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Ingegnere di Palestrina da due anni bloccato in Oman, moglie e figlia lottano per farlo tornare

L’ingegnere civile, Nader Morsy di Palestrina, è da due anni bloccato in Oman in seguito al ritiro del suo passaporto.

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L’ingegnere civile, Nader Morsy di Palestrina (Lazio), è da due anni bloccato in Oman in seguito al ritiro del suo passaporto. Morsy era arrivato in Oman per lavorare con la multinazionale italiana Maire Tecnimont e nonostante le battaglie della figlia Yasmin Morsy, 23 anni, e la moglie Antonella Parolari, 60 anni, l’ingegnere non ha ancora fatto ritorno in Italia e le due donne hanno avuto l’ultimo contatto il 28 aprile dello scorso anno.

“La storia è iniziata per la sua collaborazione con un Generale della Polizia che, entrato a far parte dei suoi progetti lavorativi, ha trattenuto il passaporto per costringerlo a rimanere in Oman – ha dichiarato Yasmin a Monti Prenestini. Assistite da alcuni avvocati omaniti, madre e figlia sono riuscite a mettersi in contatto con il Palazzo del Sultano. Il generale responsabile della sottrazione del passaporto è stato sospeso e indagato. Alcuni suoi stretti collaboratori sono stati arrestati, ma nulla di fatto è accaduto affinché Morsy facesse ritorno a casa.

“Purtroppo non e’ la prima volta che ci fanno sperare inutilmente” dice la figlia “come ultima chance abbiamo deciso di scrivere al sultano dell’Oman”. Il sultano infatti avendo il potere di decidere del destino di qualunque uomo in Oman potrebbe presto mettere fine a questo sequestro. Inoltre un intervento diretto della Farnesina non è stato possibile perché l’ingegnere nonostante sia residente in Italia ha passaporto egiziano.

Le due donne stanno cercando di tenere l’attenzione alta su questa vicenda. Tra le iniziative della figlia vi anche una petizione lanciata sul sito change.org, in cui la ragazza lancia un accorato appello spiegando la storia che la sua famiglia sta vivendo da due anni a questa parte.

https://www.change.org/p/omani-government-free-nader-moursi

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Cronaca

Salute, ecco perché sul coronavirus il Governo ha sbagliato tutto

Siamo il terzo Paese al mondo per numero di contagi, ma la maggioranza sembra più preoccupata di Salvini che dell’emergenza: e le misure che ha preso sono inutili o tardive

Mirko Ciminiello

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Coronavirus. Foto dal sito dell'ANSA

Su una cosa il bi-Premier Giuseppe Conte ha certamente ragione: l’aumento dei casi di coronavirus accertati in Italia è dovuto anche al maggior numero di controlli eseguiti negli ultimi giorni.

Statisticamente non c’è nulla di anomalo, il che rende ancora più inquietante il fatto che Giuseppi abbia ammesso di essere «rimasto sorpreso dall’esplosione del numero di casi»: soprattutto se si pensa che neanche un mese fa sosteneva che «i cittadini italiani devono stare sereni e tranquilli» – a conferma di quanto sia deleteria l’espressione “stai sereno”.

Il vero problema, comunque, – ed è un problema piuttosto serio – è che sulla crisi da COVID-19 il Governo non ha azzeccato una singola mossa. E l’aggravante è che non sembra neppure rendersene conto.

«Siamo il primo Paese in Europa che ha deciso controlli più rigorosi e accurati e sin dall’inizio abbiamo optato per la linea di massima precauzione e rigore» si è vantato in televisione l’ex Avvocato del popolo. Considerato che siamo la terza Nazione al mondo come numero di contagi, dietro alle sole Cina e Corea del Sud, e che in brevissimo tempo la conta dei morti è già salita a sette, viene da chiedersi che sarebbe successo con delle misure appena meno efficaci.

Peraltro, il provvedimento tanto sbandierato dal Presidente del Consiglio è il blocco dei voli da e per la Cina deciso a fine gennaio. Una decisione che, oltre ad aver quasi causato una crisi diplomatica con Pechino, era non solo inutile, ma addirittura dannosa: inutile perché non teneva conto del fatto che esistono gli scali intermedi (e anche altri mezzi di trasporto, come le navi), dannosa perché ha impedito controlli davvero “rigorosi e accurati” sui passeggeri che provenivano effettivamente dalla Cina, e che eventualmente si sarebbero potuti porre in quarantena.

Poi, certo, resta la questione primigenia che quest’ultima parola sembra dare l’orticaria alle forze di maggioranza, a meno che non abbia connotazioni autoctone: come gli undici comuni del Lodigiano isolati in seguito al ricovero dell’ormai famigerato “paziente uno”, che poi è una decisione altrettanto inutile perché si chiude la stalla quando i buoi sono scappati da un pezzo – usufruendo oltretutto dei vantaggi della modernità globalizzata che però, nell’occasione specifica, rappresentano un tragico rovescio della medaglia (nel tanto vituperato Medioevo, per dire, le pandemie erano molto più rare perché le distanze erano più ristrette e venivano percorse in tempi decisamente maggiori).

Quando però si faceva notare, per esempio, che pure i barconi delle ong rappresentano potenzialmente un rischio per la salute pubblica (tralasciando, cioè, le implicazioni sulla sicurezza), ecco che pavlovianamente rispuntavano i deliri: anche istituzionali, se si pensa che il Governatore dem della Toscana Enrico Rossi ha liquidato il virologo Roberto Burioni con un surreale «chi ci attacca o non è informato o è un fascioleghista».

