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Economia

Istat-Bankitalia, le famiglie italiane tra le più ricche in Europa

La ricchezza netta alla fine del 2017 è stata pari a 8,4 volte il reddito disponibile

Andrea Pranovi

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La ricchezza netta delle famiglie italiane alla fine del 2017 è stata pari a 8,4 volte il reddito disponibile (misurato al lordo degli ammortamenti). A rilevarlo è una nuova indagine Istat-Bankitalia. “Secondo i dati dell’Ocse – si spiega nell’indagine – questo rapporto è più alto di quello relativo alle famiglie francesi, inglesi e canadesi”.

“Alla fine del 2017 – viene precisato nel rapporto Istat-Bankitalia – il valore della ricchezza pro capite delle famiglie italiane si è collocato leggermente al di sopra di quello delle famiglie tedesche”.

Andrea Pranovi è giornalista e conduttore radiofonico. Dal lunedì al sabato dalle ore 7 alle 10 è in diretta con "Buongiorno Roma" su Radio Roma Capitale. Dottore di Ricerca in Scienze della Comunicazione, è Cultore della materia in Innovazione e analisi dei modelli di giornalismo presso il Dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale della Sapienza. È autore del volume "Informazione capitale. L’agenda setting nei media locali romani" (Aracne, 2016) e di diversi saggi pubblicati in riviste scientifiche.

Economia

Salva-Stati, M5S e Pd hanno MES Conte all’angolo

I dem vogliono l’approvazione integrale del trattato, Di Maio irritato col Premier sbotta: “Decide il M5S se e come dovrà passare”. Soffiano venti di crisi?

Mirko Ciminiello

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Conte, Di Maio e Gualtieri durante l'informativa del Premier sul MES. Foto dal sito del Governo

Il senso dell’accerchiamento l’aveva reso benissimo una frase del bi-Premier Giuseppe Conte. «Ma cosa c’entra Luigi Di Maio?» aveva ringhiato ai giornalisti che gli chiedevano se le riserve di Giggino e dei grillini sul Fondo salva-Stati potessero mettere a rischio la tenuta dell’esecutivo rosso-giallo.

Il Presidente del Consiglio era appena uscito dal Senato dopo il secondo atto della sua informativa sul MES (il Meccanismo Europeo di Stabilità), tramutata in un attacco ai leader dell’opposizione Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Presumibilmente stanco e visibilmente nervoso, è possibile che non si fosse accorto di ciò che era già balzato agli occhi di tutti: l’assenza del Ministro degli Esteri, che aveva preferito disertare l’appuntamento di Palazzo Madama per trincerarsi alla Farnesina con alcuni dei suoi fedelissimi. Un gran rifiuto che, oltretutto, seguiva immediatamente il gelo di Montecitorio, teatro della prima parte dello show del BisConte che aveva visto l’ex vicepremier ostentatamente e ostinatamente immobile anche quando i deputati del Movimento 5 Stelle avevano provato ad accennare qualche timido applauso.

A scatenare l’ira funesta del leader pentastellato era stata, pare, una velenosissima frecciata scagliata ex abrupto da Giuseppi che, nella foga di difendere il proprio operato, aveva in pratica rimarcato che tutti i Ministri sapevano dei negoziati: «tutto quanto avveniva sui tavoli europei, a livello tecnico e politico, era pienamente conosciuto dai membri del primo Governo da me guidato, i quali prendevano parte ai vari Consigli dei Ministri, contribuendo a definire la corale posizione dell’esecutivo». Stoccata diretta a nuora (Salvini) perché suocera (Di Maio, appunto) intendesse. E la suocera ha inteso. Fin troppo bene.

E, una volta placatesi le onorevoli escandescenze, ha affidato a Facebook la sua reazione, indirizzata in primo luogo proprio all’ex Avvocato del popolo: «Giuseppe Conte ha detto ieri, nel suo discorso alle Camere, che tutti i ministri sapevano di questo fondo. Certamente sapevamo che il Mes era arrivato ad un punto della sua riforma, ma sapevamo anche che era all’interno di un pacchetto, che prevede anche la riforma dell’unione bancaria e l’assicurazione sui depositi.

Cosa significa? Che le banche di tutti i Paesi, Italia compresa, devono essere aiutate in caso di difficoltà e che chi ha un conto corrente deve essere tutelato. Per questo, per il MoVimento 5 Stelle, queste tre cose vanno insieme e non si può firmare solo una cosa alla volta, sennò qui il rischio è che vada a finire che ci fregano». Ed ecco perché il capo politico del M5S ha esortato le altre forze della maggioranza a prendersi «del tempo per fare delle modifiche che non rendano questo fondo un pericolo».

Intento più che lodevole, se non fosse che evocava una delle principali questioni che Conte aveva lasciato irrisolte e che, non a caso, il Capitano aveva provveduto a sottolineare con una punta di ironia: «O ha mentito Gualtieri o ha mentito Conte. O non ha capito niente Di Maio».

Il segretario della Lega si riferiva alle ormai arcinote dichiarazioni del Ministro dell’Economia, secondo cui «il testo del trattato è chiuso» e non è pertanto possibile «riaprire il negoziato» con l’Europa. Il Capo del Governo non ha smentito il suo Cancelliere dello Scacchiere, limitandosi a precisare di non aver firmato alcun accordo: il che formalmente salverebbe le prerogative del Parlamento ma, sostanzialmente, porrebbe le Camere di fronte a un testo inemendabile da ratificare a scatola chiusa.

Ed è da questo orecchio che Giggino non ci vuol sentire: «Il MoVimento 5 Stelle continua ad essere ago della bilancia. Decideremo noi come e se dovrà passare questa riforma del Mes, che è una cosa seria e su cui gli italiani debbono essere informati accuratamente».

