l’italianità creativa espressa attraverso l’arte del cinema mediante i suoi nuovi protagonisti nel Canada e in America. Progetto ambizioso… ma nella vita per emergere bisogna mettere ambizione e talento!

Ai giovani consiglio di avere tantissima dedizione e umiltà nel lavoro. Di essere decisi nel difendere ed esprimere le proprie idee. La determinazione, ancora più del talento, può fare la differenza.

Con queste bellissime parole congedo Daniele Muscariello il quale talento, sono certo, ci offrirà importanti opere che segneranno la storia del cinematografia e della creazione artistica. 

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Cultura

Politica, l’assalto al duo Renzi-Salvini e l’art. 21 della Costituzione: una riflessione

Gli attacchi della magistratura politicizzata sono l’ennesimo tentativo di censurare la libertà di espressione, come del resto la Commissione Segre e le sardine. E intanto CasaPound vince la causa contro il bavaglio di Fb

Mirko Ciminiello

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Matteo Renzi e Matteo Salvini. Foto dal sito di Libero Quotidiano

Art. 21 della Costituzione italiana. Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Sarà banale, ma giova ricordare questa banalità in un periodo storico in cui essa sembra essere sotto attacco concentrico: un assalto ancora più grave perché non arriva solo da quella cloaca massima costituita dai social network, ma addirittura dalle istituzioni – o meglio, da quella parte delle istituzioni che pretende di arrogarsi la facoltà di decidere chi debba godere del diritto sopracitato.

Tipo la Commissione Segre, che pur nata da ottime intenzioni rischia di tramutarsi in una sorta di orwelliano Ministero della Verità al servizio del pensiero unico. O tipo, per precipitare ad altezza sentina, il riprovevole quanto fatuo movimento delle sardine che, rivolgendosi ai “populisti” (sic!), ha affermato: «non avete il diritto di avere qualcuno che vi stia ad ascoltare». Frase che, detto per inciso, è stata bollata come “fascista” anche da alcuni simpatizzanti del gruppo di giovani scioperati, ma solo se spacciata per dichiarazione del segretario leghista Matteo Salvini, come perfidamente documentato dal parlamentare del Carroccio Alessandro Morelli.

C’è poi un livello ulteriore, che è quello di certa magistratura che, non avendo ben chiaro il principio della separazione dei poteri, interviene a gamba tesa ogniqualvolta la parte politica di riferimento (che curiosamente è sempre la stessa) si trova in difficoltà a causa della repulsione che suscita nella maggioranza dell’elettorato. Al momento l’obiettivo è duplice, pur se caratterizzato dallo stesso nome: Matteo.

Lo maggior corno de la fiamma antica è l’ex vicepremier Salvini che, già nel mirino per le ridicole vicende dei 49 milioni (che al massimo andrebbero imputati a Umberto Bossi e Francesco Belsito) e del Russiagate alla cassoeula, si è ritrovato ora indagato dalla Procura di Roma per abuso d’ufficio: avrebbe sfruttato 35 voli di Stato per fare campagna elettorale con il pretesto di impegni governativi. «Tutti i miei voli di Stato erano per motivi di Stato, da Ministro dell’Interno, per inaugurare caserme. Mai fatto voli di Stato per andare in vacanza, quello lo fanno altri» ha commentato il Capitano, affermando di non vedere l’ora di potersi difendere in tribunale.

Già, perché sono i tribunali i luoghi deputati ai procedimenti giudiziari: ai non pochi a cui era sfuggito di mente ci ha pensato l’altro Matteo, l’ex Rottamatore Renzi, a ricordarlo.

«Non ci faremo processare nelle piazze» ha tuonato da Palazzo Madama il leader di Italia Viva, citando l’ex Presidente della DC Aldo Moro, in riferimento all’inchiesta sulla Fondazione Open che ne sosteneva l’attività politica. «È accaduta una cosa semplice: contributi regolarmente dati alla Fondazione sono stati improvvisamente trasformati in contributi irregolari. Se questo non è chiaro, il punto è che può accadere a ciascuno di voi» ha ammonito i suoi colleghi senatori, aggiungendo che ai Pm è affidata la titolarità dell’azione penale, non dell’azione politica.

«Se nelle stesse ore della perquisizione si pubblicano, con un giornalismo a richiesta, dati che solo Bankitalia o la Procura hanno, siamo consapevoli che le casualità esistono ma c’è un cortocircuito tra la comunicazione e la battaglia giudiziaria?» ha proseguito l’ex Premier, stigmatizzando la «violazione sistematica del segreto d’ufficio sulle vicende personali del sottoscritto» che ha trasformato lo Stato di diritto in uno Stato etico e poi in uno Stato etilico. «Siamo alla barbarie» è stata la chiosa.

