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L’emergenza politica nel mezzo della pandemia

Il Paese si risveglia sull’orlo di una crisi, tra le catene di un virus spietato e le molle sfondate di una politica incapace. Presidente Mattarella, ci salvi Lei.

Francesco Di Pisa

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«Ci vuole molto più coraggio a lasciare una poltrona che ad aggrapparsi alla tenace difesa dello status quo.»

Cosi’ Matteo Renzi, in bilico tra un’infelice, smodata ansia di protagonismo e un masochismo palese, penosamente mascherato da un superficiale desiderio di fare solo il bene del Paese. In realta’, Renzi detesta oggi Conte piu’ ancora di chi aveva tentato di eliminare un anno e passa fa, ossia Salvini.

“Italia Viva si è assunta la grave responsabilità di aprire la crisi in piena pandemia, arrecando un grave danno al Paese”.

E qui il Premier, livido di rabbia, col pallottoliere in mano, a piedi sui gradini del Quirinale che lo condurranno poi a Montecitorio. Conte che risponde senza mezzi termini alla mossa di Renzi di gettare il Paese in una nuova, l’ennesima crisi di governo.

Questi sono oggi i nemici. Anche se la politica e’ poi l’arte di fare tutto il contrario di tutto.

Elezioni anticipate dunque? Al tempo della pandemia? Questo drammatico scenario, una pagliacciata del genere non s’era ancora vista tra le sceneggiature politiche, l’ennesima sceneggiata, un melologo popolare senza scritto pianificato dalla nostra gioiosa classe politica, una macchina da guerra che spara a salve, minaccia a parole e non fa mai i fatti. La democrazia prima di tutto? Votare tra tre mesi n Italia sarebbe una follia. Immaginiamo una campagna elettorale a braccetto con una campagna vaccinale. Perche’ se gli americani hanno eletto un Presidente in questo caos, l’Italia non ha certo le spalle forti di un Paese come gli Stati Uniti indenne pure dopo l’assalto a Capitol Hill.

Risorgeranno i responsabili? Quelli a cui si potrebbe affidare il compito di salvare l’Italia, sparsi di qua e di la’?

Nel bel mezzo di un’emergenza sanitaria planetaria l’Italia si risveglia in un’emergenza politica che in realta’ perdura sotto travestimenti fasulli da troppo tempo ormai. La terza, la quarta, la quinta Repubblica, abbiamo perso il conto, oggi si affida anima e core a cio’ che resta della saggezza delle Istituzioni Politiche, al nostro Presidente della Repubblica, un Sergio Mattarella che ancora una volta scendera’ dal suo scranno chiamato a dirimire questo cortile di cani che abbaiano, per provare a dare una via alla nostra Italia.

Ascolti Presidente, venga in questa nostra povera spiaggia, un litorale invernale, porti con se’ un lanternino, cerchi sulla battigia, chissa’, rovisti Lei, in mezzo a colli di bottiglia, lenze, reti da pesca, buste, bottiglie, flaconi di vaccini… magari trovera’ una qualche improbabile conchiglia, una perla, un corallo pregiato… una speranza sul tappeto di rifiuti sparsi e dispersi sulla discarica del panorama politico.

Presidente, la prego, tenga duro, non ci molli, non salga ancora sulla nave che l’attende all’orizzonte, ci salvi Lei dalla palude in cui stiamo tutti sprofondando.

Francesco Di Pisa è Dottore in Giurisprudenza con Master in Scienza delle Comunicazione. Libero professionista, dopo la Spagna, la Gran Bretagna, si occupa di politiche Marketing, consumo, comunicazione e scrive di politica, attualità e costume.

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Cronaca

Mascherine cinesi, quella rivelazione che getta ombre su Arcuri e Conte…

L’imprenditore Benotti, al centro dello scandalo, rivela che Palazzo Chigi avvertì il supercommissario dell’indagine degli 007: la cui delega l’ex Premier Conte tenne sempre stretta, mentre Draghi l’ha affidata al Capo della Polizia Gabrielli…

Mirko Ciminiello

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mascherine cinesi
Mascherine cinesi

Cos’hanno in comune 800 milioni di mascherine cinesi, i sottosegretari appena nominati dal neo-Premier Mario Draghi e il commissario straordinario per l’emergenza coronavirus Domenico Arcuri? Sembra una barzelletta, eppure c’è una sottile linea rossa (e il colore non è casuale) che lega questi improbabili protagonisti. E arriva a lambire con le sue (non nitidissime) trame anche l’ultimo tratto del precedente Governo guidato da Giuseppe Conte.

L’affaire mascherine cinesi

La Cina, si sa, è vicina, ma nel caso del supercommissario Arcuri l’aggettivo assume i connotati di un eufemismo. Questo, almeno, racconta l’inchiesta della Procura di Roma sull’affaire dei dispositivi di protezione individuale acquistati dal Nostro in piena crisi da Covid-19.

Una commessa costata complessivamente 1,25 miliardi di euro, per cui la struttura commissariale ha usufruito dell’intermediazione di alcune imprese italiane. Le quali, per questo servizio, hanno percepito commissioni per decine di milioni di euro da parte dei consorzi orientali affidatari delle forniture. Questa almeno la ricostruzione dei Pm di Piazzale Clodio, che hanno disposto una serie di misure cautelari per cinque accusati, tra cui spicca Mario Benotti. L’imprenditore – e giornalista Rai in aspettativa – attorno a cui ruota l’intero scandalo delle mascherine cinesi.

Va subito precisato che le indagini non riguardano Der Kommissar, la cui posizione è già stata archiviata. I magistrati hanno infatti appurato che «allo stato non vi è prova che gli atti della struttura commissariale siano stati compiuti dietro elargizione».

Però i verdetti politici non coincidono con quelli giuridici, e c’è un particolare (palesato dallo stesso Benotti e tangenziale alla vicenda delle mascherine cinesi) che imbarazza Arcuri. Un particolare che ha a che fare con uno dei fiori all’occhiello dell’Italia – che non sono le ridicole primule del supercommissario, bensì i Servizi segreti.

Ombre rosse

«Arcuri mi incontrò e mi disse che c’era una difficoltà: da Palazzo Chigi lo avevano informato che c’era un’indagine, un approfondimento in corso su tutta questa situazione, forse dei Servizi».

L’uomo delle mascherine ha sganciato la bomba in diretta televisiva mentre spiegava perché dallo scorso 7 maggio Der Kommissar avesse tagliato i ponti con lui. «Mi pregò di interrompere qualunque comunicazione con lui e io l’ho fatto».

