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La prevenzione è possibile, non ci si ammala di tumore per malasorte

Studiando le cellule tumorali del seno, i ricercatori hanno concluso che le cellule sono condizionate da fattori esterni, e quindi dal nostro stile di vita e dall’ambiente in cui viviamo

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È di italiani la ricerca pubblicata su “Nature Genetics” che ribalta gli studi di qualche anno fa, secondo il quali ci si ammalerebbe di cancro per casualità e che anche in un ipotetico mondo perfetto non potremmo impedire le mutazioni. La ricerca è stata capitanata da: Pier Giuseppe Pelicci, co direttore scientifico dell’Istituto Europeo di Oncologia e Professore di Patologia Generale all’Università di Milano; Gaetano Ivan Dellino, ricercatore IEO e di Patologia Generale dell’Università di Milano e Mario Nicodemi, professore all’Università di Napoli Federico II.

Studiando le cellule tumorali del seno, i ricercatori hanno concluso che le cellule sono condizionate da fattori esterni, e quindi dal nostro stile di vita e dall’ambiente in cui viviamo. I tumori possono infatti nascere, non solo da piccole mutazioni genetiche ma anche da alterazioni consistenti, le cosiddette traslocazioni cromosomiche, causate dalla rottura della doppia elica del DNA che porta allo scambio di porzioni tra cromosomi, che come spiegato non avvengono per caso.

“Possiamo prevedere quali geni si romperanno con una precisione superiore all’85%. Tuttavia solo una piccola parte di essi darà poi origine a traslocazioni.” spiega Dellino.

Secondo Pellici l’importanza di questa ricerca sta nel riportare l’attenzione sulla prevenzione dei tumori, molto spesso sottovalutata e alla quale attualmente è’ destinato solo il 5-10 % dei finanziamenti alla ricerca sul cancro. Ad oggi si sa per certo che fumo, alcol, inattività fisica, eccessiva esposizione al sole, diete ricche di zuccheri e carni rosse ma povere di frutta, legumi e vegetali sono fattori che contribuiscono allo sviluppo di cellule tumorali. Il singolo deve quindi rientrare nell’ottica che un pessimo stile di vita ha delle conseguenze sulla possibilità di ammalarsi o meno, a differenza di quanto si pensava in seguito ai tre lavori di Bert Vogelstein della Johns Hopkins Medical School del 2016, 2017, 2018 che indicavano come le mutazioni fossero dovute a errori casuali e quindi inevitabili.

“Ciascuno di noi può scegliere se prevenire il 40% dei tumori, con pochi e precisi cambiamenti del modo in cui viviamo” dice Pellici “La comunità scientifica lavorerà sul restante 60%. A patto che ci siano fondi sufficienti per la ricerca”.

Cronaca

Zona rossa ad Alzano e Nembro, le clamorose contraddizioni di Conte

“Non ho mai ricevuto i verbali del Cts relativi alla riunione sulla Bergamasca”, avrebbe detto il Premier ai magistrati orobici secondo il Corsera. Ma lui stesso ne parlava in un’intervista rilasciata lo scorso aprile al Fatto Quotidiano…

Mirko Ciminiello

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Il Governatore della Lombardia Fontana e il Premier Conte

La mancata creazione della zona rossa ad Alzano e Nembro torna prepotentemente a far parlare di sé. E lo fa con uno sviluppo che, se confermato, avrebbe del clamoroso. Perché, secondo quanto riportato da Il Corriere della Sera, il bi-Premier Giuseppe Conte avrebbe fatto un’affermazione ben precisa ai Pm di Bergamo che indagano sul caso. Un’affermazione che però contraddirebbe quanto il Capo del Governo aveva dichiarato in un’intervista concessa lo scorso aprile a Il Fatto Quotidiano.

La mancata zona rossa ad Alzano e Nembro

Era il 12 giugno quando Giuseppi veniva ascoltato dalla Procura orobica in relazione alla mancata zona rossa ad Alzano e Nembro. L’audizione mirava a chiarire cosa accadde nella Bergamasca tra il 3 e il 9 marzo, quando il coronavirus prese letteralmente possesso del territorio.

in quel momento, le misure restrittive erano in vigore solamente nei Comuni di Codogno e Vo’. I contagi erano però in forte aumento, tanto che il Pirellone aveva lanciato l’allerta – senza però chiedere l’estensione dell’isolamento.

Il 5 marzo, l’esercito e le forze dell’ordine giunsero nella Provincia per innalzare un cordone sanitario. L’ordine di chiusura, però, non arrivò mai, perché secondo l’esecutivo l’epidemia era già fuori controllo in buona parte della Lombardia. Che, infatti, venne dichiarata interamente zona arancione attraverso il provvedimento firmato l’8 marzo ed entrato in vigore il giorno successivo.

La Procura di Bergamo è scesa in campo per capire se la mancata creazione della zona rossa ad Alzano e Nembro abbia causato l’impennata dei contagi. E, in base a tale ipotesi, per appurare le eventuali responsabilità – anche in virtù dell’increscioso balletto tra Palazzo Chigi e il Governatore lombardo Attilio Fontana.

In questo contesto si è inserita la desecretazione dei verbali del Comitato tecnico scientifico per effetto della richiesta della Fondazione Einaudi. I documenti, chiamati in causa nei successivi Dpcm, evidenziano tra l’altro la contrarietà del Cts a un lockdown su scala nazionale. Gli esperti raccomandavano infatti misure rigorose solo in Lombardia e in 11 province localizzate tra Emilia-Romagna, Marche, Veneto e Piemonte.

Conte ha mentito ai Pm?

Tra gli atti diffusi dall’esecutivo mancano però quelli relativi al 3 marzo. Data in cui il Cts si riunì nella sede della Protezione Civile per affrontare la questione relativa alla Bergamasca.

Tuttavia, uno stralcio è stato fornito a Niccolò Carretta, consigliere regionale del Pirellone in quota Azione. Il quale ne aveva fatto richiesta ad aprile e ha reso pubbliche le carte. Da cui si evince, primariamente come gli scienziati avessero proposto di estendere «le opportune misure restrittive» anche ad Alzano e Nembro.

È qui che la vicenda assume, dal lato del Presidente del Consiglio, dei contorni, come minimo, poco limpidi. Stando infatti alle indiscrezioni diffuse da via Solferino, il Signor Frattanto avrebbe detto alle toghe bergamasche che «quel documento non mi è mai arrivato».

Tale circostanza viene però smentita da quanto lo stesso leguleio volturarese ha rivelato al quotidiano fondato da Antonio Padellaro. «La sera del 3 marzo il Comitato tecnico scientifico propone per la prima volta la possibilità di una nuova zona rossa per i comuni di Alzano Lombardo e Nembro».

Delle due l’una, ed è un aspetto su cui sarebbe più che opportuno fare luce. Perché qui si andrebbe ben oltre lo scaricabarile istituzionale tra Roma e Milano, e immensamente oltre la polemica sul primato della politica sui tecnici. I quali potevano consigliare il Governo, non condizionarlo – un principio che dovrebbe essere condiviso al di là del giudizio di merito sulle scelte effettive.

Quello però su cui non possono – non devono esserci ombre è la testimonianza dell’ex Avvocato del popolo di fronte ai magistrati, non foss’altro nello spirito di una leale collaborazione istituzionale. E, se vi sono discrepanze che lasciano perplessi, è dovere del Primo Ministro fornire tutte le delucidazioni del caso. Che noi attenderemo vigilanti e con viva trepidazione.

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Sport

AS Roma, è fatta per il passaggio tutto americano tra Pallotta e Friedkin

“Città e club iconici”, le prime parole da proprietario del magnate texano dopo l’ufficializzazione dell’accordo da 591 milioni di euro. Unica nota stonata, l’eliminazione dall’Europa League dei giallorossi, battuti 2-0 dal Siviglia

Mirko Ciminiello

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James Pallotta e Dan Friedkin

Con qualche mese di ritardo a causa della pandemia da Covid-19, l’AS Roma ha un nuovo proprietario. È stato infatti ufficializzato il passaggio del club nelle mani del tycoon di Houston Dan Friedkin. Un avvicendamento che ha chiuso dunque l’era di James Pallotta, ma non quella a stelle e strisce. E che è stato rovinato solamente dall’eliminazione della squadra dall’Europa League per mano del Siviglia.

AS Roma, da Pallotta a Friedkin

Le firme sono giunte in piena notte, a suggellare il felice esito di una trattativa lunga e sfibrante. Un corteggiamento durato mesi, che probabilmente sarebbe andato a buon fine molto prima se non ci avesse messo lo zampino il coronavirus.

Alla fine, però, è arrivato il comunicato ufficiale indirizzato dal club alla CONSOB (la Commissione di vigilanza sulle società quotate in Borsa). Una nota in cui si annunciava «la sottoscrizione di un accordo vincolante di acquisto di azioni con The Friedkin Group, Inc.». E si precisava che «l’operazione è valutata in circa 591.000.000 di Euro» e «dovrebbe concludersi entro la fine di agosto 2020».

È quindi terminata dopo nove anni (di cui otto da numero uno), ma senza trofei vinti, l’esperienza di Jim Pallotta alla guida dei giallorossi. E, al proprio commiato, l’imprenditore bostoniano ha unito il benvenuto al suo successore Dan Friedkin e a suo figlio Ryan. Il quale, sulla scia di quanto ha fatto Steven Zhang all’Inter, si stabilirà nell’Urbe per assicurare la presenza fisica della nuova proprietà.

