Contattaci

Sport

La Roma annuncia l’addio di Daniele De Rossi, Capitan Futuro giocherà all’estero

Quella che sta per terminare, sarà stata l’ultima stagione in maglia giallorossa di Daniele De Rossi

Pubblicato

il

E’ ufficiale: quella che sta per terminare, sarà stata l’ultima stagione in maglia giallorossa di Daniele De Rossi. Il club lo ha comunicato con una nota ufficiale, dalla quale emerge come il Capitano proseguirà la sua carriera all’estero. Si chiude dunque un’era per la Roma e per De Rossi, che insieme hanno vinto due Coppe Italia e una Supercoppa Italiana, senza tuttavia riuscire mai a portare a casa uno Scudetto, forse il più grande rimpianto della carriera del fu “Capitan Futuro”.

Questo il comunicato ufficiale:

“L’AS Roma rende noto che la carriera in giallorosso di Daniele De Rossi giungerà a conclusione al termine di questa stagione.

De Rossi, romano, romanista e cresciuto nel settore giovanile della Società, ha finora collezionato 615 presenze e 63 reti nei suoi 18 anni in maglia giallorossa e occupa il secondo posto tra i calciatori con più partite nella Roma, alle spalle di Francesco Totti.

È entrato a far parte del settore giovanile del Club nel 2000, arrivando a debuttare in prima squadra nel 2001, prima di affermarsi rapidamente come uno dei migliori interpreti del suo ruolo. Presenza dominante nel cuore del centrocampo per quasi due decenni, De Rossi ha ufficialmente ereditato la fascia di capitano da Francesco Totti a seguito del suo ritiro nel maggio del 2017.

Con la Roma, Daniele ha vinto per due volte la Coppa Italia nel 2007 e nel 2008 e per una volta la Supercoppa nel 2007, segnando un gol decisivo a San Siro contro l’Inter.

De Rossi non si ritirerà dal calcio giocato. All’età di 35 anni, ha intenzione di intraprendere una nuova avventura lontano dalla Roma.

“Per 18 anni, Daniele è stato il cuore pulsante dell’AS Roma”, ha dichiarato il presidente del Club Jim Pallotta. “Ha sempre incarnato il tifoso romanista sul campo con orgoglio, affermandosi come uno dei migliori centrocampisti d’Europa, a partire dal suo debutto nel 2001 fino a quando ha assunto la responsabilità della fascia da capitano.

Ci commuoveremo tutti quando, contro il Parma, indosserà per l’ultima volta la maglia giallorossa e rispettiamo la decisione di proseguire la sua carriera da calciatore, anche se, a quasi 36 anni, sarà lontano da Roma.

A nome di tutta la Società voglio ringraziare Daniele per lo straordinario impegno profuso per il Club. Le porte della Roma per lui rimarranno sempre aperte con un nuovo ruolo in qualsiasi momento deciderà di tornare”.

Oltre alla sua straordinaria carriera in giallorosso, De Rossi è diventato uno degli elementi più rappresentativi della storia della Nazionale. Con 117 presenze è al quarto posto tra i calciatori che hanno indossato più volte la maglia Azzurra, partecipando a tre campionati Mondiali, incluso quello vinto nel 2006 al fianco di Totti e Perrotta, tre campionati Europei e due Confederations Cup.

Tenace e carismatico, De Rossi resterà per sempre sinonimo di Roma e della Roma, Club che ha rappresentato impeccabilmente, con lealtà e orgoglio durante la sua carriera.”

Continua a leggere
Advertisement
Clicca per Commentare

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Sport

Terremoto Juventus, ecco perché si è dimesso l’intero Cda

Gianluca Ferrero è il nuovo Presidente dopo il passo indietro di Agnelli e l’azzeramento dell’intera dirigenza a causa dell’inchiesta per falso in bilancio e sulle plusvalenze: cosa rischia la società bianconera?

Pubblicato

il

Juventus, Gianluca Ferrero, Andrea Agnelli, Pavel Nedvěd e Maurizio Arrivabene
Gianluca Ferrero, Andrea Agnelli, Pavel Nedvěd e Maurizio Arrivabene

Da www.romait.it

Il Consiglio d’Amministrazione della Juventus, cominciando dal Presidente Andrea Agnelli, il vicepresidente Pavel Nedvěd e l’AD Maurizio Arrivabene, si è dimesso in blocco. Un terremoto originato dall’arcinota inchiesta della Procura di Torino per falso in bilanciofalse comunicazioni rivolte al mercato. E che sta già producendo delle pesanti scosse di assestamento.

Juventus, Gianluca Ferrero, Andrea Agnelli, Pavel Nedvěd e Maurizio Arrivabene
Gianluca Ferrero, Andrea Agnelli, Pavel Nedvěd e Maurizio Arrivabene

Terremoto in casa Juventus

«I membri del Consiglio di Amministrazione, considerata la centralità e rilevanza delle questioni legali e tecnico-contabili pendenti, hanno ritenuto conforme al miglior interesse sociale raccomandare che Juventus si doti di un nuovo Consiglio di Amministrazione».

Così, come rileva La Gazzetta dello Sport, il comunicato ufficiale che annunciava l’azzeramento del Cda della società bianconera. Al cui vertice la Exor (la holding della famiglia Agnelli che controlla la Vecchia Signora) indicherà, come riferisce Rai News, Gianluca Ferrero.

Le succitate «questioni legali e tecnico-contabili» alla base della tabula rasa sono le contestazioni mosse al club dai Pm del capoluogo piemontese attraverso l’inchiesta Prisma. I reati ipotizzati sono falso in bilancio, manipolazione del mercato, ostacolo all’autorità di pubblica vigilanza (la Consob) ed emissione di fatture per operazioni inesistenti.

Buona parte di questi addebiti riguarda le plusvalenze sulla compravendita di giocatori. Su cui però, spiega Il Riformista, sarà molto complicato provare un eventuale illecito, stante l’inesistenza di parametri oggettivi che definiscano il valore di un calciatore.

Proprio su questa base, al processo sportivo celebrato lo scorso aprile, le 11 squadre coinvolte (inclusa la stessa Juventus) erano state prosciolte dal Tribunale Federale nazionale. Anche se ora la Procura Federale della Figc ha chiesto (e ottenuto) gli atti dell’indagine penale in corso per valutare la revoca dell’assoluzione. E intanto, scrive La Repubblica, ha aperto un procedimento sulle scritture private tra Madama e i suoi tesserati. Attraverso le quali, secondo gli inquirenti, si sarebbe ottenuto un taglio fittizio degli stipendi e una riduzione indebita dei costi in bilancio.

Cosa rischia la società?

Come poi aggiunge Federico Ferri, direttore di Sky Sport, «a fronte dell’approvazione di un bilancio sotto esame per falso in bilancio, il punto della reiterazione del reato è del tutto evidente. È evidente che si va verso un rinvio a giudizio. C’è anche una posizione della società che per difendersi nel modo migliore, ha optato per le dimissioni. È una decisione presa dalla proprietà senza alcun dubbio».

John Elkann e il fratello Lapo, insomma, avrebbero cercato di salvare il salvabile anche a scapito dei legami di parentela. Lo confermerebbe anche un passaggio della lettera di commiato di Agnelli, che ha lamentato come in un momento così delicato sia venuta meno «la compattezza».

Un primo risultato positivo, però, questa mossa l’ha già ottenuto, come riporta l’ANSA. La Procura torinese potrebbe infatti rinunciare a (ri)chiedere misure cautelari personali ai danni di alcuni esponenti del Cda zebrato, tra cui proprio Agnelli.