Prassi peraltro consolidata in passato con un altro ex Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, di cui venivano ignobilmente pubblicati fatti senza alcuna rilevanza giuridica (e nemmeno politica o giornalistica,  volendo) al solo scopo di danneggiarne la reputazione. Tanto per dire che il problema è culturale, ed è figlio di quella pretesa superiorità antropologica che gli utili idioti del politically correct si sono pateticamente autoattribuiti.

Ogni tanto, perciò, sarebbe bene che lorsignori scendessero dal piedistallo e facessero un bagno di umiltà nei bassifondi della realtà. Come Mark Zuckerberg e la sua creatura, Facebook, appena condannata dal Tribunale civile di Roma per la censura a CasaPound e al suo responsabile capitolino Davide Di Stefano.

Perché il movimento potrà non stare simpatico, potrà avere idee non condivisibili – ma non spetta a un social network (e nemmeno alle toghe politicizzate, se è per questo) imporre bavagli alle opinioni scomode.

A meno di non stracciare la Carta fondamentale della Repubblica e un paio di millenni di civiltà, ça va sans dire. Basta saperlo.

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Cucina

Una giornata da… FICO

Domenico Di Catania

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Appena entrato a FICO Eataly World, mi pervade un’atmosfera festosa fatta da una magia di colori e profumi. I miei sensi si inebriano in profumi aromi e sentori di varia natura e solo dopo il momentaneo stordimento mi rendo conto di trovarmi nel più grande Parco Agroalimentare del mondo che racchiude l’eccellenza della biodiversità italiana.


Sviluppato su 10 ettari, “Fabbrica Italiana Contadina” FICO Eataly World è una palestra di educazione sensoriale al cibo e alla biodiversità, dove le meraviglie dell’agroalimentare e dell’enogastronomia italiana sono presentate e narrate dalla nascita nella terra madre fino all’arrivo nel piatto e nel bicchiere. Nel cuore pulsante di FICO, le 40 fabbriche contadine si possono ammirare ciò che i nostri maestri creano dalla mortadella alla pasta di Gragnano, dalle grandi forme del parmigiano alla mozzarella campana e imparare tutti i segreti della nostra tradizione italiana, immergendosi nell’offerta culinaria più vasta al mondo.

Con me coinvolgo mia moglie e mio pargolo più piccolo, anche per cogliere le impressioni dei “non addetti al lavoro” e noto che anche loro sono pervasi dalle mie stesse sensazioni, presi come me, dal sacro fuoco della passione del cibo e della cucina italiana, tanto è vero che mi chiedono di partecipare al tour organizzato dal solerte e preciso personale di Fico, e ai vari corsi organizzati da tanti espositori.

Detto fatto, si parte con il tour con la simpaticissima Giulia a capo di una improvvisata tribù di affamati di sapere e non solo …  di sapere. Si inizia dalla fabbrica della famosa mortadella di Bologna IGP dove la nostra narratrice ci svela i segreti della tradizione che ancora oggi caratterizzano uno dei prodotti più amati della salumeria italiana.  Dall’insacco alla legatura, dalla stufatura alla docciatura: assistiamo in diretta alle fasi più importanti del processo di produzione e alla fine, finalmente, la fase di test … e si la fase dove oltre alla fame di sapere viene soddisfatta la fame … e basta. Superlativa! 

Si riparte con il visitare la fabbrica del grande Parmigiano Reggiano e siamo fortunati che ci troviamo mentre il mastro casaro estrae la grande forma dal bellissimo tino ramato. La nostra narratrice racconta le varie fasi di lavorazione; in primis il latte viene riscaldato e arricchito di fermenti lattici (siero d’innesto) in questo modo avviene la coagulazione. Una volta ottenuta una massa agglomerata di circa 70-80 kg, essa   viene divisa in due ed estratta con un tessuto di lino e posta in due stampi chiamati fascera. Ogni forma riceve il suo cartellino identificativo, comprese tutte le informazioni necessarie per la tracciabilità. Dopo due giorni, le forme vengono rimosse dai loro stampi e collocate in un bagno di sale per un mese, infine le ruote vengono poste nel locale di stagionatura, dove la temperatura e l’umidità sono strettamente monitorati per due anni.

