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Gubbio: Pitorri, alfiere della Bestlap, arriva agguerrito al Trofeo Fagioli

Al 55° Trofeo Luigi Fagioli a Gubbio, Maurizio Pitorri, alfiere della Bestlap, è determinato a portare a casa la prima vittoria del 2020

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Gubbio, Pitorri

Al 55° Trofeo Luigi Fagioli a Gubbio, Domenica 23 Agosto, Maurizio Pitorri, alfiere della Bestlap, si presenta agguerrito e determinato a portare a casa la prima vittoria del 2020.

Pitorri svela i suoi propositi: “Gubbio è uno tra i pochi tracciati a cui ho partecipato anche lo scorso anno, conto di mettere a frutto l’ esperienza dell’ anno passato per migliorare le mie prestazioni così da poter
primeggiare, visti i distacchi minimi dagli avversari. Poi si sa, la gara è la gara e può succedere di tutto ma cercherò di non trascurare nessun dettaglio e di non commettere errori per portare a casa il bottino pieno”.

Pitorri preannuncia una dura battaglia sul filo di centesimi come al Nevegal: “Lotterò per il tempo migliore contro acerrimi e bravi avversari ma principalmente contro me stesso su un percorso variegato da curve di
ogni tipo, questo è il bello delle salite. Solo tu e il tempo, unico giudice imparziale della tua vita. E che spettacolo le salite!!!”

Appuntamento a Gubbio il 22 e 23 Agosto per il 55esimo Trofeo Fagioli.
L’evento si svolgerà a porte chiuse a causa delle disposizioni nazionali anti Covid-19. 

Gubbio, Pitorri

Auto Bestlap

Tutte le info sulla manifestazione ed i suoi orari al sito ufficiale della gara:

http://www.trofeofagioli.it/index.php/it/

https://m.youtube.com/channel/UC_mUq9aL540WqJXcLGUH9wQ

Il live streaming sarà disponibile sabato e domenica al seguente link:

http://www.arancialive.com/website/index.aspx

 

Politica

Giochi di Palazzo, dai “responsabili” può arrivare il Governo Conte Mascetti

La maggioranza richiude a Italia Viva e persevera con la caccia ai transfughi, puntando al Conte-ter a cui anche il Presidente Mattarella potrebbe dare il via libera. E il mantra della crisi diventa “Un, due, tre, (Ma)stella”…

Mirko Ciminiello

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giochi di palazzo
Giochi di Palazzo

Test per l’esame di giornalismo sui giochi di Palazzo da cui potrebbe dipendere la risoluzione della crisi di Governo in atto. Il candidato consideri che:

a) Il leader italovivo Matteo Renzi ha precisato che «noi non abbiamo rotto». Questione di punti di vista.

b) Contestualmente, Italia Viva si è detta disponibile al dialogo, ma da Palazzo Chigi e dagli azionisti di maggioranza dell’esecutivo rosso-giallo è arrivata una nuova chiusura. Con tanto di coprifuoco alle 22.

c) Intanto, il segretario dem Nicola Zingaretti ha affermato che al Pd non interessa una «governabilità fine a se stessa solo per la conservazione del potere». E niente, questa fa già abbastanza ridere di suo.

d) Il senatore Riccardo Merlo, capogruppo di MAIE-Italia 23, ha presentato il gruppo appena sorto a Palazzo Madama a sostegno del bi-Premier Giuseppe Conte. «Non cerchiamo responsabili ma costruttori, a cui l’unica cosa che offriamo è una prospettiva politica per il futuro, per poter costruire un percorso di rinascita e resilienza». Tradotto, potremmo avere presto un Governo Conte Mascetti.

Ugo Tognazzi nei panni del Conte Lello Mascetti in Amici miei

e) Carlo Calenda ha rivelato di aver respinto una profferta «tipo “tu appoggi Conte e il Pd appoggia te a Roma”», pervenutagli dal sindaco di Benevento Clemente Mastella. Cui il leader di Azione ha dato appuntamento alla Calenda greca.

Arbitri e spettatori dei giochi di Palazzo

f) Pare che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sia disposto a varare il Conte-ter se le Camere confermeranno la fiducia a Giuseppi, anche senza maggioranza assoluta. Sempre caro mi fu quest’ermo Colle…

g) Il cardinal Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, ha ricordato che questo è un «tempo di speranza». Non è dato sapere se lo intendesse come una rassicurazione o una minaccia.

Ciò posto, commenti il candidato la transizione dal gioco dell’estate ai giochi di Palazzo dell’inverno: tra i quali spicca indubitabilmente “Un, due, tre, (Ma)stella”.

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Ambiente

Clima e inquinamento, smentite (anche) le correlazioni col Covid-19

Lo smog non favorisce la diffusione del virus, e nonostante i lockdown globali sono aumentate le polveri sottili. Però perfino la NASA interpreta i dati per provare (invano) a salvare il teorema del climate change di origine antropica

Mirko Ciminiello

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clima e inquinamento
Terra e inquinamento

Il Covid-19 non ha nulla a che vedere con clima e inquinamento. Sembra un’ovvietà – e infatti lo è -, ma ormai la ricerca scientifica è necessaria anche per scoprire l’acqua calda. A maggior ragione in un’epoca storica in cui, in caso di discrepanza, si tende a sacrificare i dati sull’altare dei teoremi. In una distorsione del metodo scientifico che ha contagiato (è il caso di dirlo) perfino la NASA.

Clima e inquinamento, nessuna relazione col Covid-19

Lo smog non favorisce la diffusione del coronavirus. Questa la conclusione di uno studio condotto dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Cnr e dall’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente-Arpa Lombardia. La ricerca, pubblicata sulla rivista Environmental Research, ha esaminato le concentrazioni del patogeno all’aperto, nell’inverno 2020, a Milano e Bergamo. Due tra i principali focolai di Covid-19 del Nord Italia, nonché due città caratterizzate da elevato inquinamento atmosferico.

Gli scienziati hanno cercato di capire se il particolato atmosferico, cioè le particelle solide o liquide presenti nell’atmosfera, potesse fungere da veicolo per il SARS-CoV-2. Risultato: «Escludendo le zone di assembramento, la probabilità di maggiore trasmissione in aria del contagio in outdoor in zone ad elevato inquinamento atmosferico appare essenzialmente trascurabile».