Per il resto, ben difficilmente la Juventus subirà delle conseguenze sul piano sportivo, mentre è più probabile una sanzione pecuniaria. Che, en passant, in parte sta già applicando la Borsa, visto il -0,93% del titolo che nel corso della giornata era arrivato a perdere il 10,4%.

In un modo o nell’altro, insomma, è sempre questione di… calcio-mercato. E in ogni caso, per parafrasare Woody Allen (e non solo), il Lapo e l’Agnelli dormiranno insieme, ma l’Agnelli dormirà ben poco.

Logo della Juventus
Logo della Juventus

Continua a leggere

Sport

Qatar 2022 è il Mondiale dell’ipocrisia, e Infantino ne è la riprova

Il numero uno del calcio internazionale fa un discorso ridicolo per difendere l’indifendibile sede dei Mondiali: peccato che poi la “sua” FIFA lo smentisca coi fatti, provocando l’ennesimo autogol politically correct…

Pubblicato

il

Qatar 2022
Qatar 2022

Da www.romait.it

Quando la politica si immischia nello sport non succede mai niente di buono, e i Mondiali di Qatar 2022 non fanno eccezione. Con una doppia aggravante, per l’occasione: un’ingerenza politically correct e la “firma” di un alto papavero quale Gianni Infantino, il numero uno del calcio internazionale. Che però, nei fatti, è stato incredibilmente smentito dalla stessa organizzazione da lui presieduta.

Qatar 2022
Qatar 2022

Qatar 2022 è il Mondiale dell’ipocrisia

Che Qatar 2022 sarebbe stata la Coppa del Mondo dell’ipocrisia lo avevamo anticipato qualche giorno fa. Previsione confermata a stretto giro di posta dal discorso con cui il Presidente della FIFA Gianni Infantino ha provato a difendere l’indifendibile sede della competizione. Un discorso ridicolo dalla prima all’ultima parola.

«Oggi mi sento qatarino, mi sento arabo, mi sento africano, mi sento gay, mi sento disabile, mi sento un lavoratore migrante». Così, rileva Il Fatto Quotidiano, il dirigente svizzero, nel patetico tentativo di replicare alle critiche piovute sull’emirato per la “peculiare” (eufemismo) concezione dei diritti umani. «Per quello che noi Europei abbiamo fatto negli ultimi 3.000 anni dovremmo scusarci per i prossimi 3.000 anni, prima di dare lezioni morali» ha aggiunto, scrive La Repubblica.

L’ennesimo autogol politically correct

Ora, sorvoliamo pure sul fatto che paragonare un africano o un arabo a una persona disabile è un accostamento indecente. E anche sul fatto che, secondo l’Accademia della Crusca, in italiano la dizione corretta è qatariota. Ci sono però (almeno) due aspetti su cui non è proprio possibile soprassedere.

Il primo è l’opportunismo misto a ignoranza storica del Nostro, che evidentemente non sa che all’origine dell’ignobile tratta degli schiavi africani ci furono proprio gli Arabi. Se poi ritiene di doversi vergognare delle proprie radici – e magari di essere maschio, bianco, occidentale, ricco ed eterosessuale -, padronissimo. Basta che eviti di autoproclamarsi portavoce di tutti coloro che sono nati nella culla della civiltà.

L’altra questione (in parte legata alla precedente) riguarda l’incoerenza argomentativa di Infantino. Il quale forse dimentica che, se c’è un Paese che sfrutta i lavoratori migranti e nega agli omosessuali perfino le libertà più elementari, è esattamente il Qatar.

A ricordarglielo, paradossalmente, è stata proprio la “sua” Fédération Internationale de Football Association. Che, come riferisce Il Riformista, ha proibito l’uso della fascia iridata che alcune Nazionali volevano adottare in segno di solidarietà verso la locale comunità arcobaleno. O, per essere più precisi, per non irritare gli organizzatori ha minacciato «sanzioni sportive» (ovvero, ammonizioni) per i giocatori che dovessero indossarla.

Come sempre, insomma, le questioni di principio finiscono per inchinarsi alle ragioni del portafogli, e il risultato è l’ennesimo cortocircuito politically correct. O meglio, visto l’argomento, un clamoroso autogol.

Gianni Infantino, Qatar 2022
Gianni Infantino

Continua a leggere

Sport

Mondiali, quell’ipocrita (pseudo)boicottaggio di Qatar 2022…

In Francia niente maxi-schermi, la Danimarca avrà la terza maglia “a lutto” per il mancato rispetto dei diritti umani (e Fiorello attacca la RAI, cioè il suo datore di lavoro): però alla fine tutti mangiano dal piatto in cui sputano

Pubblicato

il

Striscione per boicottare i Mondiali in Qatar
Striscione per boicottare i Mondiali in Qatar

Da www.romait.it

Domenica 20 novembre prenderanno ufficialmente il via i Mondiali di calcio, che per questo 2022 sono stati assegnati al Qatar. Un’edizione contrassegnata, fin dalla designazione del Paese ospitante nel 2010, da forti polemiche (soprattutto) extra-calcistiche, che ora in Europa si stanno sviluppando in varie forme di protesta. Che però sembrano servire più che altro a lavare le coscienze dei loro promotori.

Striscione per boicottare i Mondiali in Qatar
Striscione per boicottare i Mondiali in Qatar

Dei Mondiali controversi

Gli ormai imminenti Mondiali di Qatar 2022 sono controversi per tutta una serie di motivi, a cominciare dall’anomalo periodo tardo-autunnale in cui si svolgeranno. L’aspetto più problematico riguarda senz’altro la “peculiare” (eufemismo) concezione dei diritti umani in voga nell’emirato, con particolare riferimento ai lavori di costruzione e ristrutturazione degli stadi. Durante i quali, secondo un’inchiesta del Guardian, al 2021 avevano perso la vita oltre 6.500 operai – per lo più migranti indiani, pakistani, nepalesi, bengalesi e cingalesi.

Per accendere i riflettori su questi ignobili e inaccettabili soprusi, il Vecchio Continente ha preso diverse iniziative. Per esempio, scrive La Repubblica, la Danimarca ha stabilito di portare in Medio Oriente una terza maglia nera: «il colore del lutto», come ha precisato lo sponsor tecnico.

In Francia, invece, come riporta France 24 i sindaci di alcune grandi città hanno deciso di non installare maxi-schermi e di non aprire alcuna Fan Zone. L’elenco comprende Parigi, Marsiglia, Lione, Tolosa, Bordeaux e Saint-Étienne, e in qualche caso la scelta è stata giustificata con la necessità del risparmio energetico.

Il (finto) boicottaggio della rassegna qatariota

Gli echi della diatriba sono arrivati pure in Italia – che pure, com’è arcinoto, non parteciperà a questi Mondiali – per bocca di Fiorello. Che, come rileva Il Riformista, ha attaccato la RAI (cioè il suo datore di lavoro) per aver speso 200 milioni di euro per i diritti della rassegna. Quello dello showman siciliano è un caso piuttosto paradigmatico, perché si fa onestamente fatica a capire come possa poi continuare a mangiare dal piatto in cui sputa. Ma, in fondo, non è poi così diverso dagli altri.

Per essere davvero credibili, infatti, Nazioni e Nazionali dovrebbero ritirarsi dalla competizione: ipotesi che, ça va sans dire, non viene nemmeno presa in considerazione. E dunque non potrà che produrre, al netto delle buonissime intenzioni, un boicottaggio finto, ipocrita e, cosa più importante, del tutto inefficace.

