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Economia

Emergenza coronavirus, la proroga di Conte e la “vera emergenza”

Il Premier anticipa che proporrà al Parlamento di confermargli i poteri speciali fino al 31 gennaio. Curiosamente, subito dopo che la Ue ha ammesso che per il Recovery Fund ci vorrà molto più tempo del previsto…

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emergenza coronavirus: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

L’emergenza coronavirus, l’emergenza dei conti e l’emergenza d(e)i Conte. Incroci pericolosi su un’asse Roma-Bruxelles divenuto improvvisamente rovente. Ognuno gioca la sua partita, e tutte, a ben vedere, ruotano attorno a dei prolungamenti temporali. Mettendo a rischio la credibilità del Governo rosso-giallo – e forse anche i suoi destini.

Emergenza coronavirus, Conte chiederà la proroga

«Andremo in Parlamento a proporre la proroga dello stato di emergenza», ragionevolmente fino al 31 gennaio. Questa l’anticipazione del bi-Premier Giuseppe Conte, che ha così confermato le indiscrezioni degli ultimi giorni.

L’attuale stato eccezionale scadrà il prossimo 15 ottobre, ma il Comitato tecnico scientifico ha esortato l’esecutivo a protrarlo fino al primo anniversario della sua proclamazione. L’emergenza coronavirus, infatti, è lungi dall’essere terminata, e la situazione nel Vecchio Continente – soprattutto fra i nostri vicini – suggerisce prudenza.

Di per sé, l’attribuzione dei poteri speciali è un atto finalizzato a rendere più rapidi gli interventi di risposta a una crisi. Per esempio, attraverso l’uso dei controversi e contestati Dpcm, i Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri. È in forza dello stato eccezionale che Palazzo Chigi può creare zone rosse, nonché bloccare o comunque limitare gli ingressi da Paesi ritenuti a rischio.

L’aspetto che desta maggiori perplessità, in ogni caso, è la tempistica dell’annuncio. Giunta a breve distanza da un’altra velina, stavolta comunitaria, che rischia di mettere in seria difficoltà il Governo. E che ha suscitato maligne insinuazioni sulla possibilità che la “vera emergenza” da cui discende lo stato di eccezione sia politica più che pandemica.

Il flop del Recovery Fund

Tra il dire e il fare, ci sono di mezzo i Paesi Frugali. Si può sintetizzare in questo modo l’ennesimo scontro tutto interno all’Unione Europea sul Recovery Fund. L’ormai mitologico Fondo per la ripresa istituito – per ora solo a parole – lo scorso luglio.

Gli schieramenti sono gli stessi, e i nodi del contendere, più o meno, pure. Per quel che concerne l’Italia, l’attuale casus belli è la procedura di monitoraggio delle spese previste col Recovery Plan, un passaggio necessario per l’erogazione dei finanziamenti. La valutazione spetta sia alla Commissione europea che al Comitato economico e finanziario, un organo del Consiglio Ue che riunisce gli sherpa dei Ministri delle Finanze dell’Eurozona.

Per snellire la procedura, Roma ha chiesto che le due verifiche procedano in contemporanea. L’ipotesi, però, ha subito incontrato le resistenze dei rigoristi nordici, che vogliono che l’ultima parola spetti ai tecnici. Cioè, in ultima analisi, agli esecutivi, visto che il Consiglio europeo è formato dai Capi di Stato e di Governo.

Inoltre, il Belpaese vorrebbe escludere dai regolamenti qualsiasi riferimento alle procedure d’infrazione per i cosiddetti squilibri macroeconomici. Prospettiva, ça va sans dire, osteggiata dall’Olanda e dagli altri settentrionali ossessionati dal Patto di Stabilità.

Considerato che vi sono in ballo anche altre istanze che non ci riguardano direttamente, l’idea di avere i fondi europei nel 2021 diventa un miraggio. Soprattutto perché occorre l’unanimità degli Stati membri per far partire l’iter che porterà realmente al Next Generation Eu. Che ha decisamente ricevuto questo nome perché (forse) ne beneficerà la prossima generazione.

Lo stesso ambasciatore tedesco presso l’Ue ha ammesso che sarà pressoché «inevitabile» un rinvio. Che da noi non potrà non avere ripercussioni, anche considerando quanto si è spesa parte della maggioranza per propagandare la balla dell’Europa solidale. Prima che alla sua porta bussasse la realtà.

Emergenza coronavirus, qual è la “vera emergenza”?

Per il Governo rosso-giallo, però, in gioco c’è molto più del “semplice” prestigio. Come infatti ha ammesso il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, la Manovra 2021 si basa(va) per metà sull’anticipo da circa 20 miliardi del Recovery Fund.

Diventa quindi una questione di sopravvivenza, economica ma anche politica. Visto che, recentemente, proprio Giuseppi aveva dichiarato a un gruppo di studenti che, se «perderemo questa sfida, voi avete il diritto di mandarci a casa».

Ecco perché, potenzialmente, quella comunitaria è una vera atomica. Ed è curioso che, proprio contestualmente alla sua deflagrazione, sia scoppiata l’altra bomba, quella dell’allungamento dello stato di emergenza coronavirus.

Proprio per questo c’è chi ha iniziato a chiedersi se non si tratti piuttosto di un’arma di distrazione di massa. Ma cosa si va a pensare, giusto?

conte e la vera emergenza coronavirus

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Giornalista, attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Economia

Manovra, tutte le misure della prima Finanziaria del Governo Meloni

Dalle pensioni al caro energia, dalle “tre flat tax” al taglio del cuneo fiscale alla stretta sul Reddito di cittadinanza: per la Legge di Bilancio 2023 sono stati stanziati, complessivamente, 35 miliardi

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Giorgia Meloni presenta la Manovra 2023
Giorgia Meloni

Da www.romait.it

Il Consiglio dei Ministri ha approvato la Manovra 2023, per la quale sono stati stanziati 35 miliardi. Risorse destinate soprattutto a contrastare il caro energia, ma anche a finanziare vari interventi a livello sia economico che sociale. Al netto dei prossimi passaggi parlamentari, ecco tutte le misure della prima Legge di Bilancio del Governo Meloni.