Ed è quel “come e se” la chiave di volta per capire quanto la situazione sia tesa. Da un lato, infatti, c’è il Partito Democratico che, fedele all’usato ruolo di utile idiota della Ue, spinge per l’approvazione del testo così com’è – e non a caso Di Maio avrebbe tuonato ai suoi che «il Premier è spalmato sulle tesi del Pd». Dall’altro ci sono i Cinque Stelle che, soprattutto al Senato, minacciano sfracelli, spalleggiati anche da Alessandro Di Battista che ha rotto il proprio silenzio commentando laconico il post del suo gemello diverso: «Concordo. Così non conviene all’Italia. Punto».

Tanto basta a capire che Giuseppi è stato MES all’angolo – e par già che s’odano le parole “stai sereno”. Dopotutto, dalla crisi di nervi alla crisi di Governo è un attimo.

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Economia

MES, le tre domande a cui Conte non ha risposto

Il premier si autoassolve, si autoincensa e attacca l’opposizione, ma ignora le questioni fondamentali: e le discrepanze col Ministro Gualtieri scatenano Salvini e Meloni

Mirko Ciminiello

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Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri. Foto dal sito del Governo

Doveva essere un’informativa sul MES (l’ormai famigerato Fondo salva-Stati), ma è risultata molto più vicina a un incontro di pugilato. Non che vi fossero molti dubbi in proposito – così come non ve ne erano sul contenuto dell’intervento che il bi-Premier Giuseppe Conte ha tenuto alla Camera in difesa del proprio operato.

Più che un’apologia, quella dell’ex Avvocato del popolo è stata in realtà una sorta di autoelogio, se non una vera e propria autocelebrazione, condita con un’ampiamente prevista intemerata contro l’opposizione: che ha offerto come principale elemento di novità (ed è tutto dire) il fatto che nel mirino del Capo del Governo, oltre al segretario leghista Matteo Salvini (as usual), stavolta è finita anche la leader di FdI Giorgia Meloni.

«Mi sono sorpreso, se posso dirlo, non della condotta del senatore Salvini, la cui “disinvoltura” a restituire la verità e la cui “resistenza” a studiare i dossier mi sono ben note, quanto del comportamento della deputata Meloni» nel «diffondere notizie allarmistiche, palesemente false» ha attaccato il Presidente del Consiglio. Che al Capitano, il quale aveva dichiarato di voler accertare «se Conte ha capito quello che faceva – e ha tradito -, oppure se non ha capito», ha replicato: «se queste accuse avessero un fondamento, saremmo di fronte alla massima ferita, al più grave vulnus inferto alla credibilità dell’Autorità di Governo, con la conseguenza che chi vi parla non potrebbe esitare un attimo a trarne tutte le conseguenze», rassegnando le proprie dimissioni.

A proposito del Meccanismo Europeo di Stabilità (sì, un po’ di tempo per parlarne è stato trovato), il BisConte ha liquidato come menzogne la confisca dei conti correnti, i rischi per i risparmi, la possibilità che il MES serva «solo a beneficiare le banche altrui e non le nostre», l’eventualità che il nuovo accordo comporti una ristrutturazione automatica del debito pubblico. «Ho sempre cercato di assicurare una interlocuzione chiara e trasparente con Il Parlamento» ha aggiunto Giuseppi, garantendo che «né da parte mia né da parte di alcun membro del mio Governo si è proceduto alla firma di un trattato ancora incompleto».

Valutazioni diverse – non sorprendentemente – quelle dei suoi avversari politici: con la Meloni che ha rimarcato che «l’Italia non ha alcuna ragione al mondo di sottoscrivere questo trattato così come ci viene proposto», e ha accusato l’ex Avvocato del popolo di essersi trasformato in curatore fallimentare degli Italiani. Salvini, invece, ha ricordato con un pizzico di ironia le perplessità del principale azionista di maggioranza dell’esecutivo, il M5S, il cui capo politico Luigi Di Maio aveva del resto precisato di essersi battuto «per non firmare al buio il MES» (e, per inciso, non ha mai applaudito durante il discorso di Conte).

Entrambi i leader del centrodestra, inoltre, hanno sottolineato l’incongruenza tra le parole del Premier e quelle del Cancelliere dello Scacchiere Roberto Gualtieri, che aveva dichiarato che «il testo del trattato è chiuso» e che pertanto non è possibile «riaprire il negoziato». Questa, in effetti, è una delle questioni che le comunicazioni di Conte non hanno chiarito – e per questo motivo ci permettiamo di rivolgere al Capo del Governo alcune domande.

1) È vero, signor Presidente, che il testo del MES è inemendabile (come lasciato intendere anche da fonti dell’Eurogruppo), cosa che, oltre a rendere il Parlamento italiano l’equivalente di un passacarte della Ue, equivarrebbe ad aver già firmato l’accordo?

2) È vero che il testo del trattato prevede che possano usufruire di eventuali aiuti finanziari solo quegli Stati che, tra l’altro, abbiano da due anni un deficit sotto il 3% del Pil e un debito pubblico inferiore al 60% – condizioni che ci escluderebbero da qualsiasi possibilità di accedere ai fondi del salva-Stati? (E non ripeta, cortesemente, che «non si intravede all’orizzonte nessuna necessità di attivare il MES», perché si tratta di una questione di principio prima ancora che, Dio non voglia, pratica)

3) È vero che di tutto ciò Lei, signor Presidente, non ha informato prontamente le Camere (come del resto adombrato anche dal Suo ex Ministro dell’Economia Giovanni Tria), nonostante fosse vincolato da una risoluzione parlamentare a riferire di ogni benché minima modifica?

Restiamo fiduciosi e in trepidante attesa delle Sue spiegazioni.

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Economia

Economia, l’ammissione di Gualtieri sul MES scatena la furia della Lega

Per il Ministro dell’Economia “il testo è chiuso”, benché Conte fosse vincolato a riferire al Parlamento. Il Carroccio chiede un incontro a Mattarella e annuncia un esposto contro il Premier

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito del Governo

C’è un concetto che il direttore de Il Tempo Franco Bechis ha espresso in maniera cruda ma piuttosto icastica: «Il Conte uno si è saldato con il Conte due e ce l’ha Mes in quel posto».

