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Il buco nero al centro della Via Lattea è stato fotografato per la prima volta!

La NASA annuncia che l’Event Horizon Telescope ha catturato la prima, storica immagine di Sagittarius A*: provando definitivamente che si tratta di un black hole, distante 27.000 anni luce e con una massa pari a 4 milioni di Soli

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La prima immagine del buco nero al centro della Via Lattea, Sagittarius A*
La prima immagine del buco nero al centro della Via Lattea, Sagittarius A*

Da www.romait.it

È stata catturata la prima, storica immagine di Sagittarius A*, il buco nero rintanato nel cuore della nostra galassia. Lo straordinario annuncio lo ha dato la NASA, e segna una nuova pietra miliare nel campo dell’astronomia. E un notevole contributo è arrivato anche dall’Italia, attraverso l’INAF, l’INFN, l’Università Federico II di Napoli e l’Università degli Studi di Cagliari.

La prima immagine del buco nero al centro della Via Lattea, Sagittarius A*
La prima immagine del buco nero al centro della Via Lattea, Sagittarius A*

La prima, storica foto del buco nero al centro della Via Lattea

“Seguimmo certe rotte in diagonale / dentro la Via Lattea” cantava il Maestro Franco Battiato. E forse ha fatto lo stesso l’Event Horizon Telescope, una rete di 11 radiotelescopi situati in ogni angolo del pianeta. Che nel 2019 aveva fotografato per la primissima volta un buco nero, quello situato al centro della lontanissima galassia M87. E ora ha finalmente dato un volto all’ospite oscuro e misterioso nascosto nel cuore pulsante della Via Lattea.

I risultati sono stati pubblicati sulla rivista The Astrophysical Journal Letters e, come sottolinea l’ANSA, provano definitivamente che Sagittarius A* è davvero un buco nero supermassiccio. Prima, infatti, avevamo solamente evidenze indirette, legate all’osservazione di stelle che orbitavano attorno a qualcosa di invisibile ed enorme nei pressi del Centro Galattico.

Un black hole, in effetti, non è direttamente visibile perché, come ricorda la Reuters, non emette luce. Ciò che si osserva invece è un anello di materia surriscaldata a temperature altissime dal rapidissimo vorticare attorno al cosiddetto orizzonte degli eventi. Il “confine” oltre il quale, per semplificare, nulla (o quasi) può sfuggire all’immensa forza gravitazionale del gigante cosmico.

Alla scoperta di Sagittarius A*

Sagittarius A*, scrive la NASA, si trova a circa 27.000 anni luce da noi, in direzione della costellazione del Sagittario, da cui prende il nome. Ha una massa pari a circa quattro milioni di volte quella del Sole e, se fosse posto al centro del Sistema Solare, lambirebbe l’orbita di Mercurio. Eppure, a livello astronomico è un peso piuma, specialmente se confrontato con il buco nero di M87. Che, coi suoi 6,5 miliardi di masse solari, ingloberebbe l’orbita di Plutone e persino la sonda Voyager 1, attualmente l’oggetto artificiale più distante dalla Terra.

Sagittarius A*
Sagittarius A*

Tuttavia, come rimarca l’astrofisica americana Sera Markoff, malgrado le differenze dimensionali (e anche tra le rispettive galassie) «questi buchi neri sono incredibilmente simili». Il che costituisce un’ulteriore conferma delle teorie di Albert Einstein. «La Relatività Generale governa questi oggetti da vicino», e «ogni ulteriore differenza che vediamo deve essere dovuta alle differenze del materiale che li circonda».

Insomma, Black Holes & Revelations, per citare i Muse. E questa è la seconda eccezionale scoperta in pochissimo tempo dopo quella di cui avevamo dato conto il mese scorso. A ennesima conferma che la scienza in generale, e lo spazio in particolare non smettono mai di stupire.

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Giornalista, attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

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Biden connection, quei “traffici opachi” tra la Cina e il figlio di Sleepy Joe…

La Reuters scopre che, coi prezzi dell’energia alle stelle, Biden cede il petrolio americano all’estero, incluse le riserve d’emergenza: e tra i beneficiari c’è il gigante di Pechino in cui il fondo dell’erede investì 1,7 miliardi di dollari

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Petroliera cinese, Biden connection
Petroliera cinese

Da www.romait.it

Dallo scorso marzo, Joe Biden sta inviando milioni di barili di petrolio americano in Europa e Asia, attingendo perfino dalle riserve di emergenza della Nazione. Una decisione che, nel bel mezzo della guerra in Ucraina e della correlata crisi energetica, si fa davvero fatica a comprendere. Se non per la postilla che una parte del carico era destinata a una compagnia cinese che ha forti legami d’affari col figlio Hunter Biden.

Petroliera cinese, Biden connection
Petroliera cinese

Gli Usa stanno vendendo le riserve strategiche di petrolio

Oltre 5 milioni di barili di oro nero facenti parte delle “Riserve Strategiche di Petrolio” statunitensi sono stati venduti a giugno all’Olanda, all’India e alla Cina. Lo ha rivelato la Reuters, precisando che nel frattempo i consumatori Usa stavano già fronteggiando un’impennata record dei prezzi dei carburanti.

The Federalist ha aggiunto che la spedizione è parte di un progetto avviato già quattro mesi fa. E ha ricordato che ad aprile il Dipartimento per l’Energia aveva annunciato tra l’altro la cessione di 950.000 barili alla compagnia petrolifera Unipec America, Inc. Si tratta di una sussidiaria della China Petrochemical Corporation, meglio nota come Sinopec, gigante petrolchimico che è controllato a larghissima maggioranza dal Governo di Pechino. E che ha dei curiosi legami finanziari con Hunter Biden, il secondogenito di Sleepy Joe.