Troppo tardi, però. Anche perché questa rivelazione permette una lettura retroattiva anche di uno dei fatti più controversi della fase finale dell’esecutivo Conte-bis. Ovvero l’ostinazione con cui Giuseppi ha conservato la delega ai Servizi segreti fin (quasi) all’ultimo. Cedendola poi al suo consigliere diplomatico Pietro Benassi solo dopo che il leader italovivo Matteo Renzi aveva già innescato la crisi di Governo.

«Quando dicevamo che sulla gestione dei servizi segreti di Conte c’era qualcosa di poco chiaro, ci prendevano per matti! Invece, a quanto pare…». Così, secondo indiscrezioni, si sarebbe sfogato il leghista Giancarlo Giorgetti, neo-Ministro dello Sviluppo economico e braccio destro del segretario Matteo Salvini. Il quale continua a invocare decisamente le dimissioni – o il licenziamento – di Arcuri, che recentemente ha bollato come «monarca assoluto».

Per il momento, il Premier ha fortemente ridimensionato il ruolo del supercommissario, per esempio escludendolo dalla riunione in cui si discuteva del nuovo Dpcm anti-Covid. Dev’essere il nome Mario che non porta bene a Der Kommissar.

Intanto l’ex Governatore della Bce ha affidato la delega della discordia sugli 007 al Capo della Polizia Franco Gabrielli, che certamente cercherà di dissipare tutte queste ombre. Ombre rosse, ça va sans dire.

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Politica

Nessun cambio di passo, le restrizioni resteranno almeno fino a Pasquetta

Il Ministro “nomen omen” Speranza gela ogni speranza annunciando l’arrivo di un nuovo Dpcm che durerà fino al 6 aprile. E aprendo lo scontro con Lega e parte del Pd, che spingono per graduali riaperture almeno in fascia gialla

Mirko Ciminiello

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nessun cambio di passo: misure restrittive
Misure restrittive

Nessun cambio di passo nella strategia anti-Covid. Com’era prevedibile, il neo-Governo di Mario Draghi confermerà in blocco le attuali restrizioni almeno fino a tutta Pasquetta. Se qualcuno si era illuso del contrario, ci ha pensato – as usual – il Ministro nomen omen della Salute Roberto Speranza a riportarlo alla realtà. Aprendo peraltro un primo, importante fronte all’interno del neonato esecutivo.

Nessun cambio di passo sulle restrizioni

«Non ci sono le condizioni epidemiologiche per abbassare le misure di contrasto alla pandemia, siamo all’ultimo miglio e non possiamo abbassare la guardia». Così, in Senato, il titolare della Sanità ha anticipato l’intenzione governativa di proseguire lungo la direttrice tracciata dall’esecutivo Conte-bis.

In realtà, obiettivamente era difficile ipotizzare una svolta. L’insediamento di SuperMario è infatti troppo recente e, soprattutto, la campagna vaccinale sta procedendo troppo a rilento – con un notevole contributo delle industrie farmaceutiche.

Inoltre, l’ex Governatore della Bce sa di giocarsi molto sulla gestione della crisi sanitaria. Che parrebbe poi il motivo per cui al supercommissario Domenico Arcuri ha riservato numerose stoccate, senza però dargli ancora il benservito. Preferendo aspettare la scadenza del suo mandato, a fine marzo.

Lo scontro interno alla maggioranza

Le comunicazioni dell’esponente di LeU, però, si scontrano con gli auspici di buona parte degli azionisti di maggioranza dell’economista romano. A cominciare dal segretario del Carroccio Matteo Salvini, che poche ore prima aveva incontrato proprio il Premier per discutere di riaperture, almeno nelle zone gialle.

Proposta che aveva trovato d’accordo anche esponenti del Pd come Stefano Bonaccini, Governatore dell’Emilia-Romagna. Secondo cui, «laddove nel territorio non si hanno troppi rischi di contagio» si dovrebbe valutare la possibilità «di dare ossigeno a qualche attività».

In merito, il Capitano aveva parlato di «sintonia con il Presidente Draghi», che però in questo è estremamente sornione. Per dire, anche Agostino Miozzo, coordinatore del Cts e sostenitore della linea della prudenza, uscendo dall’ultima riunione chigiana ha dichiarato che «siamo stati ascoltati con attenzione».

In effetti, sembrerebbe essere questo il modus operandi dell’ex numero uno della Banca Centrale Europea, che ascolta tutti e poi decide in totale autonomia. Magari smentendo anche le indiscrezioni di stampa, come quelle che sussurravano dell’abbandono degli odiati Dpcm per rispolverare i Decreti legge.

Da via Lungotevere Ripa, però hanno smentito anche questa sterzata. «Il prossimo Dpcm varrà dal 6 marzo al 6 aprile, e la bussola sarà la salvaguardia del diritto alla salute».

Nessun cambio di passo, dunque, neanche minimo, nonostante il pungolo del leader della Lega. Che ha garantito che «al Governo farò di tutto perché ci siano segnali di ritorno alla vita».

In effetti, la miglior medicina sarebbe proprio la fiducia – e occorre prestare grande attenzione alla terminologia. Perché sbaglieremmo, ma dubitiamo vi fosse il benché minimo riferimento al Ministro libero e uguale nella diffusa richiesta a Palazzo Chigi di ridare… speranza agli Italiani.

roberto speranza
Il Ministro della Salute Roberto Speranza

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Economia

Recovery da ricovero, per gli europeisti arriva un salutare bagno di realtà

Ormai anche economisti “euroinomani” iniziano a criticare il programma Next Generation Eu. E la von der Leyen è costretta a bacchettare i membri dell’Unione poco inclini a ratificare l’intesa sul budget comunitario

Mirko Ciminiello

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recovery da ricovero: benvenuti nel mondo reale
Benvenuti nel mondo reale

Che sia un Recovery da ricovero lo andiamo ripetendo da tempo, mentre che lo ammettessero degli economisti filo-europei era tutto, fuorché scontato. A volte, però, i miracoli accadono, e non serve neppure una “conversione” sulla via di Bruxelles. Basta semplicemente guardare i fatti senza i paraocchi dell’ideologia.