Logo dei Mondiali 2022 in Qatar
Logo dei Mondiali 2022 in Qatar

Continua a leggere

Sport

Conference League, la Roma batte il Feyenoord 1-0 con un gol di Zaniolo

A Tirana, nella finalissima della prima edizione del nuovo torneo, i giallorossi tornano a vincere un trofeo dopo 14 anni, 61 in campo europeo: mentre per l’Italia il digiuno internazionale durava da 12 anni

Pubblicato

il

Il gol di Nicolò Zaniolo nella finale di Conference League Roma-Feyenoord 1-0
Il gol di Nicolò Zaniolo nella finale di Conference League Roma-Feyenoord 1-0

Da www.romait.it

La Roma si è aggiudicata la prima edizione della Conference League, sconfiggendo per 1-0 gli olandesi del Feyenoord nella finalissima di Tirana. La Maggica ha così spezzato un digiuno lunghissimo non solo per il club stesso (soprattutto in campo internazionale), ma per l’intero movimento calcistico italiano. Il quale, come nella circostanza precedente, è ancora una volta ai piedi (è il caso di dirlo) dell’allenatore portoghese José Mourinho.

Il gol di Nicolò Zaniolo nella finale di Conference League Roma-Feyenoord
Il gol di Nicolò Zaniolo nella finale di Conference League Roma-Feyenoord 1-0

I numeri sulla ruota di Tirana

12, 14, 61. Sono i numeri usciti sulla ruota di Tirana, sede dell’ultimo atto dell’edizione inaugurale della Conference League.

12, come gli anni volati via dall’ultima volta in cui un team del Belpaese aveva ottenuto un trofeo internazionale. In quell’occasione si trattava del Mondiale per Club conquistato dall’Inter – sempre nel segno di Mou. Che, pur non essendo più a quel punto sulla panchina dei nerazzurri, pochi mesi prima li aveva condotti al trionfo in Champions League.

14, come gli anni passati dall’ultimo alloro dell’AS Roma. Si era nel 2008, sempre di maggio, e la formazione allora guidata da Luciano Spalletti alzava al cielo la Coppa Italia a spese – ancora – dell’Inter.

61, come l’intervallo temporale trascorso dall’ultima (e finora unica, anche se ci sarebbe pure un Torneo Anglo-Italiano nel 1972) affermazione europea dell’undici capitolino. Che nel ‘61 metteva in bacheca la Coppa delle Fiere, bisavola dell’odierna Europa League, sconfiggendo nell’atto finale gli inglesi del Birmingham. Risaliva invece al 1991 l’ultima finale continentale dei giallorossi, che in quel caso persero la Coppa UEFA al cospetto – di nuovo – dell’Inter.

La Conference League 2022

La Conference League 2022, però, è la prima competizione organizzata dalla UEFA in cui si è imposta la società di Dan Friedkin. Che, per di più, è già entrata nella storia del torneo, il cui albo d’oro si aprirà per sempre con il nome della squadra della Capitale.

I giallorossi hanno domato il Feyenoord per 1-0, grazie alla rete decisiva di Nicolò Zaniolo al 32’. Un successo che, come spesso accade, ha molti padri, cominciando dal comandante in capo, lo Special One, giunto con questo a quota 26 titoli. Oltre a essere l’unico tecnico a poter vantare nel proprio palmarès Champions League (due volte), Coppa UEFA, Europa League e, ora, pure la Conference League. Nonché una Coppa delle Coppe vinta da vice-allenatore del Barcellona.

Trionfo Roma in Conference League

Soprattutto, però, ci sono i calciatori, che meriterebbero tutti una menzione speciale – per tutta l’annata. Cominciando da Zaniolo, che ha spaccato la partita confermandosi di gran lunga il talento più fulgido del calcio azzurro. E mettendo a tacere quanti lo hanno criticato a sproposito “dimenticando” il tremendo doppio infortunio subito dal numero 22.

Leonardo Spinazzola, rientrato a sua volta in campo 10 mesi dopo la rottura del tendine d’Achille, in tempo per dare il solito, preziosissimo contributo. Il suo più recente sostituto, il “polacco di Tivoli” Nicola Zalewski, il diamante che Mou sta pazientemente sgrezzando.

I due inglesi, il Ministro della Difesa Chris Smalling e l’attaccante dei record Tammy Abraham. Che per un solo gol ha mancato il titolo di capocannoniere della Conference League, ma ha chiuso il primo anno di serie A con 27 marcature totali.

Su tutti però c’è il capitano, Lorenzo “il Magnifico” Pellegrini, primo romano (e romanista) a sollevare un’euro-coppa con la fascia al braccio. Impresa che non era mai riuscita neppure a Francesco Totti e Daniele De Rossi.

Nelle intenzioni di dirigenti, staff tecnico, giocatori e tifosi deve trattarsi solo di un punto di partenza. Intanto, comunque, in una serata maggica l’impresa è stata servita. Perché, parafrasando Fabio Caressa, il cielo è giallorosso sopra Tirana!

Continua a leggere

Sport

Bamba della settimana, dalla Cina arrivano delle gaffe davvero… olimpiche

In occasione dei Giochi invernali di Pechino 2022 sono state selezionate tre “scivolate” soprattutto (ma non solo) giornalistiche: una delle quali è, letteralmente, una figura di… quella materia lì

Pubblicato

il

Bamba della settimana
Bamba della settimana

Da www.romait.it

Nuova edizione speciale del “Bamba della settimana”, l’anti-premio ideato dall’attuale direttore editoriale di Libero Vittorio Feltri. Il quale lo assegnava a quanti – loro malgrado – si erano resi protagonisti di gaffe soprattutto in ambito sportivo. Una tradizione che vogliamo riprendere in occasione delle Olimpiadi invernali, attualmente in corso di svolgimento in Cina.

La nuova edizione del “Bamba della settimana”

Torna dunque ancora di lunedì il “Bamba della settimana”, con tre vicende nate all’ombra dei Cinque Cerchi di Pechino 2022. Più una quarta vicenda classificata come hors catégorie per non falsare la surreale “competizione”, e che arriva direttamente dagli Stati Uniti. Dove, come riporta The Guardian, la deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene intendeva accusare la speaker democratica della Camera Nancy Pelosi di usare metodi nazisti. Solo che ha confuso la “Gestapo” (la famigerata polizia segreta del Terzo Reich hitleriano) col “Gazpacho”, una zuppa spagnola a base di verdure. Ecco che succede a parlare… di pancia.

“Scivolate” all’ombra dei Cinque Cerchi

Passando quindi alle topiche olimpiche, è doveroso cominciare con la pantomima relativa al caso di doping della pattinatrice quindicenne Kamila Valieva. Trovata positiva a un farmaco, la trimetazidina, che per la Russia, come rileva il Corsera, «non migliora la prestazione ma cura problemi cardiaci». Di cui però non risulta che l’atleta soffra, altrimenti avrebbe dovuto sospendere l’attività agonistica e chiedere un’autorizzazione all’uso terapeutico del medicinale – mai presentata. In ogni caso, nonostante la “scivolata” sul ghiaccio, al momento i russi stanno vincendo tutte le battaglie legali, come riferisce La Repubblica. Insomma, zitti e Mosca.

C’è poi l’incredibile epic fail di Open, il quotidiano online di Enrico Mentana, che ha celebrato il secondo posto in slalom gigante di Beatrice Brignone. La quale però è un’ex parlamentare, laddove la campionessa azzurra si chiama Federica – a conferma che la parola è d’argento, il silenzio è d’oro.

Restando in tema di sci alpino, la combinata maschile è stata vinta dall’austriaco Johannes Strolz. Che però per il Televideo RAI, come si vede dallo screenshot sottostante, è clamorosamente diventato Stronz.

Screenshot Televideo Rai
Lo screenshot “incriminato” del Televideo RAI

Fin troppo facile definirla una figura di… quella materia lì. Che si merita tutto il “Bamba della settimana”.

