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Economia

Finanziamenti europei, il Premier Conte si piega ai diktat di Bruxelles

Il Commissario Gentiloni aveva avvertito il Governo di non usare i soldi del Recovery Fund per abbassare le tasse, e i rosso-gialli eseguono. Ormai la sovranità non appartiene più al popolo, ma all’Europa

Mirko Ciminiello

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governo ed economia: il premier conte
Il Premier Giuseppe Conte

Sui finanziamenti europei, a quanto pare, non c’è partita. Nel senso che, se mai se n’era aperta una con la Ue, l’ha chiusa subito il bi-Premier Giuseppe Conte – e non nel senso auspicato. Perché le parole che il Presidente del Consiglio ha pronunciato al Forum Ambrosetti di Cernobbio hanno solamente confermato che, ahinoi, siamo stati facili profeti.

I diktat sui finanziamenti europei

«Non chiediamo soldi europei per abbassare le tasse», bensì per realizzare «un progetto di ripresa e rilancio del Paese» ha affermato il Signor Frattanto. Aggiungendo che «oltre il 35% delle risorse disponibili sarà allocato per supportare progetti green».

Traducendo la sua usuale prosopopea da leguleio, significa che, come sempre, Bruxelles chiama, e il Governo risponde. Bruxelles ordina, e il Governo obbedisce. Sono infatti passati solamente pochi giorni dal monito di Paolo Gentiloni, Commissario europeo agli Affari economici, sulla “corretta” gestione del Recovery Fund.

«Guai a pensare che usiamo i 200 miliardi per ridurre le tasse, sarebbe davvero un messaggio sbagliato» aveva avvisato l’ex Capo del Governo. Ricordando anche, come poi avrebbe fatto anche il frugale Cancelliere austriaco Sebastian Kurz, che ci sono «delle chiare indicazioni su come spenderli. Che saranno sorvegliate dalla Commissione» europea.

Insomma, se l’Italia non è sotto tutela, poco ci manca. E quindi sì alla fantomatica resilienza e sostenibilità sociale, sì all’immancabile transizione ambientale, ma no al calo delle imposte. Che sarebbe l’unico provvedimento davvero in grado di rilanciare concretamente l’economia, visto che immetterebbe nelle tasche delle famiglie liquidità immediatamente disponibile. Ma, in fondo, cosa può saperne un economista di queste quisquilie?

In ogni caso, basterebbe essere chiari, evitare tanti sotterfugi e giri di parole. Basterebbe farci sapere che è il caso di modificare l’articolo 1 della Costituzione, quello secondo cui la sovranità appartiene al popolo. Così ne gioverà l’autostima del giornalista Gianni Riotta, e poi volete mettere quei cattivoni dei sovranisti a leggere che la sovranità appartiene all’Europa?

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Giornalista, attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Economia

Governo ed economia, ancora tensioni a livello di Conte dei Conti

Il Ministro Gualtieri annuncia l’accordo sulla Nadef, col crollo del Pil che dovrebbe essere inferiore alle attese. Per il Premier restano però i nodi relativi a Recovery Fund, Inps, Reddito di cittadinanza e Quota 100

Mirko Ciminiello

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governo ed economia: il premier conte
Il Premier Giuseppe Conte

Test per l’esame di giornalismo su Governo ed economia. Il candidato consideri che:

a) Il bi-Premier Giuseppe Conte ha sollecitato il presidente dell’Inps Pasquale Tridico a lavorare «anche di notte» per pagare la cassa integrazione a chi l’aspetta da mesi. Quindi, dopotutto, è solo l’esecutivo rosso-giallo che «non lavora col favore delle tenebre».

b) Ancora il fu Avvocato del popolo ha comunque precisato che lo stipendio del padre del Reddito di cittadinanza «è adeguato». Ai canoni grillini.

c) A proposito del provvedimento-bandiera del M5S, il Presidente del Consiglio ha aperto a delle modifiche. «Il progetto di inserimento nel mondo del lavoro collegato al Reddito di cittadinanza ci vede ancora indietro» ha lamentato. Non vorrà mica dire che regalare soldi disincentiva a trovare un impiego?!

d) Di nuovo il BisConte ha avvisato che «sul Recovery Fund non possiamo fallire: ne va della credibilità di questo Governo». Che in volturarappulese è un modo elegante per dire che l’Italia non ha molto da perdere.

e) Sempre il Signor Frattanto, riferendosi alle pensioni, ha dichiarato che non intende rinnovare Quota 100, che secondo i rumours potrebbe essere sostituita con Quota 102. Così da strizzare l’occhio ai senatori a vita.

Governo ed economia, i conti oltre Conte

f) Il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, commentando l’accordo intergovernativo sulla Nota di Aggiornamento al Def, ha comunicato che «oggi abbiamo deciso i saldi». Ognuno la legga come crede.

g) A tal proposito, il Cancelliere dello Scacchiere ha affermato che nella Nadef è previsto un calo del Pil al -9%, «considerato fino a poco tempo fa troppo ottimistico». E poi ci si sorprende se Italia Viva considera straordinaria una tornata elettorale chiusa con percentuali da prefisso telefonico…

Ciò posto, illustri il candidato se Giuseppi, a imitazione dell’organo costituzionale che garantisce il funzionamento della finanza pubblica, si sia fatto Conte dei Conti.

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Economia

Ue della sanità, von der Leyen e il discorso sul (pessimo) stato dell’Unione

La presidentessa della Commissione europea illustra le sue priorità, che per lo più sono il solito elenco di farneticazioni. Ma il Premier Conte, gratificato dalla sua “benedizione”, si affretta a obbedire ai suoi diktat

Mirko Ciminiello

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ue della sanità: ursula von der leyen
La presidentessa della Commissione europea Ursula von der Leyen

Una Ue della sanità, una Ue antirazzista, una Ue verde e chi più ne ha più ne metta. È il festoso libro dei sogni (per lo più degli incubi, in realtà) sbandierato dalla presidentessa della Commissione europea Ursula von der Leyen. La quale, di fronte all’Europarlamento, ha tenuto il suo primo discorso sullo stato dell’Unione, toccando vari temi e delineando le sue priorità. Salute, clima e digitale su tutto.

La Ue della sanità

«Dobbiamo costruire un’Unione della Sanità» ha pomposamente affermato la politica tedesca. Tradotto dall’euroburocratese, significherebbe accentrare su Bruxelles una prerogativa esclusiva degli Stati membri come le politiche sulla salute. Una statalizzazione di memoria marxista, mutatis mutandis.

Questo, peraltro, è stato uno dei passaggi più intelligenti dell’arringa, oltre a quello sulla digitalizzazione. A cui, ha assicurato la von der Leyen, dovrà essere destinato almeno il 20% del Recovery Fund. E proprio sui fondi europei per la ripresa la pupilla della cancelliera teutonica Angela Merkel ha iniziato a uscire dal seminato.

«Il 37% del Next Generation Eu sarà speso per i nostri obiettivi del Green deal» ha dichiarato. Aggiungendo di voler «portare l’obiettivo per il 2030 di riduzione delle emissioni ad almeno il 55%», allo scopo di rendere l’Europa «il primo continente climaticamente neutro». Proposito risibile, visto che, come abbiamo già argomentato più volte, le attività dell’uomo hanno un impatto minimo sul clima. E verrebbe da ridere, se non ci fosse da piangere, al pensiero che l’economia dovrebbe essere posta al servizio di una gigantesca illusione collettiva.

Le pagliacciate, comunque, erano solo all’inizio. Quelle successive si possono riassumere tutte nello slogan, altrettanto ridicolo, «l’odio è odio». E unidirezionale, naturalmente, come da narrazione del pensiero unico mainstream.

E quindi via alle intemerate contro i cosiddetti hate crimes (e il loro incitamento) «di matrice razziale, di genere o di orientamento sessuale». Che stanno (quasi) solo nella sua testa, per fortuna, e per cui le attuali legislazioni nazionali bastano e avanzano.

Ma si sa che i paladini del politically correct si rifanno, almeno inconsciamente, alla scuola hegeliana. Per cui, «se la realtà non coincide con la teoria, tanto peggio per la realtà».

L’asse von der Leyen-Conte

Parte della filippica della von der Leyen è stata poi interpretata come una “benedizione” al bi-Premier Giuseppe Conte. A conferma che l’appeal elettorale del leader leghista Matteo Salvini non terrorizza solo il Governo rosso-giallo – e anche che Bruxelles continua ad avere problemi col voto popolare.

«Nel 2021 organizzeremo un vertice globale sulla sanità in Italia, per dimostrare che l’Europa c’è per proteggere i cittadini». Questo il primo annuncio, cui ha subito fatto eco il fu Avvocato del popolo. «Felice di ospitare il Global Health Summit con Ursula von der Leyen».

