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Cronaca

I mezzi pubblici a Roma e il disastroso venerdì nero di Atac

Prima la Procura certifica i sabotaggi delle scale mobili, poi arrivano il black out e il treno guasto in galleria: e per salvare un disabile sono dovuti intervenire i vigili del fuoco.

Mirko Ciminiello

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Nella Capitale gira una battuta: che l’acronimo ATAC (la partecipata del Comune di Roma per i trasporti) sia in realtà un acrostico che significa “Arrivi Tardi A Casa”. Ma anche al lavoro, se si è particolarmente sfortunati – e se c’è in agguato un venerdì 13…

Dacci oggi il nostro guasto quotidiano, insomma. Anche se, a onor del vero, le 24 ore horribiles dell’azienda capitolina erano iniziate già da prima, con la chiusura delle indagini della Procura sugli incidenti alle scale mobili nelle due stazioni della metropolitana di Repubblica (il 23 ottobre 2018) e Barberini (lo scorso 21 marzo). Indagini che si sono chiuse con l’arresto di tre dipendenti Atac e dell’amministratore unico di Metroroma scarl, e con undici indagati: tutti accusati di frode nelle pubbliche forniture e di lesioni personali colpose gravi.

Durissimo il gip Massimo Di Lauro, che nella sua ordinanza ha parlato di una «indegna gestione degli impianti» e di un totale disinteresse per la manutenzione. Come ha amaramente commentato il Procuratore Aggiunto per i reati contro la pubblica amministrazione Paolo Ielo: «L’importante era che i treni andassero e che le stazioni rimanessero aperte, anche a scapito della sicurezza».

In effetti, gli indagati non solo avevano falsificato i libretti di manutenzione, ma erano arrivati addirittura a manomettere i freni delle scale mobili, bloccandone il cuneo con delle fascette di plastica: questo per evitare che entrassero in funzione in caso di problemi minori che avrebbero però aumentato le spese a carico della società di manutenzione Otis.

In tutto ciò, il sindaco di Roma Virginia Raggi ha perso l’ennesima occasione per ricordarsi che il silenzio è d’oro, arrivando a vantarsi di aver interrotto «il contratto di manutenzione con la ditta privata». Come se lei non c’entrasse niente, come se fosse una vispa Teresa che grida a distesa “L’ho presa! L’ho presa!”, anziché un primo cittadino con la piena responsabilità oggettiva (come minimo) di quanto avviene sul territorio da lei amministrato. Ma ormai siamo abituati a vederla cadere sempre dal pero, perciò in fondo non ci aspettavamo le sue (doverose) scuse.

Ma i problemi erano appena iniziati. Di primo mattino, la stazione più importante della Capitale, Termini, è rimasta al buio per quasi due ore per un guasto all’impianto di illuminazione. Risolto il black out, un’avaria a un treno in una galleria della linea B ha bloccato mezza tratta per circa tre ore, con centinaia di passeggeri costretti a scendere dal convoglio e a percorrere a piedi i binari per raggiungere la fermata più vicina. Per salvare un disabile, la cui carrozzina non passava attraverso il corridoio di emergenza, sono dovuti intervenire i vigili del fuoco.

Insomma, una giornata da horror, e non solo per l’hashtag scherzoso (ma forse folgorante) con cui un deputato del M5S ha salutato la composizione definitiva del Governo rosso-giallo, in seguito alla nomina dei famigerati 42 sottosegretari/viceministri. Roma, in fondo, resta sempre la Capitale d’Italia, e ciò che vi accade riecheggia in tutto il mondo.

A proposito, in caso qualcuno se lo stesse domandando, ATAC significa “Azienda per i Trasporti Autoferrotranviari del Comune”. Un nome anticheggiante, benché in realtà piuttosto recente. Proprio come i mezzi pubblici gestiti dall’azienda. Ahinoi.

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

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Cronaca

Vicenza, deporta il figlio in Bangladesh “per salvarlo dalla cultura occidentale”

Il 12enne era il primo della classe e un campione di scacchi, e amava leggere. L’ultimo, disperato messaggio al vicino di casa: “Aiutami, mi hanno messo su un aereo per Dacca!”

Mirko Ciminiello

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Il baby-campione mentre riceve un trofeo vinto a un torneo di scacchi in Veneto. Foto dal sito di Avvenire

A soli 12 anni, era il primo della classe e un baby campione di scacchi, vincitore di vari tornei nel suo circolo locale. In più amava leggere, soprattutto classici d’avventura, da Jules Verne a Emilio Salgari a Jack London, ma anche autori più complessi come Edmondo De Amicis, Primo Levi o Anna Frank. Qualunque genitore sarebbe stato fiero di lui. Ma non i suoi. Non suo padre, un manovale originario del Bangladesh, che non poteva sopportare che quel ragazzino, nato e cresciuto nel Vicentino, a Montecchio Maggiore, stesse crescendo troppo “all’Occidentale”.

«Non lo riconoscevo più, mio figlio era diventato irrispettoso, non faceva ciò che gli veniva detto. Un giorno è arrivato a mettere in dubbio l’esistenza di Allah, un’altra volta mi ha insultato. Purtroppo, me l’hanno rovinato…». Queste le surreali parole con cui l’uomo ha spiegato l’assurda decisione di deportare Ahmed (nome di fantasia) a Dacca assieme alla moglie e agli altri due figli, di 11 e 3 anni. «Ho salvato lui e i suoi fratelli» ha confidato ai cronisti.