Continua a leggere

Sport

Superlega, il calcio in rivolta contro l’euro-campionato dei club più ricchi

UEFA e FIFA minacciano sanzioni pesantissime contro i “ribelli”, inclusa l’esclusione immediata da campionati e coppe. Ma la competizione è la tempesta che raccolgono dopo aver seminato vento, trasformando lo sport in business

Pubblicato

il

superlega
Superlega

Ci voleva la Superlega per “sfrattare” dalle prime pagine di quotidiani e telegiornali Covid-19, proteste, Recovery Plan e le altre amenità del periodo. “Merito” anche delle polemiche che hanno rapidamente travalicato il mondo dello sport per saldarsi con politica ed economia. Confermando ulteriormente che il calcio è ormai puro aziendalismo, anche per colpa di quella stessa UEFA che ora si straccia le vesti.

La Superlega della discordia

L’annuncio è arrivato in piena notte – aspetto che alcuni potrebbero ritenere emblematico. Dodici club tra i più ricchi d’Europa hanno creato un nuovo euro-campionato – la Superlega – in cui la meritocrazia dovrebbe cedere il passo all’elitarismo.

Tra i fondatori, in predicato di salire a quindici, figurano anche tre squadre italiane: Juventus, Inter e Milan. Con loro tre team spagnoli (Real Madrid, Barcellona, Atletico Madrid) e sei inglesi (Manchester United, Manchester City, Arsenal, Liverpool, Tottenham, Chelsea), benché alcune ci starebbero già ripensando). Altri cinque dovrebbero invece essere ammessi a rotazione in base ai risultati stagionali.

Particolare, quest’ultimo, vagamente ironico, come ha rimarcato, tra gli altri, l’ex calciatore e Presidente della Federcalcio polacca Zbigniew Boniek. «Nel calcio non c’è bisogno di una competizione tra club più ricchi del mondo. Poi le squadre più ricche del mondo non riescono a vincere nemmeno contro la povera e piccola Atalanta».

In effetti, la Super League, che nelle intenzioni degli scissionisti dovrebbe partire già il prossimo agosto, ha radici meramente pecuniarie. Basti pensare che nasce con l’obiettivo di raccogliere 10 miliardi di euro, di cui 3,5 verranno munificamente elargiti dalla banca americana JP Morgan.

Le polemiche sulla Superlega

L’operazione, però, ha mandato su tutte le furie i massimi organismi del football continentale e mondiale. A cominciare da Gianni Infantino, presidente della FIFA, secondo cui «se alcuni eletti scelgono di andare per la loro strada devono pagare le conseguenze delle proprie scelte».

Ancora più duro è stato Aleksander Čeferin, numero uno della UEFA, che ha minacciato sanzioni drastiche contro quelli che ha bollato come «sporca dozzina». Che verrebbero esclusi da tutte le competizioni (forse già dall’annata in corso), e i cui giocatori perderebbero le rispettive Nazionali.

Significherebbe, per capirci, che la serie A espellerebbe le tre società più vincenti di sempre – come d’altronde hanno già chiesto Atalanta, Verona e Cagliari. Con conseguenze immediate e inevitabili su Scudetto, Coppa Italia, qualificazione alle prossime Coppe europee e retrocessioni. Nell’attuale Champions League permarrebbe il solo Paris Saint-Germain, mentre in Europa League resterebbero in corsa Roma e Villareal (salvo ripescaggi).

La linea dura è condivisa da Capi di Stato e di Governo come il nostro Mario Draghi, il francese Emmanuel Macron e l’inglese Boris Johnson. Quest’ultimo, in particolare, ha affermato che farà «tutto il possibile per fermare questo progetto».

I radical chic del calcio comunque hanno anticipato di essere pronti a una causa legale miliardaria, tanto per smentire le accuse di avidità piovute dall’avvocato sloveno. Il quale, riferendosi soprattutto al numero uno bianconero Andrea Agnelli, ha tuonato di non essersi accorto «che c’erano dei serpenti al nostro interno». Se così è, però, li ha allevati nel suo seno.

Chi semina vento raccoglie tempesta

In effetti, la Superlega è il culmine di un processo cui le istituzioni calcistiche non sono affatto estranee. La trasformazione del gioco più bello del mondo in business, anche e soprattutto attraverso il dominio delle televisioni.

In molti ricorderanno, per dire, le contestazioni negli stadi al grido di “questo calcio ci fa sky-fo”. O le levate di scudi contro il cosiddetto spezzatino (la programmazione delle partite in orari scaglionati per favorire le emittenti).

Solo ora, però, Gabriele Gravina, presidente della Figc, ha dichiarato che «il calcio è dei tifosi». In un momento in cui contro la Superlega è insorta la maggior parte degli addetti ai lavori, inclusi alcuni tesserati dei club ribelli. Troppo facile, troppo tardivo.

Chi semina vento raccoglie tempesta – e una tempesta non da poco, considerando l’attenzione che i media stanno dedicando all’affaire. Che en passant, forse per eterogenesi dei fini, sta diventando una specie di arma di distrazione di massa dalle questioni veramente importanti. Come se, dopo 2.000 anni, i circenses avessero prevalso sul panem. A parte per qualcuno che, evidentemente, tende a confondere i piani.

superlega: aleksander čeferin
Il Presidente della UEFA Aleksander Čeferin

Continua a leggere

Politica

Pubblico agli Europei, se per il Ministro Speranza c’è apertura e apertura…

Il Governo cede alle minacce dell’UEFA e accetta che alcuni tifosi possano entrare all’Olimpico: è una buona notizia, ma a maggior ragione dovrebbe permettere anche a famiglie e lavoratori in crisi di ripartire al più presto in sicurezza

Pubblicato

il

pubblico agli europei: tifosi allo stadio
Pubblico allo stadio durante le qualificazioni per Euro 2020

Palazzo Chigi ha dato alla Figc la disponibilità a studiare un piano per avere il pubblico agli Europei di calcio della prossima estate. Lo ha comunicato Roberto Speranza, Ministro nomen omen della Salute, spiegando che una quota di spettatori potrà tornare sugli spalti secondo regole ancora da definire. Un’iniziativa certamente lodevole, che però stride parecchio con l’atteggiamento assurdamente chiusurista dell’esponente di LeU nei confronti delle numerose attività professionali ormai giunte al limite della sopravvivenza.

Pubblico agli Europei, via libera del Governo

«Il Governo italiano ha chiesto parere al Cts, per valutare, sulla base del quadro epidemiologico e dell’andamento delle vaccinazioni, la possibilità di prevedere una presenza limitata di pubblico per gli Europei». Così fonti dell’esecutivo Draghi, confermando quanto aveva riferito il presidente della Federcalcio Gabriele Gravina dopo aver ricevuto la nota di assenso del titolare della Sanità.

Cade così la “minaccia” di Aleksander Čeferin, presidente dell’UEFA, che aveva escluso categoricamente «l’opzione di giocare qualsiasi partita di Euro 2020 in uno stadio vuoto». A costo di revocare lo status di organizzatore alle città non in grado di garantire la partecipazione del pubblico agli Europei. La prima manifestazione calcistica itinerante della storia, che dovrebbe svolgersi in 12 sedi, inclusa Roma che, all’Olimpico, ospiterà l’11 giugno la gara inaugurale Italia-Turchia.

Ora, comunque, la palla passa (è il caso di dirlo) al Comitato tecnico scientifico, che dovrà stilare «i protocolli che consentano di svolgere in sicurezza gli eventi». Cominciando dalle modalità di accesso (si ipotizzano tamponi negativi o certificati di vaccinazione) e dal numero dei tifosi ammessi allo stadio. L’organo governativo del football continentale vorrebbe una capienza minima del 25%, anche se per ora da via Lungotevere Ripa non sono arrivate indicazioni in merito.