Tradotto, significa che è praticamente impossibile contagiarsi all’aperto, perfino in aree urbane insalubri. Il che dovrebbe far tirare un sospiro di sollievo, soprattutto se si considerano i dati preliminari di un’altra analisi, realizzata da Arpa Piemonte. Che evidenzia come, malgrado il lockdown abbia fatto crollare i livelli di traffico, le polveri sottili PM10 siano aumentate.

La colpa viene attribuita al meteo, ma anche al maggior utilizzo dei riscaldamenti domestici. Spiegazione magari plausibile per il momento contingente, molto meno per il periodo degli arresti domiciliari, tra marzo e maggio.

En passant, il corollario dello studio congiunto Cnr-Arpa Lombardia sarebbe che le mascherine all’aperto sono inutili, salvo il caso di affollamenti. Che poi era il giudizio iniziale di Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore Generale dell’Oms, prima di fare inversione a U ad aprile inoltrato. A conferma che l’Organizzazione Mondiale della Sanità riesce ad avere torto anche le rare volte in cui ha ragione.

Pandemia e cambiamenti climatici

A fine agosto, per esempio, il numero uno della World Health Organization instaurò un delirante collegamento tra emergenza clinica e istanze eco-catastrofiste. «La pandemia» era il “ragionamento” tra-decine-di-virgolette, «ha dato un nuovo impulso alla necessità di accelerare gli sforzi per rispondere ai cambiamenti climatici». Proprio ciò che ci si aspetta da un ente sanitario, verrebbe da commentare.

Il problema, però, è a monte, e riguarda proprio il climate change – o meglio, le presunte responsabilità dell’uomo. Che il clima sia soggetto a variazioni, infatti, è un truismo, per questo le cassandre dell’ambientalismo si sforzano di creare una correlazione con le attività antropiche. Che, va da sé, è pressoché inesistente.

Clima e inquinamento, contagiata anche la NASA

Ci è cascata anche la National Aeronautics and Space Administration, per gli amici NASA. Che, in un recentissimo report, ha affermato che il 2020 contende al 2016 il record dell’anno più caldo mai registrato su scala globale. La temperatura superficiale media, infatti, ha superato di 1,02°C quella del periodo di riferimento 1951-1980, e i motivi sarebbero gli incendi australiani e l’epidemia. O meglio, i confinamenti che hanno ridotto l’inquinamento atmosferico in molte regioni (non il Piemonte, evidentemente…), permettendo a una maggiore quantità di raggi solari di raggiungere la superficie terrestre.

Al contempo, l’anidride carbonica nell’atmosfera è aumentata – nonostante le emissioni di CO2 siano crollate. Elemento riportato senza alcuna delucidazione, onde evitare di riconoscere che la concentrazione di biossido di carbonio non dipende, se non in minima parte, dalle attività umane.

Ora, sforzandoci di ignorare il fatto che ora la diminuzione dello smog viene spacciata per cattiva notizia, si potrebbe intanto discutere il periodo di riferimento. Che non è accidentale, perché guarda caso in quegli anni la temperatura planetaria era in discesa, tanto che gli allarmisti ante litteram paventavano un’imminente era glaciale. Mai verificatasi, ça va sans dire.

Altrettanto curioso è un breve inciso in cui la NASA ammette di aver «dedotto le temperature delle regioni polari di cui mancano le misurazioni». Galileo Galilei si starà rivoltando nella tomba.

I dati e la loro interpretazione

Resta comunque un forte divario tra i dati e la loro interpretazione, che sa tanto di adattamento alla teoria preconfezionata. In effetti, ciò che gli esperti continuano a ignorare è la conclusione a cui un luminare del calibro di Antonino Zichichi era già pervenuto da tempo. «L’azione dell’uomo incide sul clima per non più del 10%. Al 90%, il cambiamento climatico è governato da fenomeni naturali dei quali, ad oggi, gli scienziati non conoscono e non possono conoscere le possibili evoluzioni future».

Il primo e più importante di questi fenomeni è l’attività del Sole. Seguono i cosiddetti cicli di Milanković (i cambiamenti periodici dell’eccentricità dell’orbita della Terra, dell’inclinazione e della precessione dell’asse terrestre) e, in misura minore, il vulcanismo.

Come si vede, se si parla di clima e inquinamento non vi è alcuna necessità di tirare in ballo la nostra specie, né tantomeno il virus. E dopotutto, come sostiene il rasoio di Occam, di solito la soluzione più semplice è anche quella giusta. Con buona pace dei profeti di sventura, s’intende.

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Politica

Diario della crisi, Conte alla conta, mentre Mattarella è sempre più irritato

Il Premier opta per la parlamentarizzazione della crisi, ma solo dopo aver sondato i presunti “responsabili”. Resta comunque l’opzione urne anticipate, e intanto il Capo dello Stato lancia un avviso ai naviganti…

Mirko Ciminiello

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diario della crisi: mattarella e conte
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Premier Giuseppe Conte

Diario della crisi di Governo, giorno 1. Mentre l’eco delle invettive del leader di Iv Matteo Renzi non si è ancora sopito, il mondo politico ragiona sui possibili scenari. Con l’occhio inevitabilmente rivolto alle mosse del bi-Premier Giuseppe Conte, il quale si è ormai deciso per la parlamentarizzazione della crisi stessa. Come d’altronde avevano chiesto in maniera bipartisan esponenti sia della maggioranza che dell’opposizione.

Diario della crisi, si va verso la parlamentarizzazione

All’ex Avvocato del popolo il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva chiesto una cosa sola: «Cercate di uscire velocemente dalla condizione di incertezza». Troppi e troppo grandi sono i rischi connessi alla pandemia da Covid-19.

In risposta, il BisConte dimezzato gli «ha rappresentato la volontà di promuovere in Parlamento l’indispensabile chiarimento politico». Fedele al suo soprannome dilatorio, il Signor Frattanto terrà le proprie comunicazioni lunedì alla Camera e martedì al Senato. In tal modo, Conte Fabio Massimo il Temporeggiatore avrà qualche giorno per sondare i cosiddetti “responsabili”. Ovvero i cambiacasacca che i media incensano o denigrano a maggioranze alterne, e che nell’intenzione di Giuseppi dovrebbero rimpiazzare i renziani.

Solo che i transfughi non si trovano. Questo almeno hanno lasciato trapelare fonti del Pd che, riunitosi per decidere la linea, ha stabilito (almeno) due punti fermi. Il primo lo ha esplicitato il segretario Nicola Zingaretti, parlando senza mezzi termini di «inaffidabilità politica di Italia Viva». Una velina diretta all’ex Rottamatore che, annunciando il ritiro dei propri rappresentanti, si era detto pronto a un nuovo esecutivo con la stessa maggioranza. Di cui, beninteso, l’altro Matteo sarebbe il dominus più o meno occulto.