Poi il vero assist, sull’immigrazione. «Verrà abolito il regolamento di Dublino e sarà sostituito da un nuovo sistema» con una struttura comune per asili e rimpatri e un forte «meccanismo di solidarietà».

Quello irlandese è lo sciagurato trattato che ci riempie di clandestini che non possiamo redistribuire, eppure il suo eventuale superamento non sta sconvolgendo i buonisti. Che vi vedono un modo per «spuntare le unghie» al Capitano, il quale dal canto suo, al netto della cautela, ha espresso soddisfazione. «Sono anni che lo chiediamo».

Stessa reazione – incredibile dictu – di Giuseppi, che ha aggiunto che, «da parte nostra, siamo già predisposti a lavorare alla modifica dei Decreti Sicurezza». E sarebbe solo la prima cambiale da pagare alla numero uno della Commissione Ue. Le altre, il Signor Frattanto le ha sciorinate anticipando le linee guida sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – cioè il Recovery Plan.

Il documento tratteggia sei missioni, che poi sarebbero i paletti scritti sotto dettatura dell’Europa. Tra cui campeggiano, ça va sans dire, la «rivoluzione verde» e «l’equità sociale, di genere e territoriale». Che prevede tra l’altro il salario minimo, presente anche nel discorso sullo stato dell’Unione. Un pessimo stato, alla fine della fiera.

Oltre la Ue della sanità

Il problema vero – non finiremo mai di sottolinearlo – è a monte rispetto alla congerie di farneticazioni politicamente corrette raccomandateci dall’Unione Europea. La questione riguarda la sovranità e, di riflesso, la tutela comunitaria sugli Stati membri – il nostro, in primis.

Perché, parliamoci chiaro, circa 2/3 dei finanziamenti europei sono prestiti – 127,4 miliardi di euro su un totale di poco meno di 209. Quindi andranno restituiti, benché a tassi agevolati e con tempi piuttosto lunghi – aspetto che spiega benissimo perché il piano si chiami Next Generation Eu.

Ma, anche se fossero tutte sovvenzioni, resterebbe il fatto che l’Italia, fino a prova contraria, non è un Paese commissariato. E quindi è offensivo che Bruxelles si permetta anche solo di pensare di imporci i suoi diktat.

Peraltro, non è neppure detto che l’esecutivo non sceglierebbe di destinare comunque un terzo dei fondi alle eco-balle. O di accettare il «mutuo riconoscimento» tra Stati della genitorialità lgbt, che è un ossimoro ma anche una delle raccomandazioni “genderiste” dell’alta papavera.

Un conto, però, sarebbe deciderlo in totale autonomia. Tutt’altro è che un qualsiasi ente conceda un prestito condizionandone però la destinazione.

Piacerebbe a tutti avere la botte piena e la moglie ubriaca. Ma è una presa in giro, ancor più gargantuesca della fantomatica Ue della sanità e delle altre amenità. E, infatti, probabilmente non è un caso che quello della von der Leyen sia un Recovery Fund letteralmente da ricovero.

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Economia

Finanziamenti Ue, il Commissario Gentiloni getta la maschera di Bruxelles

Per l’ex Premier il Recovery Fund non va usato per ridurre le tasse, e il Ministro dell’Economia Gualtieri gli dà ragione. A conferma che, come profetizzato da Montanelli, siamo i soli a essere entrati in Europa da Europei anziché da Italiani

Mirko Ciminiello

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finanziamenti ue: paolo gentiloni
Il Commissario europeo agli Affari economici Paolo Gentiloni

Puntuale come un orologio rotto a cui solo casualmente capita di segnare l’ora esatta, Bruxelles è tornata a farci la lezioncina sui finanziamenti Ue. Stavolta lo ha fatto per bocca del Commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni, intervenuto presso le commissioni riunite Bilancio e Politiche Ue delle due Camere. Per ribadire che le istituzioni comunitarie, a quanto pare, considerano ancora l’Italia alla stregua di una colonia.

Economia e finanziamenti Ue

«Vogliamo avere già a ottobre le linee di fondo del Recovery Plan, in modo da interloquire subito con la Commissione Ue. I primi soldi concretamente arriveranno nei primi mesi del 2021, un primo 10%». Così il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha illustrato la tabella di marcia verso i finanziamenti Ue, pur facendola più semplice di quanto in realtà non sia.

È comunque lo stile del Cancelliere dello Scacchiere, che tende sempre – perlomeno nelle dichiarazioni pubbliche – a vedere il bicchiere mezzo pieno. Per esempio, ha ammesso che il calo del Pil sarà peggiore dell’8% stimato dal Governo rosso-giallo «quando non si sapeva quanto sarebbe durato il lockdown». Tuttavia, si è anche detto fiducioso che nel terzo trimestre dell’anno vi sarà «un forte rimbalzo», come suggeriscono gli indicatori sulla produzione industriale e l’occupazione. Al punto che la nuova stima non sarà tanto peggiore della precedente.

«Tutti i previsori che indicavano -11, -12, -13% dicono che l’Italia fa meglio di quanto loro prevedevano» ha gongolato il titolare del Tesoro. Che ha aggiunto che le risorse del Recovery Fund «possono far aumentare il Pil» e permettere di avviare le auspicate riforme.

La mia intervista di oggi alla trasmissione televisiva di Rai3 Agorà. Diversi i temi affrontati: dai numerosi…

Pubblicato da Roberto Gualtieri su Mercoledì 2 settembre 2020

En passant, sulla gestione di tali risorse dovrà vigilare proprio la Commissione Politiche Ue, che a Montecitorio è presieduta dal grillino Sergio Battelli. Uno che ha la licenza media e, come unica esperienza lavorativa, un decennio da commesso in un negozio di animali. Ogni commento è superfluo.

I finanziamenti Ue e il Recovery Fund

I finanziamenti Ue ammontano, come stabilito a luglio, a circa 209 miliardi di euro, di cui 81,4 a fondo perduto e 127,4 come prestiti. La loro erogazione dipende innanzitutto dai Piani di rilancio, da presentare al massimo entro aprile. Questi, come ha spiegato in audizione Gentiloni, dovranno essere approvati prima dalla Commissione Europea e poi dal Consiglio Europeo, a maggioranza qualificata. Quindi, «presumibilmente entro il primo semestre 2021», verrà erogato il primo 10% dei finanziamenti Ue. I successivi versamenti avranno invece cadenza semestrale, previa valutazione del rispetto degli obiettivi e delle tempistiche proposti dagli Stati membri.

È qui che entra in gioco il Piano nazionale per la ripresa, che non è e non deve essere «una raccolta di esigenze e di emergenze». Così parlò l’esponente del Pd, mandando un chiaro messaggio ai naviganti che hanno scambiato il Recovery Plan per una diligenza da assaltare.

L’Unione Europea ha infatti vincolato l’accesso ai finanziamenti Ue a dei paletti ben precisi. Per quanto riguarda l’Italia, alcune sono raccomandazioni “storiche”, come gli investimenti sulla scuola, sull’occupazione e sulla digitalizzazione. Tra le priorità, però, vi sono anche la resilienza e sostenibilità sociale (qualunque cosa significhi) e l’immancabile sostenibilità ambientale. Con la postilla che a quest’ultima amenità andrà destinato «oltre il 35% dei fondi».

È proprio qui che le istituzioni comunitarie hanno finalmente gettato la maschera, rivelando l’implicita (e immotivata) pretesa di continuare a dettare legge. A dimostrarlo c’è anche un altro passaggio dell’audizione di Gentiloni, cui era stato chiesto un parere sull’uso dei finanziamenti Ue a fini fiscali.

«Io direi in maniera molto molto mirata e limitata» ha risposto l’ex Premier. «Ma guai a pensare che usiamo questi 200 miliardiper ridurre le tasse, sarebbe davvero un messaggio sbagliato».

L’Italia non è una colonia di Bruxelles

Ora, il problema non è nemmeno tanto nel contenuto, che parzialmente può essere perfino condivisibile. Tanto è vero che Gualtieri ha dato ragione al proprio compagno di partito alla luce del fatto che la riforma tributaria ha un costo strutturale. E, pertanto, «non può essere finanziata con delle risorse che sono invece temporanee».

La questione vera è a monte, e riguarda quell’insopportabile atteggiamento da maestrina che pare connaturato all’Europa. La quale dimentica fin troppo spesso di avere a che fare con degli Stati sovrani, che prima di tutto devono rispondere ai rispettivi popoli.

L’Italia non è una Nazione assoggettata né commissariata, anche se al commissario Gentiloni probabilmente farebbe piacere che lo fosse. Dopotutto è lui che, a corollario della sciagurata era Mario Monti, cinguettò che occorreva «cedere sovranità a un’Europa unita e democratica».