In realtà nemmeno questa è una grande sorpresa, visto che a livello ancora più alto si sono paragonati i cosiddetti populismi ai discorsi che «seminavano paura e odio» negli anni ’30. Il che fa quasi il paio con le amenità dei social che fino a qualche giorno fa farneticavano che il vero virus è la xenofobia, salvo scoprire improvvisamente che il vero virus, ops, è tautologicamente proprio il virus.

Da una parte, infatti, c’è l’ideologia, dall’altra ci sono la scienza e il buonsenso che, udite udite, non hanno colore politico e possono quindi essere rappresentate perfino da Matteo Salvini. Tanto è vero che, per esempio, i sindaci di Ischia hanno vietato l’approdo a chi arriva dalla Lombardia e dal Veneto (ordinanza poi annullata dalla Prefettura): cosa sarebbe, razzismo nei confronti dei lombardo-veneti? Ugualmente, il Governatore della Basilicata Vito Bardi ha imposto la quarantena obbligatoria per chi viene da Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna e Liguria: sarebbe discriminazione nei confronti dei nordici? O non sarà che la salute è appena appena più importante delle ossessioni antirazziste degli antropologicamente superiori?

Ultimo appunto: qualche giorno fa l’esecutivo rosso-giallo ha emanato un Decreto legge per stanziare l’iperbolica cifra di 20 milioni di euro da destinare all’emergenza. Il che fa capire perfettamente il senso della nomina dell’attuale Ministro della Salute: così almeno al Governo c’è Speranza.

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Politica

Roma, via alla campagna elettorale: tutti i nomi per il Campidoglio

A un anno dalle amministrative, il centro-destra non si sbilancia e il Pd punta su un candidato forte (Calenda o Letta?). E nel M5S si discute di un bis della Raggi

Mirko Ciminiello

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Foto dalla pagina Facebook di Virginia Raggi

La campagna elettorale per le prossime Comunali di Roma è ufficialmente entrata nel vivo. Il che suona un po’ paradossale, se si pensa che, salvo interruzioni anticipate della consiliatura, al voto manca ancora più di un anno.

Eppure, sarà perché di anticipato, alla Laura Pausini, c’è già la primavera, o più prosaicamente per l’importanza (è il caso di dirlo) capitale che riveste politicamente una vittoria nell’Urbe, le grandi manovre sono già scattate: in tutti i partiti, nessuno escluso.

A partire da quel M5S che già ora governa la Città Eterna con Virginia Raggi, di cui è improvvisamente diventata d’attualità una possibile ricandidatura: forte (si fa per dire) anche di un recente sondaggio in base al quale il sindaco uscente verrebbe confermata dal 21% degli intervistati, percentuale che per i grillini equivale a «una parte consistente dei cittadini romani».

La diretta interessata, comunque, per il momento nicchia, affermando di voler lavorare per i cittadini: «Io penso a sbloccare i cantieri e attrarre investimenti a Roma» ha scritto via social, lanciando una frecciata a «chi ama parlare di poltrone, alleanze di partito e giochi di palazzo».

In molti vi hanno letto un riferimento, neanche tanto velato, all’arcinemica compagna di partito Roberta Lombardi, che in un’intervista ha escluso categoricamente la possibilità di un Virgy-bis: «Le regole del M5s parlano di due mandati e la Raggi è arrivata alla fine del secondo», essendo stata anche consigliere di opposizione quando il primo cittadino era Ignazio Marino.

La capogruppo pentastellata in Regione Lazio ha anche sottolineato la necessità di proseguire lungo la rotta tracciata dall’attuale giunta: obiettivo possibile solo se si «riesce a chiamare a raccolta tutte le forze civiche e politiche della Capitale disposte a raccogliere questa sfida e a lavorare sui temi. Dobbiamo essere in grado di coinvolgere tutti». Compreso, cioè, il Pd, verso cui finora non c’era mai stata alcuna apertura.

I dem, dal canto loro, non intendono farsi trovare impreparati, e stanno sondando il terreno per tornare ad avere una candidatura di alto profilo (precisazione che farà molto piacere a Roberto Giachetti, che nel 2016 perse il Campidoglio al ballottaggio): i nomi che circolano con maggior insistenza sono quelli di Carlo Calenda ed Enrico Letta, che probabilmente otterrebbe anche l’effetto secondario di far uscire dai gangheri il leader di Iv Matteo Renzi. Si chiama eterogenesi dei fini o, soprattutto nel caso di appelli all’ex Rottamatore a stare sereno, crudele ironia.

Che poi in via del Nazareno abbiano un’attenzione particolare per le dinamiche capitoline lo dimostra anche il fatto che a correre per le elezioni suppletive del 1° marzo nel collegio Roma 1 per la Camera sarà il Cancelliere dello Scacchiere Roberto Gualtieri: che però è appena incappato in un’epic fail, definendo Roma sottofinanziata e probabilmente scordandosi che è lui, in quanto Ministro dell’Economia, a gestire i fondi di cui, per sua stessa ammissione, la città ha bisogno.

Infine c’è lo schieramento di centro-destra, sempre più trainato dalla Lega di Matteo Salvini che vede la possibilità concreta di espugnare Palazzo Senatorio. Il Capitano è sceso in campo al Palazzo dei Congressi senza però sbilanciarsi sui nomi, da decidere dopo il programma: anche se rumours raccontano di frizioni con FdI che, sulla base del maggior radicamento al sud, si sentirebbe in diritto di esprimere il candidato dell’intera coalizione.