Il secondo punto lo ha espresso Graziano Delrio, numero uno dei deputati dem, secondo cui «come gruppo dei democratici vogliamo che la crisi venga parlamentarizzata». Detto, fatto. Sarà stata l’insolita convergenza con gli stessi italovivi, che attraverso un cinguettio del capogruppo in Senato Davide Faraone l’avevano presentata come una sfida al Presidente del Consiglio.

La stessa richiesta, comunque, era arrivata anche dall’opposizione, benché in subordine alle dimissioni del leguleio volturarese. Che però erano, fin dall’inizio, estremamente improbabili.

Gli altri scenari

L’ipotesi più verosimile resta che il Capo del Governo si presenti in Aula dopo aver negoziato, e magari incassato il sostegno dei trasformisti. Anche se quest’opzione resta assai poco gradita al Colle, alfiere delle «maggioranze solide e con un perimetro ben chiaro».

Sullo sfondo, comunque, resta sempre l’opzione del voto anticipato, che è l’unica che compatta i sostenitori del Conte-bis. Tutti terrorizzati dai sondaggi che, sia pure con proporzioni differenti, sono concordi nell’assegnare la vittoria al centrodestra guidato dal segretario leghista Matteo Salvini. Non è un caso che il Garante pentastellato Beppe Grillo si sia spinto a chiedere un esecutivo di unità nazionale con dentro «tutti i partiti».

La strada, però, è stretta e in salita, perché passa necessariamente per l’individuazione di una nuova maggioranza e un nuovo Governo. Che sia o meno il fantomatico Conte-ter che aleggia sulla stanza dei bottoni.

Il tutto, tenendo ben presente che «Mattarella considera di essere stato anche troppo paziente, fino ad ora». Che suona tanto come la versione quirinalizia del mitologico “stai sereno” di Pittibimbo. Se comunque si stia andando verso il Conte del cigno o meno, lo sapremo nel prossimo appuntamento con il diario della crisi. Stay tuned.

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L’emergenza politica nel mezzo della pandemia

Il Paese si risveglia sull’orlo di una crisi, tra le catene di un virus spietato e le molle sfondate di una politica incapace. Presidente Mattarella, ci salvi Lei.

Francesco Di Pisa

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«Ci vuole molto più coraggio a lasciare una poltrona che ad aggrapparsi alla tenace difesa dello status quo.»

Cosi’ Matteo Renzi, in bilico tra un’infelice, smodata ansia di protagonismo e un masochismo palese, penosamente mascherato da un superficiale desiderio di fare solo il bene del Paese. In realta’, Renzi detesta oggi Conte piu’ ancora di chi aveva tentato di eliminare un anno e passa fa, ossia Salvini.

“Italia Viva si è assunta la grave responsabilità di aprire la crisi in piena pandemia, arrecando un grave danno al Paese”.

E qui il Premier, livido di rabbia, col pallottoliere in mano, a piedi sui gradini del Quirinale che lo condurranno poi a Montecitorio. Conte che risponde senza mezzi termini alla mossa di Renzi di gettare il Paese in una nuova, l’ennesima crisi di governo.

Questi sono oggi i nemici. Anche se la politica e’ poi l’arte di fare tutto il contrario di tutto.

Elezioni anticipate dunque? Al tempo della pandemia? Questo drammatico scenario, una pagliacciata del genere non s’era ancora vista tra le sceneggiature politiche, l’ennesima sceneggiata, un melologo popolare senza scritto pianificato dalla nostra gioiosa classe politica, una macchina da guerra che spara a salve, minaccia a parole e non fa mai i fatti. La democrazia prima di tutto? Votare tra tre mesi n Italia sarebbe una follia. Immaginiamo una campagna elettorale a braccetto con una campagna vaccinale. Perche’ se gli americani hanno eletto un Presidente in questo caos, l’Italia non ha certo le spalle forti di un Paese come gli Stati Uniti indenne pure dopo l’assalto a Capitol Hill.

Risorgeranno i responsabili? Quelli a cui si potrebbe affidare il compito di salvare l’Italia, sparsi di qua e di la’?

Nel bel mezzo di un’emergenza sanitaria planetaria l’Italia si risveglia in un’emergenza politica che in realta’ perdura sotto travestimenti fasulli da troppo tempo ormai. La terza, la quarta, la quinta Repubblica, abbiamo perso il conto, oggi si affida anima e core a cio’ che resta della saggezza delle Istituzioni Politiche, al nostro Presidente della Repubblica, un Sergio Mattarella che ancora una volta scendera’ dal suo scranno chiamato a dirimire questo cortile di cani che abbaiano, per provare a dare una via alla nostra Italia.

Ascolti Presidente, venga in questa nostra povera spiaggia, un litorale invernale, porti con se’ un lanternino, cerchi sulla battigia, chissa’, rovisti Lei, in mezzo a colli di bottiglia, lenze, reti da pesca, buste, bottiglie, flaconi di vaccini… magari trovera’ una qualche improbabile conchiglia, una perla, un corallo pregiato… una speranza sul tappeto di rifiuti sparsi e dispersi sulla discarica del panorama politico.

Presidente, la prego, tenga duro, non ci molli, non salga ancora sulla nave che l’attende all’orizzonte, ci salvi Lei dalla palude in cui stiamo tutti sprofondando.

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Politica

Italia Viva ritira i Ministri, si apre la crisi e la palla passa a Mattarella

L’annuncio di Renzi in conferenza stampa, ora il Premier è un BisConte dimezzato. Molti evocano un terzo mandato col sostegno dei “responsabili”, le alternative sono un esecutivo completamente diverso, un Governo-ponte o le urne

Mirko Ciminiello

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responsabili e irresponsabili: sergio mattarella
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Italia Viva ritira i Ministri Elena Bonetti e Teresa Bellanova, rispettivamente titolari della Famiglia e dell’Agricoltura, e il sottosegretario agli Esteri Ivan Scalfarotto. Nessuna sorpresa è dunque arrivata dall’attesissima conferenza stampa del leader del partito Matteo Renzi. Si apre dunque, malgrado gli accorati appelli del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, una nuova crisi di Governo. Per la quale si stanno già delineando vari scenari.