L’ironico riferimento riguardava l’ormai famigerato Meccanismo Europeo di Stabilità, il Fondo salva-Stati la cui riforma è stata alla base di una rissa che, da verbale, è degenerata in un vero e proprio scontro fisico: che per giunta ha avuto come desolante sfondo l’Aula della Camera.

Neppure dopo questo spettacolo indecoroso, tuttavia, la tensione ha accennato a diminuire – anzi. Il leader della Lega Matteo Salvini ha rincarato la dose, annunciando di aver chiesto un incontro con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella «per evitare la firma su un trattato che sarebbe mortale per l’economia italiana». Poi l’affondo più duro: «I nostri avvocati stanno studiando l’ipotesi di un esposto ai danni del Governo e di Conte».

Già, era sempre il bi-Premier l’obiettivo privilegiato degli strali del Carroccio, soprattutto dopo le ingenue ammissioni del Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. «Il testo è concordato e se chiedete se è possibile riaprire il negoziato vi dico ​che secondo me no, il testo del Trattato è chiuso» ha dichiarato il Cancelliere dello Scacchiere di fronte alle Commissioni Finanze e Politiche Ue del Senato. Poi ha tentato di metterci una pezza ricordando che la firma sull’accordo non è ancora stata apposta, ma ormai la frittata era fatta.

«Quanto detto da Gualtieri è gravissimo e evidenzia comportamenti che potrebbero anche configurare eversione» ha twittato il leghista Claudio Borghi, presidente della Commissione Bilancio di Montecitorio, aggiungendo che «Conte ha nei fatti approvato un testo definitivo e inemendabile senza alcun dibattito in Parlamento».

Politicamente, il casus belli è proprio questo: Giuseppi, che pure era vincolato da una risoluzione dell’allora maggioranza giallo-verde a riferire in Aula su qualunque modifica al testo del Fondo salva-Stati, avrebbe ignorato il mandato delle Camere: «fatto gravissimo» per Claudio Molinari, presidente dei deputati del Carroccio, mentre la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni è tornata a evocare l’«alto tradimento del popolo italiano». Sibillino l’ex Ministro dell’Interno: «Se qualcuno ha fatto di nascosto ciò che il Parlamento non gli ha permesso di fare ne risponderà».

«Polemiche spicciole» le ha liquidate il BisConte, incassando il sostegno di Italia Viva, che ha parlato di «un trattato che cerca di aiutare gli Stati europei», e del Partito Democratico, che per bocca del deputato Piero De Luca ha affermato che «non ci sarà nessun prelievo forzoso sui conti correnti, ma anzi maggiore tutela per i risparmiatori italiani ed europei e nessuna ristrutturazione automatica del debito pubblico italiano». La stilettata era diretta contro il Capitano, anche se l’esponente dem ha finto di dimenticare che l’ex vicepremier, parlando di «pericolo di incursione nel conto corrente di notte», citava Milano Finanza, che di economia un po’ se ne intende.

Oltre al lato politico, infatti, vi è anche la questione finanziaria, che non convince neppure l’azionista di maggioranza relativa dell’esecutivo rosso-giallo, il M5S. Per dire, l’attuale Ministro dello Sviluppo economico, il pentastellato Stefano Patuanelli, aveva chiesto già lo scorso giugno al Presidente del Consiglio di «fermare la riforma del Mes, che crea inaccettabili disparità di trattamento fra Paesi nell’accesso ad eventuali aiuti finanziari».

In effetti, con la revisione delle regole d’ingaggio potrebbero usufruire di tali aiuti solo quegli Stati che, tra l’altro, abbiano da due anni un deficit sotto il 3% del Pil e un debito pubblico inferiore al 60%. Il che, come sottolineato con un’altra efficace metafora dal quotidiano di piazza Colonna, ci trasformerebbe in «donatori di sangue» che però non potrebbero ricevere una trasfusione neppure in pericolo di vita, a tutto e solo vantaggio delle banche tedesche e francesi.

Appuntamento allora al prossimo 2 dicembre, quando il Capo del Governo riferirà alla Camera in un clima che si annuncia rovente. «Si cerchi un avvocato» è stato ad esempio il conciliante avviso recapitato da via Bellerio. La precisazione “uno buono” sarebbe stata troppo umiliante perfino per l’ex Avvocato del popolo.

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Economia

Economia, Conte e il pignoramento dei conti a sua insaputa

Il Premier smentisce, ma la norma che consente ai Comuni di bloccare i conti correnti di chi non paga tasse locali è nell’art. 96 della Manovra. E Salvini attacca: “Unione Sovietica fiscale”

Mirko Ciminiello

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Il Presidente Conte e il Ministro dell'Economia Gualtieri. Foto dal sito del Governo

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti dati in materia di economia, in gran parte relativi alla Manovra del Governo rosso-giallo.

a) «Se entrano nel tuo conto corrente per pignorare, secondo me siamo all’Unione Sovietica fiscale, lo stato di polizia fiscale» (il leader della Lega Matteo Salvini, commentando le indiscrezioni secondo cui l’art. 96 della Legge di Bilancio darà agli enti locali la facoltà di bloccare i conti a chi non dovesse pagare tasse locali come la TARI, l’imposta sui rifiuti).

b) «I cittadini non si devono preoccupare, non mi risulta» (il bi-Premier Giuseppe Conte che, rispondendo a chi gli chiedeva lumi sulla stessa misura, ha praticamente usato le identiche argomentazioni del viceministro dem all’Economia Antonio Misiani – però con maggiore aplomb).

c) «Sono stabiliti i criteri e le modalità per assicurare il sollecito riversamento del tributo anche con riferimento ai pagamenti effettuati tramite conto corrente» (il famigerato art. 96 della Legge di Stabilità, e non serve aggiungere altro – a parte forse la dichiarazione del deputato forzista Simone Baldelli che ha definito il testo «vago e interpretabile», esortando l’esecutivo a chiarire perché «queste norme creano un effetto panico»).

d) «Lo Stato non deve più far cassa a danno dei Comuni» (sempre l’ex Avvocato del popolo, che forse si è scordato che è lui, assieme al Cancelliere dello Scacchiere Roberto Gualtieri, a decidere in prima battuta la politica economica italiana).