Joe Biden
Joe Biden

Una nuova “Biden connection”

Sette anni fa, un fondo d’investimenti privato sino-americano, la BHR Partners, entrò nel capitale della Sinopec con un esborso pari a 1,7 miliardi di dollari. Questa società annovera tra i suoi istitutori Rosemont Seneca Partners, una private equity co-fondata da Biden Jr. Il quale è anche il creatore di un altro fondo di investimento, Skaneateles LLC, che a sua volta detiene il 10% di BHR Partners.

Nel novembre scorso, un legale dell’erede riferì al New York Times che il proprio cliente «non deteneva più alcuna partecipazione, diretta o indiretta, né in BHR né in Skaneateles». Tuttavia, il Washington Examiner ha verificato di recente che il China’s National Credit Information Publicity System accredita ancora Skaneateles come possessore del 10% di BHR. E i registri delle imprese di Washington D.C. continuano a indicare Hunter Biden come unico proprietario di Skaneateles.

Hunter Biden
Hunter Biden

L’Examiner non ha comunque escluso l’ipotesi che i dati del Dragone non siano stati aggiornati, benché gli avvocati dell’erede non abbiano risposto in merito all’eventuale trasferimento delle sue quote. In effetti, visto che non è certo la prima volta che spuntano “traffici opachi” di famiglia, viene piuttosto da dubitarne. E da chiedersi: niente da dichiarare nemmeno riguardo a questa nuova “Biden connection”?

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Bamba della settimana, tre “affari esteri” per l’anti-premio ideato da Feltri

Questa nuova puntata è dominata da tre casi (amari) internazionali: che però, in fin dei conti, sfumano “curiosamente” nella deontologia giornalistica

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Bamba della settimana
Bamba della settimana

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Nuova puntata del “Bamba della settimana”, l’anti-premio ideato dall’attuale direttore editoriale di Libero Vittorio Feltri come ironico omaggio al meglio del peggio del periodo. Le topiche selezionate per l’occasione sono dominate dalla politica estera: perché anche quelli internazionali possono essere casi… amari.

Bamba della settimana
Bamba della settimana

Un caso hors catégorie

Torna ancora, dunque, il “Bamba della settimana” che, come spesso avviene, si apre con una vicenda considerata hors catégorie per non falsare la surreale “competizione”. È l’epic fail (doppio) in cui è incappato il Dicastero dell’Istruzione quando ha stilato l’elenco delle province autorizzate ad attivare un percorso di orientamento per i licei. Elenco che, scrive TGCom24, includeva Piacenza, che però per il Dipartimento per il sistema educativo per la formazione ed istruzione si trova in Lombardia anziché in Emilia-Romagna. Laddove Chieti è stata collocata in “Abbruzzo”, scritto con due b. Forse, dopotutto, il percorso di orientamento serve soprattutto al Ministro Patrizio Bianchi.

Il “Bamba della settimana”

Valichiamo i confini e anche l’Atlantico per un nuovo svarione yankee, che per una volta non riguarda Sleepy Joe Biden, bensì la vicepresidente Usa Kamala Harris. Che, come riporta Fox News, durante un discorso pubblico si è prodotta in ciò che in inglese viene definito word salad (“insalata di parole”). Farfugliando qualcosa che in italiano suonerebbe come: «Dobbiamo prendere questa storia seriamente, tanto seriamente quanto lo siete voi, perché siete stati costretti a prenderla seriamente». Magari, però, cercava solo di non essere da meno della gaffe machine.

Ci riporta da questo lato dell’Oceano il nuovo Governo allestito dalla Premier transalpina Élisabeth Borne. Governo che – come riferisce Radio France – è formato da 41 Ministri, di cui 21 uomini e 21 donne. Ma solo perché “42” è la risposta alla «Domanda Fondamentale sulla Vita, sull’Universo e Tutto quanto».

Intanto, ci informa Euronews che Andrij Melnyk, ambasciatore di Kiev in Germania, lascerà Berlino a causa di «una gaffe sull’Olocausto». Il diplomatico ha infatti difeso Stepan Bandera, sostanzialmente il più celebre nazista d’Ucraina, che collaborò anche con Adolf Hitler.

Il fatto in sé è quello che è, ma colpisce pure che vari media lo abbiano derubricato a semplice gaffe. Verrebbe da chiedersi se avrebbero utilizzato lo stesso termine qualora la stessa sciocchezza l’avesse detta, per esempio, la leader di FdI Giorgia Meloni. Ed è perché siamo convinti di conoscere la risposta che il “Bamba della settimana”, stavolta, non può che andare al giornalismo italiano.

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Nucleare e gas naturale, luce verde dall’Europarlamento: e l’Italia?

Per l’Aula comunitaria l’atomo e il gas naturale sono energie “green”: e l’Italia cosa aspetta a sbarazzarsi di retaggi e veti ideologici, anche per quanto riguarda le trivelle?

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Centrale nucleare in Francia
Centrali nucleari in Francia

Da www.romait.it

Il Parlamento Europeo ha stabilito che il nucleare e il gas naturale possono essere considerati energia green. Una decisione che potrebbe sbloccare miliardi di investimenti (anche privati), ma al contempo ha suscitato le reazioni isteriche degli ecocatastrofisti. A ulteriore conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che come provvedimento è assolutamente dignum et iustum.