Il dado, insomma, inizia a trarsi, e la Capitale osserva interessata quella che si preannuncia come una cavalcata lunghissima. «Forza e onore» direbbe probabilmente il Gladiatore – quello per eccellenza.

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Cronaca

Coronavirus, la moglie del 38enne in gravi condizioni è contagiata e incinta

Francesco Vergovich

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Coronavirus, ospedale

È arrivata questa mattina la notizia del paziente zero italiano, un lombardo di 38 anni ricoverato ieri sera a Codogno, in gravi condizioni cliniche. Dopo poche ore anche la notizia del contagio di sua moglie, insegnante di educazione fisica in un liceo scientifico, ma lavorava anche in un’erboristeria. Da tempo, per fortuna, non si recava a scuola dai suoi ragazzi. 

La donna è incinta all’ottavo mese di gravidanza,i medici seguono quindi con estrema attenzione le sue condizioni. Si trova ora in isolamento all’ospedale Sacco di Milano, dove è ricoverato in terapia intensiva anche suo marito. 

Il marito avrebbe contratto il virus andanco a cena con un collega di lavoro di ritorno dalla Cina, anche quest’ultimo ricoverato. 

In Cina,il 3 febbraio, era giunta la notizia della nascita di una bambina negtiva alla Sars-coV-2 da madre infetta.

L’ospedale ha diramato questa circolare: non recarsi in ospedale in caso di sintomi influenzati, ma chiamare il 112. Codogno e Castiglione d’Adda in isolamento, si chiede ai ventimila cittadini dei due paesi di non uscire di casa. 

Disposta in Italia la quarantena obbligatoria per ogni cittadino proveniente dalla Cina. 

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Politica

Roma, Lombardi: “No a ricandidatura Raggi, alleanza M5S-Pd sfida da raccogliere”

Francesco Vergovich

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Roberta Lombardi, M5S

Nell’intervista alla capogruppo alla Camera e attualmente in Regione Lazio del M5S, riportata questa mattina, 21 febbraio su “Il Messaggero” si esprime senza mezze parole in merito ad una ricandidatura del sindaco Raggi. La prima motivazione per cui non sosterebbe la Raggi per una seconda ricandidatura è che le regole del Movimento parlano di due mandati, afferma Lombardi. 

Ma aggiunge che occorre però capire come “far crescere i semi piantati in questa prima consiliatura 5stelle”. Secondo la Lombardi la nuova ricetta politica per Roma potrebbe essere quella di un accordo M5S con il Pd: “Il M5S può riuscirci solo se riesce a chiamare a raccolta tutte quelle forze civiche e politiche della Capitale disposte a raccogliere questa sfida e a lavorare sui temi. Dobbiamo essere in grado di coinvolgere tutti”. 

La parola d’ordine, ‘collaborazione’: “Io voglio collaborare anche a livello regionale e comunale con tutte quelle forze politiche con cui si può costruire un programma comune” e che “Il Governo, a prescindere da quale sia l’appartenenza politica di chi sposa il progetto 5stelle, deve esistere finché per noi c’è una maggioranza parlamentare che ci permetta di fare cose utili per il paese“. Insomma, non importa con chi, purché si faccia ciò che i 5stelle ritengono utile e concreto per l’Italia. 

I “due Matteo”, Renzi e Salvini, accusati di seguire l’obiettivo contrario a quello del Movimento: “L’unico dato politico che ormai emerge dalle mosse di Renzi è il mero egocentrismo fine a se stesso. Questo paese da anni è in balia dell’ego ipertrofico di due Matteo: in cinque lettere un concentrato di egotismo incurante delle condizioni in cui è ridotto il paese”. 

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Cronaca

Coronavirus Lombardia, due paesi in isolamento. I Comuni:”112 in caso di febbre”

Francesco Vergovich

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Coronavirus,, ospedale, mascherina

È cambiata la situazione in Italia, in sole 24 oreSei i contagiati da Sars-coV-2 in Lombardia: un 38enne in gravi condizionisua moglie incinta e un amico che avrebbe infettato il suo amico e compagno di lavoro. Si valuta il trasferimento dell’uomo in terapia intensiva all’ospedale Sacco di Milano. la causa del contagio, avvenuto circa venti giorni fa, potrebbe essere la cena tra i colleghi di lavoro, infatti l’amico del 38enne sarebbe tornato dalla Cina appena prima del blocco dei voli. La quarantena in Lombardia, delle persone legate alla coopia e all’amico, coinvolge ora 60 persone. 

L’ospedale di Codogno è interdetto al pubblico, si entra solo con le mascherine. I cittadini di Codogno invitati a restare in casa e a non recarsi in ospedale ma chiamare il 112 in caso di sintomi influenzali. La quarantena per chi ora torna dalla Cina è obbligatoria in tutta Italia ha annunciato Conte. Polemiche e dubbi sul fatto che i passeggeri aerei in transito non vengano controllati con i termo scanner.

Dall’ospedale Spallanzani di Roma invece arrivano buone notizie: il 29enne che era stato infettato, risulta ora negativo ai test, dimostrando di aver totalmente sconfitto la malattia. 

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Cronaca

Sardine: siamo già al flop. Unanimità finita e piazze che non si riempiono più

Francesco Vergovich

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sardine

Tre mesi. Appena tre mesi e il Grande Fenomeno Democratico si è già sgonfiato. Le Sardine delle diverse regioni litigano tra di loro (per forza: qualche adunata occasionale non può certo bastare a fare una comunità coesa) e le folle non accorrono più.