“Salvati” dall’influenza del vicino di casa, l’architetto Giancarlo Bertola, che aveva preso a cuore le sorti del piccolo, coetaneo di suo figlio, dopo aver saputo che era stato bocciato in prima elementare perché non sapeva una parola di italiano: era infatti rimasto sempre chiuso in casa, dove si parlava solo la lingua materna.

«Ho proposto ai genitori di aiutarlo nei compiti» ha ricordato Bertola. «Lui e il fratellino hanno preso a studiare regolarmente a casa mia, li portavo al cinema, un gelato in piazza, una pizza in compagnia». Intelligente, avido di conoscenza, Ahmed ha imparato benissimo l’italiano, tanto che in quinta elementare è stato promosso con il massimo dei voti.

E poi gli scacchi. Un’idea nata per caso, dalla constatazione che i due ragazzini non facevano alcuno sport. «È diventato un asso» ha raccontato ancora l’architetto. «Vinceva trofei al circolo locale ma non voleva portarli a casa per paura del papà».

L’uomo considerava quel passatempo una perdita di tempo, e Bertola l’origine di tutti i mali: «Quell’uomo gli ha fatto il lavaggio del cervello: ha plagiato mio figlio» la sua accusa.

Il manovale vedeva poi con preoccupazione il desiderio di Ahmed di proseguire gli studi, forse addirittura di laurearsi. Per lui, finita la scuola dell’obbligo il ragazzo avrebbe subito dovuto iniziare a lavorare. A nulla era valso l’intervento di Bertola, che su richiesta del bambino aveva spiegato ai suoi genitori che studiando avrebbe guadagnato di più: «Come risultato gli hanno vietato di uscire. A scuola andava scortato dal padre o dallo zio».

Unico contatto con l’esterno il telefonino, con cui il teenager riferiva all’amico architetto delle minacce di morte ricevute dal padre, delle percosse confessate anche nei compiti in classe. «Quando ritorno a casa, loro mi picchiano» aveva scritto a maggio. E pochi mesi dopo, a settembre, il dodicenne si era sfogato in un altro tema: «Lui ha iniziato a picchiarmi sulla testa, sulle braccia, sulla mascella e sulla schiena», e sua madre non aveva fatto nulla per difenderlo.

Alla fine erano intervenuti gli assistenti sociali, e al manovale dev’essere sembrata l’ultima goccia. Per questo ha strappato suo figlio alla vita che amava – oltretutto con l’inganno. «Aiutami, mi hanno detto che mi portavano dal medico e invece mi stanno portando in Bangladesh» è l’ultimo, disperato messaggio che Ahmed è riuscito a inviare a Bertola usando di nascosto il cellulare della madre. Era il 24 ottobre scorso, e l’adolescente si trovava già a Dubai.

Poi il silenzio. Un silenzio che però, dopo settimane, è stato interrotto per un attimo, pochi brevi istanti in cui i suoi amichetti sono riusciti a chiedere ad Ahmed quando sarebbe tornato. «Ha risposto forse tra 5 mesi, così sarà di nuovo bocciato… Altrimenti, ha scritto, a 18 anni e un giorno».

Bertola però non si rassegna. Ha scritto una lettera accorata all’attenzione del Ministro degli Esteri Luigi Di Maio e del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e ha esortato l’ambasciata italiana di Dacca a fare «tutto il possibile per riportare a casa lui e suoi fratellini».

Appelli che condividiamo di tutto cuore. Perché non si dovrebbe mai spegnere la luce della speranza. Soprattutto se è la speranza di un bambino.

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Cronaca

Salute, scoperta la molecola anti-Alzheimer che “ringiovanisce” il cervello

Un anticorpo individuato da ricercatori italiani favorisce la nascita di nuovi neuroni, bloccando la malattia nelle sue prime fasi: ora si potranno studiare nuove terapie

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito dell'ANSA

Una delle principali chimere da sempre inseguite dall’umanità, soprattutto nella fase del predominio alchemico, è certamente l’eterna giovinezza. Un elisir, una sostanza, un manufatto in grado di donare l’immortalità o riportare al vigore della gioventù sono stati ricercati per secoli: eppure, malgrado tutti gli sforzi, sono rimasti materia per opere letterarie come Harry Potter e la pietra filosofale, o cinematografiche come Pirati dei Caraibi – Oltre i confini del mare, quarto capitolo della saga che ha per protagonista Johnny Depp nei panni dell’iconico filibustiere Jack Sparrow.

Dove però non poté l’esoterismo, si sta forse avvicinando la scienza: è stata infatti annunciata una scoperta sensazionale, che potrebbe avere ripercussioni importantissime sulla cura di patologie neurodegenerative come l’Alzheimer. Una scoperta operata da un team italiano, coordinato da tre scienziati della Fondazione EBRI (l’European Brain Research Institute, fondato a Roma da Rita Levi Montalcini) in collaborazione con il CNR, la Fondazione IRCCS Santa Lucia, la Normale di Pisa e l’Università Roma Tre.

Lo studio, pubblicato sulla rivista specialistica Cell Death & Differentiation (una sorta di spin off di Nature), si è concentrato su un particolare anticorpo di nome scFvA13-KDEL, per gli amici A13: si tratta di una molecola in grado di favorire la neurogenesi, cioè la nascita di (nuovi) neuroni, un processo che di norma dura tutta la vita ma diminuisce drammaticamente se insorgono malattie come, appunto, l’Alzheimer.