Centrale nucleare in Francia

Nucleare e gas naturale sono fonti di energie green

Come riporta la CNN, l’Europarlamento, in uno dei suoi (rari) momenti di assennatezza, ha votato per inserire gas e nucleare nella «tassonomia Ue» delle fonti sostenibili. Più precisamente, scrive Il Sole 24 Ore, ha bocciato a larga maggioranza una risoluzione finalizzata a respingere il programma targato Commissione Europea.

La sostanza non cambia: il progetto dell’esecutivo comunitario, che mira anche a combattere il greenwashing, ha avuto – è il caso di dirlo – luce verde. E quindi potrà proseguire il suo iter, con buona pace delle lobby ambientaliste. Sempre piuttosto lente a comprendere che l’atomo è un atout, una fonte sicura che oltretutto, come ricorda la Reuters, non produce CO2.

Basta retaggi e veti ideologici

In Italia ne sappiamo più di qualcosa, e non solo per via dello scellerato referendum che nel 2011 bloccò il nucleare autoctono. L’altro corno del dilemma, infatti, è il metano, di cui il nostro Paese abbonda, come ha certificato mesi fa il (PiTESAI). Il “Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee” elaborato dal Ministero della Transizione ecologica, che Panorama definì la «mappa dei tesori del sottosuolo» nostrano.

Le stime del Dicastero guidato da Roberto Cingolani parlano di 350 miliardi di metri cubi di gas naturale (tra riserve potenziali ed effettive). Che però non si possono estrarre a causa dei veti ideologici contro le trivelle imposti soprattutto (ma non solo) dal M5S. Un’opposizione preconcetta e pretestuosa destinata a costarci altri 8 miliardi in due mesi, secondo i calcoli del Messaggero perfidamente rilanciati dal leader italovivo Matteo Renzi.

Ci è arrivata anche Bruxelles – o meglio Strasburgo, quindi è ufficiale: a dover fare un salutare bagno di realtà, ormai, è rimasto solamente il Belpaese. Ahinoi.

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Europa, se questo è il momento di pensare a caricabatterie e quote rosa…

Mentre infuriano guerra e crisi energetica (di cui è in parte responsabile), la Ue vara due provvedimenti puramente ideologici, dunque slegati dalla realtà: visto il suo strano senso delle priorità, esattamente allora a cosa serve?

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L'Europa a pezzi
L'Europa a pezzi

Da www.romait.it

Casomai qualcuno avesse avuto dubbi in merito, l’Europa ha confermato ancora una volta di avere un particolarissimo senso delle priorità. Mentre infatti infuriano la guerra in Ucraina e la crisi energetica (a cui essa stessa ha parzialmente contribuito), le istituzioni comunitarie hanno varato due provvedimenti. Entrambi fortemente politicizzati, rectius completamente slegati dalla realtà.

L'Europa a pezzi
L’Europa a pezzi

Caricabatterie e quote rosa

C’è chi nei propri errori riesce a vedere un’occasione di crescita e maturazione, e poi c’è l’Europa. Incarnazione della proverbiale montagna che partorisce dei topolini, oltretutto scambiandoli nella sua atavica brevimiranza per clamorosi successi.

È accaduto così, per esempio, col famigerato European Green Deal. L’utopistico pacchetto per il clima che, come non ci stancheremo di ripetere, è il primo responsabile del caro bollette, che il conflitto russo-ucraino ha “semplicemente” aggravato.

Sulla sua scia si pone la decisione dell’Europarlamento di introdurre in tutto il Vecchio Continente il cosiddetto caricabatterie universale. Dall’autunno del 2024, riferisce Askanews, i cavi USB-C diventeranno lo standard per smartphone, tablet, videocamere e fotocamere digitali, e (con tempi più lunghi) computer.

Come precisa l’ANSA, l’intento è la riduzione dei rifiuti elettronici (con annessa «sostenibilità ambientale», qualunque cosa significhi), nonché un fantomatico «miglioramento dell’esperienza d’uso del consumatore». Di cui, soprattutto, in questo periodo storico, si sentiva proprio la necessità.

La misura fa il paio con l’accordo tra Commissione, Parlamento e Consiglio Europeo su un altro progetto salutato con fanfare e squilli di tromba. È la direttiva Women on Boards, che impone almeno il 40% di quote rosa nei Cda delle aziende comunitarie quotate in Borsa. Incluse, pare, le società private, su cui la Ue non dovrebbe avere voce in capitolo.

L’Europa delle ideologie

Questa disposizione, come tutte le quote di ogni colore, sacrifica merito e competenze sull’altare di caratteristiche che dovrebbero essere irrilevanti per qualsiasi impiego. E tuttavia fanno molto politically correct – che vuol dire che per definizione sono illusorie, pevò mandano in sollucchevo gli intelliggenti con-due-gi. Perché il problema, in fondo, è “solo” che i Ventisette sono proni alle peggiori ideologie.

Tutto questo fa sorgere spontanee almeno due domande. La prima, più pratica: qual è esattamente l’utilità di questa Europa? La seconda, più filosofica: ma perché Bruxelles non si fa mai i… cavoletti suoi?

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Ucraina e libertà d’espressione, il Corsera come la tanto esecrata Russia?

Il principale quotidiano italiano pubblica le liste di proscrizione dei nostri 007 (che smentiscono) su giornalisti, politici e influencer bollati come propagandisti filo-Putin: in realtà hanno “solo” opinioni non allineate col pensiero unico

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Libertà d'espressione, Ucraina
Bavaglio alla libertà d'espressione

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A quanto pare, adesso avere sulla guerra in Ucraina un’opinione non allineata col pensiero unico (nonché col Governo) significa essere ipso factofilo-Putin”. E dunque meritare di essere “attenzionati” dai servizi segreti italiani, come ha rivelato il Corriere della Sera. Venendo in realtà smentito dal Copasir (l’organo parlamentare che controlla l’operato dei nostri 007), che però contestualmente ha confermato l’esistenza dell’orwelliana inchiesta.