«Negli ultimi mesi, Dan e Ryan Friedkin hanno dimostrato totale dedizione nel voler finalizzare questo accordo e nel guidare il club positivamente. Sono certo che saranno dei grandi futuri proprietari per l’AS Roma», le ultime parole da presidente di Pallotta. Cui hanno fatto da specchio le prime del nuovo proprietario. «Noi tutti al Friedkin Group siamo felici di aver fatto i passi necessari a diventare parte di questa città e club iconici. Non vediamo l’ora di chiudere l’acquisto il prima possibile e di immergerci nella famiglia dell’AS Roma».

AS Roma, chi è Dan Friedkin

54 anni, texano (ma di origine californiana), Dan Friedkin ha l’esclusiva della distribuzione e vendita della Toyota in cinque stati U.S.A. È soprattutto grazie a questo business che può vantare un patrimonio stimato da Forbes in 4,1 miliardi di dollari. Cifra che lo colloca al 187° posto tra gli uomini più ricchi d’America e in 504° posizione a livello mondiale.

Friedkin è attivo anche nei settori del turismo e della cinematografia (nel 2017 il suo The Square ha vinto la Palma d’Oro a Cannes). Inoltre, ha la passione dell’aviazione, tanto da possedere la licenza per il volo acrobatico – e da aver pilotato un aereo durante le riprese del kolossal Dunkirk. E, per non farsi mancare niente, è anche impegnato in progetti filantropici, come quello teso a salvaguardare i territori incontaminati della Tanzania.

Naturalmente, però, le aspettative dei tifosi della Maggica sono legate al piano sportivo, su cui però, al momento, vi sono solo indiscrezioni. A cominciare dalla carica di Ds, per cui i nomi si sprecano. Dall’ex difensore romanista Nicolás Burdisso al ritorno di Walter Sabatini, fino al clamoroso reintegro di Gianluca Petrachi. Non è neppure escluso che della nuova dirigenza possa far parte il Capitano per antonomasia, Francesco Totti, con un ruolo operativo oltre che di rappresentanza.

Per quanto riguarda invece la squadra, l’intenzione è blindare i gioielli come Nicolò Zaniolo e Lorenzo Pellegrini. Nelle speranze dei supporter, dovrebbe essere il primo tassello di una campagna di rafforzamento, che il campo ha dimostrato essere più che necessaria.

Siviglia-Roma 2-0

L’AS Roma è stata eliminata dal Siviglia, vittorioso 2-0 negli ottavi di finale di Europa League disputati in gara unica nella città tedesca di Duisburg. Partita mai in discussione, con gli andalusi in costante controllo e in rete al 21’ con Reguilón dopo aver già colpito una traversa. Soltanto nella parte finale del primo tempo i giallorossi hanno provato a rendersi pericolosi, soprattutto con un tiro murato di Zaniolo.

Al crepuscolo della frazione, però, è arrivato il raddoppio degli Spagnoli con il marocchino En-Nesyri. Doppio vantaggio meritato, benché l’azione fosse viziata da un evidente fallo su Edin Džeko, non ravvisato dall’arbitro Björn Kuipers.

Non è stato peraltro l’unico errore dell’indisponente fischietto olandese, che ha all’attivo anche la ridicola espulsione di Gianluca Mancini al 98’, per interposto Var. Sarebbe però eccessivo dire che queste pecche abbiano condizionato il risultato, su cui hanno influito piuttosto la miglior condizione e la maggior esperienza degli Iberici. I quali, dopo l’intervallo, si sono limitati a controllare, sfiorando però la terza marcatura più di quanto i capitolini siano andati vicini al gol della speranza.

Sono dunque terminati così il cammino europeo e la travagliata stagione dell’AS Roma, nel match di transizione tra vecchia e nuova proprietà americana. Vi si potrebbe anche leggere un certo simbolismo, in effetti. A Dan Friedkin e al suo gruppo l’onere e l’onore di mantenere le promesse: incluse quelle scritte solo nel vento.

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Politica

M5S allo sbando, per San Lorenzo piovono (Cinque) Stelle cadenti

Deflagra il caso rimborsi, che coinvolge anche big come Di Maio, Crimi e Fico. E mentre il MoVimento continua a inanellare gaffe (l’ultima sul Libano), le mezze dimissioni di Spadafora mettono a rischio la tenuta del Governo

Mirko Ciminiello

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m5s allo sbando
(Cinque) Stelle cadenti

Test per l’esame di giornalismo su un M5S allo sbando. Il candidato consideri che:

a) Il Ministro Vincenzo Spadafora ha rimesso le deleghe allo sport in seguito al fuoco amico contro la sua riforma del Coni. Il passo successivo sarà cambiare nome in Spadadentro.

b) In ogni caso, il bi-Premier Giuseppe Conte ha congelato le (mezze) dimissioni del Ministro nomen omen. Strano, chi se lo sarebbe mai aspettato da un Capo del Governo tanto decisionista e così poco incline a procrastinare?

c) Però Giuseppi, visti i problemi del mondo dell’istruzione (a partire dall’avere Lucia Azzolina come Ministro), si è anche preso un impegno: «Sulla scuola garantisco io». Sarebbe la versione 2.0 del «vi chiedo di fidarvi di me» con cui il Garante Beppe Grillo aveva epurato nel 2017 la candidata sindaco di Genova. Ma la titolare di viale Trastevere può stare serena: se non altro, il bacio della morte non è venuto dal leader di Iv Matteo Renzi.

M5S allo sbando anche oltre Conte

d) Intanto è scoppiata anche la grana dei rimborsi, con un parlamentare su quattro che da tempo non restituisce i 2.300 euro mensili. L’elenco comprende anche big come il reggente Vito Crimi, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il Presidente della Camera Roberto Fico. Ma probabilmente gli alti papaveri volevano solo ribadire di aver «abolito la povertà». Se non altro, la loro.

e) Dopo le tragiche esplosioni di Beirut, il sottosegretario agli Affari esteri Manlio Di Stefano è incappato in un epic fail, scambiando i libanesi con i libici. Gaffe oltretutto peggiorata dal maldestro tentativo di correggerla, come se non esistessero gli screenshot. E meno male che non erano coinvolti Niger e Nigeria.

f) Il Ministro dell’Istruzione Azzolina ha firmato l’ordinanza per la «ripartizione delle risorse per l’organico aggiuntivo». E ha assicurato che poi penserà anche al secco, alla plastica e alla carta.

Ciò posto, illustri il candidato se il M5S allo sbando possa trasformare un San Lorenzo ormai imminente nella notte delle (Cinque) Stelle cadenti.

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Politica

Immigrazione, Conte annuncia la linea dura, dando così ragione a Salvini

Il Premier si dice preoccupato dall’emergenza sanitaria a cui contribuiscono le fughe dei clandestini in quarantena. Il Pd irritato rilancia lo ius culturae, ma per il M5S “è una proposta inopportuna e intempestiva”

Mirko Ciminiello

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matteo salvini
Il leader della Lega Matteo Salvini e la questione immigrazione

Un anno e un esecutivo dopo, la questione immigrazione torna a infiammare il dibattito pubblico. Casus belli, per l’occasione, le parole del bi-Premier Giuseppe Conte che sono parse prefigurare un cambio di rotta nelle politiche sui migranti. Una sterzata legata alla recrudescenza dell’emergenza sanitaria dovuta al coronavirus, che però ha già creato malumori nella compagine governativa.

Immigrazione, cambio di rotta?

Pare che, finalmente, ci sia arrivato perfino il fu Avvocato del popolo. «Non possiamo tollerare che si entri in Italia in modo irregolare» ha infatti dichiarato. «Non possiamo tollerare che» i sacrifici della comunità nazionale «siano vanificati addirittura da migranti che tentano di sfuggire alla sorveglianza sanitaria. Non ce lo possiamo permettere. Dobbiamo essere duri e inflessibili».

A preoccupare il Presidente del Consiglio, da quanto è dato sapere, sono soprattutto due fenomeni che stanno contribuendo a esasperare delle tensioni sociali già palpabili. Le ripetute fughe di clandestini dalle strutture dove dovrebbero trascorrere un periodo di quarantena, e l’ondata di arrivi dalla Tunisia.

«Ho scritto una lettera al Presidente tunisino» ha affermato il BisConte, «e sono contento che abbia fatto visita ai porti per rafforzare la sorveglianza costiera. Dobbiamo contrastare i traffici, dobbiamo contrastare l’incremento degli utili da parte dei gruppi criminali che alimenta questi traffici illeciti. Dobbiamo continuare in questa direzione, dobbiamo intensificare i rimpatri».

Meglio tardi che mai, verrebbe da dire, anche se ci è voluto il timore del Covid-19 per far rinsavire il Capo del Governo. In ogni caso, resta sempre da capire se alle parole seguiranno i fatti. Due concetti proverbialmente separati da un mare che, se il buongiorno si vede dal mattino, nel caso specifico raggiunge l’estensione di un oceano.

Erano infatti passate solo poche ore dalla rodomontata presidenziale quando Gallipoli, in Puglia, è stata teatro di uno sbarco in veliero. Un episodio che ha suscitato l’ironia del segretario del Carroccio Matteo Salvini.

L’ex Ministro dell’Interno ha anche ricordato che, di irregolari, «ne sono arrivati più a luglio di quest’anno che in tutto l’anno scorso». Una frecciata volta ad acuire le già notevoli frizioni interne alla maggioranza rosso-gialla. Ed è diretta in special modo verso quel Pd ideologicamente e pregiudizialmente restio ad ammettere che il leader della Lega possa anche, magari occasionalmente, avere ragione.

Le tensioni all’interno del Governo

«Siamo arrivati a questo punto perché per l’ennesima volta Conte ha deciso di rinviare. La non gestione di questo tema ha ridato fiato a Salvini e ora lo stiamo rincorrendo». Così, secondo un’indiscrezione (smentita da via del Nazareno ma confermata dalla cronista che l’ha lanciata), sarebbe sbottato il segretario dem Nicola Zingaretti. Aggiungendo che «qui non si vuole capire che la politica sull’immigrazione non può essere solo una questione di repressione e sicurezza».

