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Dubai, autobus turistico si schianta: 17 morti

Autobus turistico si schianta contro un cartello stradale a Dubai. Diciassette morti, cause ancora da chiarire.

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Autobus turistico si schianta contro un cartello stradale a Dubai. Diciassette morti, cause ancora da chiarire

Sono diciassette i morti e tre i feriti nel tragico incidente in cui un autobus turistico si è schiantato contro un cartello stradale per cause non chiare. L’autobus proveniva dall’Oman. A renderlo noto è la polizia locale che rivela anche la presenza tra le vittime di turisti di nazionalità diverse, inclusi cittadini europei. L’autobus viaggiava da Muscate

La conta di coloro che erano presenti sull’autobus è di 31 passeggeri. Il veicolo si è schiantato lungo la E 311, una delle più importanti strade degli Emirati Arabi, chiamata Sheikh Mohammad Bin Zayed Road. L’autobus è si è schiantato contro un cartello all’uscita di Al Rashidiya, nel pomeriggio di giovedì. 

La polizia di Dubai ha diffuso una foto in cui si vede l’entità del danno causato dall’incidente. I feriti sono stati tempestivamente portati all’ospedale di Rashid.

Come riportato qui sotto in una dichiarazione su Twitter la società dell’autobus di proprietà del governo dell’Oman, porge le condoglianze alle famiglie delle persone coinvolte nell’incidente e annuncia la sospensione dei servizi Muscate-Dubai finché non verranno effettuati tutti gli aggiornamenti. La società dell’autobus ha dichiarato di voler collaborare con le autorità di Dubai per le indagini sull’incidente.

 

Politica

Riforma elettorale, l’accelerazione del Pd e le implicazioni per il Governo

I dem invocano la nuova legge che disciplinerà le Politiche, nella paradossale speranza di blindare l’esecutivo e ritardare l’annunciato trionfo del centrodestra. Permangono però le fibrillazioni che fanno tremare il Premier Conte

Mirko Ciminiello

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Il Premier Giuseppe Conte

Tradizionalmente, la riforma elettorale è l’ultimo provvedimento a cui un esecutivo uscente mette mano. E non a caso, trattandosi della norma che disciplina il voto per le Politiche e la successiva composizione del nuovo Parlamento. Per questo motivo, si tende a considerare il momento in cui si apre la discussione su tale legge l’inizio della fine di una legislatura. E si dà il caso che sia proprio ciò che sta accadendo.

L’accelerazione sulla riforma elettorale

È notizia recentissima che la Conferenza dei Capigruppo di Montecitorio ha deciso di calendarizzare la riforma elettorale per il prossimo 27 luglio. Accogliendo così la richiesta di accelerazione proveniente dal Pd, che ha ricordato come la legge elettorale facesse parte dell’accordo da cui è nato il Conte-bis. «Pacta sunt servanda» ripetono da giorni, e non a caso, vari esponenti dem.

Il riferimento è all’intesa raggiunta a fine 2019, quando i rosso-gialli convennero di legare la misura alla riforma del taglio dei parlamentari. In quell’occasione, si stabilì di tornare alle urne con un sistema proporzionale con una soglia di sbarramento al 5%. Che in pratica significa che i seggi dovrebbero essere ripartiti in proporzione alla percentuale di voti, escludendo quei partiti che non dovessero raggiungere la succitata asticella.

La nuova norma dovrebbe sostituire il vigente Rosatellum, sempre proporzionale ma con un correttivo maggioritario. Prevede cioè un premio, in termini di seggi, che dovrebbe garantire la governabilità – il condizionale, vista l’attuale legislatura, è una forma di cortesia.

La fretta del Partito Democratico ha una duplice spiegazione. Da un lato c’è il referendum settembrino sul taglio dei parlamentari stesso, dall’altro i sondaggi che si ostinano a premiare il centrodestra.

L’esito della consultazione referendaria è scontato, e porterà a designare, nella prossima tornata elettorale, due Camere dimezzate. Se tale tornata fosse regolata dal Rosatellum, è stato calcolato che il nuovo Governo potrebbe contare sul 60% degli onorevoli. Se a ciò si aggiunge il fatto che il vincitore dovrebbe essere il leader leghista Matteo Salvini, l’incubo di via del Nazareno sarebbe completo.

Le fibrillazioni all’interno del Governo

Lo scenario appena descritto, però, si potrebbe concretizzare solo in caso di caduta del BisConte ed elezioni anticipate. Di qui l’urgenza della riforma elettorale che, paradossalmente, potrebbe servire a guadagnare tempo. Difficile, infatti, tornare alle urne con una normativa approvata da una (e una sola) Camera.

Eppure, nonostante l’impegno dei democratici per evitare che il popolo sovrano possa finalmente scegliere da chi essere guidato, la cornice governativa resta contrassegnata da fortissime fibrillazioni. Per esempio sul Mes, il Fondo salva-Stati su cui persiste ancora il niet del M5S.

L’ultimo casus belli, invece, riguarda il Decreto Semplificazioni, che il bi-Premier Giuseppe Conte considera «la madre di tutte le riforme». Tanto da non aver gradito affatto i veti incrociati e, soprattutto, i distinguo e le resistenze del Pd.

In effetti, questo è stato uno dei temi trattati nel recente incontro tra il fu Avvocato del popolo e il segretario dem Nicola Zingaretti. Conclusosi con l’appello del Signor Frattanto affinché, alle prossime Regionali, i grillini si presentino uniti con i democratici. Segno che Giuseppi sente sempre più traballante la propria poltrona, che cerca di puntellare rinsaldando l’asse tra i due principali partiti che lo sostengono. Ricevendo però – almeno per il momento – il secco rifiuto dei pentastellati.

Gli scogli della riforma elettorale

A complicare ulteriormente un quadro già fin troppo confuso potrebbe poi esserci anche Italia Viva. Il partito di Matteo Renzi aveva dato il proprio assenso alla riforma elettorale in un periodo, diciamo, di forte ottimismo. Costantemente smentito però dalle impietose rilevazioni che danno puntualmente Iv inchiodata attorno al 3%.

Non si esclude quindi che la soglia di sbarramento possa essere rivista al ribasso, anche perché sembra già assodata la presenza di voti segreti in Aula. Per non parlare del timore che l’ex Rottamatore, in un impeto sansoniano, possa scegliere di “morire con tutti i Filistei”.

Si possono leggere in questa chiave gli avvisi ai naviganti dei suoi parlamentari. Che hanno precisato che «la priorità è la crisi economica, non la legge elettorale», oltre a spingere per delle importanti correzioni al Dl Semplificazioni.

Forse il Presidente del Consiglio pensava anche a questi scogli quando si è lasciato sfuggire che «è il momento del coraggio, io ho fretta, frettissima». Il tempo, infatti, è notoriamente tiranno. E queste accelerazioni estive hanno tanto il retrogusto di un Governo all’ultima spiaggia.

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Economia

Salva-Stati, le fibrillazioni nella maggioranza spaventano il Premier Conte

Il Capo del Governo prende ancora tempo sul Mes e chiede aiuto all’omologo olandese Rutte. Intanto è ancora scontro tra Pd e M5S, e alcuni senatori grillini si dicono pronti a far cadere il Governo

Mirko Ciminiello

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Il Premier Giuseppe Conte

Ultimamente, uno dei pochi temi in grado di infiammare davvero il dibattito è il Fondo salva-Stati, o Mes, o comunque lo si voglia chiamare adesso. In effetti, è un argomento così spinoso da riuscire a rimescolare gli schieramenti politici. Suggerendo al bi-Premier Giuseppe Conte una cautela perfino maggiore del solito.