Un Recovery da ricovero

«Meglio prendere prima le sovvenzioni e poi i prestiti». Parola degli economisti Tito Boeri (ex presidente dell’Inps) e Roberto Perotti che, passata l’euro-sbornia, hanno abbandonato i peana per analizzare lucidamente il programma Next Generation Eu. Che, giova ricordarlo, mette a disposizione dell’Italia circa 209 miliardi di euro, di cui però sono poco più di 81 quelli a fondo perduto. La parte residua, che ammonta più o meno a 2/3 del totale, andrà restituita, benché a tassi agevolati e con tempi piuttosto lunghi.

Ebbene, ora i due esperti definiscono i 127,4 miliardi di loans «un azzardo» perché dovrebbero finanziare un «contenitore vuoto» di «formule e slogan». Questo perché, nella foga di raggiungere il totale dei finanziamenti comunitari, sono stati indicati capitoli di spesa che non solo non favoriranno la crescita, ma aumenteranno il debito.

Di qui l’invito a usufruire, almeno per il momento, solo dei grants, che però hanno a loro volta una controindicazione. Come infatti aveva già fatto notare Carlo Calenda, leader di Azione, i Ventisette devono contribuire al Bilancio settennale dell’Unione Europea, da cui dipende l’erogazione dei fondi. Roma dovrebbe versare nelle casse Ue circa 55 miliardi, il che farà scendere l’entità reale dei sussidi più o meno a 26 miliardi. Ammontare che un altro economista come Luigi Zingales ha liquidato come «davvero microscopico».

Un bagno di realtà

Come se non bastasse, peraltro, l’atto legislativo con cui si foraggia il Quadro Finanziario Pluriennale (Own Resources Decision) dev’essere ratificato da tutti gli Stati membri. A oggi, però, lo hanno fatto solo in sette, come ha lamentato Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea.

Forse, dopotutto, le singole Nazioni non sono così ansiose di sborsare denaro per poi vederselo ridare in prestito col vincolo di utilizzarlo secondo i diktat dell’Europa. Quindi, ad esempio, sprecandone un terzo dietro ai vaneggiamenti ambientalisti.

Ma in fondo è solo l’ennesima conferma che siamo di fronte a un Recovery da ricovero. Meno male che anche agli euroinomani, ogni tanto, tocca un salutare bagno di realtà.

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Cronaca

Immunizzazione, dall’Italia agli Usa solo buone notizie dalla lotta al Covid

Negli Stati Uniti crollano i contagi, al punto che l’immunità di gregge in aprile non è più un miraggio. Intanto da noi è un successo la ricerca sugli anticorpi monoclonali, e il Governo si muove per una produzione autonoma dei vaccini

Mirko Ciminiello

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immunizzazione: vaccino anti-covid
Vaccino anti-Covid

Mentre il nuovo Governo Draghi prolunga di un mese le restrizioni anti-Covid già in vigore, arrivano buone notizie dal fronte dell’immunizzazione. Fronte molto ampio, in effetti, se si pensa che si estende fino agli Stati Uniti, che potrebbero sconfiggere il virus nei prossimi due mesi. Ma anche il Belpaese si appresta ad accelerare, sia a livello del neonato esecutivo che di uno dei nostri fiori all’occhiello – la ricerca scientifica.

Buone notizie sul fronte immunizzazione

«Le imprese che detengono i diritti sui vaccini li rendano disponibili a chiunque sia in grado di produrli con efficacia». Così si è espresso Stefano Bonaccini, Governatore dell’Emilia-Romagna, sollecitando «un deciso cambio di passo» sulla vexata quaestio dei rifornimenti dei sieri contro il coronavirus.

Bastava chiedere, evidentemente. Il leader leghista Matteo Salvini ha infatti rivelato che il compagno di partito Giancarlo Giorgetti, Ministro dello Sviluppo Economico, si era già mosso in tal senso. Convocando i rappresentanti delle aziende farmaceutiche al fine di «ipotizzare una sovranità vaccinale italiana». Incontro confermato da Massimo Scaccabarozzi, numero uno di Farmindustria, che ha comunque precisato che l’iter di produzione dell’antidoto richiede 4-6 mesi.

Un’altra svolta, invece, potrebbe essere ben più imminente. Almeno stando alle anticipazioni del microbiologo Rino Rappuoli, coordinatore della ricerca sugli anticorpi monoclonali di Toscana Life Sciences.

«Ci sono degli anticorpi che riescono a neutralizzare tutte le varianti» ha spiegato. «I nostri per fortuna appartengono a questo tipo di anticorpi monoclonali di seconda generazione che riescono a neutralizzare anche le varianti inglese, sudafricana e brasiliana».

Si tratta di una classe di molecole che a livello di immunizzazione costituiscono una difesa naturale dell’organismo, prelevate da pazienti che hanno già sconfitto la malattia. Sono efficaci sia a livello di prevenzione che di cura, e quelli sviluppati a Siena sono anche particolarmente potenti. Tanto che ne occorre una quantità minore, «sono meno costosi e possono essere dati con un’iniezione da fare ovunque senza andare in ospedale».

Gli anticorpi tricolori stanno per entrare in fase clinica, e lo scienziato ha aggiunto che «ci aspettiamo che siano pronti per l’estate», forse già a giugno. Anche se molto dipenderà dai tempi e dal giudizio delle autorità sanitarie.

Gli Usa verso l’immunità di gregge

Se l’Italia ride, l’America non piange, dal momento che Oltreoceano, nelle ultime sei settimane, i contagi sono crollati del 77%. Al punto che il dottor Marty Makary, professore della Johns Hopkins School of Medicine, ha azzardato che gli Usa potrebbero arrivare all’immunità di gregge entro aprile.

Il dato si spiega anzitutto con l’evidenza che l’immunizzazione naturale da un’infezione è molto più comune di quanto si possa misurare mediante test. In effetti, secondo una proiezione circa il 55% dei cittadini statunitensi sarebbe già protetto contro il microrganismo. Percentuale a cui si somma il 15% che ha già ricevuto la vaccinazione.

Sono numeri incoraggianti anche oltre i confini dell’orticello contingente, visto che al momento il tasso di positività yankee si attesta attorno al 6%. Non troppo diverso, cioè, dall’odierno 5,6% italico – per quanto, come già argomentato, il rapporto contagiati/tamponi cresce fisiologicamente nei fine settimana. Se dunque la prospettiva degli Stati Uniti è il ritorno alla normalità entro l’estate, forse potremmo ambire a un simile traguardo temporale anche noi. Soprattutto dopo il ridimensionamento del Commissario straordinario per l’emergenza coronavirus Domenico Arcuri.