Libertà d'espressione, Ucraina
Bavaglio alla libertà d’espressione

Liste di proscrizione sulla guerra in Ucraina

“La rete della propaganda di Putin in Italia: influencer e opinionisti, dai social ai giornali”. Così il Corsera annunciava la diffusione del dossier «sulle forme di disinformazione e di ingerenza straniere, anche con riferimento alle minacce ibride e di natura cibernetica».

Un report costruito sulla base di «materiale raccolto» dal Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica, per gli amici Copasir. E corredato da quelle che Il Fatto Quotidiano non ha esitato a definire «foto “segnaletiche”» di giornalisti, politici, influencer, blogger accusati di essere “megafoni” di Mosca. I più celebri, probabilmente, sono il professor Alessandro Orsini, d’altronde già censurato dalla Rai, e il senatore ex pentastellato Vito Petrocelli.

Una vera e propria «lista di proscrizione», ha attaccato Piero Sansonetti, direttore de Il Riformista, aggiungendo che è una «vergogna per il giornalismo italiano». Parole analoghe a quelle del filosofo Massimo Cacciari, secondo cui, come riferisce Il Tempo, «siamo alla demonizzazione universale senza verifiche».

Un’indagine orwelliana

In realtà, il Presidente del Copasir Adolfo Urso ha disconosciuto l’elenco del principale quotidiano del Belpaese – e con esso la velina dell’intelligence. Però ha anche ammesso che «abbiamo attivato un’indagine alla fine della quale, ove lo ritenessimo, produrremo una specifica relazione al Parlamento». Un’indagine che, come puntualizza Sky TG24, è partita lo scorso 4 maggio.

Tale iniziativa richiama alla mente la psicopolizia di 1984 di George Orwell, apparendo orientata più che altro a comprimere il dibattito pubblico sul conflitto in Ucraina. Mettendo nel mirino chi si discosta dalla narrazione dominante per danneggiarne la reputazione, escluderne la voce dall’agone e magari troncarne la carriera. Non a caso, scrive Il Giornale, una fonte di Bruxelles ha affermato che «l’Ue non sanziona le persone per metterle a tacere ma per cambiare il loro comportamento».

Una sola domanda: alla luce di quanto esposto, in che modo esattamente la cosiddetta “civiltà occidentale” sarebbe diversa dalla tanto esecrata Russia?

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Gas, la Russia raddoppia gli introiti (ed ecco perché non è una sorpresa)

Con la guerra in Ucraina, Mosca fa registrare incassi record sul fronte dell’energia, non “malgrado”, bensì “grazie” alle sanzioni: sembra un paradosso, ma per prevederlo bastava conoscere le leggi del mercato

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Gas, Gasdotto di Gazprom
Gasdotto di Gazprom

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Dallo scoppio della guerra in Ucraina, la Russia ha ottenuto incassi record dalla vendita del gas e del petrolio. E questo non “malgrado”, bensì “grazie” alle misure punitive comminate dall’Occidente sotto dettatura degli Usa. Un fatto che sembra paradossale, ma che in realtà era prevedibilissimo: bastava conoscere anche solo in maniera rudimentale le leggi del mercato.

Gas, Gasdotto di Gazprom
Gasdotto di Gazprom

Incassi record per la Russia da gas e petrolio

Anche se non è mai bello dire “ve lo avevamo detto”, ve lo avevamo detto, e in tempi decisamente non sospetti. Perché non ci voleva certo la sfera di cristallo per intuire che le sanzioni euro-americane contro il Cremlino sarebbero risultate, come minimo, inefficaci. La vera notizia, semmai, è che si sono rivelate addirittura controproducenti.

Non solo, infatti, l’economia di Mosca non è affatto in ginocchio, ma gli introiti derivanti dall’energia sono addirittura aumentati tra gennaio e aprile 2022. Passando, come riferisce il Carnegie Endowment for International Peace, dai 2,5 trilioni di rubli del 2021 ai 4,77 trilioni dell’anno in corso (oltre 68 miliardi di euro). Una cifra che corrisponde a metà della previsione di gettito per tutto il 2022 (pari a 9,5 trilioni), incamerata in soli quattro mesi.

Per la fine dell’anno, scrive l’ANSA, Anton Siluanov, Ministro delle Finanze di Vladimir Putin, si aspetta 1 trilione di rubli di maggiori entrate da gas e petrolio. E, ironicamente, una ricerca del Center for Research on Energy and Clean Air ha evidenziato come siano raddoppiati i ricavi di marca europea relativi ai combustibili fossili. E non è l’unico contributo del Vecchio Continente – e degli Stati Uniti.

Il contributo dell’Occidente

La spiegazione di questo surplus è estremamente semplice. I tentativi di isolare finanziariamente lo Zar hanno fatto impennare i costi dell’energia, per esempio quintuplicando il prezzo del gas, come rileva La Verità. Che, en passant, ricorda anche l’atteggiamento ambiguo del Presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Il quale, mentre tuona contro le euro-importazioni da Mosca, evita accuratamente di mettere a rischio il metanodotto russo che attraversa il proprio Paese (e le relative royalties).