Conte e il Fondo salva-Stati

Lo chiamano signor Frattanto in riferimento ai tempi biblici delle sue deliberazioni. Come da stoccata del leader di Azione, Carlo Calenda, «Conte non dice e non decide mai niente». Figurarsi su una materia così delicata e divisiva come il Fondo salva-Stati.

Era dunque quasi inevitabile che il fu Avvocato del popolo si esibisse nella specialità della casa – la procrastinazione. Soprattutto considerando che in ballo non c’è soltanto una bazzecola come il futuro dell’Italia ma – cosa ben più importante – la tenuta del Governo rosso-giallo. E che la discussione si incrocia con un’altra importantissima partita comunitaria – quella sul Recovery Fund e il Bilancio pluriennale dell’Unione Europea.

«Dovete darmi il tempo che ci vuole» avrebbe detto infatti Giuseppi ad alcuni Ministri dem in vista del Consiglio europeo del 17 e 18 luglio. «Il tempo di completare il quadro europeo, chiudere l’accordo con la Ue al prossimo Consiglio, poi farò il possibile per convincere il M5S».

I grillini, infatti, sono l’unica forza di maggioranza recisamente contraria all’uso dello strumento finanziario di Bruxelles, proprio come, tra le opposizioni, Lega e FdI. D’altra parte, Forza Italia sarebbe disposta a votare con Partito Democratico, Italia Viva e LeU, ma i numeri non sarebbero sufficienti per il via libera.

In questa cornice di (ulteriori) forti fibrillazioni, gli occhi sono puntati, come spesso accade, sul Movimento 5 Stelle. Nel cui muro ha appena iniziato a formarsi qualche sottile crepa.

Il dibattito sul Fondo salva-Stati

L’attivazione del Fondo salva-Stati renderebbe disponibile una linea di credito pari a 36-37 miliardi di euro. Un prestito con un tasso d’interesse leggermente superiore allo 0,1% annuo, e l’unico vincolo di usare i fondi per le spese sanitarie legate all’emergenza Covid-19.

Risorse a cui sarebbe folle rinunciare, affermano i sostenitori del Mes quali Nicola Zingaretti, segretario del Pd, o Matteo Renzi, leader di Iv. Secondo cui «i Cinque Stelle stanno prendendo un po’ di tempo, poi diranno di sì, come è ovvio e come è logico».

I pentastellati, però, sono sulle barricate, come il resto degli oppositori del Meccanismo Europeo di Stabilità. Per cui pesano soprattutto i rischi legati all’assenza di un provvedimento chiaro sulle famigerate condizionalità che potrebbero scatenare la trojka e attentare alla sovranità nazionale. Lacci e lacciuoli la cui esclusione, allo stato attuale, non è che un gentlemen’s agreement mai ratificato.

Il trattato che ha istituito il Fondo salva-Stati è infatti ancora in vigore, e oltretutto le tempistiche di un’eventuale modifica non sarebbero brevi. Servirebbero infatti l’unanimità del Consiglio europeo (compresi i solidalissimi Quattro frugali) e la successiva ratifica di tutti i Parlamenti nazionali. Nel frattempo, nulla vieterebbe a Bruxelles di rimangiarsi la promessa, soprattutto se nel frattempo l’Italia dovesse dotarsi di un esecutivo meno gradito all’Europa.

Ipotesi, quest’ultima, che nessuno può escludere categoricamente. «Finiamola con il no ideologico al Mes, altrimenti il Governo rischia davvero» ha ammonito per esempio il senatore grillino Primo Di Nicola. E anche il sottosegretario al Ministero dell’Interno Carlo Sibilia ha concesso una timida apertura, purché si sia certi che i fondi non costituiscano «una trappola».

La sensazione, cioè, è che il MoVimento finirà per abdicare ancora una volta alle proprie pretese ideologiche per ragioni, diciamo, di realpolitik. Stavolta, però, potrebbe non essere così semplice.

Il Fondo salva-Stati e la crisi del M5S

I nipotini del presunto comico, infatti, sono in piena crisi. Di voti, di nervi e di identità. Nonché di leadership, visto che, dal momento delle dimissioni di Luigi Di Maio, non c’è un vero capo politico, bensì un reggente – Vito Crimi.

In questo contesto, i Cinque Stelle si apprestano ad avviare la campagna elettorale per le Regionali di settembre con lo spettro di dover ammainare l’ennesima bandiera. Circostanza che potrebbe riverberarsi non solo sul gradimento degli elettori – per cui sarebbe un altro boccone amaro da digerire – ma anche sulla sopravvivenza del Conte-bis.

Secondo i rumours, infatti, almeno trenta parlamentari pentastellati sarebbero pronti a negare l’appoggio al Fondo salva-Stati. Tra cui sette senatori, che potrebbero risultare determinanti visto che a Palazzo Madama i rosso-gialli sono già sul filo del rasoio.

È vero che i voti mancanti verrebbero rimpiazzati da quelli degli Azzurri, ma a quel punto si aprirebbe un enorme problema politico. Perché il Mes verrebbe approvato da una maggioranza diversa rispetto a quella che sostiene l’esecutivo.

Il Meccanismo Europeo di Instabilità del Governo

Ecco il motivo per cui, malgrado le sue rodomontate, il Capo del Governo non ha alcuna intenzione di affrontare a breve il giudizio dell’Aula. Addirittura, secondo alcune ricostruzioni avrebbe chiesto aiuto al suo omologo olandese Mark Rutte, capofila del “blocco del nord Europa”, per riuscire a prendere tempo. Ricevendo però una replica non esattamente incoraggiante.

«È cruciale che la prossima volta l’Italia sia in grado di rispondere a una crisi da sola» le parole del tulipano. A cui il Presidente del Consiglio ha fatto sapere laconicamente che sì, «l’Italia ce la farà da sola». Anche perché sui suoi cosiddetti alleati comunitari difficilmente potrà contare.

Intanto, il BisConte punta a superare l’estate, sperando che, alla fine, prevalga (as usual) l’istinto di autoconservazione dei grillini. I cui valori, finora, non hanno mai retto alla prova della poltrona.

Di certo c’è che, per il momento, il Fondo salva-Stati pare più un Meccanismo Europeo di Instabilità. Per il Governo italiano, almeno.

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Cronaca

Autocensura, l’Occidente che rinnega se stesso viaggia verso l’estinzione

Le statue abbattute sono il simbolo di un delirio collettivo, ma la cosa peggiore è che la culla della civiltà appoggia i teppisti contro la sua Storia e le sue tradizioni: così la troppa negazione di noi stessi ci seppellirà

Mirko Ciminiello

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autocensura dell'occidente
La statua di Cristoforo Colombo abbattuta a Minneapolis

Se già la censura non è esattamente qualcosa di positivo, l’autocensura è peggio, perché è anche stupida. A maggior ragione quando è un’intera civiltà a rinnegare se stessa in nome di un qualche vaneggiamento collettivo. Di troppa negazione di sé, infatti, si muore. E, continuando di questo sciagurato passo, rischia seriamente di essere questo il destino dell’Occidente.

I paraocchi dell’ideologia

C’è una vibrazione nichilista che sta percorrendo come una sorta di brivido la culla della civiltà moderna. La quale non ha certamente avuto, nei secoli e nei millenni, una condotta irreprensibile – ma lo stesso vale anche per le altre culture. Il cui contributo al progresso dell’umanità va spesso cercato col lanternino.