Speranza paradossale

In effetti, benché questo disco verde sia indubbiamente un’ottima notizia, rappresenta al contempo un paradosso, essendo arrivato dal capofila dell’ala rigorista della maggioranza. Curiosamente, però, stavolta il più strenuo oppositore della ripartenza ha messo a tacere quei membri del Cts che avevano espresso i propri dubbi al riguardo. E, a prescindere dalle opinioni, è lecito chiedersene il motivo, soprattutto di fronte all’esasperazione crescente di famiglie e lavoratori ridotti allo stremo.

Forse c’è apertura e apertura? O non sarà che l’ideologia del rosso ha ceduto il passo al vile danaro? Dopotutto, pecunia non olet, come insegnavano già gli antichi Romani

In questo caso, però, il Ministro libero e uguale avrebbe anche potuto limitarsi a imitare le ricette nostrane e chiedere all’avvocato sloveno adeguati ristori. Beninteso, augurandosi che la “potenza di fuoco” e le tempistiche siano migliori di quelle dell’Italia. Ma, in fin dei conti, non abbiamo forse un Governo (anche) di Speranza?

Continua a leggere

Politica

Mediacrazia, così il quarto potere vuol farsi potere politico e giudiziario

Dal caso della vittoria “prematura” di Joe Biden alle Presidenziali americane, a quello nostrano dei tamponi ballerini della Lazio: i mezzi di comunicazione sono in preda a un delirio di onnipotenza

Pubblicato

il

mediacrazia
Mediacrazia

Dal quarto potere del grande e compianto Orson Welles alla contemporanea mediacrazia. Il passo non è stato breve, ma pare ormai si stia avviando verso la sua definitiva attuazione. Paradigmatici sono due casi, uno di matrice italiana e l’altro statunitense, in cui i mezzi di comunicazione abbandonano il tradizionale ruolo di servizio al pubblico. Con l’idea di condizionare – se non sostituire – nientemeno che i poteri politico e giudiziario.

Mediacrazia, il caso Biden

Il primo e più eclatante caso è quello delle recentissime Presidenziali Usa. Narrate dai media mainstream come una guerra all’ultimo voto vinta dallo sfidante democratico Joe Biden. Da cui i caroselli planetari per il defenestramento dell’attuale Potus Donald Trump, per i quali, en passant, i manutengoli del pandemicamente corretto transigono anche sul rispetto dell’amato distanziamento sociale. Evidentemente, c’è assembramento e assembramento.

C’è però un piccolo dettaglio: non è vero niente. E non solo perché The Donald, non riconoscendo l’esito del voto, ha già annunciato battaglia legale contro quella che ritiene una frode.

A monte, c’è che la designazione di Sleepy Joe è esclusivamente mediatica. Ed è significativo che il New York Times avesse cinguettato che sono gli organi di informazione che devono dichiarare il vincitore delle elezioni americane. Salvo poi vergognarsi del delirio di onnipotenza e tentare di rimediare alla gaffe.

Perché è il Congresso che ratifica la nomina, la quale è tutt’altro che ufficiale. Sia perché alcuni Stati sono ancora lungi dall’essere assegnati, tant’è vero che il ticket Biden-Harris non ha ancora raggiunto i fatidici 270 grandi elettori. Sia perché il Guardasigilli William Barr ha autorizzato il Dipartimento di Giustizia a indagare sulle accuse di irregolarità nella votazione.

«Malgrado la mancanza di prove» ci hanno tenuto ad aggiungere numerosissimi megafoni del pensiero unico. Ignorando che invece di indizi ce ne sono a bizzeffe, come noi stessi abbiamo documentato. Trascurando che l’indagine servirebbe anche per dissipare le pesantissime ombre di brogli dall’eventuale vittoria dell’ex vicepresidente di Barack Obama.

Ma, soprattutto, dimenticando che non spetta a loro sentenziare, bensì alla magistratura. Così come non spetta a un social network come Twitter ergersi a contemporaneo Torquemada e censurare qualunque pensiero non allineato alla sua verità. A cominciare da quelli del Presidente degli Stati Uniti. Mediacrazia, appunto.

Lo strano caso dei tamponi ballerini

Poi c’è il caso nostrano, quello all’amatriciana dei tamponi ballerini, vale a dire i test relativi ai tre calciatori della Lazio Immobile, Lucas Leiva e Strakosha. Negativi per il laboratorio irpino di riferimento della società biancoceleste, positivi per la Uefa che ha impedito ai giocatori di disputare due gare di Champions League.

In mezzo, però, c’è stata la partita di campionato contro il Torino, in cui Immobile e Leiva sono scesi in campo. Non solo: l’attaccante ha anche segnato, contribuendo in modo decisivo alla sofferta vittoria degli aquilotti. Per aggiungere confusione a confusione, il club di Claudio Lotito ha anche chiesto un parere “terzo” al Campus Biomedico di Roma, che ha confermato le tre positività.

Da giorni si rincorrono quindi ipotesi e smentite, ed è scesa in campo (è il caso di dirlo) anche la Procura della Repubblica di Avellino. Che è l’unica competente a determinare eventuali illeciti anche penali, laddove alla Procura della Figc pertengono le verifiche sul piano sportivo.

Giova ribadirlo, perché anche in quest’occasione la sensazione è che processi e verdetti attengano piuttosto ai mezzi di comunicazione di massa. I quali avrebbero bisogno di una cura di fosforo onde ricordare che il loro compito è informare il pubblico, non orientarlo. Come d’altronde dovrebbero decidersi a imparare i sondaggisti, specie quelli d’Oltreoceano.

Pare però che vada maggiormente di moda la mediacrazia, che ricorda in modo inquietante – per usare di nuovo termini cinematografici – i signori della truffa. Con tanti saluti al ruolo di cane da guardia del potere, sempre più svilito al rango di cagnolino da compagnia. Deontologia professionale, questa sconosciuta!

Continua a leggere

Sport

Calcio e Covid, dopo Juventus-Napoli la serie A ha abdicato alle Asl

Non c’è solo la mancata chiarezza dei protocolli alla base della pagliacciata dello Stadium, ma l’incompetenza di un’intera classe dirigente. Inclusi i membri del Governo che se ne sono lavati le mani

Pubblicato

il

calcio e covid: asl napoli 1
La Asl Napoli 1

Il binomio tra calcio e Covid è definitivamente diventato sinonimo di un caos senza fine. Merito, si fa per dire, anche delle autorità (in)competenti che non sono riuscite a stilare delle regole chiare e inequivocabili. Con un rimpallo delle prerogative che ha contribuito notevolmente a trasformare una partita di cartello come Juventus-Napoli in una pagliacciata.

Calcio e Covid, il caso Juventus-Napoli

Alle 21.30 di domenica 4 ottobre è terminato ufficialmente l’incontro mai iniziato. Come da regolamento, l’arbitro Daniele Doveri ha atteso i canonici 45 minuti dal (presunto) fischio d’inizio, per poi sancire la non regolarità di Juventus-Napoli. Un atto dovuto dopo che i partenopei, com’è ormai universalmente noto, non si sono presentati all’Allianz Stadium.

La decisione ha prodromi antichi benché recenti, risalendo alla precedente giornata di campionato, in cui gli azzurri hanno affrontato il Genoa. Subito dopo il match è scoppiato il focolaio rossoblù, con 22 tesserati trovati positivi al coronavirus nel corso della settimana.

I Campani hanno quindi effettuato tre giri di tamponi, che hanno evidenziato in successione che i due calciatori Piotr Zieliński ed Elijf Elmas avevano evidentemente mangiato ostriche. Stessa cosa per un dirigente non facente parte del gruppo squadra.