Ciò posto, il candidato discuta la possibilità che l’ormai celebre gaffe del Presidente americano Donald Trump non fosse affatto una topica, e che ci siano davvero due Giuseppi, di cui almeno uno è totalmente all’oscuro di cosa faccia l’altro.

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Economia

Economia, sulla riforma del MES volano gli stracci tra Conte e Salvini

Per il leghista “se c’è stato un accordo nascosto è alto tradimento”, il Premier lo accusa di “trascuratezza per gli affari pubblici”. Ma neanche a Visco e Cottarelli piace la possibile revisione del Fondo salva-Stati

Mirko Ciminiello

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Foto tratta dal sito del Governo

Tanto tuonò che piovve. L’antico adagio può certamente riferirsi alla devastante ondata di maltempo che ha messo in ginocchio buona parte d’Italia: ma, in senso metaforico, può benissimo essere riadattato alla velenosissima nota ufficiosa con cui Palazzo Chigi ha risposto all’ultimo attacco sferrato dal leader del Carroccio Matteo Salvini.

Il casus belli, per l’occasione, era il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), per gli amici Fondo salva-Stati, a cui tutti gli Stati membri dell’Unione Europea sono obbligati a contribuire, e che il Belpaese ha finora finanziato con 60 miliardi di euro. La Ue ha intenzione di modificarne le regole d’ingaggio, che però, secondo le voci captate dal Capitano, potrebbero già essere state profondamente alterate attraverso un «accordo nascosto in Europa» firmato, lo scorso giugno, anche dal bi-Premier Giuseppe Conte e/o dall’allora Cancelliere dello Scacchiere Giovanni Tria, «senza l’autorizzazione del Parlamento e della Lega che era alleato di Governo»  come precisato dall’ex Ministro dell’Interno: cui poi si è prontamente accodata la leader di FdI Giorgia Meloni – ma anche alcuni deputati del M5S che hanno esortato il capo politico pentastellato Luigi Di Maio a far convocare un vertice di maggioranza.

La riforma del MES avrebbe effetti deleteri per l’economia italica, perché vincolerebbe la possibilità di ricevere il supporto finanziario a tre condizioni: non ci si deve trovare in procedura di infrazione, si deve avere da due anni un deficit sotto il 3% del Pil, e il debito pubblico dev’essere inferiore al 60%.

Parametri che, ça va sans dire, ci escluderebbero da qualsiasi aiuto, a meno di non accettare una ristrutturazione del debito, che però implicherebbe una riduzione del valore nominale dei titoli di Stato. E, poiché oltre il 70% del nostro debito pubblico è in mano a investitori italiani, significherebbe che oltre al danno (i soldi che siamo costretti a versare al fondo) arriverebbe anche la beffa (perché in caso di necessità i titoli saranno deprezzati).

Di qui l’offensiva del segretario della Lega: «Sarebbe un’enorme fregatura per il popolo italiano e i risparmiatori. Rischia di essere un crimine nei confronti di lavoratori e risparmiatori. Se qualcuno ha firmato lo dica adesso, si ponga rimedio prima che sia troppo tardi. Altrimenti sarà alto tradimento».

Toni apocalittici a parte, il discorso dell’ex vicepremier era un florilegio di condizionali coniugati come richieste di spiegazione. Ma, tra l’emergenza meteorologica e la crisi dell’ex Ilva che non può non toccare da vicino un Capo del Governo pugliese, la nuova invettiva dell’ex alleato deve essere sembrata al fu Avvocato del popolo la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso.

«La revisione del Trattato sul Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes) non è stato ancora sottoscritto né dall’Italia né dagli altri Paesi e non c’è stato ancora nessun voto del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, o degli altri Capi di Stato e di governo europei sul pacchetto complessivo di questa riforma. In definitiva, nessuna firma né di giorno né di notte» è stata la replica piccata e senza troppa cura dell’italiano da parte di Palazzo Chigi. «In ogni caso, il Parlamento italiano ha un potere di veto sull’approvazione definitiva».

Poi la stoccata finale: «Il senatore Salvini, all’epoca era Vicepresidente del Consiglio dei Ministri nonché Ministro dell’Interno, e avrebbe dovuto prestare più attenzione per l’andamento di questo negoziato, tanto più che l’argomento è stato discusso in varie riunioni di maggioranza, alla presenza di vari rappresentanti della Lega (Viceministri all’Economia e Presidenti delle Commissioni competenti). Il fatto che il senatore Salvini scopra solo adesso l’esistenza di questo negoziato è molto grave. Denota una imperdonabile trascuratezza per gli affari pubblici».

Tanta pacatezza fa capire che, se una vipera avesse morso il BisConte, sarebbe probabilmente morta avvelenata. D’altra parte, in via Bellerio dovrebbero essere stati rassicurati da questa sobria reazione – almeno in via provvisoria. Resta infatti in ogni caso il nodo di una riforma su cui perfino due economisti che non si possono certo tacciare di simpatie “sovraniste” quali il governatore di Bankitalia Ignazio Visco e l’ex commissario per la revisione della spesa pubblica Carlo Cottarelli si sono spinti a lanciare l’allarme.

La battaglia, insomma, è appena cominciata. Ed essendoci di mezzo il benessere dell’Italia e degli Italiani, sarebbe bello che, una volta tanto, si abbandonassero gli opposti personalismi e si unissero tutte le forze. Meditate, gente, meditate.