Ieri a Pesaro, per esempio, i neo custodi della Repubblica Buona contro i Sovranisti Cattivi erano solo qualche centinaio. E che non sia un episodio isolato, ma la conferma di una tendenza ormai in atto, lo riconosce lo stesso Mattia Santori. Che pur aggiungendoci, accortamente, un filo di possibilismo su eventuali ritorni di fiamma, annota che «la stagione delle piazze così come l’abbiamo conosciuta a novembre forse finirà e forse è già finita…».

Sai che rivelazione.

Sai che sorpresa.

Fin dal primo momento, ossia all’indomani del clamoroso successo del flash mob di Bologna, lo scrivemmo pari pari: “un guizzo occasionale che durerà quello che durerà. Solo un fremito momentaneo come lo furono i Girotondi e altre analoghe trovate. Ognuno, evidentemente, ha gli entusiasmi che si merita”.

L’altra sottolineatura che era presente nell’articolo e che vale la pena di riportare, non certo per vantarsene ma per ricordare che quando le chiavi di lettura sono temprate non ci vuole un granché ad aprire le serrature della cronaca, riguardava la natura e le pratiche dell’attivismo politico: “Ciò che servirebbe è il ritorno a un partito di stampo tradizionale. In cui la militanza non sia l’affare estemporaneo di una giornata diversa dal solito, ma un impegno costante. Che è fatto tanto di studio personale, quanto di presenza attiva sul territorio. E che essendo assiduo costringe le gerarchie locali e quelle nazionali a un confronto incessante”.

Proteste una tantum. Establishment semper

Già: non si tratta di show televisivi o di fiction che si seguono per riaccendere qualche emozione perduta e senza fare nessuna fatica. Il voto non è il televoto. L’appoggio a un partito, o a un suo specifico leader, non si esaurisce in un like scoccato in un batter d’occhio dallo smartphone o scandito in una rimpatriata una tantum con i compagni smarriti e delusi dalle infinite giravolte del Pd-exDs-exPds-exPCI.

La politica con la P maiuscola esige stelle fisse e analisi rigorose. Vigilanza assidua e indirizzata non solo contro i nemici (oops: gli avversari) manifesti ma forse ancora di più contro i falsi amici a caccia di un’affermazione personale. E perciò bene attenti a non entrare in conflitto con l’establishment liberista.

Altro che le fascinazioni puerili per il simpatico Obama, che prima di essere un afroamericano rimane uno statunitense. O per il travolgente Renzi in versione rottamatore, che nonostante l’adesione a un partito “di sinistra” è sempre stato e sempre sarà un democristiano fatto e finito.

Lo slancio, per non restare infantile, deve saldarsi a una piena consapevolezza delle forze in gioco. Delle partite in corso non solo qui in Italia o in Europa. Ma nel mondo. E in prospettiva futura.

I veri centri di potere sono zeppi di professionisti spietati che perseguono la propria mission di dominio planetario e se ne fregano delle conseguenze per il resto della popolazione. Non vacillano affatto davanti a Greta. Non si commuovono neanche per una frazione di secondo di fronte alle vittime delle disuguaglianze o delle guerre, siano esse esplicite o striscianti.

L’unica cosa che li potrebbe preoccupare è che emerga e si diffonda una comprensione profonda e definitiva dei loro metodi e dei loro obiettivi.

Quella che una volta si chiamava ideologia.

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Cronaca

Ostia, 141 indagati all’ospedale Grassi: analisi gratis a parenti e amici

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Ospedale Grassi, Ostia

Lo annuncia con un comunicato la GdF questa mattina, 21 febbraio: sono 141 – tra medici e paramedici – i dipendenti dell’ospedale “G.B. Grassi” di Lido di Ostia denunciati all’Autorità Giudiziaria dai Finanzieri del Comando Provinciale di Roma per aver permesso ad amici e parenti di eseguire accertamenti diagnostici completamente gratuiti senza seguire le ordinarie liste di attesa. L’attività investigativa delle Fiamme Gialle del 6° Nucleo Operativo Metropolitano di Roma, diretta e coordinata dalla Procura della Repubblica capitolina, ha preso le mosse nel novembre 2017 da una denuncia presentata nei confronti di un’infermiera del reparto di chirurgia, estendendosi a “macchia d’olio” in tutto il nosocomio.

I militari hanno proceduto ad un meticoloso esame dei tabulati relativi alle prestazioni erogate e all’assunzione di testimonianze, individuando artefici e beneficiari della truffa che, oltre a danneggiare il Servizio Sanitario Nazionale, ha leso i diritti degli altri utenti i quali, prenotandosi regolarmente al C.U.P., dovevano attendere il proprio turno prima di sottoporsi a un esame diagnostico.

La pratica fraudolenta era piuttosto semplice quanto diffusa: la persona bisognosa di una prestazione si rivolgeva a uno dei sanitari compiacenti che, grazie alla password personale per l’accesso al sistema informativo dell’ospedale, avanzava richiesta all’articolazione competente. Eseguito l’esame diagnostico ovvero l’analisi chimico-clinica, gli stessi sanitari venivano in possesso del referto, che provvedevano a consegnare al beneficiario, evitando così il pagamento del ticket alla Regione Lazio. A usufruire della “corsia preferenziale” 523 tra parenti e amici dei medici ed infermieri, questi ultimi a loro volta beneficiari dell’illecito sistema.

Oltre a dover rispondere all’Autorità Giudiziaria ordinaria del reato di truffa aggravata ai danni del Servizio Sanitario Nazionale, gli indagati dovranno vedersela con la Corte dei Conti per il danno cagionato all’Erario.