A prescindere dall’autenticità dello sfogo, è indubbio che la querelle sui migranti tocca uno dei nervi scoperti che maggiormente esaltano i dissidi intergovernativi. E non solo per la tendenza dilatoria così radicata in Giuseppi da avergli meritato (si fa per dire) il nomignolo di Signor Frattanto.

L’intemerata del leguleio volturarese era infatti giunta appena dopo un’altra filippica, vergata da Graziano Delrio, il presidente dei deputati del Partito Democratico. Che, con un tempismo eccezionale, ha fatto sapere che «sullo ius culturae non mollo».

Si riferiva alla legge sulla cittadinanza “facile” agli stranieri che è un vecchio pallino – per non dire un’ossessione – di un partito perennemente in cerca di elettori. E che Vito Crimi, reggente del M5S, ha liquidato senza mezzi termini. «Non commento neanche la proposta del Partito Democratico: mi sembra inopportuna e intempestiva».

Non foss’altro perché, nella precedente legislatura, l’argomento faceva perdere ai dem due punti percentuali al mese ogniqualvolta un suo esponente ne parlava. A ennesima conferma che la Storia sarà anche maestra di vita, ma ha dei pessimi allievi.

L’immigrazione e il processo a Salvini

Un capitolo a parte lo merita la questione, tangenziale, del processo a carico del Capitano per via del caso Open Arms. Perché sono passati cinque giorni – mica un secolo – da quando il Senato ha votato per mandare alla sbarra l’ex titolare del Viminale. E la vicenda riguardava sempre la facoltà di impedire gli approdi per ragioni di ordine pubblico.

Si dirà: allora, però, non c’era la pandemia da Covid-19. Vero. Tuttavia c’era (e c’è tuttora) una norma che consentiva di vietare «l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale» per motivi di sicurezza. Una norma – il Decreto Sicurezza bis – che la magistratura è chiamata ad applicare, non a contestare. Così come non spetta alle toghe il compito di sentenziare sulla linea politica di un qualsivoglia Governo. O, perlomeno, così era prima che Palazzo Madama pensasse male di rinunciare all’indipendenza della politica nella speranza di sbarazzarsi del leader dell’opposizione.

Già solo queste considerazioni avrebbero dovute qualificare la richiesta del Tribunale di Palermo per quello che è – una farsa. Ma ad esse si aggiunge anche il paradosso che verrà processato un solo (ex) Ministro quando «le scelte le prendevamo tutti insieme», come ha ribadito Salvini.

E c’è chi ha legato questa circostanza alle tempistiche anomale (eufemismo) con cui Palazzo Chigi ha inoltrato i documenti chiesti dai legali del Capitano sul caso Gregoretti. Carte giunte dopo due mesi perché erano state spedite a un indirizzo e-mail errato. Carte che si sospetta potrebbero confermare il ruolo attivo di tutto il Governo Conte semel nel gestire la questione immigrazione.

È vero che, come affermava il Divo Giulio Andreotti, a pensar male si fa peccato, anche se poi ci si azzecca. Ma l’alternativa sarebbe un’incompetenza sconcertante. Ed è difficile decidere quale tra i due corni del dilemma sarebbe il meno imbarazzante.

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Cronaca

Vaccino anti-Covid, l’orgoglio italiano e le ragioni della speranza

In Veneto e Lombardia sta per partire la sperimentazione sull’uomo, mentre è già alla fase finale il farmaco sviluppato tra Pomezia e l’Inghilterra. E un altro studio evidenzia la letalità della luce UV

Mirko Ciminiello

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vaccino anti-covid
Vaccino anti-Covid

La ricerca italiana ha fatto un altro importante passo avanti in direzione del vaccino anti-Covid. Due diversi gruppi hanno infatti ottenuto l’autorizzazione ad avviare la sperimentazione dei rispettivi candidati sull’uomo. E intanto un altro studio tutto tricolore ha verificato che anche la luce ultravioletta ha effetti letali sul virus.

Vaccino anti-Covid, l’annuncio della Regione Veneto

Era una conferenza stampa attesissima, soprattutto dopo le anticipazioni di Palazzo Balbi, quella presieduta dal Governatore del Veneto Luca Zaia. Il quale, dopo aver ricordato che «il virus continua ad essere fra noi», ha presentato l’avvio della sperimentazione del vaccino anti-Covid in Regione.

❌❌❌ IN DIRETTA per importanti comunicazioni sulla situazione #coronavirus in Veneto. Con me, il Rettore dell'Università di Verona Pier Francesco Nocini e i ricercatori del Centro Ricerche Cliniche. ❌❌❌

Pubblicato da Luca Zaia su Lunedì 3 agosto 2020

Accanto a lui il Rettore dell’Università di Verona Pier Francesco Nocini e i ricercatori del Centro Ricerche Cliniche (CRC) scaligero. E proprio dalla città di Romeo e Giulietta partirà la prima delle tre fasi tipiche dello sviluppo di un farmaco. Quella relativa ai test sui volontari sani che permetteranno di valutare l’effetto terapeutico e le eventuali reazioni collaterali del vaccino.

Il candidato si chiama GRAd-COV2, e ha ottenuto il placet dell’Istituto Superiore di Sanità e del Comitato etico dell’Istituto Spallanzani di Roma. Lo sta sviluppando l’azienda di biotecnologie ReiThera, che ha sede a Castel Romano, a partire da un virus respiratorio (un adenovirus del gorilla) geneticamente modificato.

Il DNA del patogeno è stato sostituito per accrescere la risposta immunitaria contro una specifica proteina, di nome Spike. Il grimaldello che consente al microrganismo di introdursi nelle cellule dell’organismo contagiato. Praticamente, si fornisce al sistema immunitario una “foto segnaletica” del nemico, onde poterlo distruggere agli albori dell’eventuale infezione.

il protocollo clinico della Fase 1 è stato illustrato dal professor Stefano Milleri, direttore medico-scientifico del CRC. «Si parte con la somministrazione a 90 volontari sani – 70 a Verona e 20 a Roma – di tre dosi diverse del vaccino». Inizialmente, i volontari saranno 45, di età compresa tra i 18 e i 55 anni. Poi, in assenza di controindicazioni, il candidato vaccino verrà somministrato «a soggetti potenzialmente più fragili, e quindi di età anche superiore ai 65 anni». Ed è possibile che il sospirato vaccino anti-Covid sarà disponibile per il Natale 2021.

Gli altri progressi della ricerca italiana

Nel frattempo, anche in Lombardia ci si prepara alla sperimentazione di Fase 1 di un altro candidato vaccino, dalle caratteristiche del tutto differenti. Si chiama COVID-eVax, ed è il frutto di una collaborazione tra Takis, un’altra azienda biotech situata a Castel Romano, e alcune realtà cliniche napoletane. La sperimentazione coinvolgerà 80 volontari sani, e dovrebbe essere avviata a dicembre presso l’Ospedale San Gerardo di Monza, l’Asst di Monza e l’Università di Milano-Bicocca.

La particolarità di questo vaccino è che non si basa su un virus disattivato, bensì su un frammento di DNA sintetico. Il quale, come ha spiegato il professor Paolo Bonfanti, «una volta iniettato nel muscolo stimola una reazione immunitaria» che previene l’infezione. Inoltre, a differenza delle altre vaccinazioni, questa può essere ripetuta qualora la risposta immunitaria dovesse diminuire col tempo.

Sempre a Milano, poi, alcuni scienziati hanno studiato più a fondo gli effetti letali della luce ultravioletta sul coronavirus Sars-CoV-2. La ricerca è stata condotta dall’Istituto Nazionale di Astrofisica, dall’Ospedale Luigi Sacco, dall’Istituto Nazionale Tumori e dall’Irccs Fondazione Don Gnocchi.

Il potere germicida dei raggi UV era già noto, ma non se ne conosceva la quantità necessaria a inibire il Covid-19. Ebbene, come ha evidenziato la professoressa Mara Biasin, del Dipartimento di Scienze Biomediche e Cliniche del Sacco, basta «una dose molto piccola». Una dose «equivalente a quella erogata per qualche secondo da una lampada UV-C posta a qualche centimetro dal bersaglio» è infatti sufficiente a rendere innocuo il patogeno.

Vaccino anti-Covid, ragioni di Speranza

«Sono 25 i vaccini testati al mondo in questo momento, cinque sono già in Fase 3» ha sottolineato il Rettore veronese Nocini. Uno di questi ultimi è quello messo a punto dall’Università di Oxford in collaborazione con il colosso farmaceutico britannico AstraZeneca e la società IRBM di Pomezia.

I risultati preliminari relativi alle prime fasi, pubblicati sulla prestigiosa rivista The Lancet, sono molto promettenti. Il vaccino, dall’impronunciabile nome ChAdOx1 nCoV-19, ha infatti indotto una forte risposta immunitaria e degli effetti avversi moderati e limitati. Se gli studi clinici saranno positivi, potrebbe essere disponibile «in qualsiasi momento a partire da settembre», ha dichiarato Mene Pangalos, neuroscienziato e dirigente di AstraZeneca.

Insomma, gli scienziati italiani continuano a farsi valere. Come ha cinguettato il titolare della Salute Roberto Speranza, «i nostri ricercatori sono al lavoro senza sosta per vincere la sfida al virus».

Non c’è, naturalmente, grande rivalità in una competizione con un obiettivo così importante, ma una volta di più possiamo essere orgogliosi delle nostre eccellenze. A maggior ragione perché abbiamo anche molte ragioni di ottimismo. O meglio, in omaggio al Ministro nomen omen, abbiamo molte ragioni di Speranza.