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Economia

Legge di Bilancio, il salatissimo Conte da pagare

Il Governo annuncia “piena intesa” sulla Manovra che non risparmia nulla, dalle sigarette alle bevande zuccherate, dalla plastica ai giochi. Ma Renzi ha già promesso battaglia

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito del Governo

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri le seguenti indiscrezioni di stampa sulla Manovra del Governo rosso-giallo:

a) Arriva la minitassa da mezzo centesimo su cartine e filtri per le sigarette, che andrà a colpire i tabaccai (nel caso di una confezione da cinquanta pezzi, l’aggravio sarebbe di 25 centesimi). Per buona misura, viene vietata la vendita online dei prodotti in questione, mentre salirà di 5 euro al chilo l’accisa minima sui tabacchi lavorati.

b) Esordisce la Sugar tax, l’imposta sulle bevande zuccherate, fissata in 10 euro a ettolitro per i prodotti finiti e 0,25 euro al chilo per i prodotti da usare previa diluizione.

c) Verrà varata la Plastic tax, che per ora prevedrebbe un euro di tassa per ogni chilo di plastica prodotta, ma che il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha chiesto di rimodulare dopo la pioggia di critiche arrivate anche da alcune associazioni ambientaliste.

d) Viene imposto lo stop delle detrazioni fiscali al 19% per chi opera i propri pagamenti (comprese le spese per la salute) in contanti.

e) Viene confermata la stretta sulle detrazioni per i redditi più alti (a partire da 120mila euro), senza risparmiare neppure le spese sanitarie.

f) Aumenta “l’imposta sulla fortuna” per chi vince più di 500 euro al gioco: oggi il balzello è al 12% sulla quota eccedente, ma passerà al 15%.

g) Contemporaneamente, si gettano 140 milioni per le gretinate e, Di Maio permettendo, 8 milioni l’anno per rinnovare la (più che pleonastica) convenzione con Radio Radicale.

Ciò posto, il candidato confronti le tre seguenti dichiarazioni:

1) «Una certa propaganda vorrebbe dipingere questa Manovra come […] un profluvio di balzelli, di nuove tasse […]. Nulla di più falso» (il bi-Premier Giuseppe Conte).

2) «Si è svolta una riunione a Palazzo Chigi per concordare gli ultimi dettagli riguardanti il disegno di legge di bilancio 2020. C’è stata piena intesa politica per confermare tutte le misure» (nota di Palazzo Chigi).

3) «La vera sfida sarà nei prossimi mesi bloccare la Sugar tax e altre misure: tutto quello che è tassa fa male all’Italia» (il leader di Italia Viva Matteo Renzi).

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Economia

Reddito di cittadinanza, dalle (Cinque) stelle alle stalle

Lo spacciatore in Porsche col sussidio è solo l’ultimo caso: ma conferma una volta di più il fallimento dell’assistenzialismo grillino

Mirko Ciminiello

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Photo credit: https://it.blastingnews.com/politica/2018/04/reddito-di-cittadinanza-addio-fallito-lesperimento-in-finlandia-002524339.html

Partiamo dalla cronaca. A Siracusa, un 41enne che era uso rodomonteggiare a bordo della sua Porsche aveva destato dei sospetti nelle Fiamme Gialle che, allestito un posto di blocco, lo hanno fermato per un controllo mentre guidava il suo bolide. Paolo Nastasi – questo il nome dell’uomo – aveva con sé 600 euro di cui non ha saputo spiegare la provenienza: i finanzieri hanno allora perquisito la sua abitazione dove, nascosti nella cappa della cucina, hanno rinvenuto altri 1.000 euro e oltre 300 dosi di cocaina già pronte per essere smerciate.

Fin qui sembrava un caso come tanti altri – normale amministrazione, si potrebbe dire. Se non fosse che un supplemento di indagine ha rivelato un’ulteriore sorpresa: lo spacciatore risultava tanto povero che l’Inps gli aveva concesso il Reddito di Cittadinanza.

E non è nemmeno la prima volta. Solo pochi giorni fa è stata arrestata una 46enne romana che ugualmente percepiva il sussidio: e che, a sua volta, trafficava droga nel circolo ricreativo che aveva in gestione.

Per non parlare della folle (e ormai arcinota) vicenda di Francesca Saraceni, brigatista condannata a 21 anni nel processo per l’omicidio D’Antona, che ha ottenuto il contributo caro ai grillini perché la legge che lo ha istituito impone una fedina penale pulita “solo” negli ultimi 10 anni – e la condanna della Saraceni risale a 12 anni fa: tutto ciò malgrado il Codice Penale proibisca di erogare sovvenzioni statali a chi è stato condannato all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Tecnicismi a parte, tutte queste questioni evidenziano il fallimento culturale, prima ancora che pratico, delle politiche assistenzialiste del M5S: il cui provvedimento bandiera era stato salutato come una norma che avrebbe aiutato, oltre ai singoli percettori, l’intera economia, sia attraverso la creazione di nuovi posti di lavoro che mediante un rilancio dei consumi. Ebbene, a circa sette mesi dall’emissione dei primi assegni, la realtà dice ben altro.

I numeri, innanzitutto. A inizio mese, l’Inps ha accolto quasi un milione di domande, di cui 700.000 relative a soggetti “occupabili”: tra questi, circa 200.000 sono stati contattati dai centri per l’impiego, mentre coloro che hanno sostenuto un primo colloquio sono stati 70.000. Ma il dato che fa davvero riflettere è che solo in 50.000 – il 7% del totale – hanno firmato il Patto per il Lavoro, che prevede l’obbligo di accettare almeno una delle prime tre offerte occupazionali congrue, pena il decadimento del diritto a ricevere il beneficio.

Già queste cifre la dicono lunga sulla bontà dell’operazione, visto che ne smontano uno dei due architravi: tanto da provocare il duro sfogo del direttore editoriale di Libero Vittorio Feltri, che via Twitter ha tuonato contro il «Reddito di cittadinanza a 980 mila fannulloni».

Come se questo non bastasse, poi, l’Istat ha certificato un forte aumento della propensione al risparmio delle famiglie nel secondo trimestre del 2019. Vuol dire che, contrariamente alle aspettative del MoVimento, gli Italiani non si fidano minimamente di questo momentaneo periodo di vacche grasse, e preferiscono mettere da parte i soldi per evitare brutte sorprese: con tanti saluti al rinnovato slancio dell’economia.