Fa specie che a farneticare così sia stato uno che, qualche anno dopo, si sarebbe insediato nientemeno che a Palazzo Chigi. Ma in fondo questo è il secondo corno del dilemma, che è tutto nostrano, come già aveva sarcasticamente profetizzato un mito come Indro Montanelli.

«Quando si farà l’Europa unita, i Francesi ci entreranno da Francesi, i Tedeschi da Tedeschi e gli Italiani da Europei». Gioco, partita, incontro. Con tanti saluti all’articolo 1 della Costituzione più bella del mondo.

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Economia

Scostamento di Bilancio, via libera dal Senato, ma non tutti i Conte tornano

Nessuna sorpresa da Palazzo Madama, che vota senza patemi l’extra deficit da 25 miliardi per lavoro, scuola e fisco. Un indebitamento che però rende molto più probabile il ricorso allo “spauracchio” Mes

Mirko Ciminiello

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governo ed economia: il premier conte
Il Premier Giuseppe Conte

Via libera del Senato allo scostamento di Bilancio da 25 miliardi chiesto dal Governo Conte-bis, il cosiddetto Dl Agosto. Un voto non scontato (visti i numeri risicatissimi di Palazzo Madama), ma allo stesso tempo prevedibile (dato l’istinto di sopravvivenza dei parlamentari). Un voto che si potrebbe ripercuotere sulla politica economica italiana: e non soltanto nel senso (di immediatezza) inteso e sbandierato dall’esecutivo rosso-giallo.

Il sì allo scostamento di Bilancio

Molti consideravano la votazione sullo scostamento di Bilancio (il terzo) lo scoglio più duro tra i tre – consecutivi – in programma questa settimana. Tra il prolungamento dello stato di emergenza (incassato) e il risiko legato alla richiesta di processare l’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Si dipingeva una maggioranza alle prese col pallottoliere nell’ansia di far quadrare numeri ballerini. Più che un Governo Conte, cioè, un Governo conta.

La Costituzione, infatti, impone che un extra deficit venga autorizzato dalla maggioranza assoluta di entrambi i rami del Parlamento. Nella Camera Alta, significa che devono esprimersi favorevolmente 160 senatori, laddove i rappresentanti di M5S, Pd, Italia Viva e LeU sono in tutto 153.

I due precedenti non erano stati problematici perché l’opposizione, per senso del dovere, aveva appoggiato il Cura Italia e il Dl Rilancio. Mentre, nell’ultima occasione, aveva condizionato l’eventuale sostegno a una serie di paletti in tema di fisco, lavoro e giustizia sociale. A conferma che agosto non porta proprio bene al bi-Premier Giuseppe Conte.

«Non consentiremo che le risorse degli italiani, il denaro dei nostri figli, venga sperperato in operazioni assistenziali o addirittura clientelari mentre il Paese soffre». Così i tre leader di Lega, FI (Silvio Berlusconi) e FdI (Giorgia Meloni) si erano espressi in una lettera indirizzata a Giuseppi. Sostanzialmente, il centrodestra esigeva rassicurazioni sui piani di spesa dei 25 miliardi chiesti dall’esecutivo. «Se pensa di pagarci consulenze e bonus monopattino il nostro voto se lo scorda» aveva sibilato la presidente di Fratelli d’Italia.

I rumours volevano quindi i rosso-gialli in pressing sui senatori dei gruppi Misto e Per le Autonomie con lo spauracchio dell’asticella. Che, ça va sans dire, è stata superata di slancio (170 sì alla fine). Evidentemente, l’ancestrale terrore di passare dagli scranni del Parlamento al Reddito di Cittadinanza funziona sempre.

Le destinazioni dell’extra deficit

I 25 miliardi del nuovo scostamento di Bilancio dovrebbero permettere di contrastare gli effetti della pandemia da Covid-19 in settori cruciali dell’economia. Che in parte collimano con quelli su cui anche le opposizioni hanno invocato riforme rapide ed efficaci.

Al centro del Dl Agosto c’è il mondo del lavoro, e in particolare l’incentivazione delle assunzioni e del rientro in attività. Da realizzare mediante uno sgravio semestrale al 100% dei contributi per i neoassunti, e una decontribuzione quadrimestrale piena per le imprese che rinunceranno alla cassa integrazione.

La Cig verrà comunque estesa per altre 18 settimane, e per le aziende che la utilizzano verrà prorogato per tutto l’anno il blocco dei licenziamenti. Sarà infine protratto lo smart working nel settore privato, come già avviene per il 50% della P.A. in virtù del Dl Rilancio.

Altro fronte caldo è quello delle tasse, su cui il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri aveva già fornito importanti anticipazioni. Le principali riguardano la rimodulazione delle scadenze fiscali (attualmente fissate per metà settembre) e la possibilità di rateizzare i versamenti tributari e contributivi. Previsto inoltre anche lo sblocco degli investimenti per gli enti locali, mentre altre risorse saranno destinate al settore automobilistico, al turismo e alla scuola.

In particolare, come aveva annunciato sempre il Cancelliere dello Scacchiere, nell’ambito dell’istruzione i fondi serviranno ad acquistare nuove strutture, compresi i banchi. Ma anche ad assumere docenti a tempo determinato, onde ridurre il numero degli studenti nelle singole classi.

Lo scostamento di Bilancio e il Mes

Secondo un retroscena diffuso nei giorni scorsi, il titolare di via XX Settembre avrebbe lanciato un avviso ai naviganti. Con i 25 miliardi del nuovo scostamento di Bilancio, per evitare tensioni sui conti pubblici sarebbe stata necessaria l’attivazione del Meccanismo Europeo di Stabilità.

L’indiscrezione era stata smentita – un po’ in ritardo, in realtà – dal Mef, ma ci può essere un fondo (è il caso di dirlo) di verità. Per esempio, perché i tempi per l’istituzione – e quindi l’erogazione dei contributi – del Recovery Fund non saranno rapidi. Inoltre, il Ministro della Salute Roberto Speranza ha affermato in tempi sospetti che la sanità richiede «almeno 20 miliardi di finanziamento». E il suo dicastero avrebbe preparato un piano che si basa anche sugli aiuti del Fondo salva-Stati. Solo che lo strumento continua a far venire l’orticaria al M5S, che lo considera (e non a torto) una potenziale trappola di Bruxelles.

Qui, comunque, torniamo al discorso di cui sopra, con la liaison tra poltrone e stampelle. Perché prima o poi i nodi dovranno venire al pettine – perfino in un gabinetto guidato da un temporeggiatore come il Signor Frattanto. E allora sapremo se, parafrasando il Re di Francia Enrico IV di Borbone, Roma val bene una Mes.

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Economia

Mes o non Mes, all’Europarlamento le alleanze tornano a frantumarsi

Dopo l’esultanza per gli esiti del Consiglio Ue, un emendamento sul Fondo salva-Stati fa riesplodere le tensioni. Il Pd (come FI) torna in pressing per usare la linea di credito “sanitaria”, ma il M5S (con Lega e FdI) alza ancora le barricate

Mirko Ciminiello

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mes o non mes: conte e gualtieri
Il Premier Conte e il Ministro dell'Economia Gualtieri

Mes o non Mes, questo è il problema. O meglio, il dilemma amletico che da mesi tiene in scacco la politica italiana, soprattutto a causa delle divisioni in seno alla maggioranza rosso-gialla. Con il Consiglio Europeo straordinario le polemiche erano state tacitate, come in una sorta di classica tregua olimpica. Ma ora, passata la sbornia da Recovery Fund, tutte le tensioni quiescenti – ma mai davvero sopite – sono riesplose con tutta la loro veemenza.

Mes o non Mes?

Mercoledì scorso, i capidelegazione della maggioranza si sono riuniti prima del Cdm che ha autorizzato la richiesta del nuovo scostamento di Bilancio da25 miliardi. E, com’era ampiamente prevedibile, la questione Mes o non Mes è tornata prepotentemente a riaffacciarsi.

«Oggi stiamo ancora festeggiando il Recovery Fund», avrebbe lamentato, secondo alcune ricostruzioni, il Ministro della Giustizia pentastellato Alfonso Bonafede, chiedendo di rimandare la discussione. Istanza accolta, per la cronaca. La cifra perfetta di un Governo il cui leader, il bi-Premier Giuseppe Conte, è talmente avvezzo a procrastinare da essere soprannominato Signor Frattanto.

Prima o poi, però, i nodi dovranno venire al pettine, e in tal senso sono molto significative le frecciate del leader di Iv Matteo Renzi. Che ha impietosamente rovinato la passerella autocelebrativa del fu Avvocato del popolo invitandolo, tra l’altro, a riflettere bene sull’eventuale utilizzo del Meccanismo Europeo di Stabilità.