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Cronaca

Astronomia, da una foto rivoluzionaria un indizio sulle nostre origini

Catturata la prima immagine di un sistema multi-planetario attorno a una stella simile al Sole: è come un’istantanea del nostro passato, e potrebbe migliorare la comprensione di come i sistemi stellari nascono e si evolvono

Mirko Ciminiello

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astronomia: tyc 8998-760-1 e i suoi due esopianeti giganti
TYC 8998-760-1 e il suo sistema multi-planetario

Una scoperta eccezionale è stata da poco annunciata nel campo dell’astronomia. L’ESO (European Southern Observatory) ha infatti diffuso la prima immagine diretta di due esopianeti orbitanti attorno a una stella simile al Sole. Un sistema posto a 300 anni luce di distanza dalla Terra, nella costellazione della Mosca, che potrebbe aprire nuovi scenari sulla comprensione delle nostre origini.

Astronomia, una scoperta eccezionale

Due pianeti giganti gassosi che ruotano attorno a una stella di nome TYC 8998-760-1. È questa l’eccezionale immagine catturata dal Very Large Telescope dell’ESO, e descritta in uno studio pubblicato dalla rivista Astrophysical Journal Letters.

Non è la prima volta che vengono individuati pianeti extra-solari, ma nella maggior parte dei casi si tratta di rilevazioni indirette. Un metodo che sfrutta la perturbazione nella posizione o il lieve calo di luminosità di un astro dovuti al transito di un corpo celeste. Erano solo due, invece, i sistemi multi-planetari identificati in precedenza, ma orbitavano attorno a stelle molto più grandi o molto più piccole del nostro Sole.

In questo caso, invece, le dimensioni delle due stelle sono molto simili. Anche se questa è una delle poche analogie tra i due sistemi.

Anzitutto, TYC 8998-760-1, avendo “appena” 17 milioni di anni, è molto più giovane del nostro Sole, nato 4,5 miliardi di anni fa. È come «un’istantanea di un ambiente molto simile a quello del sistema solare, ma in una fase molto precoce della sua evoluzione». Queste le parole di Alexander J. Bohn, ricercatore dell’Università olandese di Leiden, primo firmatario dello studio.

Lo scienziato ha anche sottolineato che si tratta di un tempo troppo breve perché si potesse sviluppare la vita. Ipotesi, in ogni caso, esclusa a causa delle caratteristiche dei due esopianeti, due giganti gassosi che ruotano lontanissimi dal loro astro.

Il pianeta più vicino, 14 volte più grande di Giove, orbita a 160 unità astronomiche (la distanza Terra-Sole) da TYC 8998-760-1. Il suo compagno, che ha una massa “solo” sei volte superiore a quella di Giove, è lontano il doppio. Per dare un’idea, Plutone (declassato dall’antico status di pianeta nel 2006) ruota tra 30 e 49 unità astronomiche di distanza dal Sole.

Un passo avanti per l’umanità

La scoperta è un passo in avanti verso una migliore comprensione del modo in cui i sistemi planetari nascono e si evolvono. Al contempo, però, suscita nuove domande a cui l’astronomia dovrà cercare di dare risposte.

Nel caso in esame, gli studiosi vorrebbero capire se i due colossi si siano formati nell’attuale location, oppure vi siano stati “spinti” da un compagno invisibile. Non sarebbe certo la prima volta che l’esistenza di un corpo celeste viene dedotta dalla presenza di anomalie in oggetti già conosciuti. D’altronde, è estremamente complesso individuare la debole luce di un pianeta sullo sfondo di una stella molto più brillante. Come ha magnificamente illustrato Bohn, è come cercare di individuare una lucciola a un metro da un faro, stando a 500 chilometri di distanza.

«Con le attuali tecnologie, possiamo osservare un pianeta un milione di volte più debole del sole» ha spiegato l’astrofisico Bruce Macintosh. «Ma perfino Giove – il pianeta più grande del sistema solare – è un miliardo di volte più debole del Sole».

Ecco perché non si può escludere a priori l’esistenza di un corpo celeste che i nostri telescopi non sono in grado di rilevare. Un corpo celeste che potrebbe anche essere responsabile della migrazione dei due titani spaziali.

Il pianeta 9, Santo Graal dell’astronomia

È quanto potrebbe essere accaduto a Urano e Nettuno, che potrebbero addirittura aver invertito le rispettive posizioni. Causa del fenomeno potrebbe essere stata la danza condotta dai gemelli Giove e Saturno.

Danza che, peraltro, potrebbe aver avuto un ruolo decisivo per lo sviluppo (futuro) della vita sulla Terra. Agli albori del nostro sistema, infatti, il re dei pianeti si stava avvicinando pericolosamente al Sole, annichilendo il materiale destinato a formare i pianeti rocciosi. La sua corsa, però, venne fermata da un qualche evento che salvò il sistema solare interno.

Secondo una delle teorie – la più probabile -, galeotta fu l’attrazione gravitazionale del signore degli anelli. Un’altra ipotesi, molto più suggestiva, chiama invece in causa quello che viene considerato il Santo Graal dell’astronomia: il pianeta 9.

Si tratta di un ipotetico corpo celeste la cui presenza spiegherebbe una serie di anomalie gravitazionali nel sistema solare esterno. La sua esistenza è stata supposta per spiegare l’insolito allineamento di alcuni piccoli oggetti nella zona oltre l’orbita di Nettuno, la cosiddetta Fascia di Kuiper. Il problema è che, malgrado la comunità scientifica tenda a considerarlo una possibilità concreta, il pianeta 9 non è mai stato individuato.

Si pensa che la sua massa sia 5-10 volte quella della Terra, e che abbia una natura gassosa. Orbiterebbe a una distanza compresa tra 400 e 1500 unità astronomiche dal Sole, e impiegherebbe tra 10 e 20.000 anni per compiere una rivoluzione. Per fare un paragone, Plutone (che comunque ha un’orbita fortemente eccentrica e inclinata) ruota attorno al Sole in circa 250 anni.

Solo speculazioni

Si tratta, però, di mere speculazioni, come quelle che ne spiegherebbero l’eventuale posizionamento. C’è chi crede che vi sia stato attirato da una stella di passaggio, oppure dall’interazione con Giove e Saturno. Altri ipotizzano che ruotasse attorno a un’altra stella prima di essere catturato dal Sole, mentre in pochi ritengono che si sia formato dove sarebbe ora. E c’è anche chi è convinto che sia un “buco nero primordiale”, una classe di oggetti solo congetturati ma mai individuati. Sarebbe cioè un mini-black hole, dalle dimensioni di un pompelmo e una massa 5-10 volte superiore a quella terrestre.

Sia come sia, il sistema multi-planetario attorno a TYC 8998-760-1 ci offre un’occasione importante, perché è come scrutare il nostro passato. Naturalmente, come ha puntualizzato l’astrofisica Rebecca Oppenheimer, «non c’è una sola “architettura” per un sistema planetario». Ma la scienza insegna a mantenere la mente aperta finché non saranno i dati, eventualmente, a confutare l’ipotesi. E, nel caso in cui invece la dovessero confermare, per l’umanità sarebbe davvero un balzo gigantesco verso la soluzione dell’enigma sulle nostre origini.

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Politica

Processo a Salvini, così il Senato vota una giustizia “alla Palamara”

Palazzo Madama manda in tribunale l’ex Ministro dell’Interno per il caso Open Arms. Una decisione che fa a pezzi lo stato di diritto e la separazione dei poteri, rendendo la politica definitivamente succube della magistratura

Mirko Ciminiello

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processo a salvini: luca palamara e matteo salvini
L'ex Pm Luca Palamara e il segretario leghista Matteo Salvini

Senza alcun coup de théâtre, il Senato si è espresso per il processo a Salvini. Il leader della Lega andrà dunque alla sbarra per il caso della nave Open Arms, trattenuta in mare con 164 migranti a bordo nell’agosto 2019. Una votazione, quella di Palazzo Madama, che ha messo a nudo tutte le imbarazzanti contraddizioni insite nel Governo rosso-giallo. E che, per buona misura, ha fatto strame di uno dei princìpi fondamentali del diritto e della democrazia liberale – la separazione dei poteri.

Via libera al processo a Salvini

Con 149 voti favorevoli, la Camera Alta ha concesso al Tribunale di Palermo l’autorizzazione a procedere contro il segretario del Carroccio Matteo Salvini. La suspense, se mai c’era stata, è evaporata nel momento in cui il leader di Iv Matteo Renzi ha rotto gli indugi. Annunciando l’intenzione di bocciare la relazione della Giunta per le Immunità che aveva rifiutato l’autorizzazione stessa.

«Per me l’interesse costituzionale, e quello pubblico, non c’è in questa vicenda», le parole del fu Rottamatore. Che ha smentito anche il suo capogruppo, Davide Faraone, il quale poco prima aveva dichiarato che «c’è una responsabilità oggettiva, secondo noi, dell’intero Governo».

Non è, peraltro, l’unico passaggio in cui l’ex Presidente del Consiglio ha dovuto arrampicarsi sugli specchi stile Uomo Ragno. Per esempio perché in molti hanno ricordato come, in Giunta, Italia Viva si fosse astenuta, negando così il placet ai togati siciliani.

«A Renzi non credono più nemmeno i suoi genitori» ha commentato sarcastico il Capitano. Aggiungendo che «per salvare la sua poltrona Renzi potrebbe arrivare a sostenere che oggi è domenica. La credibilità di Renzi e del suo gruppo, non per Salvini ma per gli Italiani, è pari allo zero».

Ancor più caustica l’azzurra Licia Ronzulli. «Il suo garantismo è a senso unico alternato», ha rinfacciato al senatore fiorentino.