Ci spostiamo in quella che definisco l’area shopping del parmigiano dove nelle brillanti vetrine e illuminate come nei negozi delle grandi firme della moda, vengono conservate le forme di parmigiano. La nostra guida narratrice ci sottolinea che ci sono delle forme che hanno 20 anni di stagionatura, immaginate che bontà visto che il parmigiano più invecchia è più è buono! Mio figlio guarda meravigliato le splendide vetrine e, preso da un impeto improvviso di fame, mi dice di voler assaggiare e così lasciandomi coinvolgere (e onestamente ci vuole poco) ci servono un tris di assaggi con tre stagionature diverse. Sperimentiamo quello che secondo me è un vero e proprio percorso sensoriale e a dir poco fantastico, sapori e odori che si sprigionano in bocca e ad ogni assaggio si trasforma in una vera e propria emozione che, nel cambio di formaggio e quindi stagionatura, ci fa cogliere le diverse note sensoriali ognuna con le proprie caratteristiche. 

La nostra intrepida guida ci porta all’esterno e con nostra meraviglia una vera fattoria si apre alla nostra vista. E’ la fattoria didattica di Fico dove ammiriamo i tanti animali soprattutto da latte; le varie razze di vacche da latte italiane, le varie razze di pecore e capre, ma anche altri animali da cortile come maiali di varie razze e galline da uova. Si vede palesemente che gli animali sono trattati bene e liberi, ma a mio personale avviso, è questa per me è l’unica nota leggermente stonata, in spazi un po’ ristretti, ma sicuramente molto meglio (non è paragonabile assolutamente) rispetto agli allevamenti intensi.

Dopo la visita guidata mi soffermo dal coloratissimo spazio della Pasta De Martino dove un piatto di pasta e pomodoro attira la mia attenzione… e si un semplice spaghetto al pomodoro ma dai colori brillanti, dal rosso intenso del pomodoro alla lucentezza degli spaghettoni al verde della foglia del basilico appositamente appoggiata.

Probabilmente il mio modo di guardare attira l’attenzione della direttrice marketing la quale con molta simpatia mi invita ad assaggiare il piatto. Non me lo faccio ripetere due volte! Davvero buona, ma quello che provo è la perfetta integrazione del sugo di pomodoro con lo spaghettone e la perfetta tenuta al dente dello stesso, a questo punto la simpatica dott.ssa Teresa De Masi mi dice che il segreto è di finire la cottura direttamente nel pomodoro della pasta per quasi cinque minuti, il che spiega la piena integrazione fra i due elementi, ma personalmente rimango resto meravigliato dalla tenuta al dente della pasta. A questa mia perplessità sempre la gentile dott.ssa Teresa, mi fa accedere al laboratorio interno e davvero si apre per me un mondo meraviglioso fatto di farine di grano duro di grande eccellenza e di macchinari di produzione all’avanguardia sia in termini di tecnologia che di altissima garanzia di un prodotto buono e soprattutto controllato perfettamente in tutte le fasi, che alla fine si concretizza nella gioia al palato del consumatore ma anche di grande freschezza e salubrità. Complimenti alla produzione e al suo staff alla gentilissima dott.ssa Teresa De Masi.

  

Come Pastificio De Martino ci sono tante produzioni ma questa volta io e mio figlio vogliamo mettere le mani in pasta e, quindi ci iscriviamo a un laboratorio di pasta fresca. Anche se già a casa ci divertiamo a fare la pasta, vogliamo scoprire, nella loro terra di provenienza, i famosi tortellini e così il simpaticissimo mastro pastaio ci spiega prima la farcitura e poi iniziamo a fare l’impasto. Devo dire che è stata una bella esperienza e alla fine dopo aver tirato, con non poca fatica, la famosa sfoglia finalmente ci viene svelato il segreto di come fare i tortellini e dopo i primi tentativi l’arcano è scoperto e devo dire che mio figlio è più bravo di me. Bella e divertente esperienza!

Tirando le somme devo dire che visitare FICO è stata una bella esperienza da consigliare alle famiglie che vogliono far capire a propri figli come nascono e si producono i prodotti della nostra tavola contribuendo a “formare” consumatori consapevoli. Ritengo, infatti che il consumatore consapevole e quindi la cultura del cibo italiano è la condizione necessaria per dare valore ai prodotti italiani al fine che non vengano mai confusi, ma anzi ben distinti, dalle cattive imitazioni soprattutto estere.

Domenico di Catania 

Economista ed esperto in enogastronomia 

3881220881

 www.modusconsulenze.it

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Cultura

Muro di Berlino, il trentennale della caduta tra ignoranza e ipocrisia

Durante le celebrazioni sono fioccati paragoni risibili con le barriere americana e israeliana. Ma, come magistralmente illustrato da Papa Benedetto XVI, i muri sono un no sempre in grado di declinarsi in un sì

Mirko Ciminiello

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Foto tratta dal sito di CISL Scuola

9 novembre 2019, trentennale della caduta del Muro di Berlino. Passata l’immancabile e inevitabile sbornia mediatica, ci sia consentita una breve riflessione su un evento epocale e ben più che positivo, divenuto però nella circostanza occasione per dar sfoggio di facile ignoranza e ipocrisia a dir poco imbarazzante.