D’altronde, come ha sottolineato Bonaccini, «le persone sono esauste», e di certo non aiuta il primo Decreto dell’era di Mario Draghi. Che ha prorogato fino al 27 marzo limitazioni quali il divieto di spostamento tra Regioni, il coprifuoco e l’obbligo di asporto per i ristoranti dopo le 18.

Ben venga, quindi, qualsiasi parola di speranza. Senza alcun riferimento al Ministro nomen omen della Salute Roberto, s’intende.

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Cronaca

Vaccino anti coronavirus, se la Santa Sede “ricatta” i suoi dipendenti…

Un documento del Vaticano anticipa il licenziamento di chi rifiuta l’antidoto senza validi motivi di salute: sacrificando sull’altare del “bene comune” i dubbi etici su alcuni sieri

Mirko Ciminiello

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vaccino anti coronavirus
Vaccino anti-Covid

Cosa c’entra il Vaticano con il vaccino anti coronavirus? La risposta più ovvia sarebbe “niente”, eppure Oltretevere si stanno impegnando a fondo per smentire il Rasoio di Occam. Producendosi in una serie di prese di posizione e poi di deliberazioni che risultano piuttosto sconcertanti per almeno parte del popolo cattolico.

Il Vaticano e il vaccino anti coronavirus

Evidentemente i dibattiti nel mondo politico – e nella variegata maggioranza che sostiene il Governo Draghi – non erano sufficienti. E così, per buona misura, le polemiche sul vaccino anti coronavirus hanno raggiunto e sono deflagrate anche presso Santa Romana Chiesa.

Merito – si fa per dire – di un discutibile decreto firmato l’8 febbraio dal Cardinale Giuseppe Bertello, Presidente della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano. Decreto che affronta proprio la vexata quaestio del siero anti-Covid – però soltanto in modo parziale e senza considerare minimamente i risvolti etici. Che, per i credenti, non sono esattamente un dettaglio.

L’atto sottolinea che la Santa Sede «adotta tutte le misure necessarie volte a ridurre il rischio» legato alla pandemia, inclusa la vaccinazione. E fin qui, naturalmente, tutto bene. Tuttavia, per chi dovesse rifiutare l’antidoto «senza comprovate ragioni di salute» scatterebbero «conseguenze di diverso grado, che possono giungere fino alla interruzione del rapporto di lavoro».

Il che può anche essere lecito, se non fosse che il provvedimento premette che il vaccino anti coronavirus non è obbligatorio. Come del resto ha ribadito un’arzigogolata nota della stessa Commissione, parlando di «uno strumento che in nessun caso ha natura sanzionatoria o punitiva» per i lavoratori.

Una precisazione che suona come un tentativo di nascondere la mano dopo aver lanciato il sasso. Un’imposizione mascherata, infatti, resta comunque un’imposizione che, per quanto legittima e magari condivisibile, non può non destare perplessità. Soprattutto se arriva dalla Curia romana.

L’idolatria del siero anti-Covid

Eppure, l’aspetto dirimente è ancora a monte, e riguarda una sorta di idolatria del vaccino anti coronavirus che si era già manifestata sul finire del 2020. Quando la Congregazione per la Dottrina della Fede (cioè l’ex Sant’Uffizio) si era espressa sulla moralità di alcuni sieri allora in preparazione. Che erano stati sviluppati utilizzando (nella produzione o anche solo nella sperimentazione) linee cellulari provenienti da feti abortiti.

Il documento definiva «moralmente accettabile» utilizzare questi antidoti (in caso non ve ne fossero di «eticamente ineccepibili»), al fine del «perseguimento del bene comune». Tuttavia, con un’ulteriore arrampicata sugli specchi aggiungeva anche che «l’utilizzo moralmente lecito di questi tipi di vaccini» non legittima in alcun modo la pratica dell’aborto.

Come (e se) questi due aspetti si possano conciliare, resta un mistero. Della fede, ça va sans dire.

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Politica

Draghi ha ottenuto la fiducia, ma pare di assistere a una serie tv

Come previsto, il Parlamento accorda al nuovo Governo un’ampia maggioranza, ma restano forti tensioni nei singoli partiti e nella maggioranza: e Palazzo Chigi ricorda molto il Trono di Spade

Mirko Ciminiello

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draghi ha ottenuto la fiducia: meme sergio mattarella
Meme sul Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e "Il Trono di Spade"

Test per l’esame di giornalismo dopo che il Premier Mario Draghi ha ottenuto la fiducia, ampia e ampiamente prevista, di entrambe le Camere. Il candidato consideri che:

a) SuperMario si è detto in disaccordo con l’idea che «questo Governo è stato reso necessario dal fallimento della politica». Solo da quello del suo predecessore Giuseppe Conte.

b) Nel suo discorso programmatico, l’economista romano è incappato in un piccolo lapsus “pandemico” sulle terapie intensive, citando in modo erroneo i numeri dei ricoveri. Speriamo non si ripeta con quelli del Recovery.

c) A una domanda sul proprio futuro, Matteo Renzi, leader di Italia Viva, ha risposto che «intanto mi rilasso per qualche settimana. Ora il volante ce l’ha uno che sa guidare e questo mi tranquillizza». Il settimo giorno, anche Pittibimbo si riposò.

d) A proposito di metafore automobilistiche, l’ex Governatore della Bce ha dato una sterzata anche a livello comunicativo. Non tanto nominando Paola Ansuini propria portavoce, bensì raccomandando alla propria squadra di parlare solo se c’è qualcosa di concreto da dire. Non vorremmo essere nei panni del consulente del Ministero della Salute Walter Ricciardi.

e) Il neo-Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi ha bagnato il suo esordio con un paio di gaffe grammaticali. In particolare, riferendosi al momento della propria designazione, gli è sfuggito un «l’ho imparato ieri» in luogo del corretto “l’ho appreso ieri”. Poi sotto la mascher(in)a è apparsa l’ex titolare del dicastero Lucia Azzolina.

Draghi ha ottenuto la fiducia, implosioni tra i partiti

f) Il capo politico pentastellato Vito Crimi ha annunciato via social che «i 15 senatori che hanno votato no alla fiducia saranno espulsi» dal M5S. I dissidenti, però, hanno già invocato il Var.

g) Sembra peraltro che la ribelle Barbara Lezzi, di professione impiegata, avesse dichiarato che «Draghi non ha né la preparazione né le conoscenze internazionali per guidare l’Italia». E niente, questa fa già abbastanza ridere di suo.

h) Anche Sinistra Italiana (una costola di LeU), per bocca del segretario Nicola Fratoianni, aveva preannunciato il niet al costituendo esecutivo. Gli altri due parlamentari, però, avevano subito preso le distanze, annunciando il proprio voto favorevole e attuando in pratica la mini-scissione della mini-scissione. E niente, anche questa fa già abbastanza ridere di suo.

i) D’altra parte, ancora prima del passaggio parlamentare c’erano state polemiche all’interno della maggioranza, in particolare sulla gestione dell’emergenza coronavirus e sulle conseguenti misure restrittive. Ma ci si può davvero sorprendere se Draghi… infiamma il dibattito?