Giorgia Meloni presenta la Manovra 2023
Giorgia Meloni

La Manovra 2023

Una Manovra «coraggiosa, coerente con gli impegni che abbiamo preso con il popolo italiano e che scommette sul futuro». Così il Premier Giorgia Meloni, come rileva l’ANSA, ha presentato in conferenza stampa la Legge di Stabilità per l’anno prossimo, fondata su due pilastri. Da un lato «la crescita, cioè mettere in sicurezza il tessuto produttivo», dall’altro «la giustizia sociale, vale a dire l’attenzione alle famiglie e ai redditi più bassi».

Alcuni (ad esempio Il Riformista) hanno definito questa Finanziaria di ispirazione “draghiana”. A partire dai 21 miliardi (il maggior capitolo di spesa) erogati contro i rincari delle bollette e del carburante – nonché dalla persistente pecca denominata accise. Anziché eliminarle una volta per tutte, infatti, sono state semplicemente rimodulate le aliquote, cosa che paradossalmente si tradurrà in uno sconto inferiore al distributore. E sono addirittura cresciute le tasse di scopo sul tabacco, il che comporterà un incremento del prezzo delle sigarette stimato in 20 centesimi al pacchetto.

Le altre misure della Manovra

Restando in tema tributario, come aggiunge Sky TG24 è previsto anzitutto il taglio del cuneo fiscale fino al 3% per i lavoratori dipendenti con redditi bassi. Verranno inoltre introdotte «tre tasse piatte», con l’innalzamento della soglia massima a 85mila euro. Saranno incluse una flat tax incrementale al 15% con tetto massimo di 40mila euro, e una al 5% sui premi di produttività fino a 3mila euro. Infine, molto opportunamente viene rinviata l’entrata in vigore di due imposte ideologiche (quindi inutili, se non dannose) quali plastic tax e sugar tax.

A livello sociale verranno rivalutate le pensioni, con le minime al 120%. Esordisce poi Quota 103, il nuovo schema che consentirà di lasciare il lavoro con 41 anni di contributi e 62 anni di età anagrafica.

Senza dubbio, però, il provvedimento clou è l’abolizione, a fine 2023, del Reddito di cittadinanza per le persone tra 18 e 59 anni abili al lavoro. In generale, poi, il sussidio non potrà essere percepito per più di 8 mesi, e decadrà al primo rifiuto di un’offerta di impiego. «Credo che lo Stato debba occuparsi di» aiutare i percettori a «trovare un posto di lavoro» ha spiegato la leader di FdI, come riferisce TGCom24.

Ancora, «i provvedimenti per la famiglia e natalità valgono un miliardo e mezzo di euro», comprensivi dell’Iva al 5% sui prodotti della prima infanzia. Dulcis in fundo, tra le curiosità spicca senz’altro la riattivazione della società “Ponte sullo Stretto Srl”, finalizzata alla costruzione dell’omonima e travagliatissima grande opera.

Le reazioni politiche

L’inquilina di Palazzo Chigi non ha mancato (comprensibilmente) di esprimere via social la propria soddisfazione per «una Manovra scritta in tempi record. Una Legge di Bilancio» che «bada al sodo e offre una visione sulle priorità economiche».

Di diverso avviso (altrettanto comprensibilmente) le forze di opposizione. Particolarmente duro è stato Giuseppe Conte, Presidente del M5S, secondo cui la stretta sul RdC è disumana. «Scenderemo in piazza» ha assicurato il fu Avvocato del popolo, come riporta l’Huffington Post.

La stessa idea, scrive La Repubblica, l’ha avuta Enrico “stai sereno” Letta, segretario del Pd, che ha annunciato via Twitter una manifestazione di protesta il 17 dicembre. Non esattamente la data più propizia, visto che coincide con l’ultimo fine settimana di shopping prenatalizio.

Complessivamente, comunque, non sembra sbagliato affermare che, come sempre, anche questa Finanziaria presenta luci e ombre. E come sempre l’auspicio è che, in fin dei conti, il giudizio, anzi il Bilancio potrà risultare positivo.

Manovra, Legge di Bilancio
Legge di Bilancio

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Economia

Energia, lo “scatto” tedesco (da cui dovremmo prendere esempio)

Berlino vara un bazooka da 200 miliardi contro i rincari di elettricità e gas: invece Draghi e Meloni continuano a confidare nell’Europa, che però delude ancora le aspettative

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Energia, Rincari delle tariffe
Rincari delle tariffe

Da www.romait.it

La Germania ha annunciato un “bazooka” da 200 miliardi per proteggere famiglie e imprese dai rincari dell’energia. Una mossa a sorpresa che è stata fortemente criticata dalle istituzioni italiane, che continuano piuttosto ad auspicare un comune euro-intervento. Ma che invece, alla luce della persistente inazione di Bruxelles, farebbero meglio a prendere esempio dal Governo tedesco.

Energia, Rincari delle tariffe
Rincari delle tariffe

Il piano tedesco sull’energia

Uno «scudo difensivo contro la guerra energetica» del valore di circa 200 miliardi che resterà attivo fino a marzo-aprile 2024. È la misura presentata, come riferisce il Corsera, dal Ministro delle Finanze teutonico Christian Lindner per sterilizzare gli effetti del caro bollette.

Il pacchetto, precisa Il Sole 24 Ore, comprende un taglio di 12 punti percentuali dell’Iva sul gas e prelievi sugli extra-profitti dei produttori di elettricità. Inoltre, il fondo dovrebbe incentivare il risparmio di energia premiando chi consuma meno – ma su questo particolare aspetto si attendono ulteriori dettagli.

Il piano di Berlino segue il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream che, come ha sottolineato il cancelliere Olaf Scholz, bloccherà «l’approvvigionamento di gas alla Germania». Di fatto equivale a un price cap nazionale, e proprio per questo è stato stigmatizzato dai partner europei. Partendo proprio dal Belpaese, che da almeno un anno chiede (invano) un analogo provvedimento – però a livello comunitario.