Italia Viva ritira i Ministri

Non si può certo dire che sia stata un fulmine a ciel sereno, eppure la mossa di Iv, la micro-formazione renziana, non era neppure così scontata. Colpa, probabilmente, del senso dell’altro Matteo per i penultimatum, che aveva fatto evocare sovente il proverbiale migliore amico dell’uomo che abbaia ma non morde.

Ovviamente, di avvisaglie ce n’erano state anche troppe, e il culmine si era probabilmente avuto la notte del Recovery Plan. Approvato, sì, ma con la delegazione italoviva che si era astenuta, lamentando il mancato inserimento del Mes. Il Fondo salva-Stati di cui il quasi omonimo M5S non vuole neppure sentir parlare e che, come argomentato dal bi-Premier Giuseppe Conte, «non è ricompreso nel Next Generation». Tanto che al resto della maggioranza rosso-gialla era parso solo un pretesto per far saltare il banco. Un rendiconto, anzi un Renzi-Conte.

Detto, fatto. Italia Viva ritira i Ministri, nonostante il Colle avesse lasciato trapelare «sgomento» e «sconcerto» per una crisi in piena emergenza sanitaria. Neppure la moral suasion quirinalizia è riuscita ad andare oltre il via libera in Cdm al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Il Capo dello Stato ha quindi chiesto al fu Avvocato del popolo di «uscire rapidamente dall’incertezza», almeno. Facile a dirsi, molto meno a farsi ora che il leguleio volturarese è un BisConte dimezzato.

Le grandi manovre sono già cominciate. Alea iacta est. Il dado è tratto.

Italia Viva ritira i Ministri: dal BisConte dimezzato al Conte-ter?

«Io penso che domani [il 13, N.d.R.] Conte annuncerà di avere altri parlamentari a suo sostegno e quindi nasce il Governo Conte-Mastella». Così aveva parlato Pittibimbo, tra il serio e il faceto, al termine di una giornata convulsa in cui Giuseppi, per la prima volta, era uscito allo scoperto. Informando gelidamente il suo predecessore che, in caso di crisi, «sarà impossibile rifare un nuovo esecutivo con il sostegno di Italia Viva».

Un avviso ai naviganti a cui il senatore fiorentino aveva replicato con sarcasmo. «Il Conte-ter lo ha cancellato Conte. È evidente che a Palazzo Chigi ha prevalso la linea Travaglio-Casalino. Auguri».

In realtà, l’ipotesi di un terzo Governo Conte resta sul tavolo, con il corollario che la pattuglia renziana dovrebbe essere sostituita da un manipolo di transfughi. Che ora vengono chiamati “responsabili”, anche se in altre occasioni li si bollava come voltagabbana. Non è un caso che sia tornato a balzare agli onori della cronaca il nome di Clemente Mastella.

Ci sono però due ostacoli. Il primo è che, a dispetto delle trame, i trasformisti ancora non si trovano. Anche se, come ha dichiarato sibillinamente il dem Goffredo Bettini, «possono palesarsi al momento opportuno». In questo caso, comunque, dovranno anche strutturarsi in un gruppo parlamentare, altrimenti sarà molto difficile ottenere il placet del Quirinale. E l’operazione potrebbe essere più complicata di quanto appaia a prima vista.

La minaccia delle urne

Sullo sfondo resta la minaccia del voto anticipato, che quasi nessuno nella maggioranza vuole. Il Pd, per il terrore che gli elettori premino il centrodestra dello “spauracchio” Matteo Salvini, facendo al contempo saltare tutti i piani per il dopo-Mattarella. E l’ex Rottamatore perché, sondaggi alla mano, sa che con tutta probabilità la vox populi, come minimo, lo condannerebbe all’irrilevanza – al pari dei grillini.

In effetti, è noto che l’ex Presidente del Consiglio vorrebbe trovare in Parlamento i numeri per una diversa maggioranza. Praticamente una «machiavellica operazione di Palazzo» 2.0. Che, tuttavia, nel caso specifico somiglia più a una partita a scacchi, oppure a poker.

Finora gli attori avevano galleggiato sul sottilissimo equilibrio del bluff. Adesso, però, Italia Viva ha finalmente scoperto le carte. Les jeux sont faits, e i fari si spostano decisamente su Mattarella. Che, verosimilmente, farà almeno un tentativo per evitare le urne. Non dovesse riuscirci, salvo che non si decida il varo di un Governo-ponte, l’attuale esecutivo resterebbe comunque in carica per sbrigare gli affari correnti. E paradossalmente, forse per la prima volta, il signor Frattanto potrebbe davvero stare sereno.

conte e renzi
Il Premier Giuseppe Conte e il leader di Italia Viva Matteo Renzi

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Cronaca

Patentino vaccinale, abbiamo una proposta per le autorità competenti

Si discute da tempo sull’ipotesi di dare una certificazione a coloro cui viene somministrato l’antidoto anti-Covid. E se si creasse un database collegato alla tessera sanitaria, che assicuri controlli rapidi, efficaci e poco invasivi?

Mirko Ciminiello

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patentino vaccinale: vaccino anti-coronavirus
Vaccino anti-coronavirus

Sta facendo discutere da tempo l’ipotesi di un patentino vaccinale, una sorta di certificato pensato per allentare le restrizioni a chi assume il siero anti-Covid. L’idea ha subito scatenato una ridda di polemiche, e del resto le stesse autorità competenti sono tutto fuorché concordi sull’eventuale disposizione da adottare. Per questo motivo vorremmo permetterci, sommessamente, di avanzare a nostra volta, nel nostro piccolo, una proposta.

Le ipotesi in campo

In principio era stato Domenico Arcuri. «Stiamo progettando una piattaforma informatica che consentirà di gestire la verifica della somministrazione per sapere come si chiamano le persone che hanno fatto il vaccino e dove lo hanno fatto». Così, lo scorso novembre, il Commissario straordinario per l’emergenza coronavirus aveva aperto le danze. Aggiungendo comunque che sarebbe spettato al Ministero della Salute stabilire i dettagli di questo «certificato di vaccinazione».

Nel dibattito che era immediatamente scaturito avevano poi fatto capolino colpi di genio come quello del dem Stefano Pedica. Che a fine dicembre suggeriva al Governo rosso-giallo di «regalare un braccialetto verde a chi si è vaccinato». Una trovata non particolarmente originale, che a molti ne ha ricordata una simile di un tizio tedesco coi baffetti di cui ci sfugge il nome.