Un esempio è il post del Partito Democratico che, celebrando la ricorrenza, affermava che «oggi come allora, chiunque costruirà muri per separare le persone, ci troverà pronti ad abbatterli». Fingendo di non ricordare che, allora, il Pd – o meglio i suoi antenati che ancora si dichiaravano orgogliosamente comunisti – era schierato con la dittatura sovietica, non certo con chi cercava disperatamente di fuggirne. A rinfrescare la memoria a Zingaretti & Co. ci ha comunque pensato la leader di FdI Giorgia Meloni, che ha twittato laconica: «Guardate che voi eravate il muro».

Bisogna però riconoscere ai dem un’inossidabile coerenza nello stare sempre dal lato sbagliato della Storia. Come dimostra la loro folle linea politica sull’immigrazione, ridotta a slogan su porte aperte – e porti aperti – indiscriminatamente a chiunque: questione che peraltro faceva capolino anche nel succitato messaggio, con il risibile riferimento ai contemporanei muri da abbattere.

L’allusione riguardava ovviamente barriere politicamente scorrette come quella del Presidente U.S.A. Donald Trump al confine con il Messico, o quella eretta dagli Israeliani in Cisgiordania: per dare a Cesare quel che è di Cesare, però, bisogna precisare che in parecchi, in questi giorni, si sono lanciati in questo ridicolo accostamento. Tanto più grottesco in quanto confonde un muro della vergogna costruito dalla tirannia più sanguinaria della Storia per tenere prigioniero chi invece aspirava alla libertà, e degli sbarramenti che hanno piuttosto l’unica funzione di garantire la sicurezza.

Scopo, quest’ultimo, che per inciso è lo stesso a cui assolvono la pelle e la membrana cellulare – due mura naturali di cui tutti siamo dotati per un’identica esigenza di autodifesa. Tanto per dire che non tutte le barriere sono qualcosa di negativo.

Del resto lo aveva illustrato magistralmente Papa Benedetto XVI. «La Chiesa ha mura. Il muro da una parte indica verso l’interno, ha la funzione di proteggere, raccoglierci e condurci l’uno verso l’altro». Ed era proprio la finalità del rifugio al centro della riflessione del Santo Padre. «Non può entrare neppure la bugia, che distrugge la fiducia e rende impossibile la comunità. Non possono entrare l’odio e l’avidità che feriscono l’umanità».

E tuttavia, l’argomentazione di Papa Ratzinger era ben lontana da un atteggiamento di chiusura sterile e autoreferenziale. Le barriere sono infatti dotate di porte, destinate ad aprirsi nel momento in cui a bussare è «tutto ciò che è buono». Perché ogni muro è un no che è sempre in grado di declinarsi in un .

Non serve aggiungere altro.

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Cultura

Venezia 76: previsto un red carpet iconico

Giulia Marilungo

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Quest’anno più che mai Venezia ci fa venire il batticuore. La 76esima mostra del cinema di Venezia (28 Agosto-7 Settembre)  ha in previsione un Red Carpet talmente affollato di icone del cinema che sarebbe piu’ facile nominare chi non sara’ presente. 

28 Agosto. il duo francese Catherine Deneuve e Juliette Binoche in apertura con La Verite’ di Kore-Eda Hirokazu

29 Agosto. Pedro Almodovar riceverà il leone alla carriera. Scarlett Johansson e Adam Driver rappresenteranno Marriage Story di Noah Baumbach. Ci saranno anche Brad Pitt e Tommy Lee Jones per Ad Astra di James Gray 

30 Agosto. Kristen Stewart sosterrà Seberg di Benedict Andrews. J’Accuse di Polanski sarà a Venezia sostenuto da Jean DuJardin, Louis Garrel ed Emmanuelle Seigner 

31 Agosto. Joaquin Phoenix sarà alla mostra in qualità di protagonista di Joker di Todd Phillips. Monica Bellucci e Vincent Cassel si riuniranno sul red carpet per il film fuori concorso Irreversible di Gaspar Noe del 2002.