Illusi d’Italia

«Non possiamo dividerci a seconda dello spazio nei nostri bilanci nazionali» è stata la frecciata del Presidente del Consiglio Mario Draghi. Che ha esortato a «tenere ancora una volta unita l’Europa di fronte all’emergenza».

Ha rincarato la dose, come riporta l’Adnkronos, anche il Premier in pectore Giorgia Meloni. La quale ha affermato in una nota che «di fronte alla sfida epocale della crisi energetica serve una risposta immediata a livello europeo».

Auspicio legittimo, che però si scontra – as usual – con la dura realtà. Che è quella di un’euroburocrazia che quanto a lentezza se la gioca con gli Ent de “Il Signore degli Anelli”. Basti pensare al Consiglio Ue sull’Energia che si è riunito in via straordinaria ieri, 30 settembre, “appena” 7 mesi dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. Per di più senza nemmeno trovare un’intesa, se non – as usual – su provvedimenti utili come un cerotto su un’emorragia.

Tanto per dire che forse, anziché deplorare la «fuga in avanti» della Germania, bisognerebbe imitarla per quanto possibile. Perché, come dicevano gli antichi Romani, dum herba crescit equus moritur. E da Fratelli d’Italia a illusi d’Italia è un attimo.

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Economia

Sanzioni, la Germania dimostra che l’Occidente le subisce più della Russia

Berlino si aggrappa alla deroga canadese riguardo a una turbina di Gazprom per “salvare l’inverno”: e il gigante del gas teutonico Uniper chiede il salvataggio di Stato, a conferma che le misure punitive sono un boomerang

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Sanzioni contro la Russia
Sanzioni contro la Russia

Da www.romait.it

Ci è voluto del tempo, ma alla fine le sanzioni euro-americane imposte alla Russia in relazione alla guerra in Ucraina stanno effettivamente venendo al pettine. Solo che la scriminatura è opposta rispetto a quella auspicata (e propagandata) dall’asse atlantico. Come dimostrano le recentissime vicende tedesche – nonché come volevasi dimostrare.

Sanzioni contro la Russia
Sanzioni contro la Russia

Il caso tedesco

Uniper, il gigante teutonico del gas, ha ufficialmente chiesto al Governo di Berlino un salvataggio pubblico. Lo riferisce Il Sole 24 Ore, aggiungendo che l’azienda potrebbe aver bisogno di circa 9 miliardi di euro, più del doppio del suo valore di mercato. E, guarda caso, l’AD Klaus-Dieter Maubach ha già anticipato un «enorme aumento delle bollette del gas il prossimo anno» a carico dei consumatori.

La dichiarazione ha preceduto di poco l’annunciata interruzione delle forniture di metano russo a causa di lavori di manutenzione al gasdotto Nord Stream 1. Operazioni che, scrive Sky TG24, dovrebbero durare 10 giorni, ma stanno già mettendo in allarme l’Europa, che teme uno stop permanente. Italia compresa, almeno alla luce del piano di austerity messo a punto da Palazzo Chigi.

Le sanzioni sono un boomerang

Peraltro, Gazprom aveva già ridotto i flussi, lamentando, come riporta Il Fatto Quotidiano, la mancanza di componenti essenziali di fabbricazione occidentale, bloccati dalle prescrizioni internazionali. Tipo le turbine tenute in ostaggio dal Canada finché, come rileva l’ANSA, il pressing della Germania ha prodotto un «permesso revocabile e limitato nel tempo». Di cui beneficerà la (bavarese) Siemens, che ha la commessa per l’installazione di questi impianti.

La deroga è stata accordata sul presupposto che l’esportazione è diretta verso Berlino, anche se di fatto il destinatario finale è chiaramente Mosca. Ciò che l’Huffington Post ha definito un «escamotage per aggirare le sanzioni» (di cui la Germania, ovviamente, è corresponsabile) e «salvare l’inverno».

A conferma che aveva ragione SuperMario quando, a fine maggio, aveva affermato che «il momento di massimo impatto» delle misure punitive «sarà da quest’estate in poi». Il fatto che siano un boomerang che si ritorce contro chi le ha comminate (e non è nemmeno la prima volta) naturalmente è solo un dettaglio.

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Economia

Economia, realtà e realpolitik asfaltano (ancora) tutte le ideologie

Mentre Bruxelles vieta la vendita di auto a benzina e diesel dopo il 2035, i Paesi Ue riaprono le centrali a carbone, e rispunta pure l’olio di palma. Intanto in Italia l’inflazione, trainata dagli energetici, è ai massimi dal 1986

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Economia, Benvenuti nella realtà
Benvenuti nella realtà

Da www.romait.it

Volendo fare un’analogia con la nota favola di Esopo, si potrebbe paragonare la politica alla cicala, e l’economia alla formica. Se infatti la prima può (forse) permettersi di fare, di quando in quando, dei voli pindarici, la seconda la riporta sempre coi piedi per terra. Una lezione che Bruxelles si ostina a non voler imparare – seguita a ruota da Roma.

Economia, Benvenuti nella realtà
Benvenuti nella realtà

La cicala della politica e la formica dell’economia

È notizia di questi giorni che la Ue ha vietato la vendita di auto alimentate a benzina e diesel a partire dal 2035. Una decisione, spiega Il Sole 24 Ore, figlia del “solito” miraggio collettivo che va sotto il nome di affermazionismo ambientalista. Nonché del suo braccio armato, l’European Green Deal, col suo utopistico piano trentennale di neutralità climatica.

L’aspetto (più) paradossale è che, nel mentre, come rileva l’ANSA mezza Europa sta riaprendo le centrali a carbone per sopperire alla carenza di gas russo. Con la Germania che, come rimarca Panorama, fa da capofila, e l’Italia che non è da meno. Anche perché frattanto l’inflazione, trainata (guarda caso) dagli energetici, a giugno si è impennata all’8% – ai massimi dal 1986, come precisa Il Fatto Quotidiano.