È da qui che la situazione ha assunto i contorni di un giallo, tra scambi di e-mail, dichiarazioni, lettere e note. E, soprattutto, le interpretazioni più disparate di un protocollo che sarebbe dovuto essere scritto in modo da evitare qualsivoglia ambiguità. È il numero 21463 del Ministero della Salute, che lo scorso 18 giugno recepiva l’accordo tra Federcalcio e Comitato tecnico scientifico. E dava alle Asl la possibilità di disporre la cosiddetta “quarantena soft”, che i giocatori negativi possono interrompere per disputare allenamenti e gare.

La circolare è stata poi integrata nel Consiglio di Lega del 30 settembre – 1° ottobre, volto a coprire il buco normativo relativo a un’eventuale pluripositività. La norma impone di giocare se si hanno a disposizione almeno 13 giocatori, con un’unica possibilità di rinvio in presenza di 10 o più positivi. In caso contrario, scatta la sconfitta 3-0 a tavolino.

C’è però una postilla. «Fatti salvi eventuali provvedimenti delle Autorità statali o locali».

Juventus-Napoli, la cronistoria

È il pomeriggio di sabato 3 ottobre quando la società di Aurelio De Laurentiis, come da legge e da regolamento, contatta le Asl di riferimento. La Napoli 2 Nord, che fornisce una risposta molto breve. In cui, fra l’altro, accenna all’isolamento fiduciario bisettimanale e alla necessità di non lasciare il territorio nazionale. E la Napoli 1 Centro che, seppure in modo più prolisso, ribadisce il concetto.

La circolare della Asl Napoli 1 Centro

In nessuno dei due documenti viene esplicitato il divieto di lasciare la Regione, né l’obbligo per il gruppo squadra di restare nel proprio domicilio.

AdL però interpreta le circolari in senso restrittivo, e comunica con una Pec l’impossibilità di raggiungere Torino. In quel momento, però, l’unica autorità a essersi espressa in tal senso è il Gabinetto della Regione Campania.

La Vecchia Signora non ci sta, e anticipa l’intenzione di scendere in campo ugualmente. «La Juventus, come sempre, si attiene ai regolamenti» avrebbe poi punto il numero uno bianconero Andrea Agnelli. Evidenziando che la Asl può intervenire solo in caso di inosservanza del protocollo. Questa, però, è di nuovo un’interpretazione, anche se successivamente la Procura Federale aprirà effettivamente un’inchiesta sulla corretta applicazione dei protocolli sanitari da parte del Napoli.

Segue quindi la presa di posizione ufficiale della Lega Serie A, che esclude il rinvio della gara. «Non sussistono provvedimenti di Autorità Statali o locali che impediscano il regolare svolgimento della partita» afferma la nota.

Solo due ore dopo (dunque decisamente fuori tempo massimo), le due Asl napoletane precisano che il provvedimento andava inteso come impossibilità di spostarsi dal luogo dell’isolamento. «Noi non abbiamo mai espresso alcun divieto di partire o giocare, non è nelle competenze. È chiaro che sia una cosa consequenziale», sostiene Ciro Verdoliva, DG dell’ASL Napoli 1 Centro.

Calcio e Covid, l’incompetenza al potere

Questa la cronistoria del pasticciaccio brutto tra calcio e Covid, scevra da indiscrezioni che rimangono non confermate. Come quella secondo cui Dela avrebbe sollecitato il Governatore campano Vincenzo De Luca, suo amico, a fare pressioni sulla Asl perché confermasse la sua versione.

Rimarrà da capire se il giudice sportivo disporrà realmente (come dovrebbe) il 3-0 a tavolino, su cui il Napoli è già pronto alla battaglia legale. Per gli azzurri, infatti, l’assenza è giustificata da cause di forza maggiore.

Altro aspetto che resterà indelebile è l’atteggiamento pilatesco dei membri del Governo. A partire dal Ministro dello Sport Vincenzo Spadafora che, in pieno bailamme, si è limitato a fare spallucce. «Spetta ora agli organismi sportivi decidere sugli aspetti specifici del campionato» la sua surreale nota.

Idem per l’altro Ministro nomen omen, quello della Sanità Roberto Speranza, che ha svicolato con un laconico: «Si sta parlando troppo di calcio e troppo poco di scuola. La priorità è la salute delle persone». Nel merito ha ragione, naturalmente, ma il giusto inquadramento delle priorità non significa che se ne possa lavare le mani.

Non se lo può permettere nessuno degli organismi che hanno contribuito al caos, anche a causa dell’abdicazione (almeno parziale) in favore delle Asl. Che rischiano di fungere da Tar del Lazio clinico-calcistico, mettendo a rischio, come ha sottolineato il presidente genoano Enrico Preziosi, il regolare svolgimento della stagione.

Poi c’è un ulteriore strascico destinato a permanere impietosamente, quello relativo alla (ennesima) figuraccia del nostro calcio. Che il mondo social aveva già commentato con la fulminante ironia che gli è propria.

Ora manca solo il comunicato del Covid-19 in cui dice che non vuole aver nulla a che fare con questa pagliacciata.#JuveNapoli

Pubblicato da Unfair Play su Sabato 3 ottobre 2020

Calcio e Covid, d’altronde. Perché i tempi del virus non sono, ahinoi, gli stessi di un pallone nel pallone.

Continua a leggere

Cronaca

Caso Suarez, ora i Pm di Perugia vogliono verificare il ruolo della Juventus

La Procura umbra, come quella della Figc, valuta l’eventuale coinvolgimento della società, che comunque non dovrebbe rischiare molto. Ascoltati i legali bianconeri, poi Cantone ferma l’inchiesta, indignato per la fuga di notizie

Pubblicato

il

caso suarez: logo juventus
Il logo della Juventus

Man mano che i giorni passano, il cosiddetto “caso Suarez” diventa sempre più intricato. Ormai è arrivato a lambire, in maniera più o meno concreta, anche la Juventus, la società a cui era stato accostato l’attaccante uruguagio Luis Suarez. Con tutto ciò, resta comunque poco probabile che la vicenda possa avere delle ripercussioni dirette sui Campioni d’Italia. Intanto si è già registrato uno sviluppo eclatante, con la Procura di Perugia che ha bloccato l’inchiesta dopo l’ennesima anticipazione mediatica delle attività d’indagine.

La ricostruzione del caso Suarez

Com’è ormai arcinoto, il caso Suarez riguarda il test di italiano sostenuto dal calciatore lo scorso 17 settembre presso l’Università per Stranieri di Perugia. Test che è finito sotto la lente di ingrandimento della Procura guidata dall’ex presidente dell’ANAC Raffaele Cantone in seguito alle intercettazioni a carico dei vertici dell’ateneo. Che hanno portato alla luce una serie di violazioni e irregolarità tali da spingere gli inquirenti a parlare senza mezzi termini di «esame farsa».

Le ricostruzioni, in primis quella del Corriere della Sera, hanno in effetti evidenziato che il Pistolero, come minimo, ha potuto godere di un trattamento privilegiato. Attraverso la piattaforma di messaggistica Teams, infatti, la professoressa Stefania Spina, incaricata di prepararlo per la prova, gli ha fornito in anticipo domande e risposte. La pistola fumante è un pdf recuperato dai finanzieri, che la docente aveva inviato anche al futuro esaminatore Lorenzo Rocca. Un file i cui contenuti corrispondono esattamente al copione inscenato la settimana scorsa, e a cui il giocatore si è attenuto pedissequamente. Non a caso, entrambi i docenti sono sotto inchiesta.