In questa specifica sindrome, la colpa di tale crollo è di una proteina chiamata β-amiloide, responsabile della formazione di aggregati tossici (gli Aβ oligomeri) che si accumulano nelle cellule staminali neurali (i precursori dei neuroni), impedendo alle nuove cellule cerebrali di venire al mondo: come dei kamikaze fisiologici specializzati nella macabra soppressione dei nuovi virgulti.

Gli scienziati dell’EBRI, però, hanno interrotto questo meccanismo perverso introducendo l’anticorpo A13 direttamente nel cervello di topi geneticamente modificati dell’età di un mese e mezzo: periodo considerato prodromico rispetto all’accumulo degli Aβ oligomeri, benché non si manifestino ancora i sintomi della neurodegenerazione. In tal modo, gli studiosi sono riusciti a recuperare quasi del tutto i deficit causati dalla fase iniziale della malattia di Alzheimer, ottenendo in pratica il “ringiovanimento” del cervello.

Certo, si tratta solo di un primo stadio, e l’eventuale traslazione dei trials clinici dalle cavie all’uomo richiederà ancora anni. Per la prima volta, però, è stato possibile neutralizzare i “terroristi biologici” prima che infliggessero danni irreversibili all’organismo.

La ricerca apre quindi la strada a nuove strategie per diagnosticare la malattia a uno stadio ancora molto precoce, nonché per studiare terapie che colpiscano gli Aβ oligomeri appena si formano dentro i neuroni. Donando forse una nuova speranza ai milioni di pazienti che in tutto il mondo lottano contro uno dei più terribili tra i morbi.

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Cronaca

Rifiuti Roma, la furia di Civitavecchia contro la Raggi. Commissariamento più vicino?

Il sindaco sceglie la cittadina tirrenica nonostante le proteste e la capienza limitata della discarica, e dalla Regione Lazio arriva l’ultimatum: “Se il Comune sarà ancora inadempiente, subentreremo noi”

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi e Nicola Zingaretti. Foto tratta dal sito dell'agenzia DIRE

C’è una cosa di cui bisogna dare atto al sindaco dell’Urbe Virginia Raggi: quando si tratta di non decidere e scaricare ad altri le proprie responsabilità, lei è decisamente la numero uno.

Magra consolazione per i Romani – e ora anche per Civitavecchia, scelta suo malgrado per smaltire l’immondizia capitolina normalmente destinata alla discarica di Colleferro che però, com’è ormai arcinoto, chiuderà dal 31 dicembre per un periodo di 4-7 giorni. La Raggi ha agito come primo cittadino della Città Metropolitana di Roma, firmando, come riferito dall’ente stesso, «un’ordinanza per consentire il conferimento da parte di Ama di ulteriori 1.000 tonnellate al giorno di rifiuti nell’impianto di discarica di Civitavecchia», per il tempo «strettamente necessario alla riapertura della discarica di Colleferro».

Una presa di posizione che ha mandato su tutte le furie l’intera classe politica della cittadina tirrenica, a partire dal sindaco leghista Ernesto Tedesco che è inviperito anche per quella che ha definito una mancanza di «deontologia amministrativa», avendo saputo tutto dalla stampa anziché dalla diretta interessata. «È inaccettabile» ha tuonato a favor di agenzie, «questa città non è la pattumiera di Roma. Raggi non può pensare di scaricare sulla nostra città la sua incapacità amministrativa».

Sulla stessa linea, non sorprendentemente, anche Fratelli d’Italia, così come, in maniera già più inattesa, Italia Viva: ma anche – e questo è decisamente più sbalorditivo – lo stesso gruppo consiliare del M5S in via della Pisana. Il vicepresidente del Consiglio della Regione Lazio, il pentastellato Devid Porrello, ha infatti ricordato che «la discarica di Civitavecchia non è in grado tecnicamente di accettare tutti i rifiuti che dovrebbero arrivare da Roma», oltre a stigmatizzare il comportamento del Campidoglio «perché il ricorso allo strumento dell’ordinanza da parte dell’ente metropolitano per risolvere i problemi del Comune di Roma denota una mancanza di rispetto per i territori che in questi anni si sono fatti carico della situazione rifiuti della Capitale».

Dal centrodestra locale varie voci hanno invocato il commissariamento «per l’emergenza rifiuti della Capitale e del Lazio»: ipotesi che ora potrebbe essere più vicina.

«Non possiamo consentire che la Capitale sia travolta da una gravissima emergenza igienico-sanitaria» è stato infatti l’ultimatum dell’assessore regionale ai rifiuti Massimiliano Valeriani. «Se non agisce la Raggi, agiamo noi» con i poteri sostitutivi, vale a dire con una nuova ordinanza che obblighi la giunta grillina a una serie di interventi, tra cui l’individuazione dei siti di stoccaggio. «La novità è che, se l’amministrazione capitolina questa volta sarà inadempiente, subentreremo noi» ha ammonito ancora Valeriani.

Prospettiva che, secondo indiscrezioni di stampa, potrebbe peraltro non essere così sgradita alla Raggi: la quale si toglierebbe parecchie castagne dal fuoco, potendo delegare – e, quindi, imputare – ad altri scelte che l’elettorato del MoVimento non accetterebbe mai di buon grado.

Il tutto mentre a gettare benzina sul fuoco ci ha pensato l’ennesimo servizio delle Iene, che ha colto gli operatori di Ama (la municipalizzata capitolina per i rifiuti) mentre, in orario di lavoro, fanno di tutto, dal fare la spesa al rifocillarsi in locali per la ristorazione, dal flirtare con le colleghe al giocare col telefonino, dal duplicare le chiavi di casa allo schiacciare un pisolino – tutto, tranne raccogliere la spazzatura.