Pochi giorni fa, poi, è stata la volta del Governatore campano Vincenzo De Luca, che ha annunciato «una card di avvenuta certificazione» dopo il richiamo. E di Massimo Antonelli, medico del Gemelli di Roma e membro del Cts. Che ha ammesso che si sta pensando a un patentino «perché un vaccinato, rispettando tutte le regole di prudenza, potrebbe avere maggiore libertà di movimento». Con particolare riferimento alle attività ritenute non essenziali, quali palestre, piscine, cinema, teatri, ma anche all’accesso a voli aerei e alberghi.

Un’alternativa al patentino vaccinale?

Il patentino vaccinale è stato criticato perché costituirebbe una sorta di obbligo mascherato, e “marchierebbe” coloro a cui è stato somministrato l’antidoto. Tuttavia, prescindendo dall’opportunità e dall’utilità della misura, in questa sede vorremmo soffermarci sulla misura stessa.

E, dal momento che Arcuri accennava a un database, ci chiediamo: non lo si potrebbe collegare alla tessera sanitaria? Dopotutto, si tratta di un documento obbligatorio, che si può tranquillamente portare con sé.

Inoltre, essendo di facile lettura, semplificherebbe un eventuale controllo, assicurandone però l’efficacia. Sarebbe sufficiente dotare forze dell’ordine, esercenti e chiunque possa essere interessato dal provvedimento con i dispositivi già in uso nelle farmacie. Basterebbe cioè un clic per completare la verifica in modo rapido e non invasivo.

Onorevole Ministro, signor Commissario, questo è ciò a cui abbiamo umilmente pensato. E, se il nostro piccolo contributo dovesse giovare alla nostra bella Italia, non potremmo ricavarne maggiore soddisfazione.

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Politica

The Italian Job, “così la notte elettorale ho spostato voti da Trump a Biden”

Clamorosa testimonianza giurata di Arturo D’Elia, ex dipendente di Leonardo S.p.A. che sostiene di poter dimostrare la frode di Usa 2020. Le carte in mano alla Procura di Napoli, mentre i media hanno già avviato la macchina del fango

Mirko Ciminiello

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the italian job: trump vs. biden
Donald Trump e Joe Biden

Tra i nomi che fioccano in questi giorni spicca The Italian Job, come il film che racconta la rapina del secolo tra i canali di Venezia. Quella su cui sta indagando la Procura di Napoli, invece, potrebbe essere la truffa del millennio, e potrebbe essere stata orchestrata (anche) in via Veneto. Si tratta della frode elettorale nelle Presidenziali americane, la cui pistola fumante potrebbe essere (o arrivare) nella disponibilità dei magistrati partenopei. Merito dell’esperto informatico nostrano che avrebbe materialmente eseguito la manipolazione dei suffragi a vantaggio del candidato democratico Joe Biden. E contro il quale i media mainstream hanno già avviato l’immancabile macchina del fango.

L’Affidavit della discordia

Lo scorso 6 gennaio, in contemporanea con i vergognosi incidenti di Capitol Hill, l’avvocato Alfio D’Urso diffondeva la deposizione giurata di un suo assistito. Si chiama Arturo D’Elia, ed è un ex dipendente di Leonardo S.p.A., società italiana leader nei settori della difesa e delle tecnologie aerospaziali. E il cui azionista di maggioranza è il Ministero dell’Economia.

D’Elia è agli arresti per cybercrimini commessi a danno della stessa azienda tra il 2015 e il 2017. In quello che in gergo si definisce General Affidavit, ha affermato di aver reso un’importante testimonianza sotto giuramento davanti a un giudice napoletano.

«Dichiara che il 4 novembre 2020, su istruzione e direzione di persone statunitensi che lavorano presso l’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma, ha intrapreso l’operazione per trasferire i dati delle elezioni statunitensi del 3 novembre 2020 dal significativo margine di vittoria di Donald Trump a Joe Biden in un certo numero di Stati in cui Joe Biden stava perdendo. L’imputato ha dichiarato che stava lavorando nella struttura di Pescara della Leonardo S.p.A. e ha sfruttato le capacità crittografiche della guerra informatica militare per trasmettere voti scambiati tramite il satellite militare della Torre del Fucino a Francoforte, in Germania. L’imputato giura che i dati in alcuni casi potrebbero rappresentare più del totale degli elettori registrati».

Inoltre, «l’imputato ha dichiarato che intende testimoniare tutti gli individui e le entità coinvolte nel passaggio dei voti da Donald Trump a Joe Biden quando sarà in totale protezione per se stesso e la sua famiglia. L’imputato afferma di aver assicurato in una località segreta il backup dei dati originali e dei dati scambiati».

The Italian Job

Il documento è stato rilanciato da Nations in Action, un’organizzazione nata per indagare sulle eventuali irregolarità di Usa 2020. La cui fondatrice, Maria Zack, ha cercato di ricostruire – e spiegare – i vari passaggi di un’operazione che sarebbe stata concepita addirittura nel 2016. Quando alla Casa Bianca sedeva ancora Barack Obama e a Palazzo Chigi Matteo Renzi – benché anche l’attuale Premier Giuseppe Conte sarebbe «molto impegnato e coinvolto».

Pare che il piano iniziale dovesse essere attuato a Francoforte, la città in cui sono custoditi i server di Dominion, il controverso software utilizzato nelle Presidenziali americane. Tuttavia, il vantaggio del tycoon sarebbe stato tale da rendere inutile lo spostamento dei voti.

L’ambasciata di via Veneto avrebbe quindi sollecitato l’intervento di D’Elia, che avrebbe usato la tecnologia di Leonardo per generare nuovi algoritmi e caricarli su Dominion. Pare sia per questo che, nella notte elettorale, il conteggio dei suffragi s’interruppe all’improvviso in alcuni swing states in cui l’attuale Potus era largamente in vantaggio. E che, alla ripresa dello spoglio, virarono verso Sleepy Joe in modo tanto rapido da destare sospetti.

Sospetti sui quali tutti dovrebbero avere l’interesse a far luce. I Repubblicani, perché si sentono illegalmente defraudati della vittoria. I Democratici, per allontanare qualsiasi ombra dalla presidenza di Biden. Oppure qualcuno ha paura della verità?

I media mainstream e The Italian Job

Va da sé che questo nuovo The Italian Job ha suscitato le reazioni pavloviane dei prosseneti del Nuovo Ordine Mondiale. Il che non sorprende più di tanto, considerando che, come rilevato dalla letteratura sociologica, l’80% dei cronisti ha un orientamento ben preciso. Quello, per intenderci, che in caso di conflitto tra realtà e ideologia sceglierebbe comunque quest’ultima.