Un contesto che, en passant, dovrebbe mettere l’esecutivo del Premier Mario Draghi al riparo dalle intemperanze della maggioranza ecumenica. Come infatti sottolinea Il Giornale, è difficile ipotizzare una crisi di Governo in piena emergenza bellica, finanziaria e idrica. Praticamente impossibile a meno di tre mesi dalle “onorevoli” pensioni che, come scrivevamo, scatteranno il prossimo 24 settembre.

Realtà e realpolitik asfaltano (ancora) le ideologie

In effetti, già gli antichi Romani sostenevano che ubi maior, minor cessat. Tant’è che, come riporta Sky TG24, nell’industria alimentare sta rispuntando perfino l’olio di palma, da anni ostracizzato perché poco «ecosostenibile».

A ulteriore conferma che, dopo anni di greenwashing, pare proprio la narrazione eco-castastrofista stia (finalmente) cedendo il passo, asfaltata dall’economia. Un destino, d’altronde, comune a tutte le ideologie che, presto o tardi, finiscono sempre per soccombere alla realtà, o almeno alla realpolitik.

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Economia

Gas, l’Italia – o meglio, l’Eni – si avvia a scegliere il condizionatore acceso?

L’azienda governativa avvia le procedure per aprire due conti (di cui uno in rubli) presso Gazprombank e ottemperare alle richieste russe: una mossa che indispettisce Bruxelles, malgrado la conferma dei pagamenti in euro

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Mario Draghi con la mano sul viso, Ucraina
Il Premier Mario Draghi

Da www.romait.it

Casomai ci fossero stati dubbi in proposito, la pretesa unità dell’Europa di fronte al conflitto in Ucraina è (di nuovo) finita in gas. E stavolta a sancirlo è stata l’Italia, per interposto (ex) Ente Nazionale Idrocarburi – per gli amici Eni. Che contestualmente è riuscito anche a smentire, in modo piuttosto paradossale, lo stesso Governo da cui dipende.

Mario Draghi con la mano sul viso, gas
Mario Draghi

Il comunicato di Eni

«Eni […] ha avviato in via cautelativa le procedure relative all’apertura presso Gazprom Bank dei due conti correnti denominati K, uno in euro ed uno in rubli». Così, attraverso un comunicato stampa, l’azienda guidata da Claudio Descalzi ha annunciato l’imminente ottemperanza alle richieste giunte dalla Russia.

Tale decisione è stata «condivisa con le istituzioni italiane» e presa «nel rispetto dell’attuale quadro sanzionatorio internazionale», poiché i versamenti verranno ancora eseguiti in euro. Un escamotage che, come ricorda l’ANSA, è già stato posto in essere da numerose società del Vecchio Continente.

In merito, occorre precisare che le linee guida emanate da Bruxelles affermano solamente che il saldo va effettuato con la valuta comunitaria o americana. Tant’è che il cane a sei zampe ha dichiarato che «l’adempimento degli obblighi contrattuali si intende completato con il trasferimento in euro». Benché secondo il francese Eric Mamer, portavoce-capo della Commissione Europea, l’apertura di un secondo conto in rubli vada «oltre le indicazioni date agli Stati membri».

Le conseguenze della “guerra del gas”

In ogni caso, la mossa del gruppo energetico del Belpaese nella “guerra del gas” ha anche altre conseguenze, di natura più culturale. Per esempio, conferma che avevamo ragione quando scrivevamo che le misure imposte dalla Ue sotto dettatura degli Usa si sarebbero rivelate inefficaci, se non proprio controproducenti.

Un concetto espresso peraltro dallo stesso Vladimir Putin che, come riferisce TGCom24, ha preconizzato che l’Occidente stia per realizzare «una sorta di suicidio energetico». In caso di embargo al petrolio di Mosca, ha continuato lo Zar, «l’Europa sarà la regione con il più alto costo dei prezzi dell’energia».

E in qualche modo Christian Lindner, Ministro delle Finanze tedesco, gli ha già dato ragione. Avvisando, in un’intervista al Corsera, che uno stop immediato alle forniture di gas russo «provocherebbe gravi danni all’economia» della Germania.

Per restare invece nel nostro orticello, si può tornare con la mente all’ormai celeberrimo dilemma del Premier Mario Draghi: «Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?»

Un aut aut a cui, a quanto pare, l’ente governativo ha fornito una risposta indiretta. Perché davanti alla propaganda (anche a quella “buona”), alla fine la realtà, o almeno la realpolitik finisce sempre per vincere.

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Economia

Benzina, le misure del Governo sono utili come un cerotto su un’emorragia

Lo sconto di 30 cent/l per un mese sarà largamente insufficiente, CGIA di Mestre e Confindustria vanno all’attacco: “Serve un taglio strutturale delle accise, basta pagare per l’alluvione di Firenze”

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Caro benzina
Caro benzina

Da www.romait.it

È scattata la riduzione del prezzo alla pompa di benzina e gasolio decisa dall’esecutivo del Premier Mario Draghi. Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dei relativi Decreti, infatti, sono subito entrate in vigore le disposizioni governative contro il caro carburanti. Che però, secondo varie analisi, rischiano di risultare utili come un cerotto su un’emorragia.

Le misure contro il caro benzina

Sono stati dunque ratificati il Decreto Ministeriale e il Decreto Legge recanti “Misure urgenti per contrastare gli effetti economici e umanitari della crisi ucraina”. Misure che includono una mini-sforbiciata alle famigerate tasse di scopo, valida 30 giorni e destinata a far calare di conseguenza il costo del propellente. Più precisamente, come rileva TGCom24, il ribasso ammonterà a 30,5 cent/l per benzina e diesel, e 10,37 cent/l per il Gpl.

Il provvedimento, scrive il Corsera, vale in totale 4,4 miliardi. E, come ha spiegato il Ministro dell’Economia Daniele Franco, verrà sovvenzionato mediante un’imposta del 10% sugli extraprofitti delle società energetiche.