1 Settembre. I due papi di Sorrentino Jude Law e John Malkovich a Venezia per la premiere di The New Pope. Meryl Streep e Gary Oldman sono parte del cast di The Laundromat, il film in arrivo di Steven Soderbergh. Penelope Cruz sosterrà Wasp Network di Olivier Assayas, film caratterizzato da un cast stellare con Edgar Ramirez, Gael Garcia Bernal e Wagner Moura. Presente anche Adele Exarchopoulos coprotagonista di Revenir di Jessica Paul. Per finire lo stesso giorno Spike Lee presentera’ American Skin di Nate Parker. 

2 Settembre. Leone alla carriera per Julie Andrews. Per The King di David Michod  Timothee Chalamet, Joel Edgerton e Lily Rose Depp

3 Settembre. C’è Terry Gilliam per il corto Happy Birthday di Lorenzo Giovenga che incontra il pubblico in sala Giardino e in chiusura brani live di Achille Lauro. Presente anche Cecile de France per Un monde plus grand di Fabienne Berthaud 

4 Settembre. Alla mostra la superstar cinese Gong Li , protagonista di Saturday Fiction di Lou Ye. C’è anche Chiara Ferragni, cui è dedicato il documentario biografico Unposted di Elisa Amoruso.

6 Settembre. Ad accompagnare Waiting for the Barbarians del colombiano Ciro Guerra un super cast con il premio oscar Mark Rylance, Johnny Depp. Rogers Waters presentera’ il film documentario sul suo tour Us + Them e ha chiesto di incontrare il pubblico.

7 Settembre. Oltre alla cerimonia finale di premiazione Mick Jagger con Donald Sutherland per il film di chiusura fuori concorso The Burnt Orange Heresy di Giuseppe Capotondi. 

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Cultura

Sono stata al Jova Beach Party, ecco la mia guida

Se qualcuno si recherà alle 9 date rimanenti il consiglio è questo: dovete scordarvi di essere ad un concerto, perché non si tratta di un concerto. E’ molto di più.

Giulia Marilungo

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Sono stata al Jova Beach Party. Premesse. Nonostante sia amante di Jovanotti e sia stata ad un suo tour in passato, sapendo quindi che spettacolo Lorenzo sia in grado di mettere in piedi, vedendo le immagini delle tappe precedenti del Jova Beach ci sono andata molto prevenuta. Tutto quel marasma di gente nelle foto, non mi facevano pensare ad una gran figata ma solamente ad ore ed ore di sudore e attesa, per poi potersi godere il concerto solo attraverso un binocolo e avendo pagata il biglietto anche abbastanza. Inoltre quando un concerto dura troppo, può anche trattarsi del tuo artista preferito, ma dopo un po’ la stanchezza inizia a farsi sentire e diventa anche difficile seguire l’esibizione. 

Prima di entrare quindi ho subito capito che non dovevo viverla come un concerto ma come una grande festa, al massimo come un festival, anche perché penso proprio che Jova dopo gli anni trascorsi negli Stati Uniti si sia proprio ispirato al format di festival californiani. Se qualcuno si recherà alle 9 date rimanenti il consiglio è quindi questo: dovete scordarvi di essere ad un concerto, perché non si tratta di un concerto. E’ molto di più. Penso che per me e i miei amici (un gruppone di 15 persone) sia stato incredibile perché l’abbiamo vissuto con tranquillità. Siamo arrivati al lungomare di Lido di Fermo poco prima delle 14, orario dell’apertura dei cancelli (no camping stressante sotto al sole, per essere vicino al palco abbastanza da farsi riempire dal sudore di Jova), una volta dentro abbiamo girato per i vari stand nel villaggio e più tardi abbiamo deciso di iniziare a pensare a dove posizionarsi per il concerto delle 20.30. 

Questo è stato forse il momento più insoddisfacente e snervante della giornata. Sia chiaro, non per colpa di Jovanotti o dell’organizzazione del suo party, ma perché tanta gente non sa come stare al mondo. Tutti si erano spaparanzati con i teli da mare come non rendendosi conto che a quell’evento avrebbero partecipato 38 mila persone e si lamentavano anche se nel cercare di fare zig zag tra i vari asciugamani un mignolino del piede finiva sopra al loro. Con molta gentilezza abbiamo chiesto a vari partecipanti se era possibile stringersi per farci posto (anche perché a concerto iniziato ci saremmo ritrovati comunque tutti appiccicati) e l’educazione e la solidarietà di alcuni, si è scontrata con la totale ignoranza di altri. Dopo aver lottato un pochino, abbiamo appoggiato le nostre cose e io me ne sono andata a vagare incuriosita per il villaggio. Ho fatto ritorno alla base solo verso le 19, quando Dj Ralf dal main stage ha scaldato e caricato il pubblico prima dell’arrivo più che puntuale di Lorenzo. 