Il contrasto alle frodi sanitarie garantisce il corretto impiego delle risorse pubbliche a favore di chi ne ha realmente bisogno.

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Politica

Governo, la pistola scarica di Renzi ricarica il Premier Conte

Il temuto annuncio shock del Rottamatore è un appello a fare le riforme tutti insieme, accolto con freddezza. E l’Avvocato del popolo gli ruba i riflettori: “Cura da cavallo per la crescita”

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito di Adnkronos

La vera notizia è che, per una volta, il bi-Premier Giuseppe Conte ha rubato la scena a Matteo Renzi. Non solo: lo ha fatto con una dichiarazione laconica e senza fronzoli – vale a dire con uno stile inversamente proporzionale alla logorrea del leader di Italia Viva. «Mi prenderò qualche giorno per poi lanciare una cura da cavallo per il sistema Italia. Siamo in emergenza, e dobbiamo tutti lavorare».

Che fosse o meno una sorta di spot, non si può certo dar torto al Presidente del Consiglio quando definisce la crescita la vera priorità dell’esecutivo rosso-giallo. Non a caso, il tema ha subito acceso il dibattito.

Per esempio, il Cancelliere dello Scacchiere Roberto Gualtieri – che è anche il candidato del centro-sinistra alle elezioni suppletive del prossimo 1° marzo per il seggio del collegio Roma 1 della Camera – ha sottolineato che «l’Italia come Paese europeo non è in grado di esercitare il proprio ruolo se non ha una Capitale all’altezza», aggiungendo che oggi l’Urbe è «sottofinanziata». Diagnosi impeccabile: chissà che ne pensa il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri…

In ogni caso, la reazione più attesa era, come sempre in quest’ultimo periodo, quella dell’ex Rottamatore: il quale, intervenendo a Porta a Porta, non si è fatto pregare, e ha sfidato il fu Avvocato del popolo a iniziare la succitata cura da cavallo «abolendo il Reddito di cittadinanza che è un fallimento» e sbloccando cantieri e opere pubbliche.

Va da sé che l’ex Premier parlava a nuora (il Premier in carica) perché suocera (il M5S) intendesse. È infatti al MoVimento, as usual, che il senatore di Rignano ha riservato le maggiori stoccate. A partire da quel «non voglio morire grillino» che serviva anche a marcare ulteriormente la distanza con la madrepatria, quel Pd accusato una volta di più di essersi messo al traino del giustizialismo pentastellato.

Ed è proprio su questi temi, e in particolare – di nuovo – sulla legge Bonafede, che l’altro Matteo ha attaccato più duramente. «Penso proprio che se non si troverà un accordo entro Pasqua sulla giustizia chiederemo la sfiducia individuale per il Ministro della Giustizia». E, per far capire l’antifona, Iv ha votato nuovamente con l’opposizione, in Commissione giustizia alla Camera, per bloccare la riforma del Guardasigilli Alfonso Bonafede che annulla la prescrizione.

In realtà, a furia di annunci e minacce la pistola dell’ex Capo del Governo appare un po’ scarica: però ha ottenuto l’effetto di provocare un’ennesima crisi di nervi ai dem, la cui pazienza, hanno detto da via del Nazareno, «è giunta a un limite». Con il segretario Nicola Zingaretti che ha parlato di «chiacchiericcio insopportabile» e il Ministro dei Beni culturali Dario Franceschini che, citando Esopo, ha paragonato Renzi allo scorpione che uccide la rana che lo sta traghettando in mezzo a un fiume – così come il senatore fiorentino andrebbe a fondo con tutto il Governo Conte-bis – perché è la sua natura. Muoia Sansone con tutti i Filistei.

In realtà, l’ex Rottamatore si è detto convinto che anche in caso di sfiducia verso Bonafede non ci sarebbero conseguenze per l’esecutivo: e, se anche fosse, difficilmente si potrebbe votare prima del 2021 «per un impedimento tecnico», che per gli amici sarebbe la Legge di Bilancio.

Dopodiché, il cuore del preconizzato nunzio «che può avere un senso per il prosieguo della legislatura» è stato un appello a tutte le forze politiche a varare «l’elezione diretta del Presidente del Consiglio» sulla base del modello di scelta dei sindaci. Ipotesi che ha lasciato freddi praticamente tutti i partiti, con la sola (parziale) eccezione di Forza Italia.

Insomma, sempre per citare Esopo, la montagna-Renzi ha partorito un topolino, facendo tirare un sospiro di sollievo alla maggioranza rosso-gialla. 1 a 1, quindi, e palla al centro.

Perché Italia Viva aveva già segnato in precedenza col fallimento del tentativo della maggioranza di trovare dei voltagabbana che puntellassero le poltrone dell’esecutivo. «Ci hanno provato. Non ce l’hanno fatta, ma ci hanno provato raccogliendo i senatori responsabili. Ma se lo vogliono fare, perché il Presidente del Consiglio o qualche suo collaboratore non ci vuole, è loro diritto provarci. La prossima volta farebbero meglio a riuscirci» ha sibilato l’altro Matteo.

In effetti, il BisConte aveva già smentito queste voci, ma a pensar male… resta poi lecito ipotizzare che, al risveglio, Giuseppi si chieda subito cosa aver pensato nel frattempo il leader dell’opposizione intergovernativa.

Il quale, dal salotto più famoso della televisione italiana, qualche indiscreto indizio lo ha cautamente lanciato. A partire dal «non voglio diventare la sesta stella». Tutto il resto è noia.