È stata invece accantonata l’idea, lanciata dal titolare della Transizione ecologica Roberto Cingolani, di un auto-finanziamento attraverso il meccanismo delle accise mobili. Il beneficio, infatti, sarebbe stato di soli 10-15 centesimi al litro.

Le critiche al provvedimento

L’intervento del Governo ha comunque attirato numerose critiche. Tra cui quelle dell’Ufficio Studi della CGIA di Mestre che, come riferisce l’ANSA, auspicava un taglio delle tasse di scopo di almeno il 50%. Anche perché, ricorda l’associazione veneta, «tra i “beneficiari” di questa straordinaria situazione c’è anche l’erario», che da gennaio 2021 ha incassato «un extragettito di oltre 1,5 miliardi».

Severo anche, come riporta Il Sole 24 Ore, il giudizio di Confindustria, che ha espresso «perplessità» e «delusione». Nel mirino c’è anzitutto il calcolo dei succitati extraprofitti, basato, come illustra Il Messaggero, sull’aumento del saldo tra operazioni attive e passive ai fini dell’Iva. Ovvero, nell’interpretazione dell’organizzazione presieduta da Carlo Bonomi, non su veri e propri utili, bensì su «indici presuntivi».

Viale dell’Astronomia ha inoltre lamentato l’assenza di «misure strutturali» che, come RomaIT sostiene da tempo, avrebbero dovuto riguardare soprattutto le tasse di scopo. «Non si possono continuare a pagare accise sulla crisi di Suez del 1956 o sulla ricostruzione dell’alluvione di Firenze del 1966, per limitarsi ad alcuni esempi».

Sembra dunque che SuperMario stia davvero scherzando col fuoco (in senso letterale). Anche perché l’effetto delle deliberazioni chigiane «sul prezzo finale al consumo è ben inferiore agli aumenti in corso». Tanto che, come argomenta Libero, sono già «bruciati gli sconti di Draghi».

Una condizione che i social hanno già fotografato con folgorante ironia. Sottolineando che, se una volta si aveva paura del vuoto, adesso si ha paura del pieno. Sipario.

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Economia

Benzina, Cingolani lancia le accise mobili (come la “donna” di Verdi)

La misura potrebbe valere 10-15 centesimi al litro, ma l’Unione Nazionale Consumatori chiede di più. Intanto la Russia blocca (di nuovo) i flussi del gasdotto Yamal-Europe

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Roberto Cingolani, benzina
Il Ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani

Da www.romait.it

Il Governo sta valutando le misure da adottare per mitigare gli effetti del caro benzina. Lo ha anticipato il titolare del MiTE Roberto Cingolani durante un’informativa al Senato, che ha toccato anche l’altra vexata quaestio relativa al gas. Rispetto a cui non arrivano esattamente buone notizie dalle parti di Mosca.

L’informativa di Cingolani

Attualmente il flusso di metano dalla Russia «è il più alto registrato in tempi recenti» e «la fornitura è costante in tutta Europa». Lo ha assicurato il Ministro della Transizione ecologica Cingolani, affermando che nel breve periodo la situazione delle forniture non desta alcuna preoccupazione.

Una dichiarazione abbastanza paradossale, considerando che, come ha scoperto la Reuters, l’approvvigionamento di gas russo al Vecchio Continente attraverso il gasdotto Yamal-Europe si è interrotto. Non è nemmeno la prima volta, anche se per contro restano fortunatamente stabili i volumi trasportati da altri metanodotti, come il Nord Stream 1.

Intanto però lo stoccaggio costa già cinque volte di più rispetto al 2021, come da j’accuse del Superministro. Che ha anche ricordato come tutti gli aumenti siano correlati, visto che l’energia usata nelle raffinerie «impatta sul costo finale» del Brent, cioè in ultima analisi dei carburanti.

Le misure contro il caro benzina

A questo proposito, come riporta l’ANSA il fisico bestiale ha confermato che l’esecutivo del Premier Mario Draghi sta lavorando per abbassare i prezzi alla pompa. E la chiave potrebbe stare, come RomaIT sostiene da tempo, nelle vetuste e odiatissime accise. Come infatti rileva TGCom24, «c’è stato un maggior gettito Iva» che «potrebbe essere utilizzato per ridurre» le tasse di scopo. Senza le quali – lo ricordiamo – benzina e gasolio costerebbero all’incirca la metà.

Tuttavia, secondo i calcoli del Corsera il beneficio per i consumatori ammonterebbe a soli 10-15 centesimi al litro. Una quota che Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, ritiene largamente insufficiente, insistendo che il calo dev’essere «di minimo 50 cent».

Una particolarità è che il meccanismo ipotizzato si chiama “accisa mobile”, come la donna del Rigoletto. D’altronde, da Verdi (Giuseppe) a verde (in tutte le accezioni) è un attimo!

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Economia

Benzina, Cingolani attacca i mercati (e dimentica le “colpe” del Governo)

Il fisico attacca gli speculatori parlando di colossale truffa a spese di cittadini e imprese: “L’aumento dei prezzi è immotivato”. Ma anche le accise, senza le quali il costo di produzione del carburante sarebbe la metà

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Roberto Cingolani
Il Ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani

Da www.romait.it

La fiammata del costo della benzina ha fatto esplodere il Ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani. Che ha accusato i mercati di aver dato il via a un’operazione speculativa responsabile dell’attuale, immotivata crescita dei prezzi dei carburanti. Dimenticandosi però che neppure i vari Governi (incluso quello di cui fa parte) sono del tutto esenti da colpe.

Cingolani e il caro benzina

«Siamo in presenza di una colossale truffa» fatta «a spese delle imprese e dei cittadini». Questo il durissimo j’accuse lanciato, attraverso i microfoni di Sky TG24, dal titolare del MiTE Roberto Cingolani. Secondo cui «stiamo assistendo ad un aumento del prezzo dei carburanti ingiustificato, non esiste motivazione tecnica di questi rialzi» che non sia l’assurda «spirale speculativa» in essere.