Insomma, Giuseppi non può stare sereno, se non nell’ormai proverbiale accezione dell’ex Rottamatore. Lo dimostra anche quanto è accaduto durante l’ultima seduta dell’Europarlamento, in cui si doveva votare la risoluzione sulle conclusioni del Consiglio Ue. A sparigliare le carte è stato il gruppo Identità e democrazia, di cui fa parte la Lega. Che ha presentato un emendamento volto proprio a respingere l’uso del Fondo salva-Stati.

La modifica è stata bocciata, ma ha ottenuto di mandare nuovamente in frantumi le alleanze nazionali. Il M5S ha infatti votato a favore dell’emendamento assieme al Carroccio e a FdI, mentre contro si sono espressi il Pd, FI e Iv. Se lo strumento comunitario deve favorire una stabilità, non è di certo quella politica.

La spinta del Pd

I finanziamenti del Next Generation Eu «inizieranno nella seconda parte del 2021 ad eccezione di un 10% che verrà anticipato con l’approvazione del Piano». Così Paolo Gentiloni, Commissario europeo agli Affari economici, è entrato in tackle nella diatriba sui fondi Ue. Ricordando che le erogazioni esigono dapprima l’istituzione del Fondo per la Ripresa attraverso la ratifica preventiva dell’intesa da parte di tutti i Parlamenti. E poi l’approvazione dei Piani nazionali di riforme dei singoli Paesi membri dell’Unione. E, oltretutto, arriveranno a rate.

Tempi lunghi, as usual. Per questo l’ex Premier ha sottolineato che, all’interno del pacchetto che comprende anche il programma SURE, «uno strumento è già disponibile, ovvero il Mes».

Sulla stessa lunghezza d’onda il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri che, secondo indiscrezioni, avrebbe mandato un avviso ai naviganti. Del tipo, se lo scostamento di Bilancio produrrà 25 miliardi di deficit aggiuntivo, senza i 36-37 miliardi del salva-Stati si creerebbero tensioni sui conti pubblici.

Tempismo perfetto, quello del Cancelliere dello Scacchiere, visto che l’asta di giugno per i Btp decennali ha stabilito un nuovo record per i rendimenti italiani. Sono infatti arrivate domande per oltre 108 miliardi di euro, a ennesima conferma di quanto i famigerati mercati si fidino dei nostri titoli di Stato.

E infatti il Mef, sia pure con colpevole ritardo, ha seccamente smentito il retroscena. «Il Ministro Gualtieri non ha mai pronunciato le parole attribuitegli» hanno precisato fonti di via XX Settembre. Aggiungendo che «per il Bilancio dello Stato non esiste alcun problema di cassa». Meglio così.

In ogni caso, che si sia trattato di una gaffe o meno, resta l’insopprimibile spinta dei dem verso il Meccanismo Europeo di Stabilità. Ovvero, secondo gli euroscettici, verso il baratro.

Mes o non Mes, il perché della diatriba

Il nodo del contendere è sempre il Mes light o Mes sanitario o Mes pandemico. Vale a dire quella versione del Fondo salva-Stati finalizzata a stimolare l’economia in seguito alla crisi da Covid-19. Si tratterebbe, ça va sans dire, di un prestito, ma con un tasso abbastanza agevolato. Lo 0,07% in sette anni, che salirebbe allo 0,08% in caso di restituzione in un decennio.

«Abbiamo eliminato dalle sue linee di credito le vecchie condizionalità macroeconomiche» ha argomentato, non caso, Gentiloni, riferendosi ai vincoli del Meccanismo Europeo di Stabilità originario. Ovvero, non essere in procedura di infrazione, avere da due anni un deficit sotto il 3% del Pil, e avere un debito pubblico inferiore al 60%. L’unico obbligo, nella nuova formulazione, sarebbe quello di utilizzare gli aiuti per le spese legate all’emergenza sanitaria.

Il nocciolo della questione, e dunque della diatriba, sta tutto nei condizionali. È ovvio, infatti, che nessuno rinuncerebbe a cuor leggero a un qualsivoglia finanziamento. Il problema è che, per cambiare un Trattato come quello alla base del Mes, occorrono gli stessi presupposti della sua istituzione. Vale a dire l’unanimità del Consiglio Ue e poi la conferma dei singoli Parlamenti nazionali. Senza questi passaggi, l’accordo non è che un gentlemen’s agreement.

Il punto quindi diventa: ci si può fidare dell’Europa? Per i grillini, così come per i sovranisti, la risposta è negativa. Senza nero su bianco, sarebbe troppo forte il rischio che le famigerate condizionalità, espulse dalla porta, vengano fatte rientrare dalla finestra. E, con esse, lo spettro del commissariamento della trojka (Bce, Fmi e Commissione Europea), come avvenne per la derelitta Grecia.

Di qui gli ultimi affondi di quanti si oppongono tenacemente allo strumento comunitario. Per i fondi, invece se ne riparlerà. Speriamo non dopo che l’Italia sarà già andata a fondo.

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Economia

Fondi Ue, Conte si autoincensa e irrita la sua stessa maggioranza

Informativa del Premier in Parlamento sugli esiti del Consiglio Europeo straordinario e in vista del varo dell’ennesima task force. Ma il suo eccesso di protagonismo indispettisce gli alleati, e partono già i primi distinguo

Mirko Ciminiello

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Il Premier Giuseppe Conte

Incassati, almeno sulla carta, i 209 miliardi di fondi Ue, per il bi-Premier Giuseppe Conte è scattata un’ulteriore sfida, verosimilmente inaspettata ancorché non altrettanto capitale. Scenario privilegiato sono stati i due rami del Parlamento, in cui il Capo del Governo ha illustrato gli esiti del Consiglio Europeo straordinario. Sui quali ha incassato un plauso trasversale, ma anche i primi distinguo. Che, inopinatamente, sono piovuti anche dalla sua stessa maggioranza.

Fondi Ue, l’informativa di Conte

È probabile che, per il suo ritorno da Bruxelles, il Presidente del Consiglio avesse in mente una sorta di autocelebrazione. Dopotutto, veniva da quattro giorni di negoziati durissimi, che hanno portato a un accordo tutto sommato abbastanza soddisfacente.

«Il risultato positivo però non appartiene a chi vi parla, e nemmeno alle forze di Governo. Appartiene all’Italia intera» ha dichiarato l’ex Avvocato del popolo durante la prima parte della sua informativa, in Senato.

Un discorso in cui il Primo Ministro ha toccato vari punti, a partire proprio dai termini dell’intesa raggiunta dai Ventisette. «L’Italia riceverà 209 miliardi di euro, di cui 82 miliardi di grants. Si tratta del 28% degli aiuti complessivi del pacchetto Next Generation Ue. L’emissione di titoli europei si fermerà nel 2026 e comincerà la restituzione».

Giuseppi ha inoltre insistito sul rispetto della linea rossa tracciata da Roma. «Il meccanismo di governance preserva le prerogative della Commissione Ue. I piani saranno approvati dal Consiglio a maggioranza qualificata ma singoli esborsi saranno decisi dalla Commissione Ue. Anche il freno di emergenza avrà una durata massima di tre mesi e non potrà prevedere un diritto di veto».

Su quest’ultima questione, molto cara al suo frugale omologo olandese Mark Rutte, il Signor Frattanto ha forse mostrato un eccesso di ottimismo. Il meccanismo, infatti, è abbastanza complicato e potrebbe causare dei rallentamenti nell’erogazione dei fondi. Tuttavia, sarebbe anche potuto essere ben peggiore, perciò il compromesso alla fine è accettabile.

Un altro aspetto affrontato dal BisConte è stato poi il Piano per la ripresa, o Recovery Plan. Che «sarà un lavoro collettivo, ci confronteremo con il Parlamento», ha assicurato. Proprio questo punto, però, si è di fatto trasformato in una vera prova del fuoco. Un fuoco, paradossalmente, anche amico.

Il fuoco amico

«Invece di una task force ci regali un dibattito parlamentare, qui in aula ad agosto, per confrontarci su come spendere questi soldi». Così il leader di Iv Matteo Renzi ha bacchettato a Palazzo Madama l’inquilino di Palazzo Chigi. Casus belli, l’intenzione, già preannunciata, di creare un pool di esperti a cui spetterà la gestione dei fondi Ue. Una cabina di regia che dovrebbe essere presieduta dallo stesso Conte.