Ciò posto, commenti il candidato se proprio le tensioni insite in questo Governo ecumenico permettano di andare oltre Palazzo Chigi. Rendendo dunque lecito parlare (come auspicato da molti fan di Game of Thrones) di… Draghi sul Trono di Spade.

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Politica

Nuova Ricostruzione e unità, le parole d’ordine del Governo Draghi

Il Premier illustra le linee guida del proprio esecutivo davanti al Senato, che gli accorda la prevista larga fiducia. Tra le priorità spiccano Recovery Plan, campagna vaccinale, scuola e lavoro

Mirko Ciminiello

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nuova ricostruzione: mario draghi in senato
Il Premier Mario Draghi

È sulla Nuova Ricostruzione che il Premier Mario Draghi ha focalizzato il discorso programmatico che ha tenuto in Senato. Un’espressione che rievoca il Dopoguerra, instaurando un forte legame con la lotta alla pandemia da Covid-19 su cui s’impernierà il nuovo Governo. E che contiene anche un importante richiamo a quella concordia discors che non può non avere come bussola suprema il benessere dell’Italia e del popolo italiano.

La Nuova Ricostruzione

«Oggi noi abbiamo, come accadde ai Governi dell’immediato Dopoguerra, la possibilità, o meglio la responsabilità di avviare una Nuova Ricostruzione. L’Italia si risollevò dal disastro della Seconda Guerra Mondiale con orgoglio e determinazione, e mise le basi del miracolo economico grazie a investimenti e lavoro. Ma soprattutto grazie alla convinzione che il futuro delle generazioni successive sarebbe stato migliore per tutti. A quella Ricostruzione collaborarono forze politiche ideologicamente lontane. Sono certo che anche a questa Nuova Ricostruzione nessuno farà mancare il proprio apporto».

Questo il cuore delle comunicazioni con cui l’ex Governatore della Banca Centrale Europea ha illustrato i capisaldi del proprio costituendo esecutivo. Che «sarà convintamente europeista e atlantista» e avrà a suo presupposto «l’irreversibilità della scelta dell’euro». Un vago avviso al Capitano Matteo Salvini che, in un botta e risposta col segretario dem Nicola Zingaretti, aveva affermato che di irreversibile «c’è solo la morte».

Al centro dell’azione governativa ci sarà dunque, non sorprendentemente, il Recovery Plan, la cui governance sarà incardinata al Ministero dell’Economia. E che porta con sé le riforme invocate a gran voce da Bruxelles, cominciando da quelle della giustizia, della Pubblica Amministrazione e del fisco. D’altronde, come ha dichiarato l’economista romano citando Camillo Benso, Conte di Cavour, «le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l’autorità, la rafforzano».

Le altre priorità della Nuova Ricostruzione

Tra le priorità, naturalmente, anche il contrasto al coronavirus, con particolare enfasi sulla campagna vaccinale, per cui SuperMario ha confermato il coinvolgimento di esercito e Protezione Civile. «Non dobbiamo limitare le vaccinazioni all’interno di luoghi specifici, spesso non ancora pronti» ha aggiunto, dando l’auspicato benservito alle ridicole “primule” del supercommissario Domenico Arcuri. «Abbiamo il dovere di renderle possibili in tutte le strutture disponibili, pubbliche e private».

Oltre a Der Kommissar, poi, dovrebbe essere ridimensionato anche il Cts, sia nelle dimensioni che nelle esternazioni. Mentre dovrebbe restare in vigore la divisione clinico-cromatica del Belpaese.

Focus pure sulla scuola, con la necessità di «tornare rapidamente a un orario scolastico normale, anche distribuendolo su diverse fasce orarie». E sul lavoro, con la distinzione tra gli occupati da «proteggere» e le attività economiche, alcune delle quali «dovranno cambiare, anche radicalmente».

In quest’ambito rientra anche la vexata quaestio della parità di genere, che per il Capo del Governo non può equivalere alle quote rosa. Occorre invece puntare a «un riequilibrio del gap salariale e un sistema di welfare che permetta alle donne di» superare «la scelta tra famiglia o lavoro».

Spazio poi anche a temi come quello dell’immigrazione, su cui l’ex numero uno della Bce si è posto nel solco comunitario. Sottolineando l’urgenza di costruire «una politica europea dei rimpatri dei non aventi diritto alla protezione internazionale, accanto al pieno rispetto dei diritti dei rifugiati». Una posizione accolta favorevolmente anche dal Carroccio, con l’ex Ministro dell’Interno che ha parlato di «ottimo punto di partenza».

Chiusura poi con la (immancabile) concessione ai deliri ambientalisti sul riscaldamento del pianeta che, come già argomentato, non si deve (se non in minima parte) all’uomo. A cui spetta comunque la responsabilità di tutelare il Creato – non “l’ambiente”.

(Molte) luci e (poche) ombre

Nel complesso, quindi, le dichiarazioni d’intenti hanno mostrato (molte) luci e (poche) ombre. Tanto da essere state salutate, prevedibilmente, dalla standing ovation di Palazzo Madama.

Nessuna sorpresa neppure dal voto finale notturno, che ha semplicemente sancito l’ampia maggioranza già annunciata da tempo. D’altra parte, come ha proclamato solennemente il Presidente del Consiglio, «oggi l’unità non è un’opzione, l’unità è un dovere. Ma è un dovere guidato da ciò che son certo ci unisce tutti: l’amore per l’Italia».

Certo, resta il fatto che quello che sta per nascere è un Governo ecumenico ed eterogeneo generato da una sorta di fusione politica fredda. Se sia dunque qualcosa di positivo o meno, “lo scopriremo solo vivendo”. Intanto però si riparte, e con fiducia. In tutti i sensi.