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Cronaca

Roma, il Raggi-ro: con i guai delle linee esistenti, il sindaco vuole la Metro D

L’annuncio “elettorale” dell’assessore ai Trasporti Calabrese: ma, secondo un sondaggio, per i Romani sarebbe meglio sistemare gli attuali disservizi di Atac

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi. Foto da Il Messaggero

Tenetevi forte e trattenete il respiro: Roma avrà la Metro D. L’annuncio, almeno a livello di intenzioni, è arrivato direttamente dall’assessore capitolino ai Trasporti Pietro Calabrese, secondo cui l’apposita delibera «passerà in giunta e poi al vaglio degli uffici».

Sembra uno scherzo o una battuta – e non si può escludere che in qualche misura lo sia per davvero: perché i disservizi attuali di Atac, l’azienda che gestisce i trasporti pubblici della Città Eterna, sono sotto gli occhi di tutti, turisti e residenti che quotidianamente oppongono la tipica ironia romana ai disagi dell’Urbe.

Si è ormai fatta l’abitudine a ritardi cronici, guasti e perfino incendi di mezzi pubblici: nonché agli scioperi senza fine, come quello di 24 ore del prossimo lunedì 24 febbraio, indetto dal sindacato Fast Confsal col rispetto delle consuete fasce di garanzia (dall’inizio del servizio fino alle 8,30 e dalle 17 alle 20).

E queste piccole disfunzioni si vanno ad aggiungere a problematiche inveterate quali, per restare soltanto alla metropolitana, le chiusure delle stazioni, che oltretutto fanno a turno garantendo ogni volta delle sorprese: al momento, per dire, tocca a Cornelia, sulla linea A, sbarrata per la revisione ventennale di scale mobili e ascensori – che speriamo venga effettuata con maggiore efficienza rispetto alla vicina Baldo degli Ubaldi, dove i vari elevatori continuano a bloccarsi più o meno con la stessa frequenza antecedente alla manutenzione.

La vera barzelletta della Città Eterna, però, resta Barberini, sempre sulla linea A: chiusa il 23 marzo 2019 a causa di un cedimento delle scale mobili che per puro caso non ha provocato feriti, è stata riaperta a inizio mese (ma solo in uscita) perché, come acutamente argomentato dal sindaco Virginia Raggi, «un anno di lavori per riaprire una fermata della metropolitana è davvero troppo». Non sia mai che il suo fulgente prestigio ne risulti offuscato.

Del resto, è possibile – se non probabile – che anche il proclama relativo alla Metro D, che dovrebbe andare dall’Eur a Montesacro, sia un tentativo di riguadagnare il consenso da tempo evaporato. Una mossa che però non tiene conto del fatto che i Romani, come da un recente sondaggio, preferirebbero piuttosto che funzionassero le linee attuali. Ma tanto si sa che Virgy andrebbe comunque per la sua strada (e senza prendere mezzi pubblici, lei), come per i risibili progetti della funivia e dei bus elettrici.

D’altronde, un autore come l’americano John Gray lo aveva intuito quasi tre decadi or sono. E a un sindaco marziano come Ignazio Marino non poteva che subentrare una prima cittadina venusiana.

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Politica

Governo, l’editto himalayano di Renzi sul Premier Conte

Fallito il tentativo di sostituire Iv con i “responsabili”, l’ex Rottamatore esclude nuove elezioni, ma non un nuovo esecutivo: Conte può proprio stare sereno

Mirko Ciminiello

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Giuseppe Conte e Matteo Renzi. Foto dal sito dell'Huffington Post

L’aria dell’Himalaya deve aver fatto bene al leader di Iv Matteo Renzi, che anche da quota 4.000 metri non ha perso il gusto per i social, mostrando però per l’occasione il suo lato zen in salsa battiatesca: «Ci sono momenti in cui è bello riscoprirsi a riflettere» ha filosofeggiato via Facebook. «E quassù non ci sono polemiche ma solo tanta bellezza».

Va da sé che il solo accenno alla mancanza di polemiche è esso stesso un polemizzare, ma forse il gusto è diverso in mezzo alla natura incontaminata. Per un po’, almeno. Perché neanche le vette del Pakistan hanno potuto spegnere la verve dell’ex Rottamatore, che stava già predisponendo un’e-news straordinaria. E non è un mistero che il rinvigorimento e la serenità dell’ex Premier siano inversamente proporzionali a quelli del (bi-)Premier in carica, Giuseppe Conte.

«Nessuno di noi ha detto che vogliamo sfiduciare Conte» ha scritto il senatore di Rignano, prima però di precisare che sulla riforma della prescrizione targata Alfonso Bonafede «non torniamo indietro» e «faremo valere i nostri numeri». Il bastone e la carota. Probabilmente, un esplicito bacio della morte sarebbe stato meno inquietante per Giuseppi.

Del resto, il fondatore di Italia Viva non ha escluso (quasi) niente: «Se cade il Governo Conte Bis, ci sarà un nuovo Governo. Non le elezioni». Un esecutivo che dovrebbe durare per il resto della legislatura perché, escludendo il blocco sovranista, nessuno vuole andare a votare: troppo forte il rischio di vedere decimate le pattuglie degli onorevoli, soprattutto dopo che – come sembra scontato – il referendum del 29 marzo avrà fatto scattare il taglio dei parlamentari.

L’aspetto paradossale è che gli altri tre quarti dell’attuale maggioranza rosso-gialla sembrano pensarla in modo esattamente uguale e contrario: con Goffredo Bettini, lo spin doctor del segretario dem Nicola Zingaretti, che nei giorni scorsi ha esplicitamente esortato gli alleati ad adoperarsi per individuare, sia nelle fila dell’opposizione che in quelle della stessa Iv, dei senatori “responsabili” o “democratici” disposti a sostenere il BisConte.