Malgrado tutto, però, il difetto più grave resta nel manico, in quell’ignobile teatrino che la Raggi e Nicola Zingaretti farebbero bene a far cessare al più presto, dandosi piuttosto da fare per evitare lo scoppio di una crisi gravissima. Anche perché è vero che i Romani sono celebri per la pazienza. Ma, per quanto vasta essa possa essere, di certo non è infinita.

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Cronaca

Rifiuti Roma, continua lo scaricabarile tra Zingaretti e Raggi

Dal 31 dicembre, con la chiusura della discarica di Colleferro, sarà emergenza. Comune e Regione la smettano di fare i capricci e si impegnino per evitare la crisi

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi e Nicola Zingaretti. Foto dal sito dell'agenzia DIRE

Test per l’esame di giornalismo. A proposito dell’emergenza rifiuti che sta opprimendo (in tutti sensi) la Capitale, il candidato consideri che:

a) Il sindaco di Roma Virginia Raggi ha chiesto a Nicola Zingaretti di individuare urgentemente un sito in cui smaltire «circa 100 tonnellate al giorno di scarti di rifiuti».

b) Il Governatore del Lazio le ha risposto che «la legge prevede che devono essere l’amministrazione comunale o Ama a individuare il sito in cui conferire i rifiuti e la Regione, entro le sue competenze, qualora fosse necessario, a autorizzare il conferimento».

c) Sempre Zingaretti ha imposto la chiusura momentanea dell’impianto di Colleferro, che avverrà il prossimo 31 dicembre col rischio che l’Urbe venga letteralmente sommersa dall’immondizia.

d) Nel frattempo la Prefettura capitolina, d’intesa con la Regione, ha individuato un’area dove realizzare il centro di stoccaggio provvisorio dei rifiuti (probabilmente a Falcognana, sull’Ardeatina): ma il primo cittadino si ostina pervicacemente a opporsi, perché non vuole l’impianto sul territorio comunale – di più, nei comunicati ufficiali del M5S non appare mai la parola “discarica”.

e) Intanto la Raggi ha chiesto – e, pare, ottenuto – un incontro immediato col Ministro dell’Ambiente Sergio Costa al fine di scongiurare una «gravissima crisi». Resta il fatto che il piano regionale dei rifiuti impone che la città dei Sette Colli divenga autosufficiente in materia.

f) Costa ha sottolineato che la legge non gli consente «di commissariare Roma». Ma l’assessore regionale al ciclo dei rifiuti, Massimiliano Valeriani, ha ammonito il Campidoglio: «Se il Comune non individuerà nelle prossime ore soluzioni che gli competono per i compiti di raccolta e smaltimento, useremo i poteri sostitutivi per superare la loro inerzia».

g) Per tutta risposta, la Raggi ha annunciato di star «lavorando a un’ordinanza che autorizzi il conferimento di una maggiore quantità di rifiuti urbani nella discarica di Civitavecchia». Si tratterebbe comunque di una soluzione temporanea, «in attesa che la Regione indichi i siti definitivi per lo smaltimento dei rifiuti come previsto dalla normativa».

h) Per aggiungere al danno la beffa, i Romani pagano la Tari (l’imposta sui rifiuti) più alta del Lazio – e una delle più salate tra le grandi città. Anche perché la spazzatura della Capitale viene parzialmente smaltita in altre Regioni, o addirittura all’estero.

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da termini quali “ambulanza”, il fatto che, in mezzo a questo pandemonio, la Raggi non ha trovato di meglio da fare che cambiare, con criteri del tutto ideologizzati, la toponomastica della Città Eterna.

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Cronaca

Roma, la Raggi dà i numeri e De Sica la asfalta: “La città sembra Baghdad”

Benché la Capitale sia 76esima per qualità della vita, il sindaco è entusiasta del miglioramento. Ma il grande attore la riporta a una realtà che è del tutto diversa

Mirko Ciminiello

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Foto tratta da Funweek

Dice un vecchio adagio che la matematica non è un’opinione. Sarà, ma in politica è decisamente invalso l’uso di interpretare i numeri – soprattutto di quelli poco favorevoli -, pratica che riesce a relativizzare perfino ciò che maggiormente appare irrelativizzabile.

Un esempio è la classifica annuale sulla qualità della vita nei capoluoghi italiani, che vede Roma relegata al settantaseiesimo posto. Una posizione assai poco invidiabile, soprattutto se si considera che i capoluoghi in tutto sono 109.

Ma il sindaco della Capitale Virginia Raggi la pensa diversamente. Anzi, è addirittura entusiasta. «Lo scorso anno eravamo all’86esimo posto» ha infatti commentato via social. «Dai numeri si può intuire lo sforzo che stiamo facendo, ricostruendo una città dalle macerie».

Iniziativa comunque lodevole, anche omettendo il piccolissimo dettaglio che alle macerie ha contribuito – e non poco – la stessa giunta pentastellata. Però, se pure le cifre possono essere manipolate, la realtà sfugge invece a qualsiasi contraffazione. E la realtà capitolina è fatta di strade dissestate, traffico congestionato, trasporti pubblici esasperanti, raccolta dei rifiuti carente (sono tutti eufemismi).

«Roma è Baghdad dopo un bombardamento. Una città meravigliosa rovinata dalla maleducazione di alcuni Romani e dai politici che non se ne sono occupati e non hanno intenzione di occuparsene» si è sfogato per esempio un figlio del Campidoglio come Christian De Sica, aggiungendo di avere ormai difficoltà a vivere nella sua città.