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Politica

Strategia anti-Covid, il (piccolo) cambio di passo del Governo Draghi

Il nuovo esecutivo sembra intenzionato a mantenere la divisione in fasce evitando il lockdown chiesto da Ricciardi. Però dovrebbe ridimensionare Arcuri, che dovrà solo trovare i vaccini di cui poi si occuperanno militari e Protezione Civile

Mirko Ciminiello

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strategia anti-covid: mario draghi
Il Premier Mario Draghi

Non ci sarà, quantomeno adesso, nessun deciso cambio di rotta sulla strategia anti-Covid. Il nascente Governo di Mario Draghi sembrerebbe infatti intenzionato a confermare la divisione clinico-cromatica dell’Italia, puntando eventualmente su chiusure mirate a livello locale.

Almeno per il momento, quindi, sarebbe escluso il nuovo lockdown totale paventato dal medico e consulente del Ministero della Salute Walter Ricciardi. Un’ipotesi che aveva subito acceso le polemiche, soprattutto da parte di Lega e Italia Viva.

«Prima di terrorizzare gli Italiani, fai il favore di parlarne con il Presidente del Consiglio» aveva attaccato il segretario del Carroccio Matteo Salvini. «Non ci sta che un consigliere una domenica mattina si alzi e senza dire nulla al suo Ministro o al Presidente del Consiglio parli di una chiusura totale. Io credo che la gente più lavora e meno parla e meglio è».

Stesso concetto, quest’ultimo, che del resto aveva espresso anche SuperMario, raccomandando sostanzialmente alla sua squadra di comunicare solo i fatti. E che ha ripreso, in un cinguettio ironico, anche Davide Faraone, capogruppo italovivo in Senato.

D’altronde, la prospettiva di un nuovo confinamento divide perfino gli esperti. Concordano infatti con l’ex attore, tra gli altri, il microbiologo Andrea Crisanti e il presidente della Fondazione GIMBE Nino Cartabellotta. Più prudenti invece Francesco Vaia, direttore sanitario dello Spallanzani di Roma, l’infettivologo Matteo Bassetti e il virologo Giorgio Palù, presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa). Secondo i quali sono sufficienti le misure in vigore, «rinunciando per qualche altra settimana ad attenuazione di colori e tentazioni di riaperture».

I gestori dei locali pubblici restano comunque in attesa, al pari dei comparti dello sport e dello spettacolo. Ma l’allentamento della strategia anti-Covid passa necessariamente per il successo della campagna vaccinale.

Strategia anti-Covid, la priorità sono i vaccini

Proprio nell’ambito delle vaccinazioni si registra qualche novità. A cominciare dal ruolo di Domenico Arcuri, commissario straordinario per l’emergenza coronavirus, che potrebbe essere drasticamente ridimensionato. Anche se è improbabile che andrà a «raccogliere le margherite» come auspicava qualche tempo fa il Capitano.

Il nuovo Governo dovrebbe coinvolgere Protezione Civile e militari per supportare le Regioni in difficoltà per mancanza di personale e di luoghi adatti alla somministrazione dell’antidoto. Su quest’ultimo punto, l’idea è quella di utilizzare caserme, palestre e hangar, com’è avvenuto nella Capitale, dove si è adattata un’ala dell’aeroporto Leonardo da Vinci. Con tanti saluti alle ridicole “primule” di Der Kommissar, cui resterebbe l’unico incarico di garantire l’approvvigionamento delle dosi.

«Noi non chiediamo niente, ma un cambio di passo sì», aveva del resto dichiarato il leader leghista, riferendosi anche a Ricciardi. E la musica sta effettivamente cambiando, anche se solo un po’. La speranza (con la “s” rigorosamente minuscola) è che sia sufficiente.

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Politica

Il nuovo Governo parte già col piede, o meglio con gli sci sbagliati

Il Ministro Speranza inguaia subito il Premier Draghi richiudendo gli impianti a poche ore dalla prevista ripartenza. I gestori sono sul piede di guerra, e in Piemonte qualcuno, esasperato, decide di aprire lo stesso

Mirko Ciminiello

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il nuovo governo: impianti aperti nella piana di vigezzo
Impianti aperti nella Piana di Vigezzo

Piovono, o per meglio dire nevicano dal nord i primi problemi per il nuovo Governo di Mario Draghi. Che, pur non avendo nemmeno chiesto la fiducia delle Camere, si trova già a dover affrontare l’ira di operatori del turismo invernale ed enti locali.

“Colpa” dell’ultimo provvedimento del Ministro della Salute, il riconfermato nomen omen Roberto Speranza, il cui bis in Lungotevere Ripa non aveva mancato di suscitare perplessità. La sua ordinanza domenicale ha sancito l’ennesimo stop alle attività sciistiche amatoriali, fermate almeno fino al 5 marzo. Di fatto, però, a quel punto «saremo ormai entrati nella bassa di una stagione ormai devastata», come ha sottolineato Luca Zaia, Presidente della Regione Veneto. E il blocco rischia di essere tragicamente definitivo.

L’esponente di LeU ha assicurato che il nuovo Governo «si impegna a compensare al più presto gli operatori del settore con adeguati ristori». Tuttavia, per il Governatore in quota Carroccio «il danno è colossale», e stavolta occorreranno dei veri e propri indennizzi.

«Il Veneto oggi è in ginocchio» il j’accuse. «Nonostante il blocco dei licenziamenti, ha già perso 65mila posti di lavoro, di cui 35mila nel turismo». Il tutto mentre si stanno disputando i Mondiali di sci alpino a Cortina d’Ampezzo, che nel 2026 ospiterà, assieme a Milano, anche le Olimpiadi invernali.

Già questi freddi dati basterebbero a illustrare i motivi per cui i gestori degli impianti sciistici sono sul piede di guerra. Di fatto, però, c’è anche di più: perché, non bastando il danno, dai “migliori” è arrivata anche la beffa.

Il nuovo Governo e la beffa dopo il danno

«Le Regioni che avrebbero riaperto oggi, Lombardia e Piemonte, hanno saputo del nuovo stop quattro ore, dico quattro ore, prima della riapertura possibile degli impianti». Non le ha certo mandate a dire l’inquilino di Palazzo Balbi, ricordando inoltre che l’ultimo Dpcm del Governo Conte-bis «consentiva di riaprire il 15 febbraio. E dunque, il provvedimento in “zona Cesarini” qualche dubbio lo lascia».

Stesso concetto espresso dal suo omologo dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, che è anche Presidente della Conferenza delle Regioni. E che ha parlato di «un cambio repentino di orientamento da parte del Cts, che spiazza totalmente i gestori degli impianti e quanti avevano già prenotato». Tanto più che ristoranti e rifugi avevano già ordinato materiale deperibile, e in modo simile i negozi specializzati si erano riforniti di abiti e materiale tecnico.