Operazione (che curiosamente, con una diversa situazione politica, sarebbe stata di certo qualificata con termini molto meno nobili) che, almeno per il momento, è miseramente fallita, come l’altro Matteo non ha mancato di sottolineare trattenendo a stento il gongolamento. Il che, come già prefigurato da fonti di Italia Viva, lascerebbe al fu Avvocato del popolo «solo due strade: o un accordo con quel Renzi che fino ad oggi è stato attaccato dalle veline di Chigi e direttamente dal Premier o le dimissioni».

Le cose, naturalmente, non sono così semplici, come dimostrano le altre veline, quelle sul fantomatico Conte ter che hanno fatto infuriare anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, costretto a smentire con una nota le ricostruzioni che attribuivano «abusivamente intenzioni al Capo dello Stato riguardo alla situazione politica»: e che, secondo il deputato renziano Michele Anzaldi, provenivano direttamente dal portavoce del Presidente del Consiglio in quota pentastellata Rocco Casalino.

Accusa che ben presto si è trasformata nell’ennesimo motivo di attrito tra i rispettivi partiti, già da tempo ai ferri corti sulla legge Bonafede. E non è stato nemmeno l’ultimo fronte aperto. A stretto giro di posta, infatti, la diatriba si è spostata sui Decreti sicurezza che portano la firma dell’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini: che Italia Viva, in questo spalleggiata da Pd e LeU, vorrebbe smantellare, incontrando però le resistenze (nemmeno troppo forti, a dire il vero) del M5S.

La situazione, insomma, continua a essere fluida, e l’unica certezza è che non vi sono certezze – tranne una: una frase che probabilmente il Capo del Governo farebbe bene a ripetersi mentre la sua mente si interroga sulle strategie elaborate fra i monti imbiancati dalle nevi perenni. Timeo Danaos et dona ferentes. Che, attualizzata, si potrebbe tradurre “temo Renzi anche quando porta dei doni”. Giuseppe stai sereno.

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Politica

Governo, alla ricerca dei “responsabili”: che un tempo…

Il Pd vuole rimpiazzare Iv con parlamentari “democratici” che sostengano Conte: ma, quando era all’opposizione di Berlusconi, parlava di corruzione e mercato delle vacche

Mirko Ciminiello

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Giuseppe Conte e Matteo Renzi. Foto dal sito dell'Huffington Post

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti titoli e le seguenti dichiarazioni inerenti la possibile crisi del Governo Berlusconi IV (che per la cronaca resta l’ultimo esecutivo votato dal popolo in teoria sovrano), risolta poi con l’appoggio di transfughi quali gli ormai antonomasici Razzi e Scilipoti:

a) «La compravendita dei parlamentari è corruzione» (l’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani, 28 settembre 2010).

b) «Le notizie di compravendita di deputati da parte della maggioranza fanno pensare non solo a uno scandalo ma addirittura a un reato di corruzione» (ancora Pier Luigi Bersani, 9 dicembre 2010).

c) «Fiducia: peggio di Tangentopoli» (Famiglia Cristiana, 9 dicembre 2010).

d) «Scandalo in Parlamento» (Massimo Giannini, La Repubblica, 11 dicembre 2010).

e) «Libero voto in libero mercato» (L’Unità, 11 dicembre 2010).

f) «Comunque vadano le votazioni, questa crisi sarà certificata. O pensano di risolverla con la compravendita di qualche voto, con pratiche vergognose che fanno arrossire l’Italia davanti a tutte le democrazie del mondo? Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna!» (sempre Pier Luigi Bersani, 11 dicembre 2010).

g) «L’immoralità del mercato in Parlamento» (Raffaele Cantone, Il Mattino, 13 dicembre 2010).

h) «Ha vinto l’Italia peggiore» (Antonio Padellaro, Il Fatto quotidiano, 14 dicembre 2010).

i) «Il silenzio della democrazia» (Stefano Rodotà, La Repubblica, 14 dicembre 2010).

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da paragoni facciali dalla bizzarra rima con “mulo”, la seguente dichiarazione rilasciata via Facebook il 16 febbraio 2020 da Goffredo Bettini, consigliere e spin doctor dell’attuale segretario dem Nicola Zingaretti: «C’è invece la possibilità, certamente allo stato attuale tutta da costruire, di sostituire Italia Viva con parlamentari democratici (in quanto non sovranisti, illiberali e autoritari) pronti a collaborare con Conte fino alla fine della legislatura. Penso anche che, in questo scenario, nel Parlamento si aprirebbe una riflessione perfino nel gruppo renziano. Si deve lavorare subito, dunque, per allargare la maggioranza che sostiene il premier rendendo scarica la minaccia della crisi».

Il candidato potrà avvalersi anche delle seguenti lepidezze vergate il 19 marzo 2013 da Marco Travaglio sul Fatto quotidiano:

1) «Per vent’anni, se uno passava da destra a sinistra era un “ribaltonista”, mentre se passava da sinistra a destra era un “responsabile”».

2) «Quando B. avvicinava uno a uno gli oppositori per portarli con sé, era “mercato delle vacche”, “compravendita”, “voto di scambio”. Se Bersani sguinzaglia gli sherpa ad avvicinare i grillini uno a uno, è “scouting” e odora di lavanda».

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Politica

Governo, il muro contro muro Conte-Renzi preoccupa Mattarella

Sulla prescrizione rischio “crisi di San Valentino”. Il Premier: “Iv chiarisca, se sfiducia Bonafede traggo conseguenze”. L’ex Rottamatore: “Che fai, ci cacci?”