Dichiarazioni che appaiono ancor più significative se si pensa che il grande attore ha anche collaborato con l’attuale amministrazione grillina, prestando il suo volto come testimonial in una campagna contro l’abbandono degli animali. Ciononostante, il primo cittadino va «avanti a testa alta».

Buon per lei, meno per i Romani. Perché l’avanzamento che fa tanto gongolare la Raggi potrebbe anche avere una spiegazione del tutto diversa: la Città Eterna infatti potrebbe  essere avanzata in graduatoria anche con un maggiore (o uguale) degrado, solo perché altri dieci comuni sono riusciti nell’impresa di fare peggio.

Un’ipotesi che, visto lo stato in cui versa l’Urbe, non può essere scartata a priori. E che fa pensare che, almeno per quanto concerne il dissesto stradale, il sindaco potrebbe risolvere parecchi problemi proprio prendendo esempio da De Sica: delle cui capacità asfaltatrici ha appena avuto – e sulla sua pelle – un saggio magistrale.

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Cancro al seno, da una ricerca Usa arriva una nuova speranza

Scoperto il meccanismo con cui un enzima “aiuta” la diffusione delle metastasi: lo studio apre la strada a nuovi farmaci che ne inibiscano l’azione

Mirko Ciminiello

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Cancro al seno. Photo credit: Università della California di San Francisco

Ogni tanto fa piacere essere latori di una buona notizia, soprattutto se riguarda una scoperta scientifica che potrebbe avere un impatto importante sulla cura di una delle peggiori malattie esistenti. Un team di ricercatori dell’Università di San Francisco ha infatti ricostruito, assieme ad alcuni colleghi israeliani, il meccanismo con cui si diffondono le metastasi del cancro al seno, aprendo così la strada allo sviluppo di nuove terapie anti-tumorali.

Il “colpevole” è un enzima chiamato MMP9 (sigla che sta per “Metalloproteinasi della matrice 9”), di cui era già noto il coinvolgimento nel processo di disseminazione neoplastica. In particolare, si sospettava che creasse all’interno dei singoli organi delle “nicchie metastatiche” in cui le cellule malate potessero nascondersi agli occhi del sistema immunitario: un po’ come un infiltrato che offra una base d’appoggio sicura a un kamikaze pronto a colpire – o, per gli appassionati di Star Trek, come un dispositivo di occultamento.

Lo studio, pubblicato sulla rivista “Life Science Alliance”, ha quindi preso in esame questo traditore biologico, il cui modus operandi è stato analizzato nei topi di laboratorio affetti da un sottotipo di carcinoma – il luminal B – caratterizzato da un’alta proliferazione. È stato così creato un particolare anticorpo (SDS3) destinato a riconoscere e attaccare solo la forma attiva dell’enzima – una sorta di marine addestrato a rintracciare e rendere innocuo unicamente il complice del tumore.

Si è così potuto appurare che l’inibizione di MMP9 blocca la crescita metastatica nei polmoni (gli organi su cui si erano concentrati gli sperimentatori), e favorisce la risposta immunitaria reclutando e attivando delle specifiche citotossine: che, in pratica, significa che SDS3 non solo lascia le metastasi prive di qualsiasi protezione, ma ingaggia anche i cecchini che andranno a distruggerle prima che possano colonizzare – e danneggiare – altri organi.

Questi dati potrebbero portare alla progettazione di moderne strategie anti-cancro volte a colpire specificamente l’enzima MMP9: in più, il fatto che l’anticorpo “si allei” col sistema immunitario suggerisce una curiosa eterogenesi dei fini, per cui un nuovo farmaco potrebbe permettere anche di superare la resistenza all’immunoterapia. Donando così una rinnovata speranza a milioni di malati in tutto il mondo. Cui auguriamo di tutto cuore, come avrebbe fatto il signor Spock, «lunga vita e prosperità»!

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Cronaca

Roma: vanno al lavoro e timbrando il cartellino scoprono il licenziamento

Mirko Ciminiello

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Andare al lavoro come ogni mattina, strisciare il proprio badge e scoprire solo così, in quel momento, di aver praticamente perso la propria occupazione. Succede anche questo al giorno d’oggi – e non succede nella Repubblica delle Banane, bensì nella Capitale d’Italia.

Protagonisti, loro malgrado, circa cinquanta dipendenti della Juwelo, società del gruppo Elumeo che opera nel settore delle televendite di gioielli. Pare che l’azienda sia recidiva, avendo già agito allo stesso modo nelle sedi estere del Regno Unito e della Thailandia.

Cancelli chiusi, tesserini disattivati, turni del personale cancellati dal sistema informatico. E poi l’improvviso invito a una riunione d’urgenza in un ristorante vicino, dove il Presidente della società Wolfgang Boye e l’Ad Tiziano Ricci hanno comunicato ai lavoratori l’imminente chiusura della sede romana, poiché non vi è più la disponibilità economica per il pagamento degli stipendi. Eventualità che i dipendenti sperano di riuscire a scongiurare attraverso un presidio.

Una storia di ordinaria assurdità in una Nazione che sta affrontando (senza riuscire a risolverle) crisi gravissime come quelle dell’ex Ilva, Alitalia e Whirlpool. Ma forse sono ancora più serie le condizioni di tante imprese medio-piccole – e per ciò stesso meno “appariscenti” -, che pure sono una colonna portante dell’economia. Realtà che non irromperanno mai nei titoli di giornali e televisioni, ma la cui agonia è lo specchio di quella che è forse la più profonda e la più preoccupante delle crisi.