Che poi l’argomento sia incendiario (ironia della sorte) lo dimostrano anche le parole dell’altro leghista Massimo Garavaglia, neo-Ministro del Turismo. Secondo cui nell’atto del suo omologo della Sanità «è mancato il rispetto per i lavoratori della montagna».

Durissimo anche il commento dell’Associazione Nazionale Esercenti Funiviari (ANEF). «Siamo furiosi, sembra una presa in giro», ha tuonato il numero uno Valentina Ghezzi. E in effetti c’è chi, nella piemontese Piana di Vigezzo, ha aperto ugualmente a dispetto della disposizione ministeriale.

Un gesto in cui, probabilmente, sulla sfida prevale l’esasperazione, e che se non altro evidenzia come il nuovo Governo sia già scivolato sulle piste da sci. Decisamente, quindi, l’inizio non è stato dei migliori. Fortuna che lo è l’esecutivo, verrebbe da dire.

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Governo (di) Draghi, il Premier accetta di varare l’esecutivo “dei migliori”

Nella serata di venerdì SuperMario sale al Colle per sciogliere la riserva e annunciare la lista dei Ministri: 23 in tutto, di cui 8 tecnici, con alcune conferme che lasciano un po’ perplessi. Ecco l’elenco completo

Mirko Ciminiello

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governo (di) draghi
Il Premier Mario Draghi

Al termine di una settimana che definire tesa sarebbe un eufemismo, siamo ormai al Governo (di) Draghi. Dove l’inciso è una sottigliezza semantica volta a esprimere il criterio metodologico della competenza caro all’ex Governatore della Bce. Il quale però, annunciando la formazione del nuovo esecutivo, ha esplicitato alcune scelte che destano perplessità.

Il Governo (di) Draghi

Era ormai sera quando il Premier incaricato Mario Draghi, quasi a sorpresa, è salito al Colle per sciogliere positivamente la riserva. E dare quindi ufficialmente il via a quello che i media avevano prontamente battezzato come il “Governo dei migliori”.

In un certo senso, SuperMario ha avuto pietà degli addetti ai lavori – inclusi i partiti della sua maggioranzalasciati per giorni nell’incertezza. Mentre infatti impazzava il totoministri, il solo dettaglio che sembrava certo (ossimoro d’obbligo) era che del nuovo esecutivo non avrebbero fatto parte i segretari di partito. Su tutto il resto era buio fitto, tanto che non si sapeva neppure se il Governo sarebbe stato esclusivamente tecnico oppure misto (tecnico-politico).

Alla fine l’ha spuntata quest’ultima formula, come ha ratificato l’ex numero uno della Banca Centrale Europea leggendo la lista della propria squadra. Lista che include 23 Ministri, di cui 8 tecnici e ben 15 politici.

Tra questi ultimi spiccano i tre ciascuno per Pd, Lega e Forza Italia, e i quattro del M5S ancora dilaniato dalle polemiche interne. Rinfocolate dall’ormai ex Alessandro Di Battista, che ha “salutato” il Governo (di) Draghi con un laconico post al vetriolo.

In effetti, alcuni dei nomi lasciano un po’ sconcertati, soprattutto tra quanti figurano nel novero delle conferme. Uno su tutti è il nomen omen Roberto Speranza, che tornerà a guidare la Sanità malgrado l’insoddisfacente (eufemismo) gestione dell’emergenza coronavirus.

In ogni caso, al nuovo Presidente del Consiglio e al suo team facciamo i migliori auguri di buon lavoro. Non foss’altro perché, come hanno detto in tanti in questi giorni, la vera bussola non può che essere il bene dell’Italia.

Tutti i Ministri del nuovo Governo

Di seguito l’elenco dei Ministri del nuovo esecutivo.

Dario Franceschini (Pd): Ministro della Cultura

Andrea Orlando (Pd): Ministro del Lavoro

Marta Cartabia (tecnico): Ministro della Giustizia

Luciana Lamorgese (tecnico): Ministro dell’Interno

Federico D’Incà (M5S): Ministro dei Rapporti con il Parlamento

Vittorio Colao (tecnico): Ministro dell’Innovazione tecnologica e Transizione digitale

Renato Brunetta (FI): Ministro della Pubblica Amministrazione

Mariastella Gelmini (FI): Ministro degli Affari regionali e Autonomie

Mara Carfagna (FI): Ministro del Sud e della Coesione territoriale

Fabiana Dadone (M5S): Ministro alle Politiche giovanili

Elena Bonetti (Iv): Ministro alle Pari opportunità e alla Famiglia

Erika Stefani (Lega): Ministro alle Disabilità

Massimo Garavaglia (Lega): Ministro del Turismo

Luigi Di Maio (M5S): Ministro degli Esteri

Lorenzo Guerini (Pd): Ministro della Difesa

Daniele Franco (tecnico): Ministro dell’Economia e delle Finanze

Giancarlo Giorgetti (Lega): Ministro dello Sviluppo Economico

Stefano Patuanelli (M5S): Ministro dell’Agricoltura

Roberto Cingolani (tecnico): Ministro della Transizione ecologica

Enrico Giovannini (tecnico): Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti

Patrizio Bianchi (tecnico): Ministro dell’Istruzione

Cristina Messa (tecnico): Ministro dell’Università

Roberto Speranza (Leu): Ministro della Salute

In più, il tecnico Roberto Garofoli è stato nominato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

I Ministri del Governo Draghi

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Politica

Spine di Draghi, le fibrillazioni nel M5S preoccupano il Premier incaricato

Nel giorno degli incontri (positivi) dell’ex Governatore della Bce con le parti sociali, tiene banco il rischio spaccatura nel MoVimento: con Grillo che rinvia il voto su Rousseau malgrado l’urgenza dovuta a pandemia ed economia

Mirko Ciminiello

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strategia anti-covid: mario draghi
Il Premier incaricato Mario Draghi

Com’era facilmente prevedibile, è arrivato il giorno delle (prime) spine di Draghi. Inteso come il Premier incaricato Mario, i cui incontri con le parti sociali sono stati offuscati dalle turbolenze registrate in casa grillina. Il M5S resta infatti una polveriera che potrebbe esplodere da un momento all’altro. E le cui scosse telluriche si riverberano, inevitabilmente, sul tentativo dell’ex numero uno della Banca Centrale Europea di formare il nuovo esecutivo.