Mirko Ciminiello

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Giuseppe Conte e Matteo Renzi. Foto dal sito dell'Huffington Post

Il senso della gravità del momento lo ha dato un retroscena del Corsera sulla telefonata intercorsa tra il bi-Premier Giuseppe Conte e il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: che avrebbe condiviso con l’ex Avvocato del popolo la preoccupazione per «la forte destabilizzazione del Governo» causata dai continui affondi di Italia Viva sul tema della riforma della prescrizione. Fibrillazioni che hanno portato più di un elemento dell’attuale maggioranza rosso-gialla a evocare la crisi (di San Valentino) con conseguente ritorno alle urne.

E tuttavia, a ennesima riprova che, come argutamente sentenziato in tempi non sospetti da Ennio Flaiano, «la situazione politica in Italia è grave ma non è seria», la drammaticità degli eventi viene sistematicamente stemperata dalla vena istrionica dei protagonisti. A partire dai sobri ragionamenti del Presidente del Consiglio che, con l’aplomb tipico della carica che ricopre, ha fatto sottilmente intendere di considerare quello di Iv un atteggiamento «surreale e paradossale», che ci si «aspetterebbe da un partito di opposizione che fa un’opposizione aggressiva e anche un po’ maleducata».

Il Capo del Governo parlava dopo l’annuncio autoreferenziale che i Ministri renziani avrebbero disertato il Cdm destinato ad approvare la riforma del processo penale, contenente anche l’ormai famigerato lodo Conte-bis (che non prende il nome da Giuseppi, bensì dal suo omonimo deputato di LeU Federico). Assenza ingiustificata, secondo il BisConte, che ha morigeratamente affermato che «Iv debba darci un chiarimento, ma non a me, a tutti gli Italiani. I ricatti non sono accettati da nessuno».

A stretto giro di posta era arrivata l‘altrettanto condiscendente replica di Matteo Renzi, di cui si può immaginare la fatica nel doversi sottrarre ai proverbiali silenzi: «Il Presidente del Consiglio non può dire “assenza ingiustificata”. Perché non è il preside di una scuola». Poi la stoccata: «Tu puoi cambiare maggioranza, caro Presidente del Consiglio. Sai come farlo, perché lo hai già fatto», e noi «ti daremo una mano».

Concetto ribadito qualche ora dopo a mezzo social: «Se il Premier vuole cacciarci, faccia pure: è un suo diritto! E Conte è il massimo esperto nel cambiare maggioranze. Se invece vogliono noi, devono prendersi anche le nostre idee. Alleati, non sudditi». La riedizione, a distanza di un decennio, del celebre “Che fai, mi cacci?” di finiana memoria.

All’interno di questo amabile idillio, comunque, l’ex Rottamatore ha chiarito, rivolgendoglisi direttamente, che il suo obiettivo non è il Premier: «Noi non ti abbiamo chiesto di aprire la crisi, ti abbiamo chiesto: apri i cantieri, sblocca le infrastrutture». E vanno forse in questa direzione anche le dichiarazioni di non meglio precisate “fonti renziane di primo piano” secondo cui Italia Viva sarebbe disposta a votare la riforma del processo penale anche con la fiducia.

Alla carota, però, è stato lo stesso senatore di Rignano ad alternare il bastone, forte anche di un recente sondaggio secondo cui il suo punto di vista è condiviso da oltre il 50% degli Italiani: «La posizione del lodo Conte è incostituzionale secondo i principali esperti» la sua argomentazione. «Questa per noi è una battaglia culturale. Non molleremo di un solo centimetro. Il Pd ha scelto di seguire i grillini, noi abbiamo scelto di seguire le persone competenti: avvocati, magistrati, esperti della materia».

Per Iv è incomprensibile il fatto che il Partito Democratico difenda la legge Bonafede anziché tornare alla precedente, firmata dall’allora Guardasigilli – e attuale vicesegretario dem – Andrea Orlando. Tanto che Renzi ha ironizzato: «Ho come l’impressione che i riformisti del Pd non abbiano compreso che cosa ci sia scritto dentro il Lodo Conte. Appena lo leggeranno e lo capiranno ci sarà da divertirsi».

Chi si divertirà meno è il Ministro della Giustizia corrente, il pentastellato Alfonso Bonafede, per cui i renziani hanno già pronta una mozione di sfiducia individuale che potrebbe anche essere anticipata, rispetto al periodo aprilino originariamente indicato, a metà marzo (guarda caso, appena prima del referendum sul taglio dei parlamentari). «Sarebbe qualcosa di illogico e irrazionale, ma ne trarrei le conseguenze» ha sibilato preventivamente Giuseppi.

Un’ipotesi che, in ogni caso, non spaventa l’ex Rottamatore, secondo cui «ci sono tre possibilità: la prima è che il Governo si metta a lavorare e vada avanti, la seconda è che il Governo apra la crisi e ci sarà un altro Governo ancora e la terza è che si vada a votare. Io sono disponibile a tutte e tre». E forse anche per questo sembra che Conte abbia ammesso con Mattarella che «la rottura è a un passo».

In tutto questo bailamme, è forse utile notare che lo spread – il differenziale con il rendimento dei titoli di Stato tedeschi, nonché spauracchio ancestrale degli antropologicamente superiori – si sta mantenendo costantemente attorno ai 130 punti base, ai minimi dal maggio 2018: e anche questo è un segnale. Per il Capo dello Stato, almeno.

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