A inizio anno, Unioncamere ha certificato che, su cinque nuove aziende medio-piccole, due sono costrette a chiudere entro il primo quinquennio di attività. Ma un Paese che non riesce a sostenere i suoi imprenditori, un Paese che non sa appoggiare chi può e vuole creare ricchezza – è un Paese che non ha futuro. Anche se nella sua Costituzione c’è scritto che è un Paese fondato sul lavoro. Requiem per un sogno.

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Cronaca

“Mafia Radicale”, arrestato membro del Comitato nazionale del partito della Bonino

Antonello Nicosia sfruttava i ruoli in politica per fare da tramite tra boss al 41 bis e cosche. Chiamava Messina Denaro “Primo Ministro” e insultava Falcone: “sua morte un incidente sul lavoro”

Mirko Ciminiello

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Foto tratta dal sito di AgenPress

Definiva la morte di Giovanni Falcone nella Strage di Capaci «un incidente sul lavoro», e chiamava la primula rossa Matteo Messina Denaro «il nostro Primo Ministro». Antonello Nicosia, 48enne assistente parlamentare e membro del Comitato nazionale dei Radicali italiani, è tra i cinque arrestati nell’ambito dell’operazione “Passepartout”, condotta dai militari della Guardia di Finanza di Palermo e Sciacca, dai Carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Agrigento. Tutti i fermati, tra i quali spicca il presunto capomafia saccense Accursio Dimino, sono accusati di associazione mafiosa e/o favoreggiamento.

In particolare, l’esponente del partito che fu di Marco Pannella avrebbe, secondo i Pm della Dda di Palermo, approfittato di alcune ispezioni nelle carceri siciliane per portare all’esterno messaggi e ordini di boss in cella – alcuni dei quali sottoposti a 41 bis. Visite che gli erano concesse in virtù dei suoi ruoli di assistente parlamentare, conduttore del programma televisivo e via web “Mezz’ora d’aria” e direttore dell’Osservatorio internazionale dei diritti umani, onlus che si occupa della difesa dei diritti dei detenuti – il che ora suona vagamente ironico, come un anticipo sulla legge del contrappasso o un perverso conflitto d’interessi.

Non solo: per la Procura di Palermo Nicosia sfruttava l’appartenenza politica anche per cercare di far alleggerire il regime di 41 bis e far chiudere determinati istituti penitenziari.

Agghiaccianti le intercettazioni in cui scherniva e insultava il giudice assassinato da Cosa Nostra nel 1992. «All’aeroporto» di Palermo, diceva, «bisogna cambiare il nome. Non va bene Falcone e Borsellino». E su Facebook si lamentava delle troppe scuole intitolate ai due martiri civili, proponendo di dedicare piuttosto alcuni istituti al Mago Zurlì e alla fondatrice del Piccolo Coro dell’Antoniano di Bologna, Mariele Ventre.

Dichiarazioni gravissime e vergognose secondo l’attuale deputata di Italia Viva (ex LeU) Pina Occhionero, che lo aveva avuto come collaboratore per quattro mesi, prima di rendersi conto che Nicosia aveva falsificato il proprio curriculum, oltre a millantare studi sui diritti umani dei detenuti.

L’onorevole è completamente estranea alla vicenda, anche se l’house organ ufficioso del M5S ha malignamente costruito il titolo del suo pezzo online in modo da far pensare che vi fosse del non detto. Altrettanto malignamente, forse il partitino della Bonino non è così “pericoloso” né ostile come la formazione di Matteo Renzi. O magari, restando su un piano giornalistico, è solo che si pensa tiri più la cara vecchia “Mafia Capitale” di questa nuova, sconcertante (e meno utile) “Mafia Radicale“.

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Cronaca

Roma, la notte più nera. Due aggressioni, muore personal trainer 24enne

Luca Sacchi ha reagito a una rapina per difendere la sua ragazza, gli hanno sparato in testa in zona Caffarella. E a Termini un cinese è stato accoltellato alla gola, è gravissimo

Mirko Ciminiello

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Photo credit: https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/19_ottobre_24/morto-luca-sacchi-chi-era-il-ragazzone-buono-appassionato-moto-palestra-59394aae-f651-11e9-852d-8d5c113e41ca.shtml

Nella sua notte più nera, la Città Eterna si è riscoperta una Roma violenta. Come se non fossero bastati casi che hanno avuto anche un’importante risonanza mediatica, come se gli agguati al nuotatore Manuel Bortuzzo o al musicista Alberto Bonanni fossero stati anche inutili, oltre che assurdi. E così il sangue è tornato a scorrere per le strade della Capitale, che ora piange uno dei suoi figli, vittima di un’oscurità che non lascia alcuna buona azione impunita.

Aveva solo 24 anni, Luca Sacchi, e faceva il personal trainer. Stava passeggiando assieme alla sua fidanzata in via Teodoro Mommsen, nei pressi del Parco della Caffarella, quando due malviventi hanno aggredito la ragazza, colpendola violentemente alla testa e alle spalle per strapparle lo zainetto. Il giovane ha provato a reagire, più per difenderla che per opporsi alla rapina, ma uno degli aggressori gli ha sparato alla testa prima di dileguarsi con il suo complice.

Trasportato d’urgenza al San Giovanni, Sacchi è stato immediatamente sottoposto a intervento chirurgico: ma le sue condizioni erano apparse subito disperate, e il giovane se n’è andato dopo ore di agonia.

Gravissimo è anche un trentenne cinese accoltellato alla gola in via Giolitti, di fronte alla stazione Termini. Anche in questo frangente i due responsabili hanno fatto perdere le proprie tracce, mentre è ancora ignoto il movente dell’aggressione.