Malignamente, si potrebbe insinuare che qualcuno abbia suggerito ai pentastellati la celebre espressione di Alexandre Dumas padre “cherchez la femme”. E che i Cinque Stelle, ingannati dalla pronuncia francese e pagando la scarsa conoscenza delle lingue, abbiano equivocato l’invito a cercare una donna, convincendosi che la soluzione stesse piuttosto nella “fame”. Fatale (sempre giocando sull’idioma d’Oltralpe), in tutti i sensi.

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Economia

Governo, il monito della Ue: “La Manovra non riduce il debito”

Lettera di Dombrovskis e Moscovici al Ministro dell’Economia Gualtieri per esortare al rispetto degli obiettivi di bilancio. Il Premier Conte ostenta sicurezza e annuncia chiarimenti

Mirko Ciminiello

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Photo credit: https://www.tempi.it/manovra-lettera-ue-deficit-governo/

Immaginate che vi sia stato affidato un lavoro di gruppo. Immaginate che vi sia stata indicata una scadenza tassativa, che però avete difficoltà a rispettare causa incomprensioni tra i vostri compagni di team. Immaginate quindi di presentarvi al vostro committente soltanto con una bozza e con la promessa che l’incarico verrà portato a termine al più presto.

Ora portate questa visione a un livello più elevato, conditela con una salsa rosso-gialla, et voilà: avete realizzato la Manovra del BisConte, inviata a Bruxelles dopo essere stata approvata “salvo intese” – un’espressione che in sostanza significa che il Governo si riserva di modificare il testo prima di sottoporlo all’attenzione del Parlamento.

In questo modo, formalmente non era stata sforata la deadline del 15 ottobre, ma al contempo il bi-Premier Giuseppe Conte aveva guadagnato qualche giorno per risolvere i nodi tecnici e – soprattutto – politici. Nodi che però sono prepotentemente giunti al pettine nel momento in cui la Ue ha avvisato il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri che il Documento Programmatico di Bilancio «non rispetta l’obiettivo di riduzione del debito per il 2020».

Più precisamente, i rilievi mossi dal vicepresidente della Commissione Europea Valdis Dombrovskis e dal Commissario Pierre Moscovici riguardavano due parametri: il deficit strutturale di bilancio (sostanzialmente, il saldo negativo tra entrate e uscite dello Stato, corretto per gli effetti del ciclo economico e delle misure una tantum), per cui è previsto un peggioramento lieve, ma tale da pregiudicare l’aggiustamento raccomandato, «pari allo 0,6% del Pil»; e il tasso di crescita della spesa primaria netta (cioè la spesa pubblica al netto degli interessi, che rappresenta i costi sostenuti dallo Stato per assicurare ai cittadini bisogni primari quali istruzione, sanità e welfare), stimato all’1,9%, un valore che «eccede la riduzione raccomandata di almeno lo 0,1%». I due euroburocrati hanno quindi concluso la lettera assicurando – bontà loro – che analizzeranno la richiesta italiana di servirsi della flessibilità «per tenere conto dell’impatto sul bilancio di eventi straordinari».

Potrebbe sembrare la solita, indebita ingerenza dell’Europa negli affari (è il caso di dirlo) di uno Stato sovrano, ma la realtà è che il messaggio richiama esplicitamente regolamenti e raccomandazioni avallati anche dall’Italia. Non a caso, sia da Palazzo Chigi che da via XX Settembre hanno fatto spallucce, con l’Avvocato del popolo che ha fatto capire di apprestarsi a fornire i chiarimenti richiesti.

Certo, sarebbe stato più semplice – e meno imbarazzante – se l’esecutivo avesse presentato la versione definitiva della Legge di Stabilità, anziché una brutta copia: per giunta neanche ben scritta, visti i rimproveri comunitari sulla non conformità ai parametri prestabiliti.

In ogni caso, l’ottimismo del Presidente del Consiglio è comprensibile, visto che al momento il barometro autoctono sembra virare nuovamente verso il sereno, dopo i confronti con i leader dei partiti che lo sostengono. Un problema alla volta, insomma, cogliendo l’attimo – o meglio afferrando il giorno: poiché, come suggeriva anche Lorenzo de’ Medici, «di doman non c’è certezza».

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Economia

Manovra, dopo il vertice di maggioranza è tregua armata nel Governo

Smorzate le polemiche di Renzi e Di Maio contro il Premier Conte, sempre più vicino a Zingaretti e al Pd. E il linguaggio riflette il decadimento del dibattito

Mirko Ciminiello

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Che la litigiosità dei nostri politici sia qualcosa di paradigmatico non lo scopriamo certo oggi. Semmai, un’invenzione molto moderna è lo sdoganamento di un certo tipo di linguaggio tradizionalmente associato a bettole e bar sport, non certo a rappresentanti delle istituzioni – e anche esponenti dei media, se è per questo.

Tipo il Governatore del Lazio Nicola Zingaretti, per cui gli Italiani «non sono dei c….oni» (frase peraltro già utilizzata in passato da Silvio Berlusconi). O il direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti che, riferendosi al leader di Italia Viva Matteo Renzi, ha affermato che «la sua probabilità di rimanere in equilibrio è proporzionale al numero dei fessi disposti a credergli» (che magari non è scurrile, ma nemmeno molto elegante).

Certo, se si fa coincidere con i Vaffa Day di Beppe Grillo il picco di diffusione delle volgarità, si può concludere con un sospiro di sollievo che si tratta di eventi ormai passati. Resta però come eredità la loro infiltrazione nel dibattito pubblico, che rende il confronto enormemente più sconcertante: soprattutto in un periodo in cui la tensione intergovernativa è tornata a salire oltre i livelli di guardia.

Il nodo del contendere, al momento, non è più nemmeno la Manovra, che più che altro ha funto da classica goccia che fa traboccare il vaso. Il problema è tutto politico, e fa seguito alla frase del bi-Premier Giuseppe Conte secondo cui «bisogna fare squadra, chi non la pensa così è fuori dal Governo».