Di qui l’irritazione di almeno parte degli azionisti di maggioranza dell’esecutivo rosso-giallo. Non solo Italia Viva, ma anche i grillini, con il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio che vorrebbe un gruppo di lavoro che coinvolga tutti i dicasteri. Non è però un mistero che il Premier si senta molto rafforzato dopo il Consiglio Ue, e difficilmente rinuncerà ad avere l’ultima parola. E proprio tale protagonismo, stando ai rumours, ha ulteriormente indispettito gli alleati.

«Ormai si sente Napoleone» pare abbiano affermato sottobanco alcuni esponenti sia del Pd che del M5S. «Già era ambizioso e pieno di sé prima, figuriamoci ora che lo raccontano come un eroe…»

Piuttosto ingeneroso, almeno nel caso specifico, non foss’altro perché non solo di autonarrazione si tratta, come dimostrano le standing ovation tributate da entrambe le Camere. Non sufficienti, però, a stare sereni, se non nell’ormai mitologico senso del fu Rottamatore. Che infatti non ha risparmiato al Signor Frattanto altre frecciate, soprattutto sullo spauracchio Mes.

«Rifletta bene, Presidente» l’affondo del senatore fiorentino, «sono prestiti più favorevoli e con meno condizionalità del Recovery Fund».

Nulla, infatti, è gratis, e d’altronde la saggezza popolare insegna che l’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re. Anche se, come ha puntualizzato Giuseppi citando l’ex presidente della Commissione Europea Jacques Delors, c’è almeno il fiore della speranza nel giardino dell’Ue.

Fondi Ue, le critiche dell’opposizione

Decisamente più scontate erano le critiche dell’opposizione, e infatti il segretario leghista Matteo Salvini ha seguito pedissequamente il copione. «È strano un prestito che ti viene concesso dicendoti cosa puoi o non puoi fare con quei soldi» ha attaccato. Aggiungendo che, se nell’accordo «c’è qualcosa di buono per l’Italia siamo tutti contenti, ma se c’è lo valuteremo nei prossimi mesi». E chiudendo con una provocazione: l’invito – in realtà impraticabile – a usare i finanziamenti del Recovery Fund per tagliare le tasse.

Non stupiscono più di tanto neppure i rilievi del battitore libero Carlo Calenda, leader di Azione. Il quale ha impietosamente fatto notare che l’Italia dovrà contribuire al Bilancio pluriennale dell’Unione Europea per un ammontare da lui stimato in circa 55 miliardi. Il che significa che, all’interno dei fondi Ue, l’entità reale dei sussidi non sarà pari a 81,4 miliardi, ma scenderà a circa 26.

L’eurodeputato ha naturalmente ragione sul piano matematico ma, a maggior ragione, andrebbe elogiata l’insistenza del Premier. Grazie alla quale è rimasto quasi inalterato il volume delle sovvenzioni rispetto alla proposta originaria della presidente della Commissione Europea, la tedesca Ursula von der Leyen.

Senza contare che, da questo punto di vista, i Quattro Frugali ci hanno involontariamente fatto un favore. L’esborso infatti si misura sulla totalità dei finanziamenti a fondo perduto e sul peso delle singole economie (la nostra vale il 13,5% della Ue). Perciò, nel momento in cui i rigoristi nordici hanno ottenuto il ridimensionamento dei trasferimenti diretti, hanno anche automaticamente abbassato la quota italiana.

Storia e destino

«La Ue ha mutato prospettiva, è una svolta storica» ha sottolineato l’ex Avvocato del popolo in apertura del suo intervento al Senato. Probabilmente ha esagerato con l’enfasi, ma è pur vero che è lo stile a cui il Nostro ci ha ormai abituati. Così come è vero che, da settimane, il Presidente del Consiglio scomodava la Storia per accentuare l’importanza – in ogni caso indiscutibile – del summit belga.

Curiosamente, comunque, si potrebbe dire che le stelle si sono in qualche modo allineate per l’occasione, coinvolgendo come co-protagonista d’eccezione il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il quale, la sera stessa dell’accordo, lo stesso giorno in cui ha espresso a Giuseppi «apprezzamento e soddisfazione», si è recato all’Auditorium Parco della Musica. Qui ha assistito all’esecuzione della Quinta Sinfonia di Ludwig van Beethoven, il cui racconto musicale ha come tema centrale il destino. Tanto è vero che le prime, inconfondibili quattro note rappresentano, secondo le parole dello stesso genio teutonico, “il destino che bussa alla porta”.

Come in questi giorni di trattative cruciali per il futuro dell’Europa. Se non è un segno del destino questo!

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Economia

Consiglio Europeo, l’Italia esce mezza vincitrice, ma almeno non sconfitta

Passa quasi interamente la linea dei Quattro Frugali, ma il Premier Conte riesce a salvaguardare il Recovery Fund, e in particolare l’entità delle sovvenzioni. Difficile fare di più, e infatti plaudono (in qualche misura) perfino i critici

Mirko Ciminiello

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ue della sanità: ursula von der leyen
La risposta europea alla crisi da Covid-19

Ci è voluto un Consiglio Europeo (quasi) da record ma, alla fine, sui finanziamenti legati alla crisi da Covid-19 l’Ue ha battuto un colpo. Magari non uno risolutivo, ma è sempre più di quanto (non) abbia fatto finora. L’estenuante vertice si è infatti concluso con la sospirata intesa su Next Generation Eu (nome alternativo per il mitologico Recovery Fund) e Bilancio pluriennale dell’Unione. Un’intesa prevedibilmente figlia di un compromesso, che però consente praticamente a tutti i Ventisette di potersi presentare in patria con i galloni del vincitore.

L’intesa al Consiglio Europeo

La svolta è arrivata alle 5:31 del mattino dopo un negoziato durissimo, soprattutto per un Governo notoriamente non uso a lavorare «col favore delle tenebre». Deal! ha cinguettato laconicamente il belga Charles Michel, Presidente del Consiglio Europeo, l’organismo composto dai Capi di Stato e di Governo del Vecchio Continente.

«Un momento storico per l’Europa e per l’Italia» lo avrebbe poi definito il bi-Premier Giuseppe Conte, che da settimane insisteva sull’importanza dell’appuntamento. Adesso, ha aggiunto, «abbiamo la possibilità di far ripartire l’Italia con forza e cambiare volto al Paese. Ora dobbiamo correre».

La conferenza stampa del Premier Conte dopo l’accordo in sede di Consiglio Europeo

Correre, anzitutto, verso il Piano nazionale di rilancio che il Signor Frattanto punta a presentare a settembre. I finanziamenti europei, infatti, sono legati a un pacchetto di riforme che, per quanto concerne l’Italia, dovranno riguardare dei settori specifici. Il primo obiettivo è quello della digitalizzazione del Paese, seguito dalle immancabili raccomandazioni sugli investimenti “verdi”. Sono inoltre previsti interventi sul mercato del lavoro, la Pubblica Amministrazione, la giustizia, l’istruzione, la sanità e – il tasto più dolente – le pensioni.

Il programma dovrà comunque essere sottoposto al vaglio preventivo della Commissione Europea, nonché dello stesso Consiglio a maggioranza qualificata. Era uno dei punti di maggiore frizione, con il Premier olandese Mark Rutte che premeva affinché ogni Stato membro potesse godere del diritto del veto. Alla fine l’ha spuntata lui, sia pure con una formula tanto ambigua da poter essere presentata con implicazioni anche diametralmente opposte. Tipo proibizione mascherata, oppure semplice dibattito.

I successi dei Quattro Frugali

Il tulipano ha infatti ottenuto un “super freno di emergenza” per condizionare gli esborsi al rispetto della tabella di marcia sulle riforme. Il giudizio in merito dipenderà dal Comitato economico e finanziario, un organo interno al Consiglio Europeo che riunisce gli sherpa dei Ministri delle Finanze dell’Eurozona.

Successivamente, qualunque esecutivo potrà chiedere un’ulteriore valutazione, da discutere al successivo Consiglio Ue «in modo esaustivo» (e non «decisivo», come appariva nell’ultima bozza). La deliberazione finale spetterà comunque alla Commissione (e non ai Governi come chiedeva l’Olanda), che però dovrà congelare i pagamenti durante tutto il procedimento. Il quale potrà avere una durata massima di tre mesi.

In questo modo, benché non si parli di “veto” o “unanimità” (come voleva il BisConte), vi sarà comunque la possibilità di un controllo (come pretendeva Rutte). Nonché, eventualmente, di un rallentamento nell’erogazione dei fondi – anche se la contestazione dovrebbe scattare solo in casi eccezionali.

Non è l’unico successo ottenuto dai Paesi Bassi e, in generale, dai Quattro Frugali – che includono anche Austria, Danimarca e Svezia. Anzitutto, sono aumentati i rebates, gli sconti sui contributi al Bilancio Ue di cui godono i rigoristi nordici. Con Vienna e Copenhagen che li hanno praticamente raddoppiati. Unica eccezione è stata la Germania, che a sua volta beneficia dell’agevolazione, ma ha preferito lasciarne inalterata l’entità.