Il centrodestra è certo che il processo a Salvini sia un atto politico, la riedizione cioè della cosiddetta “giustizia a orologeria”. Concetto espresso, tra gli altri, dalla presidente di FdI Giorgia Meloni: «La sinistra impari a battere i suoi avversari nelle urne, se ne è capace».

Processare Matteo Salvini per aver difeso i confini italiani dall'immigrazione ILLEGALE è semplicemente scandaloso….

Pubblicato da Giorgia Meloni su Giovedì 30 luglio 2020

D’accordo l’ex vicepremier dell’esecutivo Conte-semel, secondo cui «una parte minoritaria della giustizia fa politica». Era puramente voluto ogni riferimento alle vicende riguardanti i Governatori del Lazio, il dem Nicola Zingaretti, e della Lombardia, il leghista Attilio Fontana.

Il caso Open Arms

Il segretario leghista è accusato di «sequestro di persona» e altre amenità in relazione all’arcinota vicenda della Open Arms. Il natante dell’omonima ong spagnola che, l’agosto scorso, aveva scarrozzato – pardon, salvato – 164 clandestini, chiedendo poi un porto sicuro. Che l’allora Ministro dell’Interno negò ritenendo che l’obbligo gravasse sulla Spagna, Paese di cui il taxi del mare batteva bandiera, o su Malta, l’approdo più vicino. Nonché in forza del Decreto Sicurezza bis, che consentiva di vietare «l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale» per ragioni di ordine pubblico.

I migranti, compresi alcuni minori non accompagnati, dovettero quindi «rimanere a bordo per sei giorni, dal 14 agosto» fino al 20 agosto. Data in cui il Procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio sequestrò l’imbarcazione, permettendo lo sbarco di quanti vi si trovavano.

«Sono assolutamente tranquillo perché ritengo di aver difeso i confini, la sicurezza, l’onore e la dignità del mio Paese». Così ha fatto spallucce l’ex titolare del Viminale, assicurando che a processo andrà «a testa alta».

Al contempo, Salvini ha messo a nudo tutta l’ipocrisia della maggioranza rosso-gialla. La quale, in virtù dell’auto-dichiarato stato di emergenza, ha sequestrato per mesi (giusto o sbagliato che fosse) 60 milioni di Italiani in casa propria. Però spalanca le frontiere a persone che poi risultano affette da coronavirus, senza minimamente considerare l’interesse nazionale. E, dulcis in fundo, spaccia per abuso di potere il divieto d’ingresso alla Open Arms in un’epoca in cui la pandemia da Covid-19 non c’era. Il discrimine, cioè, parrebbe essere la presenza del Capitano al Governo. Ma non è possibile che si facciano due pesi e due misure, giusto?

Il processo a Salvini e la genuflessione alla magistratura

Il processo a Salvini ha poi un’ulteriore implicazione, forse meno immediata ma potenzialmente ancora più nefasta. Perché il verdetto sui reati contestati al leader leghista sarà anche una sentenza sull’intera linea politica del Governo giallo-verde in materia di immigrazione.

È una sorta di eterogenesi dei fini del giustizialismo più becero e miope. Che, nell’ancestrale angoscia dell’anemia di consensi cui sopperire anche con metodi, diciamo, eterodossi, ha portato alla totale genuflessione del potere politico al potere giudiziario.

Neppure lo scandalo Magistratopoli, a quanto pare, ha potuto nulla contro questa sconcertante brevimiranza. Patronaggio, infatti, compare nelle chat intercettate dell’ex Pm Luca Palamara (sotto inchiesta a Perugia), che nel periodo caldo lo invitava a non arretrare. «Carissimo Luigi ti sono vicino, sii forte e resisti siamo tutti con te, un abbraccio».

A questa circostanza si è riferito lo stesso segretario del Carroccio parlando di «processo politico “alla Palamara”». E ricordando come l’ex presidente dell’Anm avesse ammesso che Salvini aveva ragione, ma andava comunque attaccato.

L’aspetto paradossale è che anche l’altro Matteo ha condannato questa degenerazione. «Non è accettabile che ci siano delle chat in cui si dice che un mio avversario debba essere attaccato. È uno scandalo» ha tuonato l’ex Premier.

Che però, scordandosi ancora una volta dove sia di casa la coerenza, ha approvato il processo a Salvini e il grave vulnus che ne deriva. Montesquieu si rivolterebbe nella tomba, il che se non altro lo mette al riparo dal bacio della morte “alla ribollita”. In effetti, è uno dei pochi a poter stare davvero sereno, anche nell’ormai mitologico senso di Spider-Mat. E perfino tra le “braccia aperte” capaci di rovesciare lo stato di diritto.

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Economia

Scostamento di Bilancio, via libera dal Senato, ma non tutti i Conte tornano

Nessuna sorpresa da Palazzo Madama, che vota senza patemi l’extra deficit da 25 miliardi per lavoro, scuola e fisco. Un indebitamento che però rende molto più probabile il ricorso allo “spauracchio” Mes

Mirko Ciminiello

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zone rosse nella bergamasca: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

Via libera del Senato allo scostamento di Bilancio da 25 miliardi chiesto dal Governo Conte-bis, il cosiddetto Dl Agosto. Un voto non scontato (visti i numeri risicatissimi di Palazzo Madama), ma allo stesso tempo prevedibile (dato l’istinto di sopravvivenza dei parlamentari). Un voto che si potrebbe ripercuotere sulla politica economica italiana: e non soltanto nel senso (di immediatezza) inteso e sbandierato dall’esecutivo rosso-giallo.

Il sì allo scostamento di Bilancio

Molti consideravano la votazione sullo scostamento di Bilancio (il terzo) lo scoglio più duro tra i tre – consecutivi – in programma questa settimana. Tra il prolungamento dello stato di emergenza (incassato) e il risiko legato alla richiesta di processare l’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Si dipingeva una maggioranza alle prese col pallottoliere nell’ansia di far quadrare numeri ballerini. Più che un Governo Conte, cioè, un Governo conta.

La Costituzione, infatti, impone che un extra deficit venga autorizzato dalla maggioranza assoluta di entrambi i rami del Parlamento. Nella Camera Alta, significa che devono esprimersi favorevolmente 160 senatori, laddove i rappresentanti di M5S, Pd, Italia Viva e LeU sono in tutto 153.

I due precedenti non erano stati problematici perché l’opposizione, per senso del dovere, aveva appoggiato il Cura Italia e il Dl Rilancio. Mentre, nell’ultima occasione, aveva condizionato l’eventuale sostegno a una serie di paletti in tema di fisco, lavoro e giustizia sociale. A conferma che agosto non porta proprio bene al bi-Premier Giuseppe Conte.

«Non consentiremo che le risorse degli italiani, il denaro dei nostri figli, venga sperperato in operazioni assistenziali o addirittura clientelari mentre il Paese soffre». Così i tre leader di Lega, FI (Silvio Berlusconi) e FdI (Giorgia Meloni) si erano espressi in una lettera indirizzata a Giuseppi. Sostanzialmente, il centrodestra esigeva rassicurazioni sui piani di spesa dei 25 miliardi chiesti dall’esecutivo. «Se pensa di pagarci consulenze e bonus monopattino il nostro voto se lo scorda» aveva sibilato la presidente di Fratelli d’Italia.

I rumours volevano quindi i rosso-gialli in pressing sui senatori dei gruppi Misto e Per le Autonomie con lo spauracchio dell’asticella. Che, ça va sans dire, è stata superata di slancio (170 sì alla fine). Evidentemente, l’ancestrale terrore di passare dagli scranni del Parlamento al Reddito di Cittadinanza funziona sempre.

Le destinazioni dell’extra deficit

I 25 miliardi del nuovo scostamento di Bilancio dovrebbero permettere di contrastare gli effetti della pandemia da Covid-19 in settori cruciali dell’economia. Che in parte collimano con quelli su cui anche le opposizioni hanno invocato riforme rapide ed efficaci.

Al centro del Dl Agosto c’è il mondo del lavoro, e in particolare l’incentivazione delle assunzioni e del rientro in attività. Da realizzare mediante uno sgravio semestrale al 100% dei contributi per i neoassunti, e una decontribuzione quadrimestrale piena per le imprese che rinunceranno alla cassa integrazione.

La Cig verrà comunque estesa per altre 18 settimane, e per le aziende che la utilizzano verrà prorogato per tutto l’anno il blocco dei licenziamenti. Sarà infine protratto lo smart working nel settore privato, come già avviene per il 50% della P.A. in virtù del Dl Rilancio.

Altro fronte caldo è quello delle tasse, su cui il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri aveva già fornito importanti anticipazioni. Le principali riguardano la rimodulazione delle scadenze fiscali (attualmente fissate per metà settembre) e la possibilità di rateizzare i versamenti tributari e contributivi. Previsto inoltre anche lo sblocco degli investimenti per gli enti locali, mentre altre risorse saranno destinate al settore automobilistico, al turismo e alla scuola.

In particolare, come aveva annunciato sempre il Cancelliere dello Scacchiere, nell’ambito dell’istruzione i fondi serviranno ad acquistare nuove strutture, compresi i banchi. Ma anche ad assumere docenti a tempo determinato, onde ridurre il numero degli studenti nelle singole classi.

Lo scostamento di Bilancio e il Mes

Secondo un retroscena diffuso nei giorni scorsi, il titolare di via XX Settembre avrebbe lanciato un avviso ai naviganti. Con i 25 miliardi del nuovo scostamento di Bilancio, per evitare tensioni sui conti pubblici sarebbe stata necessaria l’attivazione del Meccanismo Europeo di Stabilità.