Non che, intendiamoci, l’Affidavit di D’Elia non susciti dubbi. È lecito chiedersi, per esempio, come mai una deposizione giurata rilasciata da un italiano sia stata scritta in inglese. Oppure, per quale motivo gli hacker di stanza in Germania non abbiano agito autonomamente, senza dover passare per il Belpaese.

Perplessità legittime, naturalmente. Il punto, però, è che non spetta al cosiddetto “quarto potere” scioglierle, soprattutto ora che preferisce il ruolo di cagnolino da compagnia del potere vero. E vale anche, se non soprattutto, per i social network, che nel loro recente delirio di onnipotenza ritengono addirittura di poter decretare chi ha diritto di parola. Il pogrom virtuale nei confronti di The Donald prima, e di Parler poi, la dice lunga sul concetto di democrazia in voga nella Silicon Valley.

Posto, quindi sono. E per essere cancellati da questa società dell’immagine è sufficiente scostarsi dalla narrazione politically correct.

Tuttavia, come ha rimarcato Guido Scorza, membro dell’Autorità Garante per la Protezione dei dati personali, «in democrazia chi ha diritto di parola devono deciderlo giudici e autorità». Non delle piattaforme Web.

Ebbene, si dà proprio il caso che ci sia un’inchiesta in corso. Se dunque vi siano delle evidenze relative a questo The Italian Job, come spergiura D’Elia, e quanto siano attendibili, saranno i magistrati a stabilirlo. Sempre che i manutengoli del pensiero unico non abbiano obiezioni, ça va sans dire.

Il General Affidavit di Arturo D’Elia

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Cultura

Priorità politically correct, i deliri da pensiero unico che si fanno tragedia

Se il sonno della ragione genera mostri, il suo letargo li manda al potere, come la Pelosi che negli Usa vuole abolire “padre” e “madre”. Alla faccia di bazzecole quali pandemia, Recovery Plan e democrazia agonizzante (e non da ieri)

Mirko Ciminiello

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priorità politically correct
Basta politically correct

Ci sono le priorità – quelle autentiche -, e poi ci sono le priorità politically correct. Che, ça va sans dire, sono un farneticante libro degli incubi che un tempo avrebbe meritato ai suoi autori una camicia di forza. Oggi, però, viviamo in una società al contrario. Una società in cui, come aveva profetizzato lo scrittore inglese G.K. Chesterton, bisogna sguainare le spade “per dimostrare che le foglie sono verdi in estate”.

Le priorità autentiche

Ci sono alcune quisquilie di cui si dibatte, anche animatamente, ai quattro angoli del pianeta. Una, tanto per partire dall’orticello comunitario, è la vexata quaestio del Recovery Plan, di cui si cominciano a svelare gli altarini. Dal nulla, infatti, il principale quotidiano economico nostrano si è lasciato sfuggire l’espressione “riforme strutturali” che, tradotto dal burocratese, significa ennesima euro-fregatura per l’Italia. Anche se poi, forse anche per l’imbarazzo di aver scritto Generetion, la testata di via Monte Rosa ha (lievemente) corretto il tiro.

Su scala globale, spicca invece la pandemia da Covid-19, ormai sotto i riflettori – ahinoi – da oltre un anno. Mentre impazzano le discussioni sul vaccino, l’Oms si era finalmente decisa a indagare sulle origini del virus. Peccato che la Cina abbia negato l’accesso al team dell’agenzia Onu per la salute diretto a Wuhan – laddove tutto è cominciato. Ma guai a insinuare che Pechino abbia qualcosa da nascondere…

Soprattutto, non ditelo agli intelliggenti con-due-gi, quelli che si accorgono dei pericoli per la democrazia a ideologie alterne. Dimenticandosi, per dire, che il problema non nasce con i vergognosi incidenti di Washington D.C., e nemmeno con la frode elettorale del novembre scorso. Le radici profonde si trovano nell’ignobile censura perpetrata da mesi dai giganti della Silicon Valley contro le voci pubbliche che osavano scostarsi dalla narrazione dei suddetti. E culminata nella purga social ai danni del Presidente americano Donald Trump, come se il diritto di parola di chicchessia fosse nella disponibilità di Mark Zuckerberg o Jack Dorsey.

Va da sé che qui i manutengoli del politicamente corretto diventano curiosamente afoni, ma non bisogna disperare. Magari ritroveranno la voce d’incanto, come quando si sono accorti fuori tempo massimo dell’importanza del binomio “legge e ordine”, tanto denigrato nei giorni del teppismo targato BLM.

E poi ci sono le priorità politically correct

E poi ci sono le priorità politically correct. Perché è ovvio che, di fronte a queste “bazzecole”, le questioni vere sono i nomi che uno storico pastificio sceglie per i suoi prodotti. O il fatto che film girati 50 o più anni fa, come Grease, dovrebbero riflettere la sensibilità degli spettatori di oggi. Amenità, quest’ultima, che ha esasperato perfino certi pseudo-intellettuali de noantri, segno che la pazienza sta davvero finendo.

Effetto simile, del resto, lo ha avuto la ridicola trovata del pastore protestante (e deputato democratico) statunitense Emanuel Cleaver. Il quale ha pensato male di concludere la preghiera di apertura dei lavori del Congresso Usa con le parole «Amen and awoman». Che secondo lui dovrebbero indicare neutralità di genere, mentre al massimo ne dimostrano le lacune linguistiche, oltre ad avvicinarlo alla Cei dei recenti, assurdi cambiamenti liturgici.

L’aspetto peggiore è che questo non è nemmeno il nadir d’Oltreoceano, di cui può fregiarsi (si fa per dire) Nancy Pelosi, speaker dem della Camera. La quale si è messa in testa di abolire termini come “padre” e “madre”, o pronomi come “lui” e “lei”, che avrebbero la colpa di non essere abbastanza inclusivi.

Pare quasi di risentire Peppone che sbraita contro don Camillo per via dell’orologio del popolo. «Se è in ritardo sul popolo, tanto peggio per il Sole e tutto il suo sistema!» Peccato che natura e biologia non facciano sconti. E, come recita un aforisma attribuito a Platone, “nessuno è più odiato di chi dice la verità”.

Questione di priorità politically correct. D’altronde, se il sonno della ragione genera mostri, il suo letargo li fa prosperare, e addirittura concede loro posizioni di potere. Che poi è la vera, grande tragedia del mondo contemporaneo.