Questa parte è importante: non rimanete incollati al vostro posto per tutto il pomeriggio che tanto una volta lasciati gli asciugamani è vostro e inoltre è anche molto facile capitare davanti al palco anche arrivando tardi all’evento se è questo che vi interessa. Fatevi più bagni in mare possibili, vi consiglio lo stand della Martini che fa degli spritz spettacolari, fatevi mettere brillantini in faccia dalla Sammontana, scherzate con i ragazzi della Durex, spostatevi per i vari palchi, ma assolutamente non rimanete seduti sul vostro asciugamano che è la cosa più estenuante che possiate fare.

La storia dei token (la moneta da cambiare da utilizzare all’interno) è un po una balla, perché poi i ragazzi con le casse piene di birra, acqua e bevande che girano per la spiaggia accettano solo euro. Cibo e crema solare sono ammessi quindi non credete alle storie che si dicono in giro. Per tutte le info https://www.jovanottitour.com/info-utili-jova-beach-party .

I gruppi che hanno suonato nel pomeriggio erano stati selezionati da Jovanotti dei quali lui si  è definito un grandissimo fan. A me piace quando grandi artisti sponsorizzano gruppetti di nicchia, anche perché si scopre sempre un sacco di musica bella e nuova. Lorenzo li lasciava suonare per poi unirsi a loro in una jam session finale. 

Veniamo alla vera e propria esibizione di Jovanotti. Il concerto della durata di 3 ore è stato un tributo alle sue origini da dj. Jovanotti infatti ha passato molto tempo in consolle, inframezzando le sue canzoni con un dj set in piena regola, il tempo dedicato al mixaggio di canzoni di altri sarà stato di circa un’ora. Ha spaziato dalla musica elettronica, all’house, alla dance, nonché hip hop italiano e hip hop americano (affiancato dall’ospite Frankie hi-nrg ). E’ stato uno degli eventi genuinamente più divertenti a cui abbia mai assistito e di concerti ne ho visti tanti anche di artisti internazionali. L’esibizione è stata pensata per farti scatenare e ballare tutto il tempo, poi solo quando Jova ricomincia a cantare le sue canzoni intramontabili ti ricordi di essere ad un suo concerto. Una tipologia di concerto mai vista prima e se ti ha annoiato o ti annoierà perché volevi “più Jova” (ovvero sentirlo cantare di più, nonostante abbia cantato tanto) devi sapere che Jova è da sempre sperimentazione e se questo non ti piace forse hai sbagliato artista ed evento.

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Cultura

50 anni fa l’uomo sulla Luna

A toccare la superficie lunare fu il modulo “Eagle” dell’Apollo 11

Andrea Pranovi

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Alle ore 22,17 di cinquant’anni fa, il 21 luglio del 1969, il modulo denominato “Eagle” dell’Apollo 11 toccò la superficie della Luna. La missione era decollata dal Kennedy Space Center esattamente 4 giorni, 8 ore, 45 minuti e 39 secondi prima di raggiungere il satellite.

Sei ore dopo che il modulo aveva toccato il suolo, Armstrong mise piede sulla Luna. Diciannove minuti dopo arrivò Aldrin. I due trascorsero sulla superficie lunare oltre 21 ore, di cui circa due ore e un quarto fuori dalla navicella.

Collins, Armstrong e Aldrin, una volta tornati sulla terra, vennero subito messi in isolamento per scongiurare la possibilità che portassero con loro agenti patogeni lunari. Rimasero in quarantena fino al 10 agosto e solo da quel momento fu possibile per loro partecipare ai festeggiamenti per la riuscita della missione.

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Cultura

Andrea Camilleri ci ha lasciati

Camilleri, spentosi all’età di 93 anni oltre ad essere popolare per i suoi libri era anche amatissimo come personaggio.

Giulia Marilungo

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Andrea Camilleri è morto  questa mattina all’ospedale Santo Spirito di Roma dove era ricoverato da circa un mese.

“Le condizioni sempre critiche di questi giorni si sono aggravate nelle ultime ore compromettendo le funzioni vitali”. Si legge nel bollettino dell’ospedale. “Per volontà del maestro e della famiglia le esequie saranno riservate. Verrà reso noto dove portare un ultimo omaggio”.

Camilleri, spentosi all’età di 93 anni oltre ad essere popolare per i suoi libri era anche amatissimo come personaggio. Ha usato il suo carisma sui media per raccontare di sé e del suo commissario Montalbano, ma non bisogna dimenticare il suo costante impegno sul sociale. Cammilleri rappresenta forse l’ultimo vate che con forza ha difeso le idee di democrazia e eguaglianza e dignità.