Allo sfogo ha subito replicato il Rottamatore che, chiudendo la decima edizione del suo annuale convegno alla Leopolda, ha detto di aver proposto idee, non lanciato ultimatum. Mentre il capo politico pentastellato Luigi Di Maio ha ribaltato la prospettiva, bollando quelli del Presidente del Consiglio come diktat che «fanno del male al Paese», e aggiungendo che «in politica si ascolta la prima forza politica che è il M5S».

Non proprio il miglior modo per tranquillizzare l’Avvocato del popolo: il vertice di maggioranza pre-Cdm tanto invocato dai due riottosi alleati pare aver rasserenato un po’ il clima, ma bisogna capire per quanto – e se non si tratti solo di una pace armata.

Certo è che la morsa grillo-gigliata sta spingendo sempre il più il Capo del Governo tra le braccia del Partito Democratico: e probabilmente non è un caso che la reazione più dura alle invettive di Giggino e dell’ex Premier sia venuta dal segretario dem, che ha accusato entrambi di fare i furbi e avvisato che non accetterà «un gioco a chi la spara più grande».

Tra i quattro litiganti, il quinto che gode è il leader della Lega Matteo Salvini, reduce dal bagno di folla in piazza San Giovanni dove ha lanciato la “Coalizione degli Italiani”. «Mi sembra che in un mese stiano litigando più di quanto non abbiamo fatto in un anno» ha attaccato l’ex Ministro dell’Interno.

Come detto, nulla di nuovo sotto il sole del Belpaese – al massimo un salto di qualità. Per dire, nel film “Fifa e arena”, che aveva per protagonista il grandissimo Totò, c’è una scena ambientata in un club femminile di nome “Montecitoros”, in cui viene presentata una discussione tutta al femminile che degenera in una furiosa colluttazione, commentata da un’ironica scritta in sovrimpressione: «Tutti i Montecitoros sono uguali».

La pellicola è del 1948. Eppure, per attualizzarla basterebbe sostituire i nomi dei protagonisti con quelli dell’attualità. Come in una barzelletta. Del resto, lo aveva notato già Ennio Flaiano: e, anche se gli anni e i decenni passano, ancora oggi «la situazione politica in Italia è grave ma non è seria».

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Economia

Manovra, contro Conte il fuoco amico di Renzi e Di Maio

Evasione e partite Iva i nodi per il M5S, mentre Italia Viva insiste su Quota 100. E il Premier, spazientito, chiede lealtà e collaborazione

Mirko Ciminiello

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Foto tratta dal sito del Governo

L’atomica è partita in piena notte da Washington. Detta così sembra un atto di guerra (e in un certo senso lo è), ma non c’entrano niente la Turchia o la Siria, e neppure gli Stati Uniti. A lanciare la bomba, per fortuna solo dialettica, è stato infatti il capo politico pentastellato Luigi Di Maio, annunciando per lunedì un nuovo Consiglio dei Ministri per approvare la Manovra. «Su molti temi» ha fatto sapere, «voglio vederci chiaro».

In realtà, i cahiers de doléances si riducono a due grandi questioni: la prima è la stretta sulla flat tax per le Partite Iva, che due viceministri grillini, Stefano Buffagni (Mise) e Laura Castelli (Mef), hanno liquidato rispettivamente come «una follia» e come una proposta del Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri che «non è scolpita nella pietra».

Poi c’è il problema delle misure contro l’evasione fiscale. Da un lato, Giggino ha lamentato tentennamenti da parte degli alleati «su temi per noi irrinunciabili» come il carcere e la confisca dei beni per i (presunti) grandi evasori; dall’altro ha criticato l’abbassamento del tetto al contante (da 3.000 a 2.000 euro) e le sanzioni per chi non accetta l’uso del Pos (il pagamento elettronico), considerandoli provvedimenti che vanno a penalizzare i commercianti e non i grandi evasori.

A stretto giro di posta è però arrivata la replica del bi-Premier Giuseppe Conte, che non ha lasciato spazio a interpretazioni. «La Manovra è stata approvata salvo intese, ci sono aspetti su cui possiamo ragionare, ma nel Cdm previsto lunedì stiamo lavorando a un decreto legge sul terremoto».

L’Avvocato del popolo, che indiscrezioni vogliono molto irritato con alcuni dei suoi azionisti di maggioranza, ha ribadito la sua richiesta di lealtà e collaborazione rivolta alle forze di Governo. E il plurale non è un caso, perché non c’è soltanto il fronte M5S a impensierire il Presidente del Consiglio: tanto che, dalla Lega, è stato il leader Matteo Salvini a evocare sapientemente entrambe le spine nel fianco dell’esecutivo rosso-giallo: «Di Maio dice “stai sereno” con tocco renziano» ha ironizzato.

In effetti, il Rottamatore è tornato di nuovo alla ribalta alla presentazione della decima edizione della Leopolda (il suo annuale convegno fiorentino): in cui ha sfidato apertamente i Cinque Stelle ribadendo la sua proposta di abolire Quota 100 e destinare i soldi risparmiati «ai giovani, alle coppie, alle famiglie, agli stipendi e ai servizi».

Ma i distinguo dell’ex Premier non si sono esauriti qui: l’invettiva ha riguardato anche il tavolo sulle frodi fiscali, che doveva servire a concordare le norme da inserire nel Dl Fisco. Al termine dell’incontro Palazzo Chigi ha annunciato un’intesa di massima, e Italia Viva l’ha subito smentita.

E poi c’è stata la polemica sulle tasse. Con il Cancelliere dello Scacchiere Gualtieri che ha annunciato un’imposta sulle bibite zuccherate – facendo esultare il Ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti,  che però vorrebbe un balzello anche sulle merendine: e Matteo Renzi che, per interposto Luigi Marattin, ha subito avvisato che presenterà un emendamento per cancellarla.

Forse non il modo migliore per smontare le accuse di prepotenza che il BisConte aveva lanciato appena una decina di giorni or sono. Di certo però è la maniera ottimale per garantire una certa “continuità” tra i suoi due Governi, perennemente stretti in una tenaglia le cui pinze hanno gli stessi due nomi: Luigi e Matteo. Che avesse ragione il grande storico greco Tucidide quando affermò che «la Storia si ripete»?