I due episodi – soprattutto il primo – hanno riportato in primo piano il tema della sicurezza nell’Urbe, e scatenato nuovamente la polemica politica. Nel pieno rispetto delle scelte dei vari leader, forse poteva essere più opportuno limitarsi a esprimere il proprio dolore.

Cantava il bolognese Luca Carboni che la sua era una «città senza pietà». Dopo quasi trent’anni, i nostri centri abitati corrono forse un rischio addirittura peggiore – quello dell’assuefazione alla violenza, una violenza così radicata da non sembrare più neppure senza senso. Non si può ignorare che anche l’indifferenza uccide – forse in maniera perfino più efferata. Speriamo che Roma abbia la forza di ribellarsi prima di arrivare a scoprirlo.

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Cronaca

Assenteismo, 48 indagati nel Catanese, facevano timbrare il badge anche a dei ragazzini

Le irregolarità anche in presenza della polizia, tanto che la Procura ha parlato di “elevata percezione di impunità”

Mirko Ciminiello

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Photo credit: https://www.ilmessaggero.it/italia/catania_assenteismo_badge_bambini_comune_genitori_ultime_notizie-4803432.html

C’è una mentalità fin troppo diffusa che porta alcuni a credere di essere i più furbi dei furbi: anzi, dei furbetti, considerato che l’argomento è l’assenteismo.

Il caso contingente proviene da un paesino del Catanese di nome Piedimonte Etneo, in cui 48 dipendenti comunali hanno ricevuto un avviso di conclusione indagini che ipotizza il reato di truffa aggravata in concorso. Questi (ennesimi) furbetti del cartellino si assentavano sistematicamente «dal posto di lavoro per dedicarsi alle attività più disparate», timbravano il badge per colleghi che a volte neppure si presentavano in Comune, e alcuni utilizzavano l’auto comunale a fini privati ritenendo di non «ricevere un salario adeguato per l’attività lavorativa, peraltro “mai svolta”», come evidenziato dalla Procura di Catania.

Ma l’aspetto più ignobile della vicenda è il fatto che alcuni degli indagati non esitavano a servirsi anche di ragazzini, che vidimavano il cartellino dei propri familiari. In un’occasione, l’irregolarità è stata commessa addirittura alla presenza di un’ispettrice della polizia municipale.

In effetti, come ha sottolineato la Procura, i dipendenti erano «vincolati, in molti casi, da rapporti di parentela e, quindi, reciprocamente animati da una eccessiva “comprensione” anche di fronte a plateali violazioni di legge»: da cui quella che stata definita «elevata percezione d’impunità».

Fin qui la cronaca, che fa quasi pensare che in fondo l’house organ ufficioso del M5S potrebbe non avere tutti i torti: poi ci sono i risvolti socio-antropologici. Stendiamo un velo pietoso sullo sfruttamento di minori con scopi illeciti – anche se la recente intercettazione del mafioso che esortava il figlio di 10 anni a essere orgoglioso di far parte della ‘ndrangheta fa supporre che questo malcostume sia tragicamente esteso.

Tralasciando questo aspetto, il dato più sconcertante è che, nonostante le decine di casi analoghi già sventati in tutta Italia, c’è ancora qualcuno che incredibilmente pensa di farla franca: dimenticando che il diavolo fa sì le pentole, ma non ha mai fatto i coperchi.

Alla prossima puntata, quindi, poiché non c’è dubbio che qualcuno in questo momento gongoli tra sé e sé pensando soddisfatto di essere più intelligente, più astuto, più furbo dei furbetti che si sono fatti scoprire. A conferma che la Storia sarà pure maestra di vita, ma continua ad avere dei pessimi allievi.

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Cronaca

Trasporti, i miracoli di un mercoledì nero

Autobus contro un albero a Roma, scontro tra un’auto e un bus a Milano, mentre nel Canavese un treno travolge una vettura. Per fortuna nessuna vittima, ma occorre riflettere di più su ciò che c’è in ballo

Mirko Ciminiello

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«Stavo parlando con un’amica quando all’improvviso abbiamo sentito un botto fortissimo e ci sono piovuti vetri sulla testa». È il drammatico racconto di una passeggera dell’autobus che si è schiantato contro un albero a Roma, sulla via Cassia. Un incidente che ha causato circa 40 feriti, di cui una decina trasportati in codice rosso in vari ospedali capitolini – nessuno, fortunatamente, in pericolo di vita.

Tra questi anche l’autista del mezzo, che è stato sottoposto ai test di alcool e droga che hanno dato esito negativo. Alcuni testimoni avrebbero riferito che era distratto dal cellulare – almeno secondo quanto riportato da alcuni organi di informazione: questa versione non ha ancora trovato conferme, ma gli inquirenti hanno sequestrato il telefonino del conducente per le verifiche del caso sui tabulati. Non si esclude comunque l’ipotesi di un malore.

Nel frattempo, i pm della Capitale hanno disposto una perizia volta ad accertare lo stato del veicolo e le condizioni in cui si trovava prima dell’incidente: pare infatti che fosse vecchio di 12 anni – o almeno così ha denunciato +Europa, tornando a chiedere le dimissioni di Virginia Raggi. Il sindaco, dal canto suo, ha parlato di «una situazione terribile, che ha lasciato tutti sotto shock», ma ha anche precisato di voler attendere gli esiti delle due inchieste, quella della Procura e quella interna prontamente avviata da Atac, la municipalizzata del Campidoglio per i trasporti.