Soprattutto, però, il quartetto ha ottenuto di ridefinire il Recovery Fund. Non nel volume complessivo, che è rimasto di 750 miliardi di euro – da ottenere attraverso l’emissione di eurobond, cioè facendo debito comune europeo. Bensì nella ripartizione tra sussidi e prestiti. Con questi ultimi che sono saliti a 360 miliardi (dai 250 iniziali), laddove le sovvenzioni sono scese a 390 miliardi (contro i 500 della proposta originaria). Vale a dire, sotto la soglia psicologica dei 400 miliardi che è stata a lungo terreno di scontro, soprattutto con il Presidente francese Emmanuel Macron.

L’Italia dopo il Consiglio Europeo

Per quanto riguarda Roma, va detto che il piatto non piange. Il fu Avvocato del popolo ha infatti ottenuto più fondi di quelli inizialmente previsti dalla Presidente della Commissione Ue, la tedesca Ursula von der Leyen.

Precisamente, l’Italia otterrà circa 209 miliardi di euro, di cui 81,4 a fondo perduto e 127,4 come prestiti da rimborsare a tassi bassissimi tra il 2026 e il 2056. Di fatto, i loans sono lievitati di 36 miliardi, cifra che ironicamente corrisponde (più o meno) all’ammontare del Mes. Ma l’aspetto più significativo è che i grants sono rimasti pressoché invariati, con una sforbiciata minima di 400 milioni.

Risultato che, per i prossimi sette anni, ci permetterà tra l’altro di ricevere dall’Unione Europea più di quanto verseremo. Va anche detto che i finanziamenti possono essere letti come una compensazione, visto che più o meno equivalgono al crollo atteso del Pil per il 2020.

Certo, bisognerà capire le tempistiche, che in ogni caso non potranno essere rapide. Il Recovery Fund, infatti, è legato al Bilancio settennale dell’Unione. Il quale dovrà essere prima approvato dall’Europarlamento, e poi ratificato da tutti i Parlamenti nazionali.

Le reazioni nel Belpaese

Al netto di tutti gli ostacoli, bisogna comunque ammettere che gli esiti del Consiglio Europeo straordinario erano tutto, tranne che scontati. Al punto che, con l’esclusione del segretario leghista Matteo Salvini, il Presidente del Consiglio ha ricevuto elogi anche da quanti solitamente lo criticano.

Per esempio, Franco Bechis, direttore de Il Tempo, ha twittato che «Conte ha fatto un ottimo lavoro».

Mentre la presidente di FdI Giorgia Meloni ha affermato che «Conte è uscito in piedi ma poteva e doveva andare meglio». Che, detto da una leader dell’opposizione, suona come qualcosa in più di un semplice onore delle armi.

Del resto, basti pensare che, per arrivare a un accordo tra tutti i leader, non sono bastati neppure i “tempi supplementari”. In effetti, solo per una trentina di minuti il summit di Bruxelles non ha battuto il primato di durata stabilito nel 2000 a Nizza. In queste condizioni, era inevitabile che l’esito fosse – è il caso di dirlo – “di rigore”. Dando quindi a Giuseppi ciò che è di Giuseppi, probabilmente possiamo essere soddisfatti così. Mezzi vincitori, ma almeno non sconfitti.

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Economia

Next Generation Eu, la battaglia di Conte contro i Quattro Frugali

Scintille tra il Premier e il suo omologo olandese Rutte, capofila dei rigoristi, secondo cui c’è meno del 50% di probabilità di un accordo. Ma l’asse con la Francia di Macron regala un primo successo all’Italia

Mirko Ciminiello

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Dialogo tra il Premier Conte e il Premier olandese Rutte durante i lavori del Consiglio Europeo

Il Consiglio Europeo straordinario è appena iniziato, e già il fantomatico Next Generation Eu sembra tenere fede al suo nome. Nel senso che, a voler essere ottimisti, i tanto decantati fondi per uscire dalla crisi da Covid-19 li vedrà forse la prossima generazione comunitaria. Almeno a sentire il modo in cui i nostri cosiddetti partner hanno gelato le ambizioni del bi-Premier Giuseppe Conte.

Next Generation Eu, una trattativa in salita

«Mi aspetto trattative molto, molto difficili». Così la Cancelliera tedesca Angela Merkel, arrivando a Bruxelles per il Consiglio Ue, ha dato la misura della delicatezza del momento. «Le differenze» tra i vari leader «sono ancora molto, molto grandi e non possiamo prevedere se riusciremo a raggiungere un risultato».

Divergenze di cui si è detto consapevole anche l’ex Avvocato del popolo, che ha esortato una volta di più i Ventisette a raggiungere un’intesa. «Non nell’interesse solo della comunità italiana e dei cittadini italiani che hanno sofferto e stanno soffrendo molto, ma nell’interesse di tutti i cittadini europei».

Un mantra che il Signor Frattanto va ripetendo da settimane, anche durante il tour continentale di preparazione del vertice odierno. «Non è una partita contabile, la posta in gioco è l’Europa», aveva avvertito per esempio dopo l’ultimo incontro, quello con il Presidente francese Emmanuel Macron. Il quale, al suo arrivo nella capitale belga, ha a sua volta parlato della posta in palio.

«Stiamo vivendo una crisi inedita dal punto di vista sanitario ed economico» ha dichiarato Monsieur Le Président, «è in gioco il nostro progetto europeo». E ha aggiunto che «insieme alla cancelliera Merkel e al presidente Michel faremo di tutto perché si trovi un accordo». La strada, però, appare quanto mai in salita.

Il muro dei Quattro Frugali

«Vedo poco meno del 50% di possibilità di raggiungere un accordo entro domenica». A portare una ventata di ottimismo è stato il Premier olandese Mark Rutte, capofila dei Quattro Frugali che comprendono anche Austria, Danimarca e Svezia. Le Nazioni maggiormente contrarie all’attuale proposta sul Next Generation Eu, e segnatamente al Recovery Fund, il piano da 750 miliardi della Commissione Ue.

Rispetto alla formulazione della presidente Ursula von der Leyen, i rigoristi nordici chiedono di ridurre l’entità complessiva del fondo. Nonché di rimodulare il rapporto tra sovvenzioni (500 miliardi) e prestiti (250 miliardi), considerato troppo sbilanciato verso i sussidi. E, infine, di imporre rigide condizionalità a quegli Stati che volessero beneficiare dei finanziamenti.

Inoltre, per buona misura Rutte insisteva sull’idea che i piani nazionali di riforme venissero approvati dal Consiglio Ue all’unanimità. Che in pratica avrebbe significato che ogni singolo Paese membro dell’Unione Europea avrebbe avuto il diritto di veto.

Una richiesta che Giuseppi aveva preventivamente definito «non in linea con le regole europee» – e nemmeno con la «linea rossa italiana» di una risposta adeguata e concreta. E che, in pieno vertice, ha liquidato come «incompatibile con i Trattati e impraticabile sul piano politico».

Ma, soprattutto, una richiesta che non è passata. Secondo il Presidente del Consiglio Ue, il belga Charles Michel, la Commissione Europea dovrebbe condurre una valutazione, su cui il Consiglio delibererà a maggioranza qualificata.

Next Generation Eu, si affilano le armi

Che non tiri una buona aria per i tulipani lo ha confermato anche l’asse italo-francese su un’istanza chiave per i rigoristi. Il meccanismo di sconti (i rebates) che consente ai Quattro Frugali – e alla Germania – di risparmiare 6,4 miliardi di contributi al Bilancio Ue. Che l’Olanda vorrebbe rafforzare, e su cui sia l’inquilino di Palazzo Chigi che quello dell’Eliseo hanno minacciato di porre il veto.

Forse il BisConte si riferiva anche a questo quando, scherzando (ma fino a un certo punto), aveva affermato di star «affilando le armi». È vero che ne uccide più la lingua che la spada. Ma entrambe sono sensibili dal lato del portafogli.

Sapremo presto se questa mossa basterà a sgretolare il muro oranje. O meglio, visto il contesto, se la diga inizierà a mostrare qualche crepa.

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Economia

Fondi europei, Conte promette battaglia ai Quattro Frugali

Nelle comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio Ue, il Premier afferma che non accetterà compromessi al ribasso. Ma i toni che arrivano dall’estero, soprattutto dall’Olanda, confermano che l’intesa è molto lontana

Mirko Ciminiello

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Il Premier Giuseppe Conte

Le comunicazioni del bi-Premier Giuseppe Conte sui fondi europei sono state all’insegna della spavalderia. A conferma che il Governo rosso-giallo eccelle in capacità comunicative. Peccato che alle parole seguano raramente i fatti. Soprattutto se, come nel caso specifico, c’è di mezzo Bruxelles.