L’indiscrezione era stata smentita – un po’ in ritardo, in realtà – dal Mef, ma ci può essere un fondo (è il caso di dirlo) di verità. Per esempio, perché i tempi per l’istituzione – e quindi l’erogazione dei contributi – del Recovery Fund non saranno rapidi. Inoltre, il Ministro della Salute Roberto Speranza ha affermato in tempi sospetti che la sanità richiede «almeno 20 miliardi di finanziamento». E il suo dicastero avrebbe preparato un piano che si basa anche sugli aiuti del Fondo salva-Stati. Solo che lo strumento continua a far venire l’orticaria al M5S, che lo considera (e non a torto) una potenziale trappola di Bruxelles.

Qui, comunque, torniamo al discorso di cui sopra, con la liaison tra poltrone e stampelle. Perché prima o poi i nodi dovranno venire al pettine – perfino in un gabinetto guidato da un temporeggiatore come il Signor Frattanto. E allora sapremo se, parafrasando il Re di Francia Enrico IV di Borbone, Roma val bene una Mes.

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Cronaca

Stato di emergenza, Governo allo sprint mentre il Sud è una bomba sociale

Il Senato dà l’ok alla proroga, fino al 15 ottobre, dei poteri speciali dell’esecutivo. Che però ignora la vera emergenza in atto, le tensioni sociali dovute ai clandestini che fuggono dagli hotspot dove dovrebbero stare in quarantena

Mirko Ciminiello

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stato di emergenza e immigrazione: protesta ad amantea
Tensioni sociali nel Sud Italia

Il Governo Conte-bis ha chiesto – e si appresta a ottenere – la proroga dello stato di emergenza varato lo scorso 31 gennaio. In questo modo, avrà gli strumenti per affrontare rapidamente l’eventuale recrudescenza della crisi da Covid-19 fino al 15 ottobre. Molti, però, criticano l’idea di un’estensione dei poteri speciali del bi-Premier Giuseppe Conte sulla base di quella che, allo stato, è una semplice ipotesi. Oltre al fatto che l’esecutivo rosso-giallo sta ignorando che c’è una vera emergenza (sociale) già in atto.

Stato di emergenza, verso la proroga

Il Governo ha chiesto al Parlamento il prolungamento dello stato di emergenza, in scadenza il prossimo 31 luglio. Dopo il Senato, che ha già dato l’ok, è ora la volta della Camera, dove non si attendono sorprese. Questo passaggio, caldeggiato anche da parte della maggioranza, confermerà per altri tre mesi i poteri straordinari di cui già godono Giuseppi e la Protezione Civile. E proprio questi poteri hanno da tempo innescato la polemica politica.

Tra gli stessi azionisti di maggioranza dell’esecutivo, Pd e Italia Viva hanno insistito affinché l’atto fosse accompagnato da un decreto che fissasse alcuni paletti. Per la precisione, cinque punti che limitassero le facoltà del Presidente del Consiglio, su cui comunque si dovranno esprimere le Camere.

Maggiormente prevedibile l’ostilità delle opposizioni che, sia pure con sfumature diverse, accusano i rosso-gialli di voler ampliare indebitamente i poteri del Capo del Governo. «Non c’è un’emergenza sanitaria in corso» ha tuonato il leader leghista Matteo Salvini, «e chi vuole prorogare lo stato di emergenza è un nemico dell’Italia».

Quello della situazione epidemiologica è un altro punto fortemente controverso. Il coronavirus non ha mai abbandonato il Belpaese, ma al momento i contagi sono (relativamente) sotto controllo. Mentre tra le ragioni della richiesta di proroga dello stato di emergenza figura la possibilità che si verifichi nei prossimi mesi la temutissima seconda ondata. «Quindi si vuole estendere lo stato di emergenza sulla base di una ipotesi» ha commentato polemicamente Massimo Clementi, virologo del San Raffaele di Milano.

Le implicazioni di tale eventualità le ha evidenziate Sabino Cassese, giudice emerito della Consulta. «Lo stato di emergenza lo dichiara il Consiglio dei Ministri in constatazione di una situazione di fatto che ora non esiste» le parole dell’insigne giurista. «Se non c’è uno stato di emergenza non si può dichiarare».

Tensioni sull’immigrazione

In realtà, un’emergenza in corso ci sarebbe anche, solo che non è quella di cui si discute. In effetti, è una vera bomba sociale che sta già deflagrando, soprattutto al Sud e in particolare in Sicilia. Conseguenza (anche) delle politiche migratorie del BisConte che, come sottolineato dal segretario del Carroccio, hanno portato a un forte aumento degli sbarchi di clandestini. Circostanza che, al tempo del Covid-19, assume una valenza totalmente differente.

Gli hotspot sono infatti al collasso. A Lampedusa, dopo gli approdi di martedì mattina, sono ospitate 872 persone, a fronte di una capienza massima di 95. Idem a Caltanissetta e Porto Empedocle, dove vengono trasferiti proprio i migranti che arrivano sull’isola agrigentina – e che dovrebbero osservare un periodo di quarantena.

Solo che, in tutte le strutture sopracitate – e non solo -, si sono registrate delle fughe. Che hanno suscitato un forte allarme in materia di salute pubblica.

Anche per questo il sindaco lampedusano Totò Martello, eletto con una lista di centro-sinistra, ha deciso di dichiarare a sua volta lo stato di emergenza sull’isola. Per poi arrampicarsi sugli specchi nel disperato tentativo di non ammettere che aveva ragione l’ex Ministro dell’Interno. Nel frattempo, alcuni abitanti hanno bloccato il porto in segno di protesta.

Furioso è anche il Governatore della Regione, Nello Musumeci, che già aveva esternato via social tutta la sua rabbia. «Pretendo rispetto per la Sicilia, non può essere trattata come una colonia», il suo sfogo.

Avrete già letto dei 100 migranti scappati a #Caltanissetta. Si aggiungono ai tunisini scappati a #Pantelleria e a…

Pubblicato da Nello Musumeci su Domenica 26 luglio 2020

Il vero stato di emergenza

Il Presidente della Trinacria ha poi rivelato di aver avuto un colloquio con la titolare del Viminale, Luciana Lamorgese. Che ha assicurato l’invio, entro pochi giorni, dell’esercito e di una nuova nave-quarantena in sostituzione della Moby Zazà, che ha da poco terminato il suo incarico.

Musumeci ha scritto di aver denunciato «la insostenibile situazione nell’Isola e la preoccupazione dei sindaci e delle comunità locali la cui esasperazione rischia di creare, specie in alcune zone, tensione e allarme sociale». Aggiungendo come «in Sicilia la questione migranti sia diventata anche una questione di ordine pubblico e di salute che non può più essere sottovalutata».

Entro pochi giorni sarà garantito l'invio nelle acque della #Sicilia di una capiente nave-passeggeri da riservare ai…

Pubblicato da Nello Musumeci su Lunedì 27 luglio 2020

Dello stesso avviso Luigi Di Maio, Ministro pentastellato degli Esteri, secondo cui è una questione di sicurezza, e non di ideologia. «È inconcepibile che oggi qualcuno, incurante delle regole tutt’ora in vigore, pensi di andarsene in giro senza rispettare l’obbligo della quarantena», il j’accuse. «I cittadini italiani» ha aggiunto, «devono continuare a rispettare le regole che ci siamo dati e vale lo stesso per i turisti o per chi ha diritto alla protezione internazionale». Avrebbe potuto aggiungere anche i clandestini, ma è già un passo avanti.

Quanto accaduto a Caltanissetta non è una sciocchezza, anzi. In queste ore peraltro si aggiunge un’altra notizia di una…

Pubblicato da Luigi Di Maio su Lunedì 27 luglio 2020

Nel frattempo, la Lamorgese è volata a Tunisi, dove ha incontrato il Presidente della Repubblica tunisina Kaïs Saïed. Al quale ha fatto presente i «seri problemi» causati dai «flussi incontrollati», e chiesto un’azione più efficace nel contenimento delle partenze.

L’aspetto paradossale è che sarebbe compito della Farnesina, così come non spetterebbe a Giggino occuparsi della sicurezza interna. È un po’ come se i membri del gabinetto contiano non avessero ben chiaro cosa dovrebbero fare. Ed è questo, a ben pensarci, il vero stato di emergenza.

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Cronaca

Processo Palamara, se lo stato di diritto diventa uno Stato al rovescio…

Il Csm rinvia le udienze a settembre mentre l’ex presidente dell’Anm, poco incline a fare da “tonno espiatorio”, ricusa il giudice Davigo. E c’è già chi pensa che lo slittamento serva alla magistratura per evitare di processare se stessa

Mirko Ciminiello

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Il processo Palamara e lo stato di diritto

Ogni giorno che passa, il processo Palamara regala nuove sorprese e si arricchisce di nuovi dettagli. Gli ultimi riguardano i retroscena sul principale capo d’imputazione a carico dell’ex presidente dell’Anm Luca Palamara. E, legato a questi, l’immediato slittamento dell’udienza davanti alla Commissione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura. Che già qualcuno legge come un disperato tentativo delle toghe di salvarsi in corner, affibbiando tutta la responsabilità dello scandalo Magistratopoli al principale indiziato.

Il rinvio del processo Palamara

La prima udienza del procedimento disciplinare a carico di Luca Palamara è durata pochi minuti, il tempo di rinviare tutto al 15 settembre. Il difensore dell’ex Pm, Stefano Guizzi, non poteva infatti presentarsi a Palazzo dei Marescialli perché trattenuto in tribunale da un altro processo.

Sarà dunque agli sgoccioli dell’estate che il Csm dovrà deliberare anzitutto sulle istanze di ricusazione presentate da Palamara e da Cosimo Ferri. Parlamentare di Iv e toga in aspettativa, che aveva annunciato la ricusazione dell’intero Csm, anche se alla fine si è accontentato di due sole istanze.