Che dunque solo l’Occidente debba vergognarsi di sé è quantomeno paradossale. Così com’è paradossale, per essere gentili, l’idea di giudicare il passato con le categorie del presente.

Come fanno, per esempio, i teppisti che stanno vandalizzando le statue e profanando la memoria di grandi e anche grandissimi uomini. I cui meriti sono incontrovertibili per chi non guarda alla Storia con i paraocchi dell’ideologia.

Ignoranza e nichilismo

Intendiamoci, le manifestazioni (pacifiche) sono più che lecite, così come la sete di giustizia dopo l’assurda uccisione di George Floyd. Ma abbattere o imbrattare i monumenti a Cristoforo Colombo, a Winston Churchill, a Leopoldo II del Belgio non ha nulla a che vedere con la protesta. Non è nemmeno una sorta di ermeneutica dell’antropologia, è solo ignoranza crassa. Che comunque, per assurdo, non è neppure lontanamente vicina all’abisso di delirio toccato in quest’ultimo mese.

Il poco invidiabile primato se lo contendono la petizione che ha preso di mira la medaglia dell’Ordine di San Michele e San Giorgio. Un’onorificenza colpevole (sic!) di raffigurare l’Arcangelo che schiaccia Satana in un modo che a qualche intelliggente con-due-g ricorda l’uccisione di Floyd. E, soprattutto (o meglio, sotto tutto), il genio che vorrebbe distruggere tutte le raffigurazioni di Gesù Cristo e della Vergine Maria in quanto troppo europee. E, quindi, ça va sans dire, «una forma di supremazia bianca», uno «strumento di oppressione» e di «propaganda razzista».

Saremmo curiosi di sapere se tali sagaci definizioni andrebbero applicate anche alle effigi della Madonna nera, ma sospettiamo un certo analfabetismo artistico del proponente. Sempre per essere gentili.

L’autocensura della civiltà occidentale

Se comunque questa follia iconoclasta venisse liquidata come la farneticazione di massa che è, la si potrebbe considerare un fenomeno folcloristico, anche curioso sotto certi aspetti. Il problema – grave – è che c’è chi lo prende sul serio, anche a livelli più o meno alti. A cominciare dallo sport, il cui notevole impatto sociale non può essere sottovalutato.

Così, per dire, nella Formula 1 la scuderia Mercedes ha scelto di presentarsi al via della nuova stagione con una livrea nera. Che avrebbe avuto più senso come concessione al suo primo pilota – e Campione del Mondo – Lewis Hamilton. Del tutto illogica, invece, è la scelta dell’A.S. Roma di apporre sulle proprie divise il logo del sedicente movimento anti-razzista americano.

È questo l’Occidente che biasima se stesso, le sue radici e le sue tradizioni. L’Occidente che si autocensura, tentando di imbavagliare chi invece non prova imbarazzo – e, magari, nutre addirittura sentimenti di orgoglio.

L’autocensura da pensiero unico

È in base a questa forma mentis deviata che, per esempio, la “cultura” dominante può progettare di tacitare le opinioni non allineate. Come con la Commissione Segre, sorta di orwelliano Miniver che pretende il monopolio della verità – e, di conseguenza, la facoltà di sanzionare fake news. Peccato che poi il pensiero unico faccia da megafono e zerbino a una Carola Rackete qualunque. Che può ragliare impunemente che l’Europa stia sfruttando la crisi da Covid-19 per «mettere da parte i diritti umani».

Che poi qui il punto non è neanche che una piratessa possa esternare tutte le sciocchezze che vuole. Semmai il problema è che c’è qualcuno disposto a darle il microfono – e qualcun altro che la ascolta.

Per non parlare del ddl Zan contro l’omotransfobia, che in teoria dovrebbe aggiungere tutele contro aggressioni e discriminazioni. Di fatto, invece, porterà a una deriva liberticida e all’instaurazione di un reato di opinione, come dimostra l’esempio di Paesi con normative simili, quali la Spagna.

Complimenti quindi ai paladini del «non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo». Che probabilmente non sanno nemmeno che Voltaire non si è mai neanche sognato di pronunciare questa frase. La quale, oltretutto, sarebbe valida soltanto finché la civiltà occidentale non si sarà estinta per autocensura. Sfortunatamente, siamo già sulla buona, anzi pessima strada.

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Cronaca

Scandalo Magistratopoli, registrazioni choc sulla condanna di Berlusconi

Il giudice Amedeo Franco, relatore (ora defunto) del processo sui diritti Mediaset, accusava i colleghi: “Il processo fu un plotone d’esecuzione, per le toghe il leader azzurro andava condannato a priori”. La furia di Forza Italia

Mirko Ciminiello

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Scandalo Magistratopoli

Ogni giorno che passa, lo scandalo Magistratopoli si arricchisce (si fa per dire) di nuovi capitoli. Quello più recente ha come protagonista – suo malgrado – il leader di FI Silvio Berlusconi. E, come i precedenti, restituisce ai cittadini già sconcertati un quadro a tinte sempre più fosche.

Le ombre sulla sentenza Berlusconi

C’era un periodo in cui l’allora Premier Berlusconi tuonava quasi quotidianamente contro le toghe rosse e la giustizia a orologeria. Con il regolare controcanto degli intelliggenti con-due-g secondo cui una cornucopia di 70 processi – uno più inutile dell’altro – non costituiva una persecuzione giudiziaria.

Di questa pletora di procedimenti, uno solo si è concluso con la condanna del fondatore di Forza Italia. Quello per frode fiscale in relazione ai diritti Mediaset, passata in giudicato nel 2013 con sentenza della sezione feriale della Cassazione. Che allora era presieduta dal magistrato Antonio Esposito (oggi editorialista del quotidiano dei manettari), mentre relatore del caso era l’altro togato – ora defunto – Amedeo Franco. Il quale all’epoca aveva chiesto l’assoluzione del Cav perché non vi era reato.

Secondo l’accusa, l’azienda di Cologno Monzese aveva comprato dei film americani attraverso la finta mediazione del produttore egiziano Frank Agrama. Gonfiando poi le fatture onde spartire con il prestanome l’eccedenza finanziaria.

Per questo Berlusconi (che, da Premier, non si occupava minimamente di Mediaset) venne condannato a 4 anni di reclusione, di cui 3 coperti da indulto. Scontò quindi la pena ai servizi sociali e, per buona misura, subì anche l’espulsione dal Senato in base alla legge Severino. Unico caso, da Cavour in poi, di applicazione retroattiva di una qualsivoglia norma.

Nel gennaio scorso, però, il verdetto è stato letteralmente fatto a pezzi da un’altra sentenza, emessa dal Tribunale civile di Milano interpellato dalla stessa Mediaset. I togati hanno infatti stabilito che non vi fu un’intermediazione fittizia, né un’appropriazione indebita, e che il prezzo di acquisto era ottimo.

Già questo sarebbe un duro colpo per gli antropologicamente superiori e, soprattutto, per la credibilità della magistratura. Ma l’aspetto più avvilente è che tutto questo è solo la punta dell’iceberg.

Lo scandalo Magistratopoli ante litteram

«Presidente, sa benissimo che è stata una porcheria». Così esordiva Amedeo Franco – cioè, come detto, il relatore del processo sui diritti Mediaset – in un colloquio con il leader azzurro. Colloquio avvenuto alla presenza di testimoni, uno dei quali registrò l’amaro sfogo dell’ermellino. Che gli avvocati del Cav avevano deciso di non usare proprio per rispetto del giudice, ancora in attività.

Solo dopo la dipartita del magistrato, i legali di Berlusconi hanno depositato la registrazione presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nell’ambito del proprio ricorso. E tale registrazione è stata resa pubblica dal programma Quarta Repubblica.