Molto probabilmente il fisico ha ragione, tant’è che la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta sull’impennata dei costi di benzina, gas ed energia. Così come ha senz’altro ragione quando afferma che, nell’immediato, la soluzione più ragionevole è sfruttare al massimo i giacimenti di metano autoctoni. Mentre a lungo termine occorre investire «ora in ricerca e sviluppo in modo almeno da preparare il futuro».

Dimostra invece un’irragionevole brevimiranza quando sostiene che «adesso non avrebbe senso costruire centrali nucleari», che invece sarebbero la chiave per l’indipendenza energetica. Ma, soprattutto, sbaglia quando manda la palla esclusivamente nel campo di Bruxelles, come se l’esecutivo del Premier Mario Draghi fosse del tutto impotente.

Il Governo elimini subito le accise

Per esempio, come ha scoperto Il Sole 24 Ore, del metano che parte per il Belpaese il 4% viene disperso prima di giungere a destinazione. Si tratta di 3-3,5 miliardi di metri cubi di gas svaporati attraverso giunture e valvole difettose, una quantità che corrisponde all’intera produzione nazionale.

Soprattutto, però, Palazzo Chigi potrebbe, anzi dovrebbe eliminare all’istante le imposte sui propellenti, cominciando dalle odiatissime accise. Tasse di scopo che magari servono davvero «a far funzionare lo Stato», come ha dichiarato Cingolani, ma dacché dovevano essere una tantum sono invece diventate eterne. Ancora oggi, infatti, paghiamo per i terremoti di Belice (1968), Friuli (1976) e Irpinia (1980), per l’alluvione di Firenze (1966) e perfino per la Guerra d’Etiopia (1935-36).

Lo stesso Dicastero della Transizione ecologica, poi, ha rilevato un dato estremamente interessante, riportato ancora dal principale quotidiano economico nostrano. Lunedì 7 marzo la benzina costava in media 1,95 euro al litro, di cui 1,08 euro di penalizzazione fiscale e 87 centesimi di prezzo industriale. Il gasolio 1,82 euro al litro, di cui circa 94 centesimi di disincentivo fiscale e 88 centesimi di prezzo industriale. Significa che i balzelli pesano per il 55% sul costo finale della benzina, con accisa pari a 72,8 centesimi (più 35,2 centesimi di IVA). E per il 51% su quello del diesel, con accisa pari a 61,7 centesimi (con 32,9 centesimi di IVA).

Vuol dire anche, en passant, che senza gabelle il gasolio costerebbe più della verde. Che si conferma una volta di più, almeno in questo particolare periodo storico, un colore decisamente infausto in tutti i sensi.

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Economia

Nucleare, aggiornato il piano di rischio (ma può pure essere una risorsa)

Il Governo aggiorna (dopo 12 anni) la strategia per fronteggiare incidenti in impianti esteri: eppure l’atomo, come una sorta di Giano bifronte, è anche la nostra migliore possibilità contro il caro energia

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Piano nazionale per la gestione delle emergenze radiologiche e nucleari, nucleare
Piano nazionale per la gestione delle emergenze radiologiche e nucleari

Da www.romait.it

Il Governo ha approvato la nuova strategia di intervento in caso di incidente a una centrale nucleare estera. Un provvedimento non direttamente correlato alla guerra in Ucraina, anche se non è da escludere che l’attacco russo all’impianto di Zaporizhzhia gli abbia impresso un’accelerazione. Cosa che, en passant, rende l’atomo una sorta di Giano bifronte: da un lato un potenziale problema, dall’altro la possibile soluzione a un altro problema.

Il Piano emergenziale del Governo

Dopo 12 anni, forse per evitare un bis del piano pandemico, l’esecutivo ha aggiornato il “Piano nazionale per la gestione delle emergenze radiologiche e nucleari”. Lo riferisce Il Sole 24 Ore, aggiungendo che lo schema di Decreto è stato firmato da Fabrizio Curcio, capo della Protezione Civile.

Le linee guida 2.0, la cui revisione era stata avviata mesi fa, servono a «fronteggiare le conseguenze di incidenti in impianti nucleari di potenza ubicati “oltre frontiera”». E, come spiega Sky TG24, individuano tre possibili scenari (legati alla distanza della struttura) e le relative misure di sicurezza da adottare.

In particolare, come illustra il Corsera, si indicherebbe ai cittadini di restare al chiuso nelle proprie abitazioni per due giorni al massimo. Contestualmente, verrebbero bloccati in via precauzionale la circolazione stradale e il «consumo di alimenti e mangimi prodotti localmente (verdure fresche, frutta, carne, latte)».

Inoltre, dal momento che lo iodio-131 (che induce il carcinoma tiroideo) può essere emesso in caso di incidente nucleare, vengono fornite indicazioni per la iodoprofilassi. Da effettuare somministrando pillole di iodio stabile «fino a otto ore dopo l’inizio stimato dell’esposizione» (oltre le 24 ore i danni supererebbero i benefici). Sarebbe interessata la popolazione da 0 a 40 anni (oltre, il rischio per la tiroide è praticamente nullo), oltre alle donne in stato di gravidanza e allattamento.

Nucleare bifronte

L’aspetto bizzarro è che l’atomo, pur costituendo una minaccia oggettiva, contemporaneamente rappresenta la migliore chance che abbiamo contro un’altra crisi – quella energetica. RomaIT lo sostiene da tempo, e ora anche il MiTE, secondo quanto riporta Il Foglio, starebbe valutando la ripresa delle attività nell’ex centrale di Trino Vercellese.

Per ora il titolare del Dicastero, Roberto Cingolani, glissa, ma i nodi stanno già venendo al pettine. Per esempio perché Dario Franceschini, Ministro della Cultura, e alcune Regioni (Puglia in testa) gli stanno paralizzando il progetto relativo alle rinnovabili (benché inutili, come abbiamo spesso argomentato). Ma anche perché lo stesso fisico, come scrive l’ANSA, si ostina colpevolmente a escludere la riapertura degli impianti a carbone.

Intanto, però, il caro bollette galoppa, e non si può più ignorare ideologicamente che il nucleare può essere sì una malattia, ma anche una cura. Paradossi… centrali.