Fondi europei, l’informativa di Conte

«Riteniamo cruciale che la decisione del Consiglio Ue sia assunta entro luglio e non sia svilita da un compromesso a ribasso». Così l’ex Avvocato del popolo ha ribadito in Parlamento la linea che si propone di tenere al cruciale Consiglio Europeo del 17 e 18 luglio prossimi. Un «appuntamento con la storia», come lo ha pomposamente e ripetutamente definito nei giorni addietro.

In diretta dalla Camera dei deputati le Comunicazioni in vista del Consiglio europeo

Pubblicato da Giuseppe Conte su Martedì 14 luglio 2020

Il vertice dovrebbe infatti portare a un accordo sull’ormai mitologico Recovery Fund, il piano della Commissione europea per fronteggiare a livello economico l’emergenza coronavirus. La cui entità dovrebbe essere pari a 750 miliardi di euro, di cui 500 a fondo perduto e 250 come prestiti.

I condizionali sono d’obbligo, perché di fatto l’intesa è ben lontana. Che è il motivo per cui Giuseppi ha voluto spronare i cosiddetti alleati comunitari. «Quando sono in pericolo le fondamenta dell’Ue, nessuno Stato può avvantaggiarsi a scapito di altri. In questo grave tornante della storia Ue o vinciamo tutti o perdiamo tutti».

Ha ragione, naturalmente. E non a caso ha criticato eventuali «risposte nazionalistiche», che «sarebbero anacronistiche» e porterebbero a «un piccolo mondo antico, tutt’altro che sicuro». Qualcosa però ci dice che non basterà citare Antonio Fogazzaro per persuadere i riottosi partner europei. Soprattutto quelli che sembrano avere un concetto di solidarietà tutto loro.

Le resistenze nell’Unione

I riflettori (almeno quelli del Presidente del Consiglio) erano puntati sui sovranisti dell’Unione Europea. A cominciare dall’Ungheria di Viktor Orbán e dalla Polonia di Andrzej Duda. Due nazioni che si oppongono recisamente alla regola che condiziona l’erogazione dei fondi al rispetto dello stato di diritto, considerata un’ingerenza comunitaria negli affari interni.

Il centro della scena, però, lo occupano (as usual) i nazionalisti ignari di esserlo. Vale a dire i cosiddetti Quattro Frugali – Austria, Danimarca, Olanda e Svezia, a cui dà manforte la Finlandia.

Il Primo Ministro de l’Aja Mark Rutte, per esempio, ha affermato che sui sussidi dovrebbero essere poste «condizioni molto rigide». Come una serie di garanzie sugli investimenti e le riforme che dovranno essere attuate dai Paesi che beneficeranno delle sovvenzioni. Che, en passant, è la strada tracciata dalla recente proposta del Presidente del Consiglio Ue, il belga Charles Michel.

I negoziati, insomma, partono già in salita, e bisognerà capire se ci sarà la volontà di accordarsi – ed eventualmente come. Del resto, non sarebbe la prima volta che un Capo del Governo italiano si presenta all’estero con intenti bellicosi, salvo cedere per ragioni di realpolitik.

Tempo pochi giorni, e sapremo chi l’avrà vinta, se l’Europa del mai o un Signor Frattanto improvvisamente avido di pragmatismo. Ci auguriamo che la notte porti Consiglio. Europeo, ça va sans dire.

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Economia

Europa ed economia, da Charles Michel l’ennesima beffa per l’Italia

Il Presidente del Consiglio Europeo propone la sua versione del Recovery Fund che, malgrado l’apparenza di un compromesso, accontenta più i Quattro Frugali. Però il Premier Conte pensa a prorogare lo stato di emergenza

Mirko Ciminiello

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Il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel

Certe volte, soprattutto in tema di Europa ed economia, il bi-Premier Giuseppe Conte assomiglia vagamente a uno studente poco preparato. Uno di quelli che, durante un’interrogazione, farfugliano l’essenziale per strappare la sufficienza, senza però aver chiaro il quadro d’insieme. Così, nel giorno in cui ha candidamente ammesso di star valutando il prolungamento dello stato di emergenza per il coronavirus, ha trascurato il vero problema. Che, come spesso accade, è di stanza a Bruxelles.

Europa ed economia, la proposta di Michel

Il binomio Europa ed economia è sempre stato abbastanza infausto per l’Italia, e la crisi da Covid-19 sta confermando la regola. Merito, si fa per dire, dei cosiddetti Quattro Frugali (Austria, Danimarca, Olanda e Svezia) nelle cui lingue il termine “solidarietà” deve avere un’accezione diversa dall’italiano.

Non si capirebbe altrimenti il senso della nuova proposta sul Fondo per la Ripresa formulata da Charles Michel, Presidente del Consiglio europeo. Che, rispetto al piano originario della Commissione Ue, fa un altro piccolo passo in direzione del blocco nord- e mittel-europeo.

L’ex Premier belga vorrebbe confermare l’entità del Recovery Fund, pari a 750 miliardi di euro, di cui 500 a fondo perduto e 250 come prestiti. E fin qui tutto bene. Poi, però, arrivano le note dolenti.

La noti dolenti dell’ipotesi del Consiglio europeo

Anzitutto, il Bilancio pluriennale 2021-2027 dell’Unione Europea dovrebbe ammontare a 1.074 miliardi di euro. Dimagrendo dunque di 26 miliardi rispetto all’originaria proposta da 1.100 miliardi della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. Così si avrebbe un bilancio all’1,07% del Pil, che sarebbe una via di mezzo tra l’1,09% avanzato a febbraio e l’1,05% chiesto dai soliti noti.

Inoltre, per i Quattro Frugali (e anche per la Germania) verrebbe confermato per il prossimo settennio il meccanismo di correzione dei contributi. In sostanza, uno sconto sui fondi che i Paesi membri versano annualmente all’Ue – e su cui, curiosamente, nessuno ha nulla da ridire.

Ancora, il progetto di Michel prevede una condizionalità rafforzata sui piani di riforme da presentare a Bruxelles. I quali dovrebbero essere valutati – ed eventualmente approvati a maggioranza qualificata – dal Consiglio Ue, e non più dalla Commissione. Conferendo in tal modo un maggior peso decisionale ai componenti del Consiglio stesso – ovvero agli Stati membri.

Peraltro, anche la scelta sugli esborsi, formalmente affidata alla Commissione europea, sarebbe condizionata dai singoli esecutivi attraverso il Comitato economico e finanziario. Un organismo in cui sono rappresentati i Governi nazionali, della cui opinione la Commissione dovrebbe forzatamente tenere conto.

Questo strumento, infine, dovrebbe venire finanziatoça va sans dire – attraverso nuovi balzelli. Come una plastic tax, un’imposta sulle “importazioni di CO2” pomposamente definita carbon border adjustment mechanism, e una tassa digitale dal 2023.

Economia ed Europa, un accordo a ogni costo?

In definitiva, l’ipotesi del Consiglio europeo manterrebbe intatte le risorse del Recovery Fund, ma alzerebbe i paletti per poterne usufruire. Risultando quindi fortemente sbilanciata verso il blocco nordico – cui ha ripreso a dare manforte anche la Finlandia. La cui Premier, Sanna Marin, ha twittato a proposito della necessità di diminuire i finanziamenti e migliorare il rapporto tra sovvenzioni e prestiti.

La sensazione, insomma, è che si stia cercando di raggiungere un accordo a ogni costo, al costo di qualsiasi compromesso. Come se dimostrare che l’Europa può raggiungere un’intesa fosse più importante dei contenuti dell’intesa stessa. Si vedrà, in ogni caso, al vertice del 17 e 18 luglio prossimi.

Frattanto – per usare un avverbio caro all’ex Avvocato del popolo -, sarebbe anche arrivata l’ora di fare i conti, anzi i Conte con Bruxelles. Peccato che Giuseppi fosse distratto dallo stato di emergenza. Fosse almeno stato quello vero!

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Economia

Salva-Stati, le fibrillazioni nella maggioranza spaventano il Premier Conte

Il Capo del Governo prende ancora tempo sul Mes e chiede aiuto all’omologo olandese Rutte. Intanto è ancora scontro tra Pd e M5S, e alcuni senatori grillini si dicono pronti a far cadere il Governo

Mirko Ciminiello

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governo ed economia: il premier conte
Il Premier Giuseppe Conte

Ultimamente, uno dei pochi temi in grado di infiammare davvero il dibattito è il Fondo salva-Stati, o Mes, o comunque lo si voglia chiamare adesso. In effetti, è un argomento così spinoso da riuscire a rimescolare gli schieramenti politici. Suggerendo al bi-Premier Giuseppe Conte una cautela perfino maggiore del solito.