Negli ultimi 25 anni oltre a Montalbano nato con il primo romanzo “La forma dell’acqua” e’ stato anche figura di spicco del teatro. Ironico quando parlava del suo vizio del fumo, dagli occhi sempre vitali e sorridenti, fino all’ultimo ha continuato a donarci la sua analisi del presente attraverso interventi in Rai.

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Cultura

L’apologia di Salvini contro l’ipocrisia del M5S

Gli attacchi dei grillini al leader del Carroccio ricordano le accuse pretestuose contro Socrate

Mirko Ciminiello

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C’è qualcosa di talmente surreale, negli attacchi più recenti dei grillini contro Matteo Salvini, da far sentire molto acuta la mancanza di un Umberto Eco in grado di indagarne la fenomenologia. O forse, semplicemente, è tutto materiale per psicologi o filosofi, come Giambattista Vico, il teorico dei corsi e ricorsi storici. Non solo perché le provocazioni pentastellate si ripetono ciclicamente, ma anche perché il contesto ricorda vagamente quello dell’Apologia di Socrate descritta da Platone: l’ironia che combatte contro l’ipocrisia. Fino a un certo punto, almeno.

Negli ultimi giorni, contro il Ministro dell’Interno si sono scagliati due sottosegretari Cinque Stelle: Manlio Di Stefano, che lo ha tacciato di sentirsi come Maradona ma di giocare come un Higuaín fuori forma; e Vincenzo Spadafora, secondo cui Salvini ha alimentato una pericolosa deriva sessista.

Sulle esternazioni di Di Stefano si potrebbe discutere a vari livelli. Per esempio, sottolineando la profondità del parallelismo in cui si è lanciato; oppure, evidenziando che Salvini potrà anche essere paragonato a Higuaín, ma lui, Di Stefano, potrebbe al massimo essere accostato ai panchinari del Frosinone – con tutto il rispetto per i gregari della squadra ciociara. Ma la realtà è che, quando rilascia delle dichiarazioni, il sottosegretario al Ministero degli Affari esteri crea più imbarazzo al MoVimento che agli avversari, motivo per cui Salvini lo ha liquidato con un fulminante “omo de panza, omo de sostanza”, aggiungendo che avrebbe preferito essere accostato piuttosto a Van Basten o a Baresi.

Ben altre reazioni ha suscitato l’intervista che Spadafora ha concesso a Repubblica, in particolare nel passaggio in cui il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri ha accusato Salvini di aver «aperto la scia dell’odio maschilista contro Carola» Rackete. La cavalleria leghista è partita subito in quarta, seguita a breve dalla replica tranchant dello stesso segretario del Carroccio: «Cosa sta a fare Spadafora al governo con un pericoloso maschilista?» si è chiesto Salvini. «Se pensa che sono così brutto e cattivo, fossi in lui mi dimetterei e farei altro, ci sono delle Ong che lo aspettano».

La sua ironia è molto simile a quella usata da Socrate contro il suo accusatore Meleto, che lo aveva falsamente denunciato di empietà e corruzione dei giovani ateniesi: quando, stando almeno alle fonti antiche, la vera colpa del filosofo era quella di non aver voluto accettare lo stesso Meleto come suo allievo a causa delle sue scarse capacità intellettive.

Si potrebbe dire che anche quest’ultimo particolare rispecchia in qualche modo il presente, ma probabilmente è più interessante rimarcare un’altra similitudine – quella relativa all’ipocrisia del MoVimento. Questa volta il riferimento è Luigi Di Maio, che dapprima ha fatto finta di essere sorpreso dal «casino» suscitato dall’intervista, poi ha sentenziato che Spadafora non si dimetterà.

Tralasciando il fatto che, evidentemente, alcuni sottosegretari sono più uguali degli altri, e anche i rumours secondo cui Spadafora sarebbe molto vicino a Giggino – anche troppo, si sussurra tra gli addetti ai lavori -, resta singolare l’idea che un’offensiva mediatica dovrebbe essere considerata alla stregua di una «polemica inutile» (il copyright è sempre di Di Maio). Soprattutto se si ricorda che lo stesso capo politico del M5S ha tuonato spesso contro le invettive leghiste (politiche, non ideologiche come quelle dei grillini): l’ultima, appena un mese fa, quando su Facebook invocava la fine degli attacchi ai ministri pentastellati.