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Economia

Guerra ucraina, dall’Italia all’Europa impera il tafazzismo sul gas

Il Ministro Cingolani afferma che la Russia guadagna 1 miliardo al giorno: ma a Putin non mancano acquirenti per il metano, mentre Bruxelles sa solo sfornare libri dei sogni

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Guerra in Ucraina
Bombardamenti in Ucraina

Da www.romait.it

Che la guerra ucraina, tra le altre catastrofiche conseguenze, avrebbe pure fatto (ulteriormente) impennare le bollette non era certo un mistero. E infatti da un paio di settimane i leader europei (compreso il Premier italiano Mario Draghi) insistono sulla necessità di raggiungere l’indipendenza dalle forniture russe. Che però, alla luce dei piani che si vorrebbero attuare, nel breve periodo sarebbe un atto di puro autolesionismo.

Reazioni “di pancia” alla guerra ucraina

“Quali alternative al gas russo ha l’Europa?” È il titolo (tradotto dall’inglese) di un’analisi condotta da Statista, un portale tedesco che raccoglie dati di mercato e di opinione. E ha evidenziato come nel 2020 Mosca abbia esportato quasi 200 miliardi di metri cubi di gas naturale, fornendo al Vecchio Continente il 40% dell’euro-approvvigionamento.

Al netto delle reazioni “di pancia” alla guerra ucraina, pensare di poter rimpiazzare di punto in bianco un quantitativo simile è semplicemente utopistico. E infatti la Commissione Ue ha sfornato un nuovo libro dei sogni, pomposamente battezzato REPowerEU (ripotenziamento europeo). Un pacchetto di misure che, come spiega Il Sole 24 Ore, includono tra l’altro il calmieramento dei prezzi dell’elettricità e una maggior flessibilità sugli aiuti di Stato. Nonché una tassa temporanea sugli extra-profitti delle aziende del settore energetico, che chissà su chi si rivarranno.

Inoltre, come aggiunge In Terris, Bruxelles auspica acquisti e stoccaggi congiunti di gas – e il precedente coi vaccini anti-Covid non fa esattamente dormire sonni tranquilli. E propone di diversificare fonti e consumi, che in sé sarebbe dignum et iustum. Se non fosse che l’orizzonte (risibile, come abbiamo più volte argomentato) è quello delle rinnovabili. Anche se queste, come ha ammesso Valdis Dombrovskis, vicepresidente dell’esecutivo comunitario, non sostituiranno il metano russo in «un anno o due». E nemmeno in cinque o dieci, se è per questo.

Nel frattempo il falco lettone ha riferito che la principale società norvegese di gas ha dato la propria «disponibilità al 100% per colmare le carenze». Che però non equivale minimamente a colmare le carenze al 100%.

Tafazzismo istituzionale

Da questo tafazzismo istituzionale non è poi immune nemmeno il Governo nostrano. A partire dal Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani che, come riferisce l’ANSA, ritiene che l’Italia possa diventare autonoma «ragionevolmente in 24-30 mesi».

Per il fisico è comunque improbabile che il Cremlino decida di chiudere i rubinetti, visto il guadagno di «quasi un miliardo di euro al giorno». Forse, ma è un fatto che il Presidente russo Vladimir Putin non se ne stia con le mani in mano. A inizio febbraio, infatti, come riporta l’Agi Gazprom ha chiuso un accordo con Pechino per realizzare un mega-gasdotto che reindirizzi il metano verso la Cina.

Forse, dopotutto ci toccherà veramente ridurre il riscaldamento di 1°C, come ha raccomandato l’altro vicepresidente della Commissione Europea Frans Timmermans. Ma per i costi abnormi delle tariffe, non certo per le folli istanze dell’affermazionismo ambientalista.

Guarda caso, il titolare del MiTE ha evocato la possibilità di (ulteriori) sacrifici, come d’altronde aveva fatto qualche giorno prima anche SuperMario. Con una piccola e insignificante incognita. Sicuri che i cittadini, già stremati da due anni di pandemia e relative restrizioni, le accetteranno di buon (è il caso di dirlo) grado?

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Economia

La guerra tra Russia e Ucraina fa subito impennare i costi dell’energia

Con lo scoppio del conflitto vanno alle stelle i prezzi di gas, elettricità, petrolio e materie prime. Draghi si dice pronto a riaprire le centrali a carbone, ma per una vera soluzione occorre dire basta all’ideologia green

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caro bollette, guerra
Caro bollette

Da www.romait.it

Come ampiamente preconizzato, la guerra tra Russia e Ucraina si è subito riverberata oltre il campo di battaglia. Facendo schizzare ulteriormente verso l’alto i costi dell’energia e delle materie prime, destinati a ripercuotersi a loro volta sulle relative imposte. E la ricetta proposta da Palazzo Chigi, se da un lato va nella direzione giusta, dall’altro è contrassegnata (una volta di più) da un’incomprensibile brevimiranza.

Guerra e bollette, le due crisi

Dalla crisi bellica alla crisi tariffaria il passo è stato brevissimo, e non certo inatteso. In poche ore, infatti, come riporta l’Adnkronos benzina e gasolio sono cresciuti dell’equivalente di 5 centesimi al litro. Quotazioni comunque instabili, tant’è che, scrive l’ANSA, dopo una parziale discesa sono tornate a salire di nuovo.

Come poi ha rilevato il Corsera, hanno fatto registrare picchi altissimi pure elettricità e gas, in rialzo rispettivamente del 30,3% e 53,4% secondo Assoutenti. Che ha evidenziato anche i rialzi su grano, mais e soia, che potrebbero far lievitare la pasta e il pane a +30% e +10% in un anno.

La preoccupazione italiana

Per quanto concerne l’Italia, la principale fonte di preoccupazione è il metano, visto che, come sottolinea Il Giornale, compriamo il 90% di quello che consumiamo. E, come ha ricordato il Premier Mario Draghi, «circa il 45% del gas che importiamo proviene» dalla Russia. La quale intanto, precisano da via Negri, per ritorsione ha nuovamente limitato il gasdotto Yamal-Europe, che convoglia il metano nella Ue.