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Politica

Misure anti-Covid, ancora un (vano) appello di Conte alla responsabilità

Il Premier invoca coesione e lungimiranza: legittimo ma molto complicato, essendo alle prese, da un lato, con le inefficienze della sua squadra, e dall’altro con le intemperanze della parte renziana della maggioranza

Mirko Ciminiello

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misure anti-covid: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

Test per l’esame di giornalismo sulle misure anti-Covid, vecchie e nuove. Il candidato consideri che:

a) Per giovedì 7 e venerdì 8 gennaio il Governo rosso-giallo ha disposto una zona gialla rafforzata. Perché una arancione kaki avrebbe potuto essere equivocata.

b) In ogni caso è già in cantiere una nuova stretta, che ripristinerà le fasce clinico-cromatiche in base all’indice di contagio. A cui, continuando di questo passo, seguirà presto il medio.

c) Intanto Domenico Arcuri, Commissario straordinario per l’emergenza coronavirus, ha inviato agli ospedali lombardi oltre 46mila siringhe troppo grandi per somministrare il vaccino anti-Covid. Tanto per smentire il detto popolare per cui conta l’uso, e non la misura.

Oltre le misure anti-Covid stricto sensu

d) Il bi-Premier Giuseppe Conte ha affermato che le sfide che l’Italia ha di fronte, in primis il Recovery Plan, richiedono «piena dedizione, lucida determinazione, intelligente lungimiranza. Una premessa imprescindibile è rafforzare la coesione della maggioranza e, quindi, la solidità alla squadra di Governo. Se percorreremo questo cammino con senso di responsabilità, avremo la più salda garanzia di andare nella direzione giusta». Tradotto dal volturarappulese, gli servono dei parlamentari “responsabili”.

e) La compagine italoviva ha prontamente replicato che, anche se «il post del presidente Conte va nella direzione delle cose che abbiamo chiesto sul Recovery, attendiamo di leggere le carte». Per guadagnare tempo, è già stato allertato Paolo Fox.

f) Secondo il Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina, «se le ricerche ci dicono che nella scuola c’è stato solo il 2% dei focolai, forse è anche merito dei nuovi banchi». Non foss’altro perché hanno più rotelle di certi esponenti dell’esecutivo.

g) La titolare dei Trasporti Paola De Micheli avrebbe invece sostenuto che «è impossibile sapere come il virus si diffonde su pullman e bus». E niente, questa fa già abbastanza ridere (o piangere) di suo.

Ciò posto, commenti il candidato l’amarezza con cui Conte ha dichiarato che «la Dea bendata si è dimenticata di noi». Senza necessariamente considerare che il Conte in questione non è Giuseppi, bensì l’allenatore dell’Inter Antonio.

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Die Hard 6 Assalto al Congresso: il Gomblotto

Le scene dello sciaimano con le corna e la pelliccia da vichingo al Palazzo del Congresso USA: ottimo materiale per un blockbuster.

Francesco Di Pisa

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Tutto nasce nel 2014 quando l’allora allenatore della Juventus Antonio Conte, oggi sulla panchina dell’Inter, gridava al gomblotto per un gol annullato alla Juve in un partita di Coppa Italia contro la Roma.

Da quel momento in poi si sono susseguiti negli anni – in un vortice di eventi diversi uno dall’altro, una serie di gomblotti su gomblotti.

Uno su tutti, immenso, ormai universale, e’ quello sotto gli occhi di tutti, il gomblotto sul Covid. La pandemia infatti altro non e’ che un geniale piano architettato delle potenti compagnie farmaceutiche che – per arricchirsi a dismisura – hanno prima creato un virus cinese a tavolino e come mossa conseguente – sperimentato una serie di vaccini acquasporca da poter vendere sul mercato.

Sui fatti di ieri invece, dell’italo americano (possibile che ci dobbiamo sempre far riconoscere all’estero?) comparsato da pelliccia, corna e pelli da vichingo, tale Jake Angeli, 32 anni, personaggio noto negli ambienti dell’ultradestra complottista americana (anzi scusate gomblottista), lo sciamano che ha guidato l’assalto al Congresso Usa avrebbe avuto vita facile ad accomodarsi sullo scranno del Congresso, grazie ad un altro gomblotto. Quest’ultimo un gomblotto davvero sofisticato e organizzato appositamente dall’alto establishment internazionale per favorire e affrettare la certificazione ufficiale da parte del Congresso della presidenza Biden.

In effetti e’ lecito chiedersi: come mai il Congresso USA, in un Paese dove la sicurezza si gioca a livelli altissimi, non aveva alcuna protezione militare? E’ ancora una volta il teorema dello stratega Antonio Conte a venirci incontro: per un gomblotto ovviamente. Ma come? Semplice. Chiudendo un occhio, istruendo, anzi quasi permettendo ai fan-ultras-hooligans del Presidente Trump di entrare liberamente nella sede dei parlamentari di Washington D.C. e creare le condizioni ad hoc per Biden.

La realta’ e’ una fonte inesauribile per ogni sceneggiatore di successo. Dopo Die Hard 1 Trappola di Cristallo, Die Hard 2 58 Minuti per morire, Die Hard 3 Duri a morire, Die Hard 4 Vivere o Morire, Die Hard 5 Un Buon Giorno per morire, la popolare saga creata dalla Century Fox, non ci stupiremmo se le scene dello sciamano di ieri al Congresso USA, finiranno per stimolare la produzione di un ennesimo blockbuster: Die Hard 6 Assalto al Congresso – Il Gomblotto.

Direzione affidata a Don Wayne, personaggio gia’ noto alle cronache come Donald Trump, niente meno che 45º Presidente USA… un gomblotto anche quello?

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Cultura

Epifania, arriva la Befana, e forse c’è lo zampino dei Re Magi

Il 6 gennaio si celebra la manifestazione della divinità di Gesù, rivelata dai saggi che Lo omaggiarono con oro, incenso e mirra. E che potrebbero aver avuto una parte anche nella storia della vecchietta che porta i dolci ai bambini

Mirko Ciminiello

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epifania: befana
La Befana

Come insegna la saggezza popolare, l’Epifania tutte le feste le porta via. Quest’anno, per buona misura, potrebbe fare lo stesso con il Governo, anche se è più facile credere alla Befana che all’attuazione dei penultimatum renziani.

Già, la Befana. L’amabile vecchietta che vola su una scopa per riempire le calze dei bambini è uno dei simboli (profani)della festività. Il suo stesso nome parrebbe derivare dal termine “Epifania”, attraverso la forma corrotta Befanìa.