Nel mercoledì nero stradale, poi, si sono registrati altri due gravi incidenti: il primo a Milano, dove un’auto si è scontrata con un autobus dell’ATM (l’Azienda Trasporti Milanesi) privo di passeggeri. L’autista del mezzo è rimasto ferito, così come i cinque occupanti della vettura: la più grave è una 42enne trasportata in prognosi riservata al Policlinico con delle lesioni alla testa.

Infine, una tragedia è stata sfiorata anche in Piemonte, nel Canavese, dove un treno ha travolto una macchina che si trovava sui binari in corrispondenza di un passaggio a livello. Incredibilmente salvo il guidatore della vettura, dopo essere rimasto incastrato all’interno della propria automobile.

Con tre incidenti di questa portata, è quasi un miracolo che non ci siano state vittime. E forse sarebbe il caso di fermarsi un attimo, pur nella nostra società caotica che ci impone ritmi costantemente sfrenati. Perché è meglio perdere qualche secondo, piuttosto che qualcosa di incommensurabilmente più importante.

Sui miracoli non si può sempre contare. E di vita ce n’è una sola.

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Cronaca

Ue, “il no all’ergastolo ostativo è un regalo alla mafia”

I fratelli dei giudici Falcone e Borsellino durissimi contro la CEDU. E l’Europarlamento deve decidere sulla “guerra delle vongole” che rischia di rovinare migliaia di pescatori dell’Adriatico

Mirko Ciminiello

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Photo credit: http://www.antimafiaduemila.com/home/primo-piano/76057-ergastolo-ostativo-la-cedu-rigetta-il-ricorso-dell-italia.html

Secondo una rilevazione dell’Eurobarometro risalente a un paio di mesi fa, il 46% dei cittadini europei non si fida della Ue: percentuale che sale al 55% nel caso degli Italiani. Un dato più o meno costante, che quindi dovrebbe far riflettere gli euroburocrati, anche perché non tiene conto, per banali ragioni cronologiche, dei più recenti motivi di ostilità verso le istituzioni comunitarie: che, limitandosi alla più stretta attualità, si possono ridurre alla sentenza sull’ergastolo ostativo e alla “guerra delle vongole” italo-spagnola.

Il primo caso, quello più nazionalpopolare, riguarda l’ormai nota bocciatura, da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, di quella norma dell’ordinamento giuridico nostrano che, autorizzando il carcere duro contro, tra l’altro, gli esponenti della criminalità organizzata, subordina la concessione dei benefici alla rescissione dei legami con i clan e a una fattiva collaborazione con gli inquirenti. Norma che violerebbe i diritti umani, almeno secondo i giudici di Strasburgo, il cui verdetto ha scatenato reazioni indignate – e per di più è giunto nello stesso giorno in cui il Capitano Ultimo, il leggendario autore della cattura di Totò Riina impersonato da Raoul Bova in una fortunata miniserie tv, ha denunciato l’avvio della procedura per la revoca della sua scorta.

«Ma stiamo scherzando?» ha tuonato il capo politico del M5S Luigi Di Maio. «Qui in Italia piangiamo ancora i nostri eroi, le nostre vittime, e ora dovremmo pensare a tutelare i diritti dei loro carnefici? I diritti di chi ha sciolto i bambini nell’acido? Non esiste». Stessa linea dura del leader della Lega Matteo Salvini, che ha parlato di «ennesima follia ai danni dell’Italia».

Ma lo sdegno ha travalicato ben presto i confini del mondo della politica. Bruxelles «legifera su cose che non conosce, su cui non ha abbastanza esperienza» si è sfogato Salvatore Borsellino, così come ha fatto anche Maria Falcone: i fratelli dei due giudici assassinati nelle stragi di Capaci e via D’Amelio hanno infatti fortemente criticato quello che rischia di essere un regalo alla mafia.

Ironia della sorte, coloro che più si stanno stracciando le vesti per il pronunciamento dei togati della Grande Chambre sono i giustizialisti indigeni – che poi in larga parte coincidono con quelli del “ce lo chiede l’Europa”. Ed è quantomeno curioso il cortocircuito di quanti, pur restando anni luce lontani dal bistrattato sovranismo, lamentano ora le ingerenze dell’Unione Europea.

Tipo quella che rischia di mandare in rovina centinaia di imprese e migliaia di lavoratori italiani, attraverso una normativa comunitaria del 2015 che stabilisce che non si possano pescare vongole più piccole di 25 millimetri: con un’unica eccezione per il mar Adriatico, in cui questi molluschi hanno per natura dimensioni inferiori, e possono perciò essere pescati fino a una grandezza di 22 millimetri. I pescatori andalusi, nostri principali concorrenti, hanno però spinto i propri eurodeputati a fare ricorso contro questa deroga, su cui dunque pende la spada di Damocle del giudizio del Parlamento Europeo che dovrà pronunciarsi entro il prossimo 28 ottobre.

Torna allora in mente il tweet con cui il futuro Primo Ministro e attuale Commissario europeo agli Affari economici (in pectore) Paolo Gentiloni affermava che «dobbiamo cedere sovranità a un’Europa unita e democratica». Senza farne una questione filosofica (del tipo: poiché da articolo 1 della Costituzione la sovranità appartiene al popolo, è solo dal popolo che può essere alienata), verrebbe da chiedersi se l’ex Premier e compagnia cantante siano ancora così convinti di una simile necessità, alla luce dei fatti di questi giorni: che dimostrano senza ombra di dubbio che fare gli europeisti è facile solo con gli interessi campanilistici degli altri.

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