L’ex Presidente della Bce, come riferisce l’Huffington Post, ha deplorato l’atavica riluttanza del Belpaese nel diversificare «le nostre fonti di energia e i nostri fornitori». Aggiungendo che l’esecutivo «è al lavoro inoltre per aumentare le forniture alternative», senza escludere la riapertura delle centrali a carbone «per colmare eventuali mancanze nell’immediato».

Una misura che peraltro non è certo senza precedenti, sempre perché c’è una cosetta chiamata realtà che prima o poi presenta il proprio conto. Qualcosa che SuperMario dovrebbe tenere a mente, per esempio quando afferma che «la risposta più valida nel lungo periodo» sarebbe un «maggiore sviluppo delle fonti rinnovabili».

Un’idea che, come RomaIT puntualizzava qualche giorno fa, rispetto a un’emergenza come quella in essere equivarrebbe a voler fermare un’emorragia gravissima con dei cerotti. In tempo di guerra, l’ideologia (soprattutto quella verde) è qualcosa che non ci si può assolutamente permettere.

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Economia

Gas, “benefici dalle nuove estrazioni sul caro bollette solo in 2-3 anni”

Il monito dell’AD di Eni Descalzi, mentre siamo in piena greenflazione. Eppure le soluzioni ci sono (dal nucleare alle trivelle), ma occorrono una strategia strutturale e l’abbandono delle follie ideologiche

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Bolletta del gas
Bolletta del gas

Da www.romait.it

Il CdM ha approvato un ulteriore pacchetto di misure contro l’impennata delle tariffe di luce e gas, la cui produzione crescerà ma senza nuove trivellazioni. Un provvedimento che, pur andando nella giusta direzione, non è certamente sufficiente, come ha sottolineato anche Claudio Descalzi, Amministratore Delegato dell’Eni. Anche se va precisato che, a monte, la responsabilità è sempre del peggior affermazionismo ambientalista – e dell’Europa che s’inchina a questi deliri.

Il monito di Descalzi sul gas

Il Governo guidato da Mario Draghi ha stanziato altri 5,8 miliardi di euro contro il caro bollette, come riferisce TGcom24. Aggiungendo che il nuovo Decreto prevede tra l’altro l’incremento della produzione di gas autoctono, ma senza aumentare gli impianti di estrazione (facile immaginare a causa di chi).

L’esecutivo ha già avuto rassicurazioni in tal senso dall’AD dell’ex Ente Nazionale Idrocarburi, Descalzi. Lo ha confermato lui stesso in un’intervista a La Stampa, lanciando però contestualmente un avviso ai naviganti. «L’attuale situazione andrà avanti fin quando l’offerta di gas resterà scarsa rispetto alla domanda». E, per quanto concerne lo sfruttamento dei giacimenti nostrani, «potremmo avere una scaletta di crescita interessante in 2-3 anni, non in sei mesi».

Nessuna illusione, insomma, anche perché l’obiettivo, come riporta Il Giornale, è «arrivare a circa cinque miliardi di metri cubi» di gas estratto dagli attuali 3,2 miliardi. Lo ha affermato Roberto Cingolani, Ministro della Transizione ecologica, ricordando però contestualmente che il totale di consumi nazionali è pari a «circa 70 miliardi». Altro, quindi, che le misure strutturali auspicate dallo stesso fisico.

Ma il vero paradosso è che proprio il MiTE ha recentemente pubblicato il “Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee” (PiTESAI). Che, come ha illustrato Panorama, sarebbe la «mappa dei tesori del sottosuolo italiano», approvata da tutte le Regioni – incluse quelle No-triv.

Trivellazione di gas in Italia
Trivellazione di gas in Italia

Tanto per ribadire che le soluzioni alla crisi esistono (c’è anche il nucleare, per dire, come sa bene il Presidente francese Emmanuel Macron). Tuttavia, per poterle adottare bisogna prima liberarsi della zavorra rappresentata dall’ideologia eco-catastrofista.

La greenflazione

Peraltro, quanto a brevimiranza, Bruxelles è la proverbiale Sparta che non ride. Per esempio perché, come ha puntualizzato l’accademico danese Bjørn Lomborg su Tempi, soddisfa oltre l’80% del proprio fabbisogno energetico primario mediante combustibili fossili. E solo il 3% attraverso le rinnovabili, oltretutto penalizzate da un’estate poco ventosa.

In compenso ci sono i venti di guerra russo-ucraina a introdurre un nuovo fattore di destabilizzazione. Soprattutto per i Ventisette, che importano i due terzi del gas naturale e ne acquistano il 41% proprio da Mosca. Superfluo specificare cosa accadrebbe in caso di chiusura (forzata o meno) dei rubinetti.

La vera colpa comunitaria, però, va sotto il nome di European Green Deal. Perché non è certo la prima volta che il Vecchio Continente affronta un’emergenza energetica, che in passato veniva risolta ricorrendo al vituperato carbone. Ora però l’Unione Europea ha pensato male di raddoppiare i prezzi dei permessi di emissione della CO2, da 30 a 63 euro a tonnellata. E, conclude l’Economist, «se viene bruciato più carbone per compensare la mancanza di gas naturale», c’è un effetto valanga che compromette il potere d’acquisto dei cittadini. E nessuno è disposto a tollerarlo.

Vale su questo lato dell’Atlantico, dove un importante politico ha avvertito anonimamente il Financial Times del rischio di avere gilet gialli ovunque, ma anche negli Usa. Dove un sondaggio del Washington Post ha rilevato che la maggioranza degli Americani non accetterebbe neanche 2 dollari di rincaro tariffario annuo per finanziare politiche verdi. E per i traguardi della Casa Bianca ne occorrerebbero 11.300 pro capite l’anno.

Con buona pace – ça va sans dire – della già altissima inflazione. O, come la chiamano sarcasticamente da quelle parti, la greenflazione.

Claudio Descalzi
Claudio Descalzi

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