Per quanto riguarda invece il petrolio, Oil Price puntualizza che un impatto sui conti russi sarebbe possibile solo se si riducesse la dipendenza globale dall’oro nero. Il problema però è che Bruxelles insiste a voler raggiungere l’obiettivo con piani utopistici come il Green Deal o il REPowerEU. Che, incidentalmente, sono una manna per la Cina che, come spiegavamo, ha il monopolio di tutte le materie prime necessarie ad applicare l’ideologica transizione ecologica.

Tutto questo, peraltro, crea un circolo vizioso, perché Paesi come quello del Dragone (ma anche l’India) godono di forti incentivi per acquistare il petrolio russo a prezzi scontati. Perché, a quanto pare, c’è pure chi non è… NATO ieri.

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Ucraina, doppio allarme (anche) dagli Usa sull’invio di armi a Kiev

In Italia è un problema principalmente politico, a Washington ha risvolti più pratici: gli Stati Uniti temono di restare sforniti in caso di nuovi conflitti, oltre a sospettare dei trafficanti nel Paese di Zelensky

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Soldati in Ucraina si esercitano con missili Javelin forniti dagli Usa
Soldati ucraini si esercitano con missili Javelin forniti dagli Usa

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A quanto pare, la questione dell’invio di armi in Ucraina non è un problema solo italiano. Anche negli Stati Uniti, infatti, è stato lanciato un (doppio) allarme che ruota intorno al sostegno militare allo Stato guidato da Volodymyr Zelensky. Per quanto, rispetto al Belpaese, i timori yankee abbiano dei risvolti decisamente più concreti.

Soldati in Ucraina si esercitano con missili Javelin forniti dagli Usa
Soldati ucraini si esercitano con missili Javelin forniti dagli Usa

L’invio delle armi in Ucraina

La vexata quaestio dei rifornimenti bellici all’Ucraina agita dunque Washington almeno tanto quanto Roma. La differenza sostanziale è che da noi il dibattito è connotato principalmente in modo, per così dire, metafisico. In parte perché, come ricorda Il Fatto Quotidiano, l’elenco dei «mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari» destinati all’esercito gialloblu è stato secretato. In parte per via delle possibili (ma poco probabili) ripercussioni sull’esecutivo del Premier Mario Draghi.

Peraltro, è interessante come le fibrillazioni nella maggioranza non siano solamente inter-partitiche, ma anche intra-partitiche. Come infatti sottolinea Sky TG24, da un lato il ricostituito asse Lega-M5S chiede sempre più insistentemente di «parlare di pace, non solo di armi». Dall’altro la linea filo-governativa suscita dubbi crescenti in Pd e Forza Italia, col leader azzurro Silvio Berlusconi che non ha lesinato critiche a Usa e NATO.

Anche Oltreoceano, intanto, sono echeggiate delle “sirene di guerra”, però piuttosto differenti: perché oltre al carattere metaforico, ne hanno pure uno parecchio pratico.

Doppio allarme dagli Usa

Il primo campanello lo ha suonato il Washington Post a proposito dell’impossibilità di tracciare gli equipaggiamenti giunti in Ucraina. Paese definito un centro del traffico d’armi, le quali rischiano dunque di finire in mano ai contrabbandieri anche a causa della scarsa presenza americana in loco.

Poi, come riferisce France24, hanno rincarato la dose, in maniera bipartisan, due deputati statunitensi, il democratico Adam Smith e il repubblicano Mike Rogers. Entrambi membri di spicco del “Comitato Forze Armate” della Camera, hanno lanciato un forte monito sull’urgenza di ricostituire l’arsenale autoctono. Avvisando contestualmente che per raggiungere l’obiettivo potrebbero volerci anche quattro o cinque anni.

I motivi di quest’improvvisa carenza sono molteplici. Quelli aviti sono dovuti alla (relativa) bassa produzione dell’industria bellica, a sua volta legata al fatto che gli operai, presi «da Starbucks», non hanno le necessarie competenze. La causa contingente, invece, riguarda l’eccessivo numero di armamenti dislocati all’estero, in particolare proprio dalle parti di Kiev.

Per fare un esempio, un esperto ha calcolato che «realizziamo circa 800 Javelin [missili anticarro, N.d.R.] all’anno», ma «ne abbiamo mandati circa 5.500 in Ucraina». Col pericolo che le riserve a stelle e strisce risultino insufficienti in caso di nuovi conflitti, magari con Corea del Nord, Iran o Cina.

Insomma, pare che, come spesso gli capita, Sleepy Joe Biden abbia nuovamente fatto malissimo i suoi conti. Soprattutto perché, come scrivevamo, prima o poi la propaganda cede sempre il passo alla realtà.

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Ucraina, se il gas russo esce dalla porta e rientra dalla finestra…

L’Europa in generale, e l’Italia in particolare cercano alternative all’energia di Mosca, ma è una “perfetta illusione”. Il nostro Governo, per esempio, si sta rivolgendo a Stati come Algeria e Congo: che però…

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Gas russo, Ucraina
Gas russo

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Test per l’esame di giornalismo sulla guerra in Ucraina e l’impegno del Vecchio Continente in generale, e dell’Italia nello specifico, per affrancarsi dall’energia della Russia. Il candidato consideri che:

Gas russo, Ucraina
Gas russo

a) Secondo China Dialogue, «l’Europa si sforza di far terminare la dipendenza dal gas russo» cercando di variare le fonti, con particolare riferimento al (costosissimo) GNL.

b) A tal proposito, Bloomberg ha svelato la bozza di un piano della Commissione Ue, da realizzare in otto anni al modico prezzo di 195 miliardi di euro.

c) Intervistata dal Corsera, Roberta Metsola, Presidente dell’Europarlamento, ha affermato che la crisi potrebbe essere sfruttata per «creare l’Unione dell’energia». Avvertendo che «ci vogliono leadership e decisioni difficili. Ma non ho dubbi che l’Italia possa essere il leader necessario per questo».

