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L’apologia di Salvini contro l’ipocrisia del M5S

Gli attacchi dei grillini al leader del Carroccio ricordano le accuse pretestuose contro Socrate

C’è qualcosa di talmente surreale, negli attacchi più recenti dei grillini contro Matteo Salvini, da far sentire molto acuta la mancanza di un Umberto Eco in grado di indagarne la fenomenologia. O forse, semplicemente, è tutto materiale per psicologi o filosofi, come Giambattista Vico, il teorico dei corsi e ricorsi storici. Non solo perché le provocazioni pentastellate si ripetono ciclicamente, ma anche perché il contesto ricorda vagamente quello dell’Apologia di Socrate descritta da Platone: l’ironia che combatte contro l’ipocrisia. Fino a un certo punto, almeno.

Negli ultimi giorni, contro il Ministro dell’Interno si sono scagliati due sottosegretari Cinque Stelle: Manlio Di Stefano, che lo ha tacciato di sentirsi come Maradona ma di giocare come un Higuaín fuori forma; e Vincenzo Spadafora, secondo cui Salvini ha alimentato una pericolosa deriva sessista.

Sulle esternazioni di Di Stefano si potrebbe discutere a vari livelli. Per esempio, sottolineando la profondità del parallelismo in cui si è lanciato; oppure, evidenziando che Salvini potrà anche essere paragonato a Higuaín, ma lui, Di Stefano, potrebbe al massimo essere accostato ai panchinari del Frosinone – con tutto il rispetto per i gregari della squadra ciociara. Ma la realtà è che, quando rilascia delle dichiarazioni, il sottosegretario al Ministero degli Affari esteri crea più imbarazzo al MoVimento che agli avversari, motivo per cui Salvini lo ha liquidato con un fulminante “omo de panza, omo de sostanza”, aggiungendo che avrebbe preferito essere accostato piuttosto a Van Basten o a Baresi.

Ben altre reazioni ha suscitato l’intervista che Spadafora ha concesso a Repubblica, in particolare nel passaggio in cui il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri ha accusato Salvini di aver «aperto la scia dell’odio maschilista contro Carola» Rackete. La cavalleria leghista è partita subito in quarta, seguita a breve dalla replica tranchant dello stesso segretario del Carroccio: «Cosa sta a fare Spadafora al governo con un pericoloso maschilista?» si è chiesto Salvini. «Se pensa che sono così brutto e cattivo, fossi in lui mi dimetterei e farei altro, ci sono delle Ong che lo aspettano».

La sua ironia è molto simile a quella usata da Socrate contro il suo accusatore Meleto, che lo aveva falsamente denunciato di empietà e corruzione dei giovani ateniesi: quando, stando almeno alle fonti antiche, la vera colpa del filosofo era quella di non aver voluto accettare lo stesso Meleto come suo allievo a causa delle sue scarse capacità intellettive.

Si potrebbe dire che anche quest’ultimo particolare rispecchia in qualche modo il presente, ma probabilmente è più interessante rimarcare un’altra similitudine – quella relativa all’ipocrisia del MoVimento. Questa volta il riferimento è Luigi Di Maio, che dapprima ha fatto finta di essere sorpreso dal «casino» suscitato dall’intervista, poi ha sentenziato che Spadafora non si dimetterà.

Tralasciando il fatto che, evidentemente, alcuni sottosegretari sono più uguali degli altri, e anche i rumours secondo cui Spadafora sarebbe molto vicino a Giggino – anche troppo, si sussurra tra gli addetti ai lavori -, resta singolare l’idea che un’offensiva mediatica dovrebbe essere considerata alla stregua di una «polemica inutile» (il copyright è sempre di Di Maio). Soprattutto se si ricorda che lo stesso capo politico del M5S ha tuonato spesso contro le invettive leghiste (politiche, non ideologiche come quelle dei grillini): l’ultima, appena un mese fa, quando su Facebook invocava la fine degli attacchi ai ministri pentastellati.

Salvini ha ribadito che per lui il Governo durerà altri quattro anni, ma ha anche precisato che diventa impegnativo se ogni giorno c’è un sottosegretario del Movimento 5 Stelle che «la spara» invece di lavorare. Magari, alla fine, anche lui finirà “impallinato” come Socrate, che alla fine fu costretto a bere la velenosa cicuta – e per inciso, in giorni si cui si cita a vanvera l’Antigone, si potrebbe anche dare rilievo al fatto che il vecchio filosofo, pur condannato ingiustamente, rifiutò di evadere anche avendone la possibilità, affermando che alle leggi bisogna sempre obbedire, anche se naturalmente possono essere modificate.

Ma forse, chi in quel caso andrebbe «a miglior sorte, nessuno lo sa, tranne Dio». Corsi e ricorsi storici, per l’appunto.