Le spine di Draghi

Un occhio alle consultazioni con industriali, sindacati, associazioni ed enti locali, un occhio a quel che accadeva sotto il cielo (penta)stellato. Le spine di Draghi sarebbero dovute spuntare con la cosiddetta società civile, invece perfino dalla Triplice è arrivata un’apertura. Con il segretario generale della Cgil Maurizio Landini che ha parlato di «disponibilità al confronto e al coinvolgimento».

Tutt’altra questione erano le fibrillazioni interne al Movimento 5 Stelle, in gran parte (ma non del tutto) riconducibili al battitore libero Alessandro Di Battista. Il quale, anticipando il proprio niet al costituendo Governo, di fatto è stato la causa del rinvio del voto online degli attivisti sulla piattaforma Rousseau.

«Vi chiedo un attimo di pazienza» si era giustificato il Garante Beppe Grillo, aggiungendo di voler aspettare che SuperMario delineasse ufficialmente il proprio programma. Visto che però, nel frattempo, i dissidenti annunciavano l’iniziativa online “V Day, No governo Draghi”, la dilazione sapeva molto di panico da spaccatura. Come d’altronde l’assurdo veto sulla Lega e la farneticazione su un fantomatico “Super-Ministero per la Transizione Ecologica” suonavano come armi di distrazione di massa.

Il problema è che la pandemia e l’economia hanno tempi diversi rispetto a quelli del MoVimento. Che pure l’ex Governatore della Bce parrebbe ritenere indispensabile anche se, da un punto di vista strettamente numerico, per l’eventuale maggioranza sarebbe pleonastico.

Con tutto ciò, sembra che l’economista romano abbia confidato a Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia, che «purtroppo siamo in ritardo con la tabella di marcia». Lasciando trasparire una preoccupazione palpabile e piuttosto comprensibile.

Il destino del nascente esecutivo, infatti, è scritto nelle (Cinque) Stelle. Non vorremmo essere nei panni – o nelle squame – di Draghi.

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Politica

Governo ecumenico, così i diktat incrociati rischiano di paralizzare Draghi

Le consultazioni del Premier incaricato prefigurano una maggioranza amplissima, che però paradossalmente può essere un problema. E Grillo, citando Platone, afferma sibillino che “la via per l’insuccesso è accontentare tutti”

Mirko Ciminiello

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Il Premier incaricato Mario Draghi

Al termine delle consultazioni, perlomeno di quelle politiche, pare proprio che quello che Mario Draghi dovrebbe varare sarà un Governo ecumenico. Il sostegno al Premier incaricato, infatti, in pratica copre trasversalmente l’intero arco costituzionale, con la sola eccezione di FdI – e forse di una parte del M5S. Un (quasi) unicum nella storia dell’Italia repubblicana, che però rischia clamorosamente di risultare un’arma a doppio taglio.

Verso un Governo ecumenico

«Non conosco una via infallibile per il successo, ma una per l’insuccesso sicuro: voler accontentare tutti». Così, citando un aforisma attribuito a Platone, il Garante pentastellato Beppe Grillo commentava sibillinamente, qualche giorno fa, il primo incontro con l’ex Governatore della Bce. Sottolineando il rovescio della medaglia di quello che già si andava delineando come un Governo ecumenico – vale a dire l’ingovernabilità. Conseguenza diretta e inevitabile del paradossale problema dei troppi “sì”.

L’alleanza che dovrebbe sostenere l’esecutivo Draghi è infatti troppo ampia e troppo eterogenea per essere non già strutturalmente, ma neppure minimamente coesa. Una «maggioranza sgangherata, un’ammucchiata che finirà per costringere il Premier a continue mediazioni al ribasso», l’aveva definita la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni.

D’altronde, il Presidente del Consiglio dimissionario Giuseppe Conte aveva avuto il suo bel daffare a tenere a bada quattro partiti (nel Conte-bis) e perfino due soli (nel Conte-semel). Anche per questo Gaetano Quagliariello, numero uno di IDeA, aveva argomentato che «un Governo di salvezza nazionale ha un programma essenziale con pochi punti». Che nel caso specifico pare andranno dal Recovery Plan alla campagna vaccinale, dal blocco dei licenziamenti alle riforme della giustizia e del fisco, fino alla scuola (con l’ipotesi di allungare il calendario).

Temi anche divisivi, su cui tutte le singole forze politiche hanno ricette diverse, perfino all’interno delle coalizioni “tradizionali”. Col serio pericolo che, tra diktat incrociati e rivendicazioni antitetiche, il Governo ecumenico finirà per rivestire l’amaro ruolo dell’anatra zoppa.

Il paradossale problema dei troppi “sì”

«Altri mettono veti e fanno capricci, noi abbiamo gettato il cuore oltre l’ostacolo» accogliendo «l’appello del Presidente della Repubblica» Sergio Mattarella. Così il segretario del Carroccio Matteo Salvini annunciava l’appoggio senza condizioni della Lega all’esecutivo guidato dall’economista romano, che dunque prosegue la propria collezione di miracoli.

Con questa mossa, il Capitano ha completamente sparigliato le carte della ex maggioranza rosso-gialla, gettando nel panico e nello psicodramma LeU e, soprattutto, il Pd. I quali, per amor di poltrona e terrore delle urne, dovrebbero ingoiare il rospo di condividere il Governo ecumenico con l’arcinemico da sempre demonizzato. E, dettaglio affatto trascurabile, dovrebbero farlo ingoiare alle rispettive basi che sono già sul piede di guerra.

Non a caso, il segretario dem Nicola Zingaretti dichiarava pochi giorni or sono che sull’europeismo «Salvini ha dato ragione al Partito Democratico». Farneticazione ad usum delphini che gli vale di slancio la medaglia d’oro mondiale in arrampicata sugli specchi.

L’ex Ministro dell’Interno, infatti, sta solo utilizzando l’identica tattica del leader italovivo Matteo Renzi. A partire dalla necessità di discutere non «di ruoli o Ministeri, ma di progetti concreti», con la possibilità (o forse l’intenzione) di far riemergere i cavalli di battaglia al momento opportuno.

Lo ha evidenziato Federico Fornaro, capogruppo di Liberi e Uguali alla Camera, in riferimento alla vexata quaestio dell’immigrazione. «Non si può far finta che il problema non esista, perché alla prima occasione si riproporrà». Basta quest’unico caso a far capire che la strada di SuperMario è disseminata di mine, come e più di quella di Giuseppi. E la tuta da idraulico, stavolta, potrebbe anche non bastare

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