La farsa, peraltro, è ulteriormente ingigantita dai quesiti, imbarazzanti, rivolti al giocatore allora blaugrana – e nel frattempo passato all’Atletico Madrid. Per il quale il livello B1 era necessario per l’ottenimento della cittadinanza italiana, a sua volta essenziale per l’eventuale trasferimento alla Vecchia Signora. La quale non può tesserare extracomunitari, avendo già esaurito i due slot a propria disposizione.

L’esame di Suarez

Questa la prima domanda del test: “Come ti chiami?” Risposta: “Mi chiamo Luis Alberto Suarez Diaz e sono uruguaiano”. Strano che non gli abbiano dato una nota di merito, avendo perfino aggiunto un’informazione non richiesta…

A seguire, al centravanti della Celeste sono state mostrate le immagini di un cocomero e di un supermercato, che lui ha denominato correttamente. Non esattamente un’impresa, visto che erano presenti nel pdf che aveva già ricevuto.

Poi gli è stato chiesto di immaginare una città italiana, al che Suarez ha indicato Torino. Infine, alle domande sulla sua famiglia e la sua professione ha risposto: “Faccio il calciatore e sono da sei anni a Barcellona”.

Tempo totale, dodici minuti. Non stupisce quindi che, visti i trascorsi, i social abbiano ironizzato sull’esame mordi e fuggi.

Il caso Suarez e la Juventus

La Procura di Perugia sta ora cercando di capire se la società torinese possa aver avuto un ruolo attivo nell’organizzazione della sceneggiata – pardon, prova. In particolare, i Pm stanno approfondendo la posizione di alcune figure: nessuna delle quali, va precisato, è attualmente iscritta nel registro degli indagati.

Questi i fatti. A inizio settembre, Federico Cherubini, Ds della Juventus e vice del Chief Football Officer Fabio Paratici, contatta Maurizio Oliviero, rettore dell’Università Statale del capoluogo umbro. Questi lo rimanda all’omologa dell’Università per Stranieri, Giuliana Grego Bolli, e al quasi omonimo Simone Olivieri, direttore generale di Palazzo Gallenga – entrambi accusati di corruzione.

Olivieri ha già il telefono sotto controllo per un buco nel bilancio di circa 3 milioni di euro, anche se naturalmente non ne è consapevole. Gli investigatori captano almeno tre sue telefonate con l’avvocatessa Maria Turco, che lavora nello studio dell’avvocato Luigi Chiappero, storico legale della Juventus. Lo stesso Chiappero ha certamente assistito ad almeno uno dei colloqui. La leguleia si sarebbe poi impegnata con Olivieri: in caso di esito positivo della vicenda, «vi porteremo altri stranieri».

Potrebbe comunque essere una rodomontata, come quella dello stesso Olivieri che si vantava con Rocca: «Mi ha chiamato Paratici, è più importante di Mattarella». Di questo contatto però non c’è traccia.

Il direttore dell’area tecnica è stato comunque citato anche dal rettore Oliviero. «Qualche giorno dopo l’esame sostenuto da Suarez sono stato contatto da Paratici che voleva dirmi che l’entourage del giocatore era rimasto molto soddisfatto dell’accoglienza ricevuta e voleva ringraziarmi. Una telefonata di cortesia».

Nulla di strano, ma occhio alla tempistica. Perché è il 20 settembre quando il dirigente bianconero esclude l’arrivo di Suarez per le difficoltà burocratiche.

Quali rischi per la Juventus?

«Abbiamo ribadito la trasparenza del nostro operato professionale e contribuito in maniera positiva alla ricostruzione dei fatti in un incontro positivo e costruttivo». Così Chiappero dopo essere stato ascoltato come testimone, assieme alla Turco, dai Pm perugini: aggiungendo inoltre che la Juventus è estranea al caso Suarez.

È la prima delle audizioni programmate per accertare eventuali responsabilità penali, fermo restando che anche la Procura Federale della Figc ha aperto un’inchiesta indipendente. La giustizia sportiva, infatti, riceverà gli atti della magistratura ordinaria per la valutazione di possibili illeciti.

Le Zebre sono tranquille, soprattutto per l’evidenza di non aver ingaggiato l’attaccante uruguaiano, avendo infine virato sull’ex Alvaro Morata. La situazione potrebbe complicarsi se si accertasse il coinvolgimento dei quadri societari, ma anche in questa eventualità i rischi per i detentori dello scudetto sarebbero minimi.

Certo, non si possono escludere a priori sanzioni gravi come una penalizzazione in termini di punti, la retrocessione all’ultimo posto o addirittura l’esclusione dal campionato. Ma si tratta di ipotesi molto remote, mentre quella più verosimile sarebbe un’ammenda.

A complicare poi ulteriormente il quadro è arrivata anche la clamorosa decisione di Cantone, che ha annunciato l’interruzione delle attività investigative sullo sconcertante episodio. «Sono indignato per quanto successo finora» ha tuonato il Procuratore di Perugia, puntando il dito contro le ripetute violazioni del segreto istruttorio.

Eppure, nihil sub sole novum, verrebbe da commentare, considerando che le fughe di notizie sono una sorta di incresciosa costante nella vicenda. Tanto da rappresentare il vero filo rosso, o per meglio dire bianconero, dell’intero caso Suarez.

Continua a leggere

Cronaca

Luis Suarez, per la Procura di Perugia il test di italiano è stato una truffa

Sotto inchiesta i vertici dell’Università per Stranieri, inchiodati dalle intercettazioni. “Non spiccica una parola di italiano, ma prende 10 milioni, deve passare”. L’esame concordato, ma il calciatore non è indagato

Pubblicato

il

luis suarez a perugia il giorno dell'esame di italiano
Luis Suarez a Perugia il giorno dell'esame di italiano

Il calciatore Luis Suarez potrebbe aver superato l’esame di italiano, indispensabile per ottenere la nostra cittadinanza, grazie a una truffa. È ciò su cui sta indagando la Procura di Perugia, che ha notificato una serie di avvisi di garanzia ai vertici dell’Università per Stranieri del capoluogo umbro. L’attaccante del Barcellona sembrava a un passo dalla firma con la Juventus, anche se alla fine l’affare non è più andato in porto.

Le intercettazioni

Luis Suarez «non spiccica ‘na parola» di italiano, «ma te pare che lo bocciamoCosì parlava, senza sapere di essere intercettata dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza perugina, Stefania Spina. La docente dell’Università per Stranieri incaricata di preparare il giocatore uruguagio per il test svolto il 17 settembre scorso. La quale ora è sotto inchiesta insieme, tra l’altro, al Rettore dell’Ateneo Giuliana Grego Bolli, al direttore generale Simone Olivieri e all’esaminatore Lorenzo Rocca. Tutti accusati, a vario titolo, di rivelazione di segreti d’ufficio e falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici.

«Gli argomenti oggetto della prova d’esame sono stati preventivamente concordati con il candidato» ha comunicato la Procura umbra, e «il relativo punteggio è stato attribuito prima ancora dello svolgimento della stessa».

Lo ha rivelato, suo malgrado, proprio la professoressa Spina, che oltretutto dirige il Centro universitario per la valutazione e certificazione linguistica, discorrendo col suo collega Emidio Diodato. «Per dirtela tutta, oggi ho chiamato Lorenzo Rocca che gli ha fatto la simulazione dell’esame e abbiamo praticamente concordato quello che gli farà l’esame!»

Una precauzione apparentemente indispensabile, visto che era stata «riscontrata, nel corso delle lezioni a distanza svolte da docenti dell’ateneo, una conoscenza elementare della lingua italiana». Così il comunicato della Procura diretta dall’ex presidente dell’ANAC Raffaele Cantone.