L’Italia, la guerra in Ucraina e l’autonomia dal gas russo

d) Frattanto, come riferisce l’ANSA, a Washington il Premier Mario Draghi è stato elogiato da Joe Biden per i tentativi di ottenere l’autonomia energetica da Mosca.

e) Lo stesso concetto, come riporta Dire, lo ha espresso Roberto Cingolani, Ministro della Transizione ecologica. Ricordando che «nelle ultime settimane abbiamo diversificato in modo sostanziale le forniture di gas e GNL su 7 Paesi che insistono prevalentemente sulla regione africana». Tra i quali, rileva Teleborsa, spiccano l’Algeria, per quanto concerne il metano, e il Congo, per quanto riguarda il gas naturale liquido.

f) In effetti, La Repubblica rimarca che, quando l’Ucraina ha ridotto i flussi dalla Russia, il Belpaese ha retto anche grazie al maggior contributo di Algeri.

g) Tuttavia, come evidenzia La Verità, il 25% dei profitti derivanti dall’estrazione del gas di Brazzaville sono garantiti a LUKoil, secondo colosso russo dopo Gazprom. E, come aggiunge France24, in settimana Sergej Lavrov, Ministro degli Esteri di Mosca, è andato in Algeria per rafforzare la partnership tra i due Stati.

Ciò posto, il candidato ha cinque secondi per stabilire se quella dell’euro-emancipazione dal Presidente russo Vladimir Putin non sia che una “perfetta illusione”.

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Guerra, un monito per l’Occidente che ignora (colpevolmente) l’Africa

Il conflitto tra Russia e Ucraina ha scatenato una crisi alimentare gravissima nel grande dimenticato, il Continente Nero: spingendolo sempre più tra le braccia di Mosca (e della Cina)

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La guerra in Ucraina aggrava la crisi alimentare in Africa
La guerra in Ucraina sta aggravando la crisi alimentare in Africa

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Diversi addetti ai lavori considerano la guerra ai confini dell’Europa orientale un conflitto tra Russia e Stati Uniti – che lo combattono per interposta Ucraina. Nessuno però tiene conto del fatto che il quadro geopolitico include un terzo, importantissimo attore. La cui esclusione dallo scacchiere internazionale potrebbe costituire un gravissimo problema.

La guerra in Ucraina aggrava la crisi alimentare in Africa
La guerra in Ucraina sta aggravando la crisi alimentare in Africa

La grande dimenticata della guerra

Nel contesto del conflitto russo-ucraino, che vari commentatori (come Avvenire) ritengono una guerra combattuta per procura da Washington contro Mosca, c’è una grande dimenticata. Si tratta dell’Africa che, come ricorda France24, sta affrontando una crisi alimentare gravissima.

Molti Paesi, infatti, importano dalle due Nazioni belligeranti fino al 50% del grano, il cui prezzo (come quello del carburante) ha subito una drammatica impennata. Tanto che il Fondo Monetario Internazionale ha lanciato l’allarme sul rischio di esplosione delle tensioni sociali, soprattutto nelle Regioni subsahariane. Anche se, precisa Afd, i rincari stanno mettendo in ginocchio allo stesso modo Stati ricchi come l’Egitto e la Nigeria.

Uno scenario che, secondo il Time, deve costituire un monito per l’intero Occidente, perché sta spingendo sempre più il Continente Nero tra le braccia della Russia. Basti pensare che quando, tra marzo e aprile, l’Onu ha messo al voto due mozioni di condanna a Mosca, numerosi rappresentanti africani si sono opposti.

Le partnership dell’Africa con Russia e Cina

A fine aprile, inoltre, come riferisce l’Agi il Camerun ha firmato un accordo di cooperazione militare col Cremlino. Il quale, soprattutto negli ultimi anni, ha dispiegato in almeno 19 Stati africani contractors privati, per garantire sicurezza in cambio di licenze di estrazione delle vastissime risorse naturali.

Paradossalmente, però, questo neo-colonialismo sembra essere molto più tollerato dell’originario, che ancora suscita forti sentimenti anti-occidentali (e segnatamente anti-francesi nella parte ovest del Continente Nero). Una situazione che avvantaggia anche la Cina, che ha a sua volta interessi economici in Africa, tanto da esserne diventata il maggior investitore dal 2010 a oggi.

D’altronde l’asse di ferro tra Pechino e Mosca è arcinoto, e non solo per gli stretti rapporti tra i Presidenti Vladimir Putin e Xi Jinping. Probabilmente sono invece meno note le sue ramificazioni. A partire dal “Sistema di Trasmissione dei Messaggi Finanziari” (SPFS), un meccanismo per i pagamenti alternativo al circuito internazionale SWIFT – da cui Mosca rischia l’esclusione. Nonché dalla New Development Bank, l’istituto finanziario dei BRICS (l’associazione delle maggiori economie emergenti formata dai due giganti assieme a Brasile, India e Sudafrica).

Asse tra Vladimir Putin e Xi Jinping
Asse tra Vladimir Putin e Xi Jinping

Queste partnership si estendono, tra l’altro, fino ai mercati africani, in virtù dell’alleanza con l’African Continental Free Trade Area (AfCFTA). E sono le chiavi dello Zar per aggirare, o almeno attenuare l’impatto delle sanzioni imposte da Usa e Ue. Alla luce di tutte queste considerazioni, sicuri che continuare a ignorare il Continente Nero sia una buona idea?