Tra le altre cose, Franco riferiva all’ex Presidente del Consiglio i pensieri di buona parte dei suoi colleghi. «”Berlusconi deve essere condannato a priori perché è un mascalzone!” Questa è la realtà… a mio parere è stato trattato ingiustamente e ha subito una grave ingiustizia… l’impressione che tutta questa vicenda sia stata guidata dall’alto».

Dichiarazioni gravissime, a cui si accompagnava il racconto di voci che, se fossero confermate, sarebbero a dir poco inquietanti. «Sussiste una malafede del presidente del Collegio, sicuramente…» la rivelazione di Franco. Esposito (che comunque ha già smentito) avrebbe infatti subito “pressioni” perché il figlio era indagato dalla Procura di Milano per «essere stato beccato con droga».

Franco concludeva paragonando il processo Mediaset a un «plotone d’esecuzione». Che ha «rovinato un partito e deviato il corso della politica nazionale». Cosa che, del resto, cercavano di fare anche le toghe intercettate nello scandalo Magistratopoli, tramando contro il leader leghista Matteo Salvini. Pare che fin troppo spesso la giustizia non abbia nulla a che fare con l’accertamento della verità. Ahinoi.

Lo scandalo Magistratopoli e la rabbia di FI

«C’era una precisa volontà politica di colpire Silvio Berlusconi, leader della più grande forza politica del Paese. Visto che non lo si poteva sconfiggere con le elezioni, allora si è cercato di sconfiggerlo per via giudiziaria». Così Antonio Tajani, vicepresidente di FI, paragonando la vicenda al noto affaire Dreyfus.

Il j’accuse, del resto, ha percorso come un’onda di indignazione l’intero partito, che ha faticato a contenere la rabbia dopo la diffusione dell’intercettazione ambientale. Di «stupro democratico» e «obbrobri giuridici» ha parlato la presidente dei senatori azzurri Anna Maria Bernini. E la vicecapogruppo a Palazzo Madama, Licia Ronzulli, ha chiesto che Berlusconi venga risarcito politicamente mediante la nomina a senatore a vita.

Più di un esponente di Forza Italia, poi, ha invocato una riforma della giustizia che preveda la separazione delle carriere tra giudici e Pm. Che, en passant, era un’idea espressa anche dal rimpiantissimo Giovanni Falcone.

Inoltre, sempre Tajani ha chiesto a gran voce «una Commissione d’inchiesta su quanto è accaduto a Berlusconi e sul cattivo funzionamento della giustizia». E perfino il leader di Iv Matteo Renzi ha dichiarato che «un Paese serio su una vicenda del genere non può far finta di nulla».

Il silenzio assordante dei giustizialisti

Non pervenuti, invece, i giustizialisti di ieri e di oggi, il cui silenzio assordante non depone esattamente a loro favore. A cominciare dal Pd, che d’altronde il deputato Umberto Del Basso De Caro ha confessato essere in preda a una preoccupazione palpabile.

Il motivo sarebbe la richiesta, da parte della presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati, di divulgare tutte le intercettazioni riguardanti l’ex presidente dell’Anm Luca Palamara. Comprese alcune che, stando al parlamentare dem, coinvolgerebbero anche il segretario Nicola Zingaretti.

Lo scandalo Magistratopoli, insomma, pare non finire mai. E, nella questione specifica, ha evidenziato pure, in puro stile Oscar Wilde, l’importanza di essere Franco.

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Economia

Meccanismo Europeo di Stabilità, così il Premier Conte è giunto a un bivio

Il segretario del Pd Zingaretti sollecita l’uso del Fondo salva-Stati, trovando ancora la netta chiusura dei grillini. Il Presidente del Consiglio in bilico, e in Europa sono scintille con la Cancelliera tedesca Angela Merkel

Mirko Ciminiello

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meccanismo europeo di stabilità

Test per l’esame di giornalismo sul Meccanismo Europeo di Stabilità, per gli amici (e soprattutto i nemici) Mes. Il candidato consideri che:

a) Il leader dem Nicola Zingaretti è tornato a sollecitare l’uso del Fondo salva-Stati affermando che si tratta di «risorse mai viste prima». E che infatti non vedremo nemmeno adesso.

b) Sempre il Governatore del Lazio ha lanciato un monito contro «la danza immobile delle parole». E niente, questa fa già abbastanza ridere di suo.

c) Il segretario leghista Matteo Salvini, invece, ha nuovamente criticato lo strumento finanziario messo a punto dall’Europa: «quelli del Mes sono i soldi del Monopoli». Ci sentiamo di dissentire, in quanto il denaro del Monopoli non va restituito a Bruxelles, né tantomeno a Berlino.

Bruxelles e il Meccanismo Europeo di Stabilità

d) Frattanto, la Cancelliera tedesca Angela Merkel ha dichiarato che la decisione di utilizzare il Mes spetta all’Italia, ma «non lo abbiamo attivato perché rimanga inutilizzato». Stizzita la reazione del bi-Premier Giuseppe Conte: «A far di conto per l’Italia sono io, col Ministro Gualtieri, i Ragionieri dello Stato e i Ministri». Non a caso sono Conti in rosso.

e) Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, ha avvisato gli Stati membri dell’Unione Europea a proposito del negoziato sul Recovery Fund. «Non possiamo permetterci una pausa estiva» finché il pacchetto di aiuti non sarà pronto. Quindi alla fine qualcuno subirà un recovery per stanchezza.

Ciò posto, il candidato commenti il fatto che il segretario del Pd Zinga ha sciorinato «dieci ragioni per dire sì» al Meccanismo Europeo di Stabilità. Talmente valide che i grillini hanno prontamente ribattuto che «ad oggi la posizione del Movimento 5 Stelle sul Mes non cambia. È la stessa di ieri, di una settimana fa e di un mese fa».

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Cronaca

Ricerca scientifica, dallo spazio l’ultima lezione all’inadeguata Oms

Rilevato, con un importante contributo italiano, un segnale che potrebbe rivoluzionare i modelli esistenti sui buchi neri. Mentre, sulla pandemia, i cambi di rotta dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sembrano privi di logica

Mirko Ciminiello

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ricerca scientifica: il coronavirus e l'oms
Il coronavirus e l'Oms

Nella ricerca scientifica, una delle poche certezze è che non ci sono certezze. Qualunque dato, qualunque paradigma può essere infatti messo in discussione da eventuali nuove scoperte. Un concetto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità non deve avere ben chiaro, a giudicare dalla gestione della pandemia da Covid-19. E dalla lezione che ha ricevuto direttamente dallo spazio.

I successi della ricerca scientifica

Pochi giorni fa, è stato pubblicato sulla rivista The Astrophysical Journal Letters uno studio che annunciava una scoperta eccezionale in campo astronomico. Una scoperta che parla anche italiano, visto che porta la firma del rivelatore Virgo, situato vicino Pisa – oltre che dei suoi omologhi americani LIGO.

Gli avanzatissimi strumenti hanno captato una collisione cosmica in cui un buco nero con una massa 23 volte quella solare ha “inghiottito” un oggetto molto più piccolo. Il segnale, denominato GW190814, è stato rilevato nell’agosto 2019, ma l’evento originario si è verificato 800 milioni di anni fa! Tanto hanno impiegato le onde gravitazionali prodotte nell’impatto a raggiungere la Terra.

La particolarità è che l’oggetto più piccolo aveva una massa pari a 2,6 volte la massa del Sole. «Una massa mai osservata finora» come ha spiegato il portavoce di Virgo, Giovanni Losurdo, dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare.