Salvini ha ribadito che per lui il Governo durerà altri quattro anni, ma ha anche precisato che diventa impegnativo se ogni giorno c’è un sottosegretario del Movimento 5 Stelle che «la spara» invece di lavorare. Magari, alla fine, anche lui finirà “impallinato” come Socrate, che alla fine fu costretto a bere la velenosa cicuta – e per inciso, in giorni si cui si cita a vanvera l’Antigone, si potrebbe anche dare rilievo al fatto che il vecchio filosofo, pur condannato ingiustamente, rifiutò di evadere anche avendone la possibilità, affermando che alle leggi bisogna sempre obbedire, anche se naturalmente possono essere modificate.

Ma forse, chi in quel caso andrebbe «a miglior sorte, nessuno lo sa, tranne Dio». Corsi e ricorsi storici, per l’appunto.

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Cultura

Il trionfo di Woody Allen sulle storture del Me Too

Mirko Ciminiello

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Photo credit: https://milano.repubblica.it/cronaca/2019/07/08/news/milano_l_appello_dei_sindacati_realizziamo_una_cittadella_della_scala_-230677932/

Dopo lo scandalo molestie, l’ovazione della Scala segna la rivincita del genietto newyorchese

 

Alcuni applausi hanno un sapore più dolce di altri. Non profumano solo di vittoria, ma di rivalsa. Se a ciò si aggiunge il fascino imperituro della Scala di Milano, si spiega forse il fuori programma che Woody Allen ha regalato al pubblico meneghino.

Non era infatti previsto che il genietto di Brooklyn salisse sul palcoscenico, al termine della prima del pucciniano Gianni Schicchi – in scena fino al 19 luglio. Anzi, malgrado ne avesse curato la regia, aveva preferito assistere alla rappresentazione dall’ultima fila del palco centrale: per non rubare la scena agli interpreti, si era detto, o forse solo per la sua estrema timidezza.

Poi, però, la fragorosa ovazione degli astanti si è diffusa come una scarica elettrica, invocando il regista newyorchese, chiamandolo fuori dal suo riparo, quasi costringendolo ad apparire sotto le luci della ribalta per rispondere a quest’onda vibrante d’affetto.

E poco importa se le acclamazioni erano un tributo alla carriera di Allen o alla sua interpretazione dell’opera di Puccini – di cui ha, tra l’altro, modificato il finale. L’iconico regista, che pure è apparso spaesato, confuso, è sembrato averne un gran bisogno dopo un periodo che definire difficile è un eufemismo.

Il culmine era stato probabilmente raggiunto con il “tradimento” di Amazon, che avrebbe dovuto produrre il suo ultimo film, salvo metterlo in stand-by dopo mesi di gogna mediatica. Woody Allen è stato probabilmente la vittima sacrificale più illustre del Me Too, movimento che pure era nato con le migliori intenzioni – giacché anche una sola donna molestata sarebbe di troppo. Tuttavia, dal momento che la via per l’inferno è proverbialmente lastricata di buone intenzioni, il Me Too non ha tardato a tramutarsi in un sadico Moloch che, spesso senza prove e sulla “parola” di autentiche mitomani in cerca di attenzione, non ha risparmiato le vittime di ignobili calunnie.

Il caso di Allen ha rappresentato senza dubbio il punto più vergognosamente basso di questa distorsione, dal momento che il genio della Grande Mela era già stato assolto dall’infamante accusa di aver abusato della figlia adottiva Dylan Farrow – e, in base al principio giuridico del Ne bis in idem, non si può essere processati due volte per lo stesso reato. In epoca di isterie collettive, però, la verità diventa qualcosa di tremendamente relativo, e Allen si è quindi trovato nella paradossale condizione di essere innocente per la giustizia e colpevole per il circo Barnum, e per i complici media mainstream, autoproclamatisi giudice, giuria e boia di questa moderna caccia alle streghe – anzi, agli stregoni.

Per questo, il trionfo milanese assume una valenza ancora maggiore. E, peraltro, si carica anche di un certo simbolismo, se si pensa che Gianni Schicchi (il personaggio) è un homo novus che con la propria astuzia riesce a beffare i membri dell’aristocrazia fiorentina che lo hanno sempre disprezzato.

Gianni come Woody, insomma, ma anche Allen come Puccini. I due avevano parecchio in comune, tra cui una vena ironica intelligente e sagace. Per dire, il grande compositore, che negli ultimi mesi di vita era stato nominato alla Camera Alta, prese l’abitudine di firmare le sue lettere con il titolo di “Sonatore del Regno”. Nessun dubbio che il regista di Brooklyn, il cui protagonista di Misterioso Omicidio a Manhatthan affermava di apprezzare Wagner “anche se ogni volta che lo sento mi viene voglia di invadere la Polonia”, avrebbe gradito.

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