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Mondo

Bamba della settimana, arrivano dall’estero i tre “casi amari” del momento

Per la nuova puntata dell’anti-premio ideato da Vittorio Feltri sono state selezionate delle gaffe da oltreconfine: che non provengono solo dall’Europa, ma anche, anzi soprattutto dagli Usa

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Bamba della settimana
Bamba della settimana

Da www.romait.it

Torna il “Bamba della settimana”, l’anti-premio ideato dall’attuale direttore editoriale di Libero Vittorio Feltri come ironico omaggio al meglio del peggio del recente passato. Per l’occasione sono stati selezionati tre casi che arrivano tutti da oltreconfine, se non da oltreoceano. E che, curiosamente ma provvidenzialmente, non hanno pressoché nulla a che fare – se non, forse, in modo tangenziale – con la guerra in Ucraina.

Bamba della settimana
Bamba della settimana

Un caso hors catégorie

È dunque dominata dagli affari esteri la nuova edizione del “Bamba della settimana”. Che però, come da tradizione, si apre con una vicenda contrassegnata come hors catégorie per non falsare la surreale competizione. Ed è una vicenda “autoctona”, imbarazzante soprattutto per i (numerosissimi) organi di stampa che l’hanno rilanciata.

Ci riferiamo all’annuncio della morte del procuratore Mino Raiola, in realtà vivo e vegeto, ancorché ricoverato in gravi condizioni all’ospedale San Raffaele di Milano. Un episodio per commentare il quale è sufficiente il furibondo cinguettio del diretto interessato.

La nuova edizione del “Bamba della settimana”

A proposito di Twitter, ci informa l’Adnkronos che una vecchia conoscenza dell’Italia come Carola Rackete si è detta pronta a chiudere il proprio profilo. «Soprattutto» ha aggiunto l’ex capitano della Sea Watch 3, «ora che Elon Musk prenderà il controllo della piattaforma». Probabilmente perché non la può speronare.

Se comunque la boutade della “piratessa” si può derubricare a megalomania, più seria è la (ennesima) gaffe, stavolta doppia, di Joe Biden. Che, come riporta Fox News, nel chiedere al Congresso americano ulteriori finanziamenti per Kiev anzitutto ha fatto strame del termine “cleptocrazia”. E poi, come si vede nel sottostante video del Telegraph, ha parlato degli «sforzi per accogliere [accommodate] gli oligarchi russi». In realtà voleva dire “hold accountable” (considerare responsabili), come precisa il sito ufficiale della Casa Bianca, su cui è perfettamente visibile la cancellazione della parola incriminata. Peccato non si possa eliminare con un tratto di penna (virtuale o meno) anche la figuraccia.

Tuttavia, anche se sembra incredibile, non è questo il peggior epic fail degli ultimi sette giorni di Sleepy Joe. Il quale, come riferisce il New York Post, aveva chiamato Emmanuel Macron per congratularsi con lui per la rielezione a Presidente della Francia, ma era occupato. No, non il telefono, proprio Macron.

Uno schiaffo decisamente più doloroso anche di quello di Will Smith. E che vale tutto il “Bamba della settimana”.

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Mondo

Gas, la mossa della Russia e l’incubo dello… zero in condotta

Gazprom interrompe le forniture a Polonia e Bulgaria per non aver pagato il metano in rubli. Intanto l’Europarlamento invoca un embargo sull’energia di Mosca, ma l’Ue è ancora spaccata

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Gas, Gasdotto di Gazprom
Gasdotto di Gazprom

Da www.romait.it

Da ieri, mercoledì 27 aprile, la Russia ha chiuso i rubinetti del gas a Polonia e Bulgaria, “colpevoli” di non aver saldato i conti in rubli. Ennesimo “effetto collaterale” della guerra in Ucraina, che le istituzioni comunitarie non hanno minimamente gradito. Solo che, as usual, tra il dire e il fare c’è di mezzo il proverbiale mare.

Gas, Gasdotto di Gazprom
Gasdotto di Gazprom

La guerra del gas

Mosca ha dunque aperto un nuovo fronte del conflitto con Kiev – e non poteva essere che sul metano. Come infatti riporta l’ANSA, Gazprom ha annunciato di aver completamente sospeso le forniture a Polonia e Bulgaria, finché non saranno effettuati i versamenti in moneta locale. Inoltre, in caso di prelievo non autorizzato di gas destinato a Paesi terzi, il gigante pietroburghese ha avvisato che i flussi di transito verranno ridotti di un ammontare analogo.

Un’iniziativa che, come riferisce Il Fatto Quotidiano, Varsavia e Sofia hanno bollato come «ricatto», seguite a ruota da Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea. Mentre Roberta Metsola, numero uno dell’Europarlamento, ha invocato «l’immediato embargo paneuropeo sulle forniture energetiche controllate dal Cremlino».

Peccato che, come al solito, l’Europa frigni ma non abbia delle soluzioni che non corrispondano a un libro dei sogni. Basti pensare che la Germania da quest’orecchio sanzionatorio non ci sente, ma anche che, come scrivevamo, l’alternativa al metano russo, il gnl, è poco e costosissimo.