Di norma, infatti, un buco nero si fonde con un altro black hole oppure con una stella di neutroni. Un corpo celeste di dimensioni relativamente piccole e densità altissima, costituito prevalentemente da neutroni tenuti insieme dalla forza di gravità.

Sia un buco nero che una stella di neutroni si formano quando una stella muore in seguito all’esaurimento dell’idrogeno che funge da “carburante”. Se l’astro progenitore ha una massa compresa tra 8 e 30 volte quella solare, esploderà in una supernova e il suo nucleo collasserà in una stella di neutroni. Se la stella madre ha una massa superiore a 30 volte quella del Sole, la potenza della gravità contrarrà lo spaziotempo in un punto infinitesimale. Il risultato sarà un’implosione che darà vita a un black hole, un oggetto con un campo gravitazionale così intenso da intrappolare perfino la luce.

Il gap di massa

Secondo i calcoli dei fisici nucleari, una stella di neutroni non può avere una massa superiore a 2,2-2,3 volte quella del Sole. Oltre questo limite, la gravità sarebbe troppo forte, e il corpo celeste collasserebbe in un buco nero. D’altra parte, il black hole più piccolo a oggi conosciuto ha circa 5 volte la massa solare.

Per questo motivo, gli scienziati hanno teorizzato un ipotetico “gap di massa”. In base al quale non esisterebbero né stelle di neutroni né buchi neri in un intervallo compreso tra circa 2,5 e 5 masse solari.

Tuttavia, l’oggetto più piccolo tra i due rilevati da Virgo e LIGO aveva una massa che cade proprio all’interno di questo mass gap. Il che significa che potrebbe essere la stella di neutroni più pesante o – più probabilmente – il buco nero più leggero mai individuato.

Si tratta di un dato che non collima con nessuno dei modelli di formazione di questi tipi di corpi celesti – né dei cosiddetti sistemi binari. Oltretutto, finora si credeva che fusioni come quella fin qui descritta riguardassero oggetti di dimensioni più o meno simili. Tuttavia, nel caso in esame il rapporto tra le masse dei due progenitori è di 9 a 1.

La scoperta è una sfida per gli astrofisici, che dovranno necessariamente modificare i propri paradigmi di riferimento. Come si fa quando la ricerca scientifica, che è anticonvenzionale per definizione, produce evidenze contrarie agli orientamenti dominanti. Un concetto che per la World Health Organization (e anche per gli eco-mentitori affermazionisti che adattano i dati all’ideologia) pare stranamente difficile da comprendere.

L’Oms e la ricerca scientifica

I social, che giammai perdonano, hanno fulminato la WHO con la consueta ironia: “Il coronavirus ha dichiarato che l’Oms muta molto rapidamente”.

La frecciata fa riferimento alle posizioni ondivaghe sull’epidemia in corso da parte dell’istituto retto dall’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus. Un ente che «non ha brillato per tempestività ed esattezza», come sottolineato anche dal virologo Andrea Crisanti.

Lo scienziato romano ha salvato il Veneto anche perché ha contravvenuto alle indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Che a febbraio prescriveva di somministrare tamponi solo ai casi sospetti, mentre a Vo’ si è optato per la strategia dei tamponi a tappeto. Strategia che poi, magicamente, è diventata anche l’indicazione dell’Oms – ma solo a metà marzo.

Peraltro, le ultime linee guida della World Health Organization prescrivono che, per considerarsi guariti, siano sufficienti tre giorni senza sintomi. Non sarebbe più necessario, dunque, un doppio tampone negativo a distanza di almeno 24 ore – una raccomandazione che ignora totalmente la realtà del contagio da parte degli asintomatici.

Per non parlare delle mascherine, che ad aprile in pochi giorni sono passate dall’essere superflue all’essere indispensabili. Il percorso inverso lo hanno invece fatto i guanti, imprescindibili in periodo di lockdown e poi improvvisamente divenuti addirittura pericolosi.

Forse, però, ancora più significativo è il dietrofront sui farmaci. Come il desametasone, un antinfiammatorio che Ghebreyesus ha definito una «svolta scientifica salvavita» dopo che l’Università di Oxford ha diffuso i risultati preliminari dei trials clinici. Peccato che, a marzo, l’Oms sconsigliasse l’uso dei corticosteroidi (la classe di ormoni cui appartiene il desametasone) per il trattamento della polmonite virale.

C’è buco nero e buco nero

Questi continui e destabilizzanti cambi di rotta sarebbero più che giustificati se a motivarli fossero i progressi della ricerca scientifica. Come dimostra la scoperta italo-americana dalle profondità del cosmo, che costituisce un passo avanti verso una migliore comprensione dell’universo. Il problema è che, escluso il caso del desametasone, l’agenzia dell’Onu per la sanità dà l’impressione di procedere come una banderuola mossa dal vento.

Insomma, da un lato ci sono i buchi neri, dall’altro il “buco nero” nel cuore dell’Oms. Se non è razzista scherzarci su.

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Politica

Senato bollente, ora il Premier Conte rischia di perdere la maggioranza

Ennesima defezione tra i Cinque Stelle, i numeri iniziano a non tornare malgrado la sicumera del Ministro D’Incà. I grillini al bivio tra ideologia e sopravvivenza, e forse qualcuno pensa già alla “resa dei Conte”

Mirko Ciminiello

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Il Premier Giuseppe Conte

E sul finire di giugno, quasi con vista sulla pausa estiva, la maggioranza rosso-gialla si è accorta di avere per le mani un Senato bollente. Colpa dell’emorragia di parlamentari pentastellati che, goccia dopo goccia, addio dopo addio sta scavando la roccia del Governo Conte-bis. Che improvvisamente ha aperto gli occhi, rendendosi conto di essere sul filo del rasoio.

L’emorragia nel M5S e il Senato bollente

Diciamoci la verità: se il crudo fatto fosse l’ennesimo abbandono dai gruppi parlamentari del M5S, non sarebbe nemmeno una notizia. Non si tratterebbe infatti che dell’ennesima ripetizione di un copione che, limitandoci a Palazzo Madama, è già andato in scena 13 volte dall’inizio della legislatura. Quattro delle quali nel solo 2020.

La novità, però, è che con le ultime defezioni gli azionisti di maggioranza dell’esecutivo si sono trovati di colpo con un Senato bollente. Nella Camera Alta, infatti, le cifre, da sempre ballerine, si sono fatte risicatissime, il che implica che l’incidente è sempre dietro l’angolo. Magari remoto, magari non imminente, ma sempre incombente come la spada di Damocle.

L’ultima a sbattere la porta è stata Alessandra Riccardi, passata alla Lega dopo quella che lei stessa ha definito una «scelta sofferta ma convinta». Maturata dopo che «gli ultimi mesi hanno visto irrimediabilmente acuirsi le distanze tra le mie idee e quelle del Movimento 5 Stelle». Col mancato coinvolgimento dell’opposizione nell’iter delle riforme, e i contrasti sul voto in giunta contro il leader leghista Matteo Salvini per il caso Open Arms.

Care amiche e amici,dopo un'attenta riflessione, vi comunico il mio passaggio al gruppo della Lega.Gli ultimi mesi…

Pubblicato da Alessandra Riccardi su Martedì 23 giugno 2020

La maggioranza dà i numeri

I grillo-comunisti, comunque, hanno ostentato sicurezza. «Al Senato siamo ben superiori alla maggioranza di 160 che leggo sui quotidiani» ha rodomonteggiato Federico D’Incà, Ministro grillino per i Rapporti con il Parlamento. Aggiungendo che «siamo a 170 senatori della maggioranza stabili. Non abbiamo un problema di numeri». Di sciorinarli, forse: di darli, sicuramente.