Conte e il Fondo salva-Stati

Lo chiamano signor Frattanto in riferimento ai tempi biblici delle sue deliberazioni. Come da stoccata del leader di Azione, Carlo Calenda, «Conte non dice e non decide mai niente». Figurarsi su una materia così delicata e divisiva come il Fondo salva-Stati.

Era dunque quasi inevitabile che il fu Avvocato del popolo si esibisse nella specialità della casa – la procrastinazione. Soprattutto considerando che in ballo non c’è soltanto una bazzecola come il futuro dell’Italia ma – cosa ben più importante – la tenuta del Governo rosso-giallo. E che la discussione si incrocia con un’altra importantissima partita comunitaria – quella sul Recovery Fund e il Bilancio pluriennale dell’Unione Europea.

«Dovete darmi il tempo che ci vuole» avrebbe detto infatti Giuseppi ad alcuni Ministri dem in vista del Consiglio europeo del 17 e 18 luglio. «Il tempo di completare il quadro europeo, chiudere l’accordo con la Ue al prossimo Consiglio, poi farò il possibile per convincere il M5S».

I grillini, infatti, sono l’unica forza di maggioranza recisamente contraria all’uso dello strumento finanziario di Bruxelles, proprio come, tra le opposizioni, Lega e FdI. D’altra parte, Forza Italia sarebbe disposta a votare con Partito Democratico, Italia Viva e LeU, ma i numeri non sarebbero sufficienti per il via libera.

In questa cornice di (ulteriori) forti fibrillazioni, gli occhi sono puntati, come spesso accade, sul Movimento 5 Stelle. Nel cui muro ha appena iniziato a formarsi qualche sottile crepa.

Il dibattito sul Fondo salva-Stati

L’attivazione del Fondo salva-Stati renderebbe disponibile una linea di credito pari a 36-37 miliardi di euro. Un prestito con un tasso d’interesse leggermente superiore allo 0,1% annuo, e l’unico vincolo di usare i fondi per le spese sanitarie legate all’emergenza Covid-19.

Risorse a cui sarebbe folle rinunciare, affermano i sostenitori del Mes quali Nicola Zingaretti, segretario del Pd, o Matteo Renzi, leader di Iv. Secondo cui «i Cinque Stelle stanno prendendo un po’ di tempo, poi diranno di sì, come è ovvio e come è logico».

I pentastellati, però, sono sulle barricate, come il resto degli oppositori del Meccanismo Europeo di Stabilità. Per cui pesano soprattutto i rischi legati all’assenza di un provvedimento chiaro sulle famigerate condizionalità che potrebbero scatenare la trojka e attentare alla sovranità nazionale. Lacci e lacciuoli la cui esclusione, allo stato attuale, non è che un gentlemen’s agreement mai ratificato.

Il trattato che ha istituito il Fondo salva-Stati è infatti ancora in vigore, e oltretutto le tempistiche di un’eventuale modifica non sarebbero brevi. Servirebbero infatti l’unanimità del Consiglio europeo (compresi i solidalissimi Quattro frugali) e la successiva ratifica di tutti i Parlamenti nazionali. Nel frattempo, nulla vieterebbe a Bruxelles di rimangiarsi la promessa, soprattutto se nel frattempo l’Italia dovesse dotarsi di un esecutivo meno gradito all’Europa.

Ipotesi, quest’ultima, che nessuno può escludere categoricamente. «Finiamola con il no ideologico al Mes, altrimenti il Governo rischia davvero» ha ammonito per esempio il senatore grillino Primo Di Nicola. E anche il sottosegretario al Ministero dell’Interno Carlo Sibilia ha concesso una timida apertura, purché si sia certi che i fondi non costituiscano «una trappola».

La sensazione, cioè, è che il MoVimento finirà per abdicare ancora una volta alle proprie pretese ideologiche per ragioni, diciamo, di realpolitik. Stavolta, però, potrebbe non essere così semplice.

Il Fondo salva-Stati e la crisi del M5S

I nipotini del presunto comico, infatti, sono in piena crisi. Di voti, di nervi e di identità. Nonché di leadership, visto che, dal momento delle dimissioni di Luigi Di Maio, non c’è un vero capo politico, bensì un reggente – Vito Crimi.

In questo contesto, i Cinque Stelle si apprestano ad avviare la campagna elettorale per le Regionali di settembre con lo spettro di dover ammainare l’ennesima bandiera. Circostanza che potrebbe riverberarsi non solo sul gradimento degli elettori – per cui sarebbe un altro boccone amaro da digerire – ma anche sulla sopravvivenza del Conte-bis.

Secondo i rumours, infatti, almeno trenta parlamentari pentastellati sarebbero pronti a negare l’appoggio al Fondo salva-Stati. Tra cui sette senatori, che potrebbero risultare determinanti visto che a Palazzo Madama i rosso-gialli sono già sul filo del rasoio.

È vero che i voti mancanti verrebbero rimpiazzati da quelli degli Azzurri, ma a quel punto si aprirebbe un enorme problema politico. Perché il Mes verrebbe approvato da una maggioranza diversa rispetto a quella che sostiene l’esecutivo.

Il Meccanismo Europeo di Instabilità del Governo

Ecco il motivo per cui, malgrado le sue rodomontate, il Capo del Governo non ha alcuna intenzione di affrontare a breve il giudizio dell’Aula. Addirittura, secondo alcune ricostruzioni avrebbe chiesto aiuto al suo omologo olandese Mark Rutte, capofila del “blocco del nord Europa”, per riuscire a prendere tempo. Ricevendo però una replica non esattamente incoraggiante.

«È cruciale che la prossima volta l’Italia sia in grado di rispondere a una crisi da sola» le parole del tulipano. A cui il Presidente del Consiglio ha fatto sapere laconicamente che sì, «l’Italia ce la farà da sola». Anche perché sui suoi cosiddetti alleati comunitari difficilmente potrà contare.

Intanto, il BisConte punta a superare l’estate, sperando che, alla fine, prevalga (as usual) l’istinto di autoconservazione dei grillini. I cui valori, finora, non hanno mai retto alla prova della poltrona.

Di certo c’è che, per il momento, il Fondo salva-Stati pare più un Meccanismo Europeo di Instabilità. Per il Governo italiano, almeno.

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Economia

Meccanismo Europeo di Stabilità, così il Premier Conte è giunto a un bivio

Il segretario del Pd Zingaretti sollecita l’uso del Fondo salva-Stati, trovando ancora la netta chiusura dei grillini. Il Presidente del Consiglio in bilico, e in Europa sono scintille con la Cancelliera tedesca Angela Merkel

Mirko Ciminiello

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meccanismo europeo di stabilità

Test per l’esame di giornalismo sul Meccanismo Europeo di Stabilità, per gli amici (e soprattutto i nemici) Mes. Il candidato consideri che:

a) Il leader dem Nicola Zingaretti è tornato a sollecitare l’uso del Fondo salva-Stati affermando che si tratta di «risorse mai viste prima». E che infatti non vedremo nemmeno adesso.

b) Sempre il Governatore del Lazio ha lanciato un monito contro «la danza immobile delle parole». E niente, questa fa già abbastanza ridere di suo.

c) Il segretario leghista Matteo Salvini, invece, ha nuovamente criticato lo strumento finanziario messo a punto dall’Europa: «quelli del Mes sono i soldi del Monopoli». Ci sentiamo di dissentire, in quanto il denaro del Monopoli non va restituito a Bruxelles, né tantomeno a Berlino.

Bruxelles e il Meccanismo Europeo di Stabilità

d) Frattanto, la Cancelliera tedesca Angela Merkel ha dichiarato che la decisione di utilizzare il Mes spetta all’Italia, ma «non lo abbiamo attivato perché rimanga inutilizzato». Stizzita la reazione del bi-Premier Giuseppe Conte: «A far di conto per l’Italia sono io, col Ministro Gualtieri, i Ragionieri dello Stato e i Ministri». Non a caso sono Conti in rosso.

e) Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, ha avvisato gli Stati membri dell’Unione Europea a proposito del negoziato sul Recovery Fund. «Non possiamo permetterci una pausa estiva» finché il pacchetto di aiuti non sarà pronto. Quindi alla fine qualcuno subirà un recovery per stanchezza.

Ciò posto, il candidato commenti il fatto che il segretario del Pd Zinga ha sciorinato «dieci ragioni per dire sì» al Meccanismo Europeo di Stabilità. Talmente valide che i grillini hanno prontamente ribattuto che «ad oggi la posizione del Movimento 5 Stelle sul Mes non cambia. È la stessa di ieri, di una settimana fa e di un mese fa».

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