Fatto, peraltro, di cui la tutor di Suarez appariva perfettamente consapevole. «Non coniuga i verbi. Parla all’infinito» rideva, disquisendo con un anonimo interlocutore che le chiedeva se il Pistolero dovesse passare il livello B1. «Non dovrebbe. Deve. Passerà, perché con 10 milioni a stagione di stipendio non glieli puoi far saltare perché non ha il B1» faceva pragmaticamente spallucce l’insegnante. «Cioè, voglio di’, fa ride no?»

Non i magistrati, a quanto pare.

Luis Suarez, la sentenza dei social

Paradossalmente, il centravanti della Nazionale uruguaiana non è indagato, perché secondo gli inquirenti non c’è evidenza che fosse consapevole della farsa. Anche se comunque potrebbe essere ascoltato dai Pm come persona informata sui fatti.

Per completezza, poi, bisogna precisare che Palazzo Gallenga Stuart respinge ogni addebito. «In relazione agli accertamenti in corso l’Università per Stranieri di Perugia ribadisce la correttezza e la trasparenza delle procedure seguite per l’esame sostenuto dal calciatore Luis Suarez e confida che ciò emergerà con chiarezza al termine delle verifiche in corso».

Chi ha già emesso la propria sentenza sono i social, che per lo più fanno riferimento all’episodio dei Mondiali 2014. Quando il bomber della Celeste morse il difensore azzurro (e juventino) Giorgio Chiellini.

Non manca però neppure chi ricorda proprio che Suarez sembrava destinato alla Juventus, lasciando maliziosamente intendere che l’urgenza dell’esame fosse motivata dalla trattativa coi bianconeri. I quali non possono tesserare extracomunitari, avendo già esaurito i due slot a disposizione.

Luis Suarez, un “caso italiano”

È però un fatto che, già da qualche giorno, Fabio Paratici, Chief Football Officer della società torinese, aveva chiuso all’arrivo dell’attaccante blaugrana. «Non è nella lista degli obiettivi a causa dei tempi burocratici necessari per ottenere il passaporto» le sue parole. E, infatti, la Vecchia Signora ha ingaggiato l’ex Alvaro Morata, punta spagnola dell’Atletico Madrid, che potrebbe invece diventare la prossima squadra proprio di Luis Suarez.

Restano comunque alcune considerazioni generali sulla vicenda, che qualcuno ha subito strumentalizzato per straparlare di ius soli. Lasciati comunque gli intelliggenti con-due-gi agli usati deliri, è però condivisibile il pensiero di quanti stigmatizzano la mentalità alla base dell’episodio. Che molti, in maniera stereotipata, qualificano come paradigmatica del Belpaese. Rendendo quindi quello di Luis Suarez, ahinoi, un vero e proprio “caso italiano”.

A dirla tutta, è difficile pensare a una vicenda più italiana di questa.#Suarez

Pubblicato da Unfair Play su Martedì 22 settembre 2020

Continua a leggere

Cronaca

De Laurentiis positivo, la mancanza di rispetto e la livella del Covid-19

Il Presidente del Napoli nella bufera dopo aver partecipato all’assemblea della Lega Serie A pur avendo già i sintomi del coronavirus. Apprensione e irritazione tra i colleghi presidenti, soprattutto dopo la storia dell’indigestione di ostriche

Pubblicato

il

aurelio de laurentiis
Il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis

È l’imprenditore Aurelio De Laurentiis l’ultima vittima illustre del Covid-19. Una positività che sta destando molto scalpore, soprattutto per l’atteggiamento del diretto interessato, a metà strada tra sottovalutazione del rischio e delirio di onnipotenza. Un comportamento già poco edificante in sé, che diventa del tutto censurabile nel momento in cui mette addirittura a repentaglio la salute altrui.

La positività di De Laurentiis

Qualche giorno fa ironizzavamo sul corona(virus) che dà alla testa alle teste pensanti, e a quanto pare De Laurentiis non fa eccezione. Mercoledì scorso, il presidente del Napoli era a Milano, all’hotel Hilton, per l’assemblea della Lega Serie A.

Aveva già i sintomi del SARS-CoV-2 ma, stando alle ricostruzioni, li ha attribuiti a un’indigestione di ostriche. Eppure, qualche dubbio doveva averlo avuto, visto che aveva fatto il tampone ed era in attesa del risultato.

Ciononostante, non indossava nemmeno la mascherina e, anche se durante l’incontro il distanziamento è stato rispettato, non si può dire lo stesso per le successive interviste. Con reporter e cameramen che si sono accalcati attorno al gotha del calcio italiano, incluso lo stesso AdL. Il quale solo a sera ha avuto l’esito del test, e si è finalmente deciso ad avvisare i suoi colleghi.

I numeri uno del football nostrano hanno naturalmente espresso al produttore cinematografico la propria solidarietà, ma anche preoccupazione e irritazione. Soprattutto la Roma, che era stata deferita proprio dopo che i partenopei ne avevano denunciato il presunto, mancato rispetto dei protocolli anti-Covid.

Il sentimento prevalente resta comunque l’apprensione, tanto che vari protagonisti del meeting hanno scelto di mettersi in auto-isolamento o sottoporsi al tampone. Tra gli altri, Paolo Dal Pino, presidente della Lega Serie A, che ha optato per la quarantena volontaria. Ma anche i dirigenti di società come Juventus, Inter e Milan hanno scelto la linea della prudenza. E non è tranquillo neppure il cardinal Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, che aveva abbracciato De Laurentiis proprio di recente.

La Procura Federale ha preannunciato la possibile apertura di un’inchiesta se il contagio si dovesse diffondere. Intanto, però, gli Azzurri hanno disputato la prevista amichevole con il Pescara, a cui vanno i nostri auguri. E non per il risultato.

‘A livella

«Una persona che sta male dovrebbe rimanere a casa, specie in queste situazioni. Una persona come lui dovrebbe dare l’esempio, avendo una elevata visibilità». Non le ha mandate certo a dire, secondo il suo usuale stile senza peli sulla lingua, il virologo Andrea Crisanti, che ha bollato AdL come un «irresponsabile».

Più o meno lo stesso giudizio dei social, che però lo hanno per lo più condito con il consueto sarcasmo. Per esempio, paragonando i molluschi di Dela all’ormai celeberrima prostatite di Flavio Briatore.

+++ CONFERMATO, SONO STATE LE OSTRICHE +++#DeLaurentiis #COVID19

Pubblicato da Unfair Play su Giovedì 10 settembre 2020

Non è però mancato neppure chi ha stigmatizzato la condotta di De Laurentiis in quanto paradigmatica di quella di molti nostri connazionali. Il riferimento, neanche tanto velato, è alla recrudescenza delle infezioni attribuita soprattutto alle vacanze e alla movida.

E così si è tornati a parlare di noncuranza del pericolo, di arroganza, di quell’illusione di immortalità che caratterizzerebbe due categorie perennemente nel mirino (social)mediatico. I giovani, per ragioni meramente anagrafiche, e i Vip.

Tutto è possibile, naturalmente, ma quest’ultima prospettiva sarebbe davvero desolante. Non foss’altro perché ci si aspetterebbe che personaggi di una certa levatura ed esperienza siano coscienti che ricchezza e potere non danno l’immunità.

In effetti, la vera colpa di De Laurentiis non è nemmeno la protervia, bensì la mancanza di rispetto. Per il coronavirus anzitutto, ma ancora di più per quanti sono venuti in contatto con lui, ignari del pericolo a cui si stavano esponendo.

Un patogeno, infatti, non fa alcuna distinzione fra i suoi bersagli. Parafrasando un grandissimo napoletano come Totò, è una livella.

Continua a leggere

Primo Piano