A dispetto della sicumera, infatti, la matematica non è particolarmente indulgente. Attualmente, stando alla composizione dei gruppi parlamentari di Palazzo Madama, il Governo può contare su un novero di voti oscillante attorno alla maggioranza assoluta di 161.

Il computo tiene conto degli attuali 95 senatori dei Cinque Stelle, dei 35 del Pd, i 17 di Iv e i 5 di LeU. A questi vanno sommati alcuni rappresentanti del Gruppo Misto e di quello Per le Autonomie, ma già qui i calcoli divergono a seconda della fonte. E bisognerebbe aggiungere anche gli ondivaghi esponenti della Svp, alcuni transfughi del MoVimento ancora disposti a puntellare l’esecutivo, nonché i senatori a vita. Tra i quali soltanto Mario Monti e, in misura minore, Elena Cattaneo gradiscono il ruolo di ciambella di salvataggio. Che starebbe bene anche a Giorgio Napolitano e Liliana Segre, i quali però partecipano raramente alle sedute. Praticamente non pervenuti, invece, Carlo Rubbia e Renzo Piano.

Ottimisticamente, è possibile prendere per buono il conteggio di D’Incà, mentre al minimo il bi-Premier Giuseppe Conte dovrebbe poter fare affidamento su 160 senatori. Uno in meno della maggioranza assoluta, che però negli scrutinî viene richiesta assai di rado.

Ça va sans dire, tutti gli occhi sono puntati sulla “mina vagante” rappresentata da Matteo Renzi. Con la sua atavica e tafazzesca libido da “resa dei Conte” che finora ha sempre ceduto il passo all’anemia dei sondaggi. Ma, quando c’è di mezzo l’ex Rottamatore, non è mai facile riuscire a dormire sonni tranquilli.

Il Senato bollente e le rendicontazioni grilline

La Riccardi potrebbe poi essere seguita molto presto da altri membri del gruppo del Movimento Cinque Stelle a Palazzo Madama. Secondo i rumours, Mattia Crucioli si appresterebbe infatti a ingrossare le fila del Gruppo Misto. E avrebbero già le valigie pronte, ma in direzione Carroccio, anche Marinella Pacifico e Tiziana Drago.

Quest’ultima non ha confermato – ma neppure smentito – le indiscrezioni. Ha però commentato sibillina: «Forse è il Movimento che mi vorrebbe fuori. Occorrerebbe chiedere a qualcuno dei vertici…».

A complicare ulteriormente il quadro c’è poi la questione delle rendicontazioni, con la prima deadline che è scaduta a metà mese. Nelle prossime settimane i probiviri (sic!) dovrebbero pronunciarsi sui parlamentari in ritardo con la restituzione degli emolumenti. Pare che siano una decina le situazioni in esame, di cui sei particolarmente critiche. A rigore ci si aspetterebbe il pugno duro ma, per via del Senato bollente, già si vocifera che si ipotizzino sanzioni, più che espulsioni.

Ancora una volta, quindi, i “figli” del cosiddetto comico saranno chiamati a scegliere tra uno dei propri vessilli ideologici e la sopravvivenza politica. Visti i precedenti e le premesse, l’esito dell’aut aut pare piuttosto scontato.

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Politica

Politica e fase 3, se il Governo assomiglia al circo Barnum…

Il Premier Conte soddisfatto della passerella degli Stati Generali. Ma permangono polemiche e confusione attorno a settori fondamentali, dall’economia alla scuola, dalla giustizia all’emergenza sanitaria

Mirko Ciminiello

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Il Premier Giuseppe Conte

Test per l’esame di giornalismo su politica e fase 3. Il candidato consideri che:

a) La Corte dei Conti ha evidenziato che, tra quanti hanno percepito il Reddito di Cittadinanza, ha trovato lavoro il 2%. Deluso il M5S, che si aspettava percentuali decisamente più basse.

b) Nella cornice di Villa Pamphilj, il bi-Premier Giuseppe Conte ha annunciato: «Stiamo discutendo in questi giorni un po’ sull’Iva. Potrebbe essere ritoccata». Poi ha specificato che si riferiva alla chirurgia estetica della Zanicchi.

c) Il Ministro pentastellato dell’Istruzione Lucia Azzolina è intervenuta nella diatriba sulle (non) linee guida per la riapertura delle scuole a settembre. «Leggo tante interpretazioni, molte sbagliate» la querimonia. «Questo aiuta solo ad alimentare la confusione». Del Governo.

Politica e fase 3, oltre il Governo Conte

d) Ventotto dei clandestini scarrozzati (illegalmente) a Porto Empedocle dalla Sea Watch 3 – che il viceministro alle infrastrutture Giancarlo Cancelleri ha scambiato per una nave da crocierasono risultati positivi al Covid-19. Ma sicuramente quest’inezia non tratterrà Richard Gere e Chef Rubio dal salire nuovamente a bordo del taxi del mare teutonico.

Giancarlo Cancelleri, vice ministro grillino alle infrastrutture, si vanta dei risultati del governo in ambito turistico, scambiando una nave adibita per la quarantena dei migranti in mare per una nave da crociera. Così, tanto per capire in che mani siamo 😱

Pubblicato da Giorgia Meloni su Martedì 23 giugno 2020

e) Il sindaco dem di Bergamo Giorgio Gori ha criticato aspramente il leader Nicola Zingaretti. Affermando di volere un Pd «molto più determinato e incisivo» e auspicando che la nuova classe dirigente provenga dagli amministratori locali. Immediata la replica del Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, che lo ha informato «che il segretario con queste caratteristiche l’abbiamo già». E, del resto, chi meglio di un odontotecnico come Zinga per avere un partito “incisivo”?

f) Continuano le polemiche per la scelta (esclusivamente politically correct) di far cantare l’Inno di Mameli, prima della finale di Coppa Italia all’Olimpico, a Sergio Sylvestre. Non solo perché il carneade afro-americano ha dimenticato il testo – mentre della pagliacciata in omaggio alla setta yankee di vandali ignoranti si è ricordato benissimo. Ma anche perché, se c’è qualcuno che parecchi Italiani vorrebbero sentir “cantare”, è l’ex presidente dell’Anm Luca Palamara.

Ciò posto, spieghi il candidato se anche gli Stati Generali erano funzionali al progetto di un ibrido neo-casaliniano tra politica e show da avanspettacolo.

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Cronaca

Toghe rotte, dopo l’espulsione dall’Anm Palamara avvisa i naviganti

L’ex Pm non ci sta a fare da capro, anzi “tonno espiatorio”, e inizia a fare nomi e allusioni. Intanto la magistratura finge che averlo cacciato sia sufficiente per riacquistare la verginità perduta

Mirko Ciminiello

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Palamara qui italia
L'ex presidente dell'Anm Luca Palamara

Benché secondo un adagio la vendetta sia un piatto da gustare freddo, Luca Palamara, protagonista dell’ormai arcinoto caso delle toghe rotte, non ha perso tempo. E così, appena espulso dall’Anm – di cui era stato numero uno dal 2008 al 2012 -, ha cominciato a fare nomi e, soprattutto, allusioni. A ulteriore ed ennesima conferma di una decadenza morale e culturale che fa davvero cadere le braccia.

L’espulsione di Palamara dall’Anm

Non si può certo dire che Palamara non avesse anticipato le sue bellicose intenzioni. «Non farò il capro espiatorio di un meccanismo infernale» aveva sibillinamente anticipato durante un’intervista televisiva.