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Economia

Governo, tra tensioni e pensioni inviato a Bruxelles il Documento Programmatico di Bilancio

Il Premier Conte cerca di stemperare, ma nella maggioranza fioccano ancora le polemiche sulla Manovra: e il vero nodo resta Quota 100

Mirko Ciminiello

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Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri le seguenti frasi idilliache pronunciate da membri sparsi della maggioranza rosso-gialla in riferimento a proposte e/o misure della Manovra che, dopo il faticoso invio a Bruxelles del Documento Programmatico di Bilancio, tra pochi giorni verrà trasmessa al Parlamento:

  1. a) «Via Quota 100» (il neo-leader di Italia Viva Matteo Renzi, nella sua eNews).
  2. b) «Quota 100 rimane» (il bi-Premier Giuseppe Conte, intervenendo a un convegno del CNR).
  3. c) «Il M5s non darà mai i voti per una legge di Bilancio che elimina Quota 100 e crea esodati. In Parlamento non ci sono i voti per abolire Quota 100. Resterà una poco felice fantasia di Italia Viva» (il capo politico grillino Luigi Di Maio, dal Lussemburgo).
  4. d) «L’abbassamento della soglia del contante a 1.000 euro è uno schiaffo al nostro Governo, ve la votate voi» (ancora Matteo Renzi, almeno secondo il retroscena dell’Huffington Post).
  5. e) «I renziani non governano da soli ma governano con una maggioranza» (Nunzia Catalfo, Ministro del Lavoro pentastellata, conversando con i giornalisti).

Ciò posto, il candidato giudichi se l’affermazione dell’Avvocato del popolo «sui giornali leggo una rappresentazione errata della realtà: non c’è stato assolutamente quel clima che oggi viene riportato» implichi la possibilità che l’atmosfera nell’esecutivo fosse perfino peggiore di quanto trapelato sui media.

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Economia

Governo, tra Quota 100 e l’ipotesi di nuove tasse si rialza il livello dello scontro

M5S contro Renzi e il Pd, mentre non è stato ancora sciolto il nodo delle coperture. Il tutto alla vigilia dell’invio della Manovra a Bruxelles

Mirko Ciminiello

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Se è vero che l’amore è bello solo se è litigarello, l’atmosfera all’interno del Governo rosso-giallo dovrebbe rendere invidiosi perfino Romeo e Giulietta. Magari è solo per far sentire più a suo agio il bi-Premier Giuseppe Conte, innestando il Conte-bis sulla stessa falsariga del Conte-semel. Ma è quantomeno lecito chiedersi se l’Avvocato del popolo non preferirebbe, almeno di quando in quando, vivere qualche ora di minor passione.

Le ultime tensioni si sono registrate, di nuovo, sulla Manovra economica, e forse la vera notizia è che, una volta tanto, a innescarle non è stato il Partito Democratico – o almeno non direttamente. Il nodo in realtà è sempre lo stesso, quello delle coperture, ma le difficoltà sono state acuite dai tempi ristrettissimi dovuti al fatto che si era alla vigilia della scadenza del termine prefissato per inviare il Documento Programmatico di Bilancio alla Commissione Europea e all’Eurogruppo.

In questo quadro, Italia Viva ha prospettato come soluzione «l’abolizione totale e immediata di Quota 100» per far confluire i risparmi nell’annunciato “fondo famiglia”. Per quanto in casi come questo il confine tra proposta effettiva e provocazione sia sempre molto labile, la sortita del deputato Luigi Marattin (poi confermata dallo stesso Matteo Renzi) ha mandato su tutte le furie il capo politico pentastellato Luigi Di Maio, che ha replicato tranchant: «Io non creo altri esodati. Il Movimento Cinque Stelle non farà mai quello che ha fatto Elsa Fornero».

In definitiva, pare che uno dei pochi punti di contatto tra grillini e renziani stia nel rifiuto della consueta “strategia” del Pd basata sull’aumento delle imposte – che tra l’altro è un assist perfetto per le opposizioni. Per questo, se il leader della Lega Matteo Salvini ha attaccato il «Governo delle poltrone, che ha annunciato nuove tasse su gasolio, merendine e denaro contante», è toccato a Giggino, dalla festa napoletana del MoVimento, definire «follia pura» l’ipotesi, ventilata dai dem, di un rincaro del balzello sulle sim card (le schede telefoniche) dei clienti business – cioè, fondamentalmente, le aziende di telecomunicazioni.

Parrebbe quindi che il Presidente del Consiglio avesse ragione ad affermare, nel tentativo di gettare acqua sul fuoco, che è sbagliato considerare la Legge di stabilità come «la sommatoria di premure di una forza politica o di un’altra». Nessuna sommatoria infatti, dato che questa funzione addiziona tutti i valori, atto che è per definizione impossibile in politica: un’arte così intrisa di compromesso che Ronald Reagan la definì «il secondo mestiere più antico del mondo», salvo precisare che assomiglia molto al primo.

Forse in ossequio a questo aforisma, il leader del M5S ha rilanciato la proposta del Ministro della Salute Roberto Speranza (LeU) di abolire il superticket sulla sanità, benché non si sappia ancora da quando. Mentre sembra sia stato trovato l’accordo tra azionisti di maggioranza sul taglio del cuneo fiscale, per cui il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha trovato risorse aggiuntive, e sul varo del salario minimo.

Naturalmente, sarebbe stato troppo sperare che questa corrispondenza d’amorosi sensi durasse: perciò, per non farsi mancare niente, è arrivata l’abolizione, da parte del Consiglio provinciale di Bolzano, dell’espressione “Alto Adige” e del corrispondente aggettivo “altoatesino”, in favore della dizione “provincia di Bolzano” e del mantenimento della dicitura tedesca Südtirol. Un altro provvedimento che ha fatto irritare l’esecutivo, per usare un eufemismo. In seguito è stato ridimensionato dal Governatore della Regione Arno Kompatscher: ma era l’ennesima conferma di quanto il BisConte incarni la lezione evangelica del «basta a ciascun giorno la sua pena».

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