Le sue origini potrebbero essere molto antiche, anche se la figura come la conosciamo oggi nacque probabilmente nel Basso Medioevo. C’è comunque anche una versione che la lega all’episodio evangelico dei Magi: dettaglio affatto insignificante, perché è l’evento su cui si fonda l’intera tradizione epifanica.

La tradizione dell’Epifania

La parola Epifania deriva dal greco ἐπιφαίνομαι (epifàinomai = mi mostro, mi manifesto), e indica la manifestazione della divinità di Nostro Signore Gesù Cristo all’umanità. Nelle Chiese orientali, questa rivelazione è associata al Battesimo di Gesù impartito da Giovanni Battista (Mt 3, 13-17; Mc 1, 9-11; Lc 3, 21-22), che il rito romano celebra la prima domenica dopo il 6 gennaio. Il Cattolicesimo, invece, lega la solennità all’adorazione dei Magi, i saggi orientali che, seguendo la stella di Betlemme, vennero ad omaggiare Gesù Bambino (Mt 2, 1-12).

Secondo il racconto di San Matteo Evangelista, «alcuni Magi giunsero da Oriente a Gerusalemme e domandavano: “Dov’è il Re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo”».

L’astro, che in seguito Giotto avrebbe interpretato come una cometa, guidò i sapienti fino a Betlemme, dove trovarono «il Bambino con Maria Sua madre». Inginocchiatisi, Gli offrirono oro (come si conviene a un Re), incenso (come omaggio alla Sua divinità) e mirra (anticipando la Sua Passione e morte redentrice).

Proprio in virtù del numero dei doni, successivamente si ipotizzò che i Magi fossero tre, e si attribuirono loro dei nomi che variano secondo la cultura. Quelli affermatisi nella tradizione occidentale sono Baldassarre, Gaspare e Melchiorre.

Nel tardo Medioevo si iniziò a considerarli anche dei Re, provenienti dalle tre parti del mondo allora conosciuto – Europa, Asia e Africa. Con una simbologia concettualmente analoga (benché anagrafica piuttosto che geografica), i bizantini li raffigurano a volte come le tre età dell’uomo: il giovane, l’adulto e l’anziano.

I Magi e la Befana

Un aneddoto più recente vuole che, recandosi a Betlemme, i Magi avessero chiesto informazioni a un’anziana, invitandola poi a seguirli per omaggiare il Salvatore. La donna rifiutò, ma dopo, pentitasi, preparò un sacco di presenti e si mise alla ricerca dei saggi e del Bambino Gesù, non riuscendo però a trovarli. Da allora, per farsi perdonare, l’anziana bussa a ogni porta e consegna i suoi doni ai bambini.

Vi ricorda niente? Eh sì, è proprio lei: la Befana. Buona Epifania a tutti!

giotto - adorazione dei magi
Giotto – Adorazione dei Magi (Padova, Cappella degli Scrovegni, 1303-05)

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Politica

Piano vaccini, Arcuri è un anti-Re Mida: trasforma ciò che tocca in fango

Il Commissario per l’emergenza coronavirus ammette i ritardi sui centri vaccinali, e intanto invia siringhe troppo grandi per i flaconi. Dopo i flop su mascherine, tamponi e banchi a rotelle, è la Waterloo del novello Napoleone

Mirko Ciminiello

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piano vaccini: domenico arcuri
Il Commissario straordinario per l’emergenza coronavirus Domenico Arcuri

Se era sul piano vaccini che si doveva “parere la sua nobilitate”, Domenico Arcuri, Commissario straordinario per l’emergenza coronavirus, non ha tradito le aspettative. Disastro doveva essere, e disastro (per ora) è. A ennesima conferma che il Nostro è sì un esperto, ma solo in ritardi e inefficienze.

Il disastro del piano vaccini

«L’elenco completo dei centri designati per la somministrazione del vaccino contro il coronavirus è ancora in divenire, ragion per cui non si dispone ancora di un’elencazione dei centri vaccinali». Così riconobbe Arcuri, rispondendo a una richiesta di accesso civico generalizzato da parte di ZetaLuiss, testata della Scuola di Giornalismo dell’Università romana Luiss.

Un’ammissione che, forse perché arrivata una settimana dopo il tanto strombazzato V-day, ha curiosamente suscitato una ridda di ironie. Come quella del leader leghista Matteo Salvini, che ha praticamente dato al manager del “Commissario a sua insaputa”.

In realtà, probabilmente come definizione è troppo tranchant, visto che Der Kommissar ha già inviato sieri e siringhe agli enti locali. Anzi, ha perfino comprato (a un prezzo doppio) dei particolari dispositivi di precisione per ricavare il 20% di antidoto in più da ogni flacone Pfizer. Se poi le siringhe sono troppo grandi per le fiale – e quindi inutilizzabili -, mica può essere colpa di Arcuri, no?

Sarebbe come dargli addosso per i padiglioni dedicati alla somministrazione del vaccino, quelli a forma di fiore. Che saranno anche pacchiani e inutilmente costosi, ma li ha pvogettati l’avchistav Stefano Boeripavdon, Boevi. E poi, quella vaccinale è una campagna: o no?

L’anti-Re Mida

Oltretutto, manco a dire che uno non se lo aspettava. Non sosteneva forse la grandissima Agatha Christie che «un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova»? Ebbene, da questo punto di vista il supercommissario sovrabbondava anche prima del piano vaccini.

In principio, infatti, erano state le mascherine (ri)acquistate dalla Cina (cui le aveva regalate Giggino il Munifico) eppure bloccate nel Paese del Dragone. Poi era stata la volta dei 5 milioni di tamponi da distribuire alle Regioni, che in realtà erano solo i cotton fioc senza i reagenti. Infine, il capolavoro (condiviso col Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina, cui non vorremmo mai sottrarre “meriti”) dei banchi a rotelle giunti a destinazione solo a scuole già richiuse. Anche se qui si potrebbe parlare di eterogenesi dei fini.

Arcuri, insomma, è una specie di anti-Re Mida che trasforma in fango tutto ciò che tocca. Ma poiché, parafrasando il dettato evangelico, non avrebbe alcun potere se non gli fosse stato dato dall’alto, la “colpa più grande” non è la sua. Per informazioni, citofonare Palazzo Chigi, o anche Lungotevere Ripa.

Anche perché, notoriamente, Der Kommissar viene paragonato a Napoleone Bonaparte, nome sovente associato a Waterloo. Serve aggiungere altro?

La risposta del Commissario Arcuri sui centri vaccinali

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Primo Piano