Questa mattina l’intervista a Luca Palamara espulso dall’Associazione Nazionale Magistrati dopo lo scandalo delle intercettazioni.

Pubblicato da Omnibus su Lunedì 22 giugno 2020

Non ci ha messo molto a passare ai fatti. In pratica, ha aspettato solo che l’Associazione Nazionale Magistrati ne ufficializzasse la cacciata per«gravi e reiterate violazioni al codice etico». Cosa, en passant, mai accaduta prima a un ex presidente, che infatti ha preannunciato di impugnare l’atto. Poi, come promesso, gli si è sciolta la lingua.

«Ognuno aveva qualcosa da chiedere, ognuno riteneva di vantare più diritti degli altri», il primissimo sfogo del togato romano. «Penso ad esempio ad alcuni componenti del collegio dei probiviri che oggi chiedono la mia espulsione», ma anche a esponenti della sua corrente, Unicost. E perfino a membri di spicco dell’attuale Comitato Direttivo Centrale del sindacato dei magistrati. «Che forse troppo frettolosamente hanno rimosso il ricordo delle loro cene o dei loro incontri con i responsabili giustizia dei partiti politici di riferimento».

A Palamara non è andato giù soprattutto il fatto che gli è stato negato di difendersi davanti al parlamentino delle toghe. Che, in questo modo, lo avrebbe trasformato in vittima sacrificale per salvare «un sistema che ha fallito», quello segnato dalle degenerazioni del correntismo.

«Mi assumo la mia quota di responsabilità, ma non voglio disparità di trattamento» ha affermato l’ex consigliere del Csm. «Ho fatto parte di quel sistema, non l’ho inventato io». Ineccepibile, a dispetto della carica di ipocrisia.

Toghe rotte, la vendetta di Palamara

Ben presto, comunque, l’ex leader dell’Anm ha abbandonato l’abito della diplomazia (che del resto gli sta stretto) per togliersi qualche sassolino dalle scarpe. D’altronde lo aveva assicurato: «se me li chiederanno farò i nomi, anche dei politici».

Ha comunque iniziato dal collega Eugenio Albamonte, segretario della corrente Area e a sua volta ex presidente dell’Anm. Che, a detta di Palamara, avrebbe frequentato l’allora deputata dem e attuale giudice di Cassazione Donatella Ferranti «come io ho incontrato Luca Lotti Cosimo Ferri». I due parlamentari – del Pd il primo, di Italia Viva il secondo – della celeberrima cena all’hotel Champagne sulle nomine di varie Procure. L’incontro intercettato dagli inquirenti di Perugia grazie al trojan inserito nel cellulare dell’ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura.

Albamonte ha immediatamente querelato Palamara, che dal canto suo si è detto rammaricato per la polemica. Un’uscita che sa tanto di colpo al cerchio dopo quello alla botte. Perché «la verità è che adesso non c’è trojan che tenga», come ha ammesso lo stesso Ferri. «Di certo Palamara di cose ne sa, e parecchie. Molte ma molte di più di quelle che ha iniziato a dire».

Come a intendere che più d’uno farebbe meglio a non dormire sonni tranquilli.

Toghe rotte, il terremoto nella magistratura

Intanto, neppure a Palazzo dei Marescialli stanno con le mani in mano. La prima commissione del Csm, da cui dipendono i trasferimenti d’ufficio «per incompatibilità ambientale», ha infatti avviato una ventina di istruttorie preliminari. Destinatari, altrettanti magistrati presenti nelle chat dell’ex Pm romano. Se si verificasse il superamento di determinate «soglie di inopportunità e imbarazzo», il plenum dell’organo di autogoverno delle toghe potrebbe valutare anche la rimozione. Provvedimento già attuato per l’ex sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia Cesare Sirignano, coinvolto «nelle intenzioni e nelle strategie» di Palamara. Tra cui il condizionamento della nomina del nuovo Procuratore di Perugia, competente per le inchieste che coinvolgono magistrati romani (compresa, quindi, la sua).

Nel frattempo, a proposito di nomine non esattamente “cristalline”, potrebbe tornare presto in ballo quella della Procura di Roma. Attualmente, a piazzale Clodio siede Michele Prestipino, ma le rivelazioni sulle trame dell’ex numero uno dell’Anm non potevano lasciare indifferenti i candidati sconfitti.

Così, il Procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo è stato il primo a depositare il proprio ricorso al Tar del Lazio. Seguito subito dopo dal Pg del capoluogo toscano Marcello Viola.

Toghe rotte, quali rimedi?

«L’espulsione di Palamara dall’Anm è un buon segnale, ma non basta» ha attaccato via social la leader di FdI Giorgia Meloni. «Fratelli d’Italia continua a chiedere le dimissioni immediate di tutti i magistrati coinvolti nello scandalo e un sorteggio per le nomine in seno al Csm».

L’espulsione di Palamara dall’Anm è un buon segnale, ma non basta. Anche alla luce delle sue gravissime dichiarazioni di…

Pubblicato da Giorgia Meloni su Domenica 21 giugno 2020

Sulla stessa lunghezza d’onda il critico d’arte e deputato del Gruppo Misto Vittorio Sgarbi. Il quale ha puntato l’indice contro il fatto che i beneficiari del sistema incarnato dall’ex presidente dell’Anm sono ancora al loro posto. «Hanno infilzato il tonno Palamara, ma tutti gli altri pesci che gli nuotavano attorno?»

Il riferimento ittico trae origine da un vecchio battibecco tra l’allora sostituto procuratore presso il Tribunale capitolino e l’ex Capo dello Stato Francesco Cossiga. Il quale lo aveva asfaltato affermando, per l’appunto, che gli ricordava una marca di tonno e che non capiva nulla di diritto. Tanto che, giornalisticamente, c’è chi ha preso a definire l’ex Pm romano tonno espiatorio.

Boutade a parte, la Meloni è tornata su una proposta, quella del sorteggio, condivisa anche da (ex) membri di spicco della magistratura quali Carlo Nordio e Luigi De Magistris. Senza dimenticare che il compianto Giovanni Falcone riteneva necessaria la separazione delle carriere tra giudici e Pm.

La riforma del Csm

Peccato che l’attuale Ministro della Giustizia, il pentastellato Alfonso Bonafede, sia allergico a entrambe le soluzioni. Al momento, quindi, permane la curiosità attorno all’impianto di una riforma forse mai così attesa. Nonché lo scetticismo, visto che la sta predisponendo un Guardasigilli che ignora la differenza tra colpa e dolo e pensa che gli innocenti non finiscano in carcere.

Fino ad allora, comunque, sarebbe inutile anche sciogliere l’organo di autogoverno delle toghe – come auspicato da molti. Il nuovo Csm, infatti, non potrebbe che essere eletto con gli stessi criteri attuali.

Resta quindi solo l’amaro in bocca per quella «modestia etica» di cui hanno parlato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il giurista Vladimiro Zagrebelsky. Perché Palamara ha certamente ragione quando afferma di non aver «agito da solo». E le istituzioni non si illudano che basti fingere che, allontanata la “mela marcia”, si sia risolto il problema. Anche perché potrebbero scoprire che la polvere nascosta sotto al tappeto proviene proprio dagli scheletri nell’armadio di Palamara.

