Italia fragile, disastri annunciati: dal caso Niscemi ai numeri delle frane

Frane, alluvioni e condoni: dal caso Niscemi richiamato da Mario Tozzi alle scelte che rendono l’Italia più vulnerabile. Numeri norme e rimedi
Di Marco Bordon

Niscemi, nel racconto di Mario Tozzi, diventa un laboratorio doloroso: un evento potenzialmente grave che non nasce all’improvviso, ma si prepara nel tempo. Il suo ragionamento è nazionale: in un clima che produce episodi più intensi, l’Italia paga un doppio prezzo, perché alla forza della natura somma debolezze costruite da mano umana.

Rischio idrogeologico: il dato che non si può più ignorare

L’Italia è uno dei Paesi europei più esposti a frane e alluvioni per caratteristiche geologiche, assetto urbanistico e densità abitativa. Tozzi richiama il censimento delle frane e un primato continentale che, al netto delle cifre, indica una realtà semplice: il rischio è diffuso, riguarda aree interne e grandi città, montagne e coste, e non può essere trattato come eccezione.

Da evento naturale a catastrofe: il passaggio avviene nelle scelte pubbliche

La tesi centrale è netta: oggi non esistono più “disastri naturali” in senso pieno, perché l’impatto dipende da ciò che abbiamo costruito, dove lo abbiamo costruito, come gestiamo acque e suolo. Qui si inserisce il tema della responsabilità: piani urbanistici, permessi, controlli, manutenzione, gestione del reticolo idrografico minore. Ogni anello debole amplifica il danno. E quando l’emergenza arriva, il Paese scopre di non avere alternative rapide.

Il ruolo dei condoni e della deregulation di fatto

Tozzi descrive un circuito politico-amministrativo noto: l’abusivismo crea consenso immediato, il condono normalizza, la pianificazione perde autorità, i rischi si accumulano. È un modello che, a livello nazionale, si traduce in spesa pubblica ripetuta: ricostruzione, ristori, infrastrutture rifatte, fondi straordinari. In questa prospettiva, la “scorciatoia” edilizia non è libertà, è trasferimento di costi su chi verrà dopo.

Dalla Commissione De Marchi a oggi: il sapere c’è, manca l’applicazione

Nel richiamo alla Commissione De Marchi, istituita dopo l’alluvione di Firenze del 1966, c’è un messaggio politico: da quel momento lo Stato ha avuto strumenti per capire e indirizzare. Se il sapere esiste, l’inerzia non è neutralità. Il punto non è produrre altri report, ma trasformare i dati in decisioni: vincoli rispettati, opere prioritarie, controlli costanti, risorse dedicate che non cambino al cambio di stagione o di maggioranza.

Cosa funziona davvero: pianificazione, delocalizzazioni, manutenzione permanente

Le misure note sono anche le più faticose: stop a nuove edificazioni in aree a pericolosità elevata, riduzione del consumo di suolo, manutenzione ordinaria come politica pubblica, delocalizzazioni quando la sicurezza non è garantibile. Serve inoltre una governance che coordini livelli diversi: Stato, regioni, comuni, protezione civile, autorità di bacino. Senza scaricare tutto sui sindaci quando l’acqua sale.

Un tema economico oltre che ambientale: il costo dei disastri ripetuti

Tozzi, pur scrivendo da geologo, parla anche di economia pubblica: l’Italia spende spesso dopo, e spende peggio. Ogni evento estremo diventa una tassa indiretta su cittadini e imprese: interruzioni, danni, perdita di valore immobiliare, stop logistici. In un Paese che vuole crescere, la sicurezza del territorio non è un capitolo accessorio, è infrastruttura di base.

Niscemi come cartina al tornasole: scegliere adesso

Il caso Niscemi mette il lettore davanti a una domanda politica: quanto vale un “no” pronunciato in tempo, rispetto a un “ci penseremo” ripetuto per anni? Tozzi indica che la modernità non è costruire comunque, è costruire soltanto dove regge, e mettere in sicurezza ciò che esiste con regole ferme. Se non cambiamo il metodo, non cambierà il risultato: disastri sempre più frequenti, e sempre meno “imprevedibili”.

 
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