Ferri era presente all’ormai celeberrima cena del 9 maggio 2019 all’hotel Champagne, in cui si discusse della nomina del nuovo Procuratore di Roma. Che gli indagati, inclusi l’onorevole dem Luca Lotti e altri cinque membri del Csm, cercavano di eterodirigere, secondo i magistrati di Perugia titolari del caso. In più, per non farsi mancare niente, Palamara avrebbe anche tentato di screditare l’allora Procuratore capitolino Giuseppe Pignatone e l’aggiunto Paolo Ielo. Alla cui carica aspirava proprio l’ex leader dell’Associazione Nazionale Magistrati.

C’è però anche un altro banchetto sotto la lente d’ingrandimento degli inquirenti. Un pranzo avvenuto «alla fine di febbraio 2019», sempre a Roma, al ristorante Il Baccanale. Al quale parteciparono, oltre al solito Palamara, Stefano Fava, giudice civile di Latina, Sebastiano Ardita, consigliere dell’organo di autogoverno della magistratura, e il Pm Erminio Amelio. Ma, soprattutto, l’idolo dei manettari Piercamillo Davigo, famoso per aver dichiarato che «non esistono innocenti, ma solo colpevoli che non sono stati ancora scoperti».

Proprio questa circostanza era alla base della richiesta, da parte dell’ex leader della corrente Unicost, che Davigo, in quanto membro della sezione disciplinare, si astenesse. Nel momento in cui il togato si è rifiutato, sostenendo che quel colloquio non avesse alcuna rilevanza nella contestazione in essere, Palamara lo ha ricusato.

Il pranzo al Baccanale

La motivazione della mossa dell’ex Pm romano sta nell’aver citato lo stesso Davigo come teste, proprio perché presente al tavolo sopracitato. È pur vero che il consigliere del Csm è in buona compagnia, visto che Palamara ha presentato un elenco monstre di 133 testimoni. Che, per inciso, Palazzo dei Marescialli pare voglia ridurre a una decina, possibilmente di secondo piano rispetto ai nomi altisonanti che campeggiano nella lista.

Davigo, però, si troverebbe nella condizione di far parte, contemporaneamente, dell’accusa, del collegio giudicante e dei testi «a discarico dell’incolpato». E il fatto che ritenga di poter gestire questa pletora di ruoli fa pensare che si consideri anche uno e trino.

Nel pranzo “incriminato”, Davigo sarebbe stato per lo più in silenzio, mentre i veri protagonisti sarebbero stati Fava e Ardita. Al centro della conversazione, una diatriba tra lo stesso Fava, allora sostituto Procuratore nella Capitale, e il duo Pignatone-Ielo, sfociata poi in un esposto al Csm.

Secondo Fava, in uno dei casi che lui seguiva come Pm il vertice di piazzale Clodio si sarebbe dovuto astenere per un possibile conflitto d’interessi. Tuttavia, quando il Pm calabrese presentò una richiesta di custodia cautelare, il Procuratore di Roma gli negò il visto. I contrasti si sarebbero quindi ulteriormente inaspriti, fino alla revoca del fascicolo all’ex sostituto Procuratore.

Di queste divergenze si parlò al Baccanale e, stando al racconto di Fava, Ardita e Davigo giudicarono la vicenda «di indubbia rilevanza e che meritava accertamenti approfonditi». Come poi avvenne nel momento in cui Fava presentò effettivamente l’esposto al Consiglio Superiore della Magistratura, il successivo 27 marzo, «per tutelarmi».

Solo che l’ex presidente dell’Anm se ne sarebbe avvalso per denigrare Pignatone. Tanto è vero che l’esposto è diventato oggetto di incolpazione proprio nel processo Palamara.

Il processo Palamara e lo stato di diritto

C’è chi, come il cronista di giudiziaria Frank Cimini, pensa che il rinvio del processo Palamara indichi la volontà «di affossare il processo stesso». La magistratura dovrebbe infatti processare se stessa, ma potrebbe preferire di gran lunga salvaguardare la propria immagine.

«Vogliono trovare il modo per non espellere Palamara in modo che dica meno di quello che vuole dire», è la convinzione del giornalista. Secondo cui le toghe non possono permettersi che esca «altra spazzatura come sarebbe inevitabile».

L’alternativa sarebbe radiare il prima possibile l’ex Pm di Roma, salvando – e probabilmente ricompattando – il sistema delle correnti. Bisognerebbe però fare preventivamente i conti con la scarsa propensione (eufemismo) dell’ex membro del Csm a fare da capro, o meglio da tonno espiatorio.

Chi ne esce sicuramente con le ossa rotte è il diritto. Ma in fondo siamo abituati ad avere, per molti versi, uno “Stato al rovescio”: e di qui a uno “stato di rovescio” è un attimo.

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Economia

Mes o non Mes, all’Europarlamento le alleanze tornano a frantumarsi

Dopo l’esultanza per gli esiti del Consiglio Ue, un emendamento sul Fondo salva-Stati fa riesplodere le tensioni. Il Pd (come FI) torna in pressing per usare la linea di credito “sanitaria”, ma il M5S (con Lega e FdI) alza ancora le barricate

Mirko Ciminiello

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mes o non mes: conte e gualtieri
Il Premier Conte e il Ministro dell'Economia Gualtieri

Mes o non Mes, questo è il problema. O meglio, il dilemma amletico che da mesi tiene in scacco la politica italiana, soprattutto a causa delle divisioni in seno alla maggioranza rosso-gialla. Con il Consiglio Europeo straordinario le polemiche erano state tacitate, come in una sorta di classica tregua olimpica. Ma ora, passata la sbornia da Recovery Fund, tutte le tensioni quiescenti – ma mai davvero sopite – sono riesplose con tutta la loro veemenza.

Mes o non Mes?

Mercoledì scorso, i capidelegazione della maggioranza si sono riuniti prima del Cdm che ha autorizzato la richiesta del nuovo scostamento di Bilancio da25 miliardi. E, com’era ampiamente prevedibile, la questione Mes o non Mes è tornata prepotentemente a riaffacciarsi.

«Oggi stiamo ancora festeggiando il Recovery Fund», avrebbe lamentato, secondo alcune ricostruzioni, il Ministro della Giustizia pentastellato Alfonso Bonafede, chiedendo di rimandare la discussione. Istanza accolta, per la cronaca. La cifra perfetta di un Governo il cui leader, il bi-Premier Giuseppe Conte, è talmente avvezzo a procrastinare da essere soprannominato Signor Frattanto.

Prima o poi, però, i nodi dovranno venire al pettine, e in tal senso sono molto significative le frecciate del leader di Iv Matteo Renzi. Che ha impietosamente rovinato la passerella autocelebrativa del fu Avvocato del popolo invitandolo, tra l’altro, a riflettere bene sull’eventuale utilizzo del Meccanismo Europeo di Stabilità.

Insomma, Giuseppi non può stare sereno, se non nell’ormai proverbiale accezione dell’ex Rottamatore. Lo dimostra anche quanto è accaduto durante l’ultima seduta dell’Europarlamento, in cui si doveva votare la risoluzione sulle conclusioni del Consiglio Ue. A sparigliare le carte è stato il gruppo Identità e democrazia, di cui fa parte la Lega. Che ha presentato un emendamento volto proprio a respingere l’uso del Fondo salva-Stati.

La modifica è stata bocciata, ma ha ottenuto di mandare nuovamente in frantumi le alleanze nazionali. Il M5S ha infatti votato a favore dell’emendamento assieme al Carroccio e a FdI, mentre contro si sono espressi il Pd, FI e Iv. Se lo strumento comunitario deve favorire una stabilità, non è di certo quella politica.

La spinta del Pd

I finanziamenti del Next Generation Eu «inizieranno nella seconda parte del 2021 ad eccezione di un 10% che verrà anticipato con l’approvazione del Piano». Così Paolo Gentiloni, Commissario europeo agli Affari economici, è entrato in tackle nella diatriba sui fondi Ue. Ricordando che le erogazioni esigono dapprima l’istituzione del Fondo per la Ripresa attraverso la ratifica preventiva dell’intesa da parte di tutti i Parlamenti. E poi l’approvazione dei Piani nazionali di riforme dei singoli Paesi membri dell’Unione. E, oltretutto, arriveranno a rate.

Tempi lunghi, as usual. Per questo l’ex Premier ha sottolineato che, all’interno del pacchetto che comprende anche il programma SURE, «uno strumento è già disponibile, ovvero il Mes».

Sulla stessa lunghezza d’onda il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri che, secondo indiscrezioni, avrebbe mandato un avviso ai naviganti. Del tipo, se lo scostamento di Bilancio produrrà 25 miliardi di deficit aggiuntivo, senza i 36-37 miliardi del salva-Stati si creerebbero tensioni sui conti pubblici.

Tempismo perfetto, quello del Cancelliere dello Scacchiere, visto che l’asta di giugno per i Btp decennali ha stabilito un nuovo record per i rendimenti italiani. Sono infatti arrivate domande per oltre 108 miliardi di euro, a ennesima conferma di quanto i famigerati mercati si fidino dei nostri titoli di Stato.

E infatti il Mef, sia pure con colpevole ritardo, ha seccamente smentito il retroscena. «Il Ministro Gualtieri non ha mai pronunciato le parole attribuitegli» hanno precisato fonti di via XX Settembre. Aggiungendo che «per il Bilancio dello Stato non esiste alcun problema di cassa». Meglio così.

In ogni caso, che si sia trattato di una gaffe o meno, resta l’insopprimibile spinta dei dem verso il Meccanismo Europeo di Stabilità. Ovvero, secondo gli euroscettici, verso il baratro.

Mes o non Mes, il perché della diatriba

Il nodo del contendere è sempre il Mes light o Mes sanitario o Mes pandemico. Vale a dire quella versione del Fondo salva-Stati finalizzata a stimolare l’economia in seguito alla crisi da Covid-19. Si tratterebbe, ça va sans dire, di un prestito, ma con un tasso abbastanza agevolato. Lo 0,07% in sette anni, che salirebbe allo 0,08% in caso di restituzione in un decennio.

