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Politica

Il voto in Europa e l’esempio del Regno Unito che fa male i suoi conti

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“La Comunità Europea è un regime tirannico, un’organizzazione dispotica che ci obbliga a vendere sul mercato fagiolini di una certa misura standard, con ciò sminuendo la nostra libertà di autodeterminazione di popolo sovrano…”

In Gran Bretagna, gli argomenti contro l’Europa sono vari e molteplici, ma quando questi vengono sostenuti da Sarah M. una ragazzina di 15 anni del Wiltshire, contea inglese a un’ora e mezzo ad ovest da Londra, al decimo anno di scuola su tredici e ancora pochi passi verso la maturità e l’Università, il muro dello sconforto sui valori della solidarietà della nostra Europa si erige più alto e acuto di una piramide di cemento.

A cotanta tracotante e fittizia sostanza sarebbe da obiettare che l’Europa non è solo trasposizione di regolamenti e direttive sulla commercializzazione di generi alimentari da usare come baluardo per il proprio sovranismo, ma anche (e specie per una ragazza candidata a conoscere il mondo che batte di un cuore libero al di là della verde ma spesso plumbea campagna britannica) un’opportunità per studiare, vivere e lavorare liberamente all’estero. Per Sarah M., l’Europa è l’occasione propizia e gioiosa per attraversare non solo la Manica – ma piuttosto il ponte della vita – per confrontarsi con le diverse accoglienti umanità che compongono un mosaico da scoprire, tasselli da comporre per il proprio futuro.

La risposta di Sarah M. che “…senza l’Europa faremo come abbiamo sempre fatto, da soli”, rappresenta non solo un freno a mano adolescenziale (non so quanto spontaneo, avrà senz’altro un padre Brexiteer…) ma soprattutto quella sbalorditiva risposta seccata che tarpa le ali di un Paese di per sé straordinario, quale la Gran Bretagna, ma da sempre e in buona parte ostile a misurarsi e a condividersi con i propri confini di cui volente o nolente fa parte integrante.

L’amaro ristagno della conversazione con Sarah M. – simbolo di una fascia d’età giovanile, incapace o impossibilitata ad apprezzare e gustare gli altri e i diversi sapori della vita, scivola via scoramente come una frotta di minacciose nuvole da ovest, mentre i risultati delle Elezioni europee di cui anche la Gran Bretagna paradossalmente fa ancora parte pur dopo il referendum.

Il fronte Remain, con oltre il 48% dei consensi di tre anni fa non è stato capace di coagularsi in allenza, non ha dato la scossa al risveglio delle coscienza libertaria, mentre il fronte Brexit di Farage si appresta a raccogliere un’ondata di consensi scaraventando il Paese definitivamente fuori da tutto quanto di buono fatto dalla Gran Bretagna dal 1971 ad oggi.

Si cancellano investimenti per nuovi stabilimenti auto giapponesi, traslocano agenzie di farmaci ed istituti bancari, chiudono piccoli esercizi quanto imponenti acciaierie inglesi, in migliaia resteranno senza lavoro traditi proprio da quelli a cui hanno paradossalmente dato fiducia, forse non lo hanno capito: che ad ogni azione temeraria corrisponde una conseguenza.

Fortunatamente Sarah M. ha una compagna di scuola di nome Sofia D. che sposta il piatto della bilancia – una ragazza come lei nata in Gran Bretagna, ma che parla fluentemente tre lingue, ha vissuto tre anni in Italia e poi cinque in Spagna, prima di far ritorno a Londra con la sua famiglia Britalian. Sofia D. ha una prospettiva meno cinica, la sorte, in questo mondo a mille facce, sta dalla sua, lei è piena di risorse, sogni e aspirazioni, e ignora la misurazione dei calibri dei fagiolini.

Francesco Di Pisa