La Russia ha il coltello dalla parte del manico

Il problema di fondo, però, è che Bruxelles (per usare un gioco di parole) non ha ben chiaro nemmeno quale sia il problema. Perché probabilmente è vero, come ha affermato il Premier bulgaro Kiril Petkov, che modificare unilateralmente «le modalità di pagamento rappresenta una grave violazione del contratto». Ma resta il fatto che è la Russia che ha il coltello dalla parte del manico, o meglio il gas dalla parte dei giacimenti.

Non a caso Dmitrij Peskov, portavoce del Cremlino, ha dichiarato che «se qualcuno rifiuta di pagare con il nuovo sistema, sarà attuato il Decreto» del Presidente Vladimir Putin. E, aggiunge TGCom24, il Presidente della Duma Vjačeslav Volodin ha ipotizzato di estendere il blocco «ai Paesi ostili che si rifiutano di pagare il carburante in rubli». E tra le Nazioni considerate ostili, come ricorda Il Messaggero, figura anche l’Italia.

Inoltre, a ulteriore conferma delle ataviche divisioni nell’Ue, una fonte vicina a Gazprom ha confidato a Bloomberg che quattro acquirenti hanno già saldato il conto in rubli. E altri dieci Stati hanno aperto conti correnti presso Gazprombank, l’istituto intermediario che converte le valute estere per soddisfare le condizioni imposte dallo Zar.

Alla fine, insomma, al netto di alcune smentite sembrerebbe essere sempre un discorso di realpolitik. A cui le questioni di principio, a quanto pare, cedono puntualmente il passo, soprattutto di fronte all’incubo di uno… zero in condotta.

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Mondo

Guerra e propaganda, la clamorosa smentita del Ministro ucraino Kuleba

Il titolare degli Esteri di Kiev non conferma la versione americana sull’inabissamento dell’incrociatore russo Moskva. E non è l’unico caso di “propaganda bifronte”, come denuncia da tempo Toni Capuozzo

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Dmytro Kuleba, guerra ucarina
Il Ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba

Da www.romait.it

La guerra in Ucraina, tra le altre cose, ha creato due tifoserie contrapposte, ognuna manicheamente convinta che il Male alberghi presso la controparte. Eppure, in un contesto militare le zone grigie sono infinitamente più numerose di quelle bianche e nere. Come dimostra anche il clamoroso sviluppo sull’incrociatore russo Moskva, recentemente colato a picco nel Mar Nero.

Dmytro Kuleba, guerra ucarina
Dmytro Kuleba

Kuleba smentisce il Pentagono

Ha destato molto scalpore, nei giorni scorsi, l’affondamento della nave ammiraglia della flotta della Russia, sulle cui cause c’è stata fin dall’inizio una forte incertezza. Come infatti riportava il Corsera, il Cremlino aveva attribuito a un incidente l’esplosione fatale, e a una tempesta il successivo inabissamento dell’unità al largo di Odessa. Per contro, come scriveva Sky TG24, il colonnello Maksym Marchenko, Governatore della Regione, aveva sostenuto la tesi di un attacco di Kiev con missili Neptune. Tesi poi avallata e rilanciata ufficialmente dal Pentagono, oltre che – ça va sans dire – dalla (quasi) totalità dei media mainstream.

In un secondo momento, però, il Ministro degli Esteri dell’Ucraina Dmytro Kuleba ha rilasciato un’intervista esclusiva a France24. Durante la quale, a domanda diretta dei cronisti transalpini, il diplomatico si è rifiutato di confermare formalmente la versione made in Usa. Limitandosi a dichiarare che «la verità è che la nave ammiraglia si trova in fondo al Mar Nero».

Dal momento che per il Governo di Volodymyr Zelensky non avrebbe senso non rivendicare un simile successo, l’ipotesi più verosimile è che fosse un caso di “propaganda buona”. E potrebbe non essere affatto l’unico.

La guerra in Ucraina e la propaganda bifronte

«La propaganda ha una sola vittima: il giornalismo». Così parlò Toni Capuozzo a La Nuova Bussola Quotidiana, aggiungendo che «in guerra la prima cosa per chi fa informazione è quella di coltivare dubbi». E che «in un conflitto non ci si può permettere il lusso del tifo».

Il decano degli inviati di guerra, co-firmatario di un appello a rifuggire la semplicistica narrazione dominante, ha ricordato che la manipolazione bellica è bifronte. «Anche chi è aggredito ha bisogno della sua propaganda per convincere la comunità internazionale a sostenerlo».

Il popolare ex volto del TG5 ha citato tra l’altro la nota tragedia di Bucha, in cui non tutto sembra tornare. Per esempio, «in quella sfilata di corpi non c’è sangue», il che potrebbe significare che «hanno sparato a quei corpi quando erano già morti». Inoltre, alla liberazione della città il sindaco ha esultato senza fare alcun riferimento alla strage, di cui si è iniziato a parlare solo quattro giorni dopo.

«In guerra tutti fanno propaganda dalla propria parte» ha ribadito al Fatto Quotidiano il giornalista, le cui perplessità gli sono costate il marchio di filo-putiniano. Un’associazione aveva addirittura chiesto, forse in analogia con la censura della RAI contro Alessandro Orsini, che gli venisse revocato il “Premio Ischia Internazionale di Giornalismo”. L’istanza è stata cestinata dalla Fondazione che assegna il riconoscimento, non prima però di suscitare la replica, tra il serio e il faceto, del diretto interessato. Che ci aveva tenuto a precisare che «non erano frasi pro Putin. Pro ricerca della verità, piuttosto».

Verità che, già secondo Tito Livio, “soffre spesso”, soprattutto – aggiungiamo – quando c’è chi ne rivendica il monopolio. Verità che però, concludevano gli antichi Romani, alla fine “non muore mai”.

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