«Abbiamo eliminato dalle sue linee di credito le vecchie condizionalità macroeconomiche» ha argomentato, non caso, Gentiloni, riferendosi ai vincoli del Meccanismo Europeo di Stabilità originario. Ovvero, non essere in procedura di infrazione, avere da due anni un deficit sotto il 3% del Pil, e avere un debito pubblico inferiore al 60%. L’unico obbligo, nella nuova formulazione, sarebbe quello di utilizzare gli aiuti per le spese legate all’emergenza sanitaria.

Il nocciolo della questione, e dunque della diatriba, sta tutto nei condizionali. È ovvio, infatti, che nessuno rinuncerebbe a cuor leggero a un qualsivoglia finanziamento. Il problema è che, per cambiare un Trattato come quello alla base del Mes, occorrono gli stessi presupposti della sua istituzione. Vale a dire l’unanimità del Consiglio Ue e poi la conferma dei singoli Parlamenti nazionali. Senza questi passaggi, l’accordo non è che un gentlemen’s agreement.

Il punto quindi diventa: ci si può fidare dell’Europa? Per i grillini, così come per i sovranisti, la risposta è negativa. Senza nero su bianco, sarebbe troppo forte il rischio che le famigerate condizionalità, espulse dalla porta, vengano fatte rientrare dalla finestra. E, con esse, lo spettro del commissariamento della trojka (Bce, Fmi e Commissione Europea), come avvenne per la derelitta Grecia.

Di qui gli ultimi affondi di quanti si oppongono tenacemente allo strumento comunitario. Per i fondi, invece se ne riparlerà. Speriamo non dopo che l’Italia sarà già andata a fondo.

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Economia

Fondi Ue, Conte si autoincensa e irrita la sua stessa maggioranza

Informativa del Premier in Parlamento sugli esiti del Consiglio Europeo straordinario e in vista del varo dell’ennesima task force. Ma il suo eccesso di protagonismo indispettisce gli alleati, e partono già i primi distinguo

Mirko Ciminiello

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Il Premier Giuseppe Conte

Incassati, almeno sulla carta, i 209 miliardi di fondi Ue, per il bi-Premier Giuseppe Conte è scattata un’ulteriore sfida, verosimilmente inaspettata ancorché non altrettanto capitale. Scenario privilegiato sono stati i due rami del Parlamento, in cui il Capo del Governo ha illustrato gli esiti del Consiglio Europeo straordinario. Sui quali ha incassato un plauso trasversale, ma anche i primi distinguo. Che, inopinatamente, sono piovuti anche dalla sua stessa maggioranza.

Fondi Ue, l’informativa di Conte

È probabile che, per il suo ritorno da Bruxelles, il Presidente del Consiglio avesse in mente una sorta di autocelebrazione. Dopotutto, veniva da quattro giorni di negoziati durissimi, che hanno portato a un accordo tutto sommato abbastanza soddisfacente.

«Il risultato positivo però non appartiene a chi vi parla, e nemmeno alle forze di Governo. Appartiene all’Italia intera» ha dichiarato l’ex Avvocato del popolo durante la prima parte della sua informativa, in Senato.

Un discorso in cui il Primo Ministro ha toccato vari punti, a partire proprio dai termini dell’intesa raggiunta dai Ventisette. «L’Italia riceverà 209 miliardi di euro, di cui 82 miliardi di grants. Si tratta del 28% degli aiuti complessivi del pacchetto Next Generation Ue. L’emissione di titoli europei si fermerà nel 2026 e comincerà la restituzione».

Giuseppi ha inoltre insistito sul rispetto della linea rossa tracciata da Roma. «Il meccanismo di governance preserva le prerogative della Commissione Ue. I piani saranno approvati dal Consiglio a maggioranza qualificata ma singoli esborsi saranno decisi dalla Commissione Ue. Anche il freno di emergenza avrà una durata massima di tre mesi e non potrà prevedere un diritto di veto».

Su quest’ultima questione, molto cara al suo frugale omologo olandese Mark Rutte, il Signor Frattanto ha forse mostrato un eccesso di ottimismo. Il meccanismo, infatti, è abbastanza complicato e potrebbe causare dei rallentamenti nell’erogazione dei fondi. Tuttavia, sarebbe anche potuto essere ben peggiore, perciò il compromesso alla fine è accettabile.

Un altro aspetto affrontato dal BisConte è stato poi il Piano per la ripresa, o Recovery Plan. Che «sarà un lavoro collettivo, ci confronteremo con il Parlamento», ha assicurato. Proprio questo punto, però, si è di fatto trasformato in una vera prova del fuoco. Un fuoco, paradossalmente, anche amico.

Il fuoco amico

«Invece di una task force ci regali un dibattito parlamentare, qui in aula ad agosto, per confrontarci su come spendere questi soldi». Così il leader di Iv Matteo Renzi ha bacchettato a Palazzo Madama l’inquilino di Palazzo Chigi. Casus belli, l’intenzione, già preannunciata, di creare un pool di esperti a cui spetterà la gestione dei fondi Ue. Una cabina di regia che dovrebbe essere presieduta dallo stesso Conte.

Di qui l’irritazione di almeno parte degli azionisti di maggioranza dell’esecutivo rosso-giallo. Non solo Italia Viva, ma anche i grillini, con il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio che vorrebbe un gruppo di lavoro che coinvolga tutti i dicasteri. Non è però un mistero che il Premier si senta molto rafforzato dopo il Consiglio Ue, e difficilmente rinuncerà ad avere l’ultima parola. E proprio tale protagonismo, stando ai rumours, ha ulteriormente indispettito gli alleati.

«Ormai si sente Napoleone» pare abbiano affermato sottobanco alcuni esponenti sia del Pd che del M5S. «Già era ambizioso e pieno di sé prima, figuriamoci ora che lo raccontano come un eroe…»

Piuttosto ingeneroso, almeno nel caso specifico, non foss’altro perché non solo di autonarrazione si tratta, come dimostrano le standing ovation tributate da entrambe le Camere. Non sufficienti, però, a stare sereni, se non nell’ormai mitologico senso del fu Rottamatore. Che infatti non ha risparmiato al Signor Frattanto altre frecciate, soprattutto sullo spauracchio Mes.

«Rifletta bene, Presidente» l’affondo del senatore fiorentino, «sono prestiti più favorevoli e con meno condizionalità del Recovery Fund».

Nulla, infatti, è gratis, e d’altronde la saggezza popolare insegna che l’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re. Anche se, come ha puntualizzato Giuseppi citando l’ex presidente della Commissione Europea Jacques Delors, c’è almeno il fiore della speranza nel giardino dell’Ue.

Fondi Ue, le critiche dell’opposizione

Decisamente più scontate erano le critiche dell’opposizione, e infatti il segretario leghista Matteo Salvini ha seguito pedissequamente il copione. «È strano un prestito che ti viene concesso dicendoti cosa puoi o non puoi fare con quei soldi» ha attaccato. Aggiungendo che, se nell’accordo «c’è qualcosa di buono per l’Italia siamo tutti contenti, ma se c’è lo valuteremo nei prossimi mesi». E chiudendo con una provocazione: l’invito – in realtà impraticabile – a usare i finanziamenti del Recovery Fund per tagliare le tasse.

Non stupiscono più di tanto neppure i rilievi del battitore libero Carlo Calenda, leader di Azione. Il quale ha impietosamente fatto notare che l’Italia dovrà contribuire al Bilancio pluriennale dell’Unione Europea per un ammontare da lui stimato in circa 55 miliardi. Il che significa che, all’interno dei fondi Ue, l’entità reale dei sussidi non sarà pari a 81,4 miliardi, ma scenderà a circa 26.

L’eurodeputato ha naturalmente ragione sul piano matematico ma, a maggior ragione, andrebbe elogiata l’insistenza del Premier. Grazie alla quale è rimasto quasi inalterato il volume delle sovvenzioni rispetto alla proposta originaria della presidente della Commissione Europea, la tedesca Ursula von der Leyen.

Senza contare che, da questo punto di vista, i Quattro Frugali ci hanno involontariamente fatto un favore. L’esborso infatti si misura sulla totalità dei finanziamenti a fondo perduto e sul peso delle singole economie (la nostra vale il 13,5% della Ue). Perciò, nel momento in cui i rigoristi nordici hanno ottenuto il ridimensionamento dei trasferimenti diretti, hanno anche automaticamente abbassato la quota italiana.

Storia e destino

«La Ue ha mutato prospettiva, è una svolta storica» ha sottolineato l’ex Avvocato del popolo in apertura del suo intervento al Senato. Probabilmente ha esagerato con l’enfasi, ma è pur vero che è lo stile a cui il Nostro ci ha ormai abituati. Così come è vero che, da settimane, il Presidente del Consiglio scomodava la Storia per accentuare l’importanza – in ogni caso indiscutibile – del summit belga.

Curiosamente, comunque, si potrebbe dire che le stelle si sono in qualche modo allineate per l’occasione, coinvolgendo come co-protagonista d’eccezione il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il quale, la sera stessa dell’accordo, lo stesso giorno in cui ha espresso a Giuseppi «apprezzamento e soddisfazione», si è recato all’Auditorium Parco della Musica. Qui ha assistito all’esecuzione della Quinta Sinfonia di Ludwig van Beethoven, il cui racconto musicale ha come tema centrale il destino. Tanto è vero che le prime, inconfondibili quattro note rappresentano, secondo le parole dello stesso genio teutonico, “il destino che bussa alla porta”.

Come in questi giorni di trattative cruciali per il futuro dell’Europa. Se non è un segno del destino questo!

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