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Cronaca

Covid-19 e virologi, l’attacco a tutto campo di Andrea Crisanti

Lo scienziato che ha salvato il Veneto contro lo studio del collega Rigoli secondo cui il virus si è indebolito. E boccia anche le nuove linee guida dell’Oms per cui bastano tre giorni senza sintomi per considerarsi guariti

Mirko Ciminiello

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Il virologo Andrea Crisanti

Quello tra Covid-19 e virologi è un binomio che abbiamo imparato a conoscere fin troppo bene nel corso di questa pandemia. Costantemente sollecitati da giornali e televisioni, gli esperti sono divenuti delle vere e proprie star, con tanto di fan club al seguito. Tra quanti hanno ottenuto dei risultati davvero concreti spicca senza dubbio Andrea Crisanti, direttore del dipartimento di Medicina molecolare dell’Università di Padova. E, soprattutto, colui che, anche con metodi talvolta eterodossi, ha di fatto salvato il Veneto dopo lo scoppio del focolaio di Vo’.

E ora, con il suo abituale stile senza peli sulla lingua, ha stroncato in un colpo solo l’Organizzazione Mondiale della Sanità e il collega Roberto Rigoli. Primario del reparto di Microbiologia all’ospedale di Treviso e supervisore di uno studio che dimostrerebbe che il virus si è indebolito.

Covid-19 e virologi, lo studio di Rigoli

«Non c’è nulla da commentare: non si può commentare con un argomento scientifico una cosa che non è Scienza». Così Crisanti ha liquidato senza mezzi termini l’indagine preliminare sui risultati di 60mila tamponi realizzata dalla Regione Veneto. Che, come illustrato dal professor Rigoli, l’uomo scelto dal Governatore Luca Zaia per coordinare le attività microbiologiche regionali, evidenzierebbe due importantissime novità.

La prima è che «la quasi totalità dei positivi è asintomatica o ha sintomi lievi, paragonabili a una normale influenza». Il che significherebbe che il patogeno è divenuto «poco aggressivo»e di conseguenza«meno contagioso». Forse per il calore, benché Rigoli non sia apparso convinto, citando l’esempio del Brasile, dove «il Covid ne sta ancora combinando di tutti i colori». E dove però, essendo le stagioni invertite, al momento è inverno.

La seconda scoperta è che «una buona parte di chi risulta positivo al tampone, in realtà non è infettante – cioè non è in grado di contagiare altre persone». Questo perché nei bronchi tendono a rimanere frammenti del microrganismo che, seppur inerti, finiscono per rendere il test positivo.

Covid-19 e virologi, Crisanti contro tutti

Crisanti, però, si è mostrato scettico – e a monte, a partire dalla metodologia. «Chi parla dell’infettività di questo virus non sa quello che dice», l’attacco dello scienziato romano. «L’infettività si misura sperimentalmente, e sull’uomo non è possibile fare nessun esperimento e non esiste un modello animale. Senza numeri e senza misura non è scienza, sono solo chiacchiere».

Rigoli, comunque, non si è fatto impressionare. «La bassa/assente infettività è stata valutata su due fronti» ha controreplicato. «Il primo epidemiologico, monitorando i contatti stretti dei pazienti con carica bassa, il secondo seminando su colture cellulari i campioni appartenenti sempre a pazienti con bassa carica. Dati preliminari» ha aggiunto, «dimostrano che solo un’esigua minoranza di questi campioni risulta positiva in colture cellulari».

Secondo Crisanti, però, il fatto che le persone non si ammalino come prima si deve «all’uso di mascherina e distanza che riducono la carica virale». E, si potrebbe aggiungere, alla bella stagione che riduce l’impatto dell’influenza e, dunque, la frequenza dei veicoli di contagio come gli starnuti.

Anche a proposito degli studi che fanno riferimento a una mutazione genetica che avrebbe indebolito il patogeno, poi, il virologo è stato tranchant. «Non sono attendibili, perché basati su osservazioni estemporanee e non su un esperimento. Per capire se è vero bisogna infettare un animale e vedere cosa succede, ma per ora non abbiamo un modello animale per capirlo».

Le nuove linee guida dell’Oms

Gli esiti della ricerca co-condotta da Rigoli mostrano comunque delle affinità con le nuove linee guida dell’Oms sulla lotta al coronavirus. Secondo la World Health Organization, infatti, non è più necessario, oltre alla guarigione clinica, un doppio tampone negativo a distanza di almeno 24 ore. Le ultime raccomandazioni prevedono che bastino tre giorni senza sintomi, inclusi febbre e problemi respiratori. Pazienti con queste caratteristiche potrebbero ancora risultare positivi al tampone, ma «è improbabile che siano infettivi».

Ça va sans dire, Crisanti non ha gradito affatto questa ennesima giravolta. «Un altro elemento di confusione» diffuso da un ente che «non ha brillato per tempestività ed esattezza», la stoccata.

Non è la prima volta che lo scienziato contesta la gestione dell’epidemia da parte della WHO, e anche nell’occasione non ha risparmiato critiche all’istituto dell’Onu. Parlando di «messaggi che mancano di coerenza» e lasciano sconcertati anche i Governi. Non a caso, il Ministro della Salute Roberto Speranza ha preferito la linea della cautela, chiedendo al Comitato Tecnico-Scientifico di approfondire il documento dell’Oms.

«Non so su quali basi abbiano fatto queste dichiarazioni» ha rincarato la dose Crisanti durante un’intervista televisiva. «La scienza è misura, mi chiedo quali siano i dati su cui» si è fondata l’analisi dell’organizzazione diretta dall’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus.

Il medico romano ha respinto anche l’idea di una scarsa trasmissibilità della malattia da pazienti asintomatici. «Dall’indagine sierologica condotta a Vo’ Euganeo, si è visto che c’erano 150 persone infette al 22 febbraio. Se è vero che il virus vi è entrato nella terza settimana di gennaio, come è possibile che nessuno sia andato in ospedale fino al 20 febbraio? Come è stato trasmesso se non da chi non aveva sintomi?»

Un approccio rivoluzionario

Intanto, mentre l’opinione pubblica continuava ad appassionarsi a Covid-19 e virologi, è passato sotto silenzio un approccio che potrebbe davvero rivoluzionare la battaglia contro il coronavirus. Si tratta di una sonda tascabile in grado di trasmettere immagini a ultrasuoni direttamente a un tablet o a un telefono cellulare. Ne ha parlato Scientific American, una delle più antiche e prestigiose riviste di divulgazione scientifiche al mondo.

Si tratta di una tecnica già usata per monitorare le funzioni cardiache, che un medico di una clinica texana ha applicato ai polmoni. In pochi minuti, questo strumento è in grado di rilevare eventuali danni polmonari in modo anche più accurato rispetto ai tamponi. Per esempio, può accertare un’infiammazione anche in caso di falso negativo o in presenza di sintomi leggeri. Inoltre, permette di svolgere i test direttamente nella stanza del paziente, in modo più rapido e più facile, accorciando anche i tempi della sterilizzazione.

Ciò non significa che questo macchinario debba sostituire gli attuali standard diagnostici, ma li potrebbe tranquillamente affiancare. E, in attesa del sospirato vaccino, qualunque arma in più contro il virus è certamente la benvenuta.

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Cronaca

Benedetto XVI, la rivelazione che potrebbe terremotare il Vaticano

Secondo un frate latinista, la “Declaratio” è stata scritta appositamente perché si scoprisse che le dimissioni sono invalide. Papa Ratzinger avrebbe così protetto la Chiesa dalle trame cospiratrici della Mafia di San Gallo

Mirko Ciminiello

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Il fulmine caduto sul Vaticano il giorno delle dimissioni di Benedetto XVI
Il fulmine caduto sul Vaticano il giorno delle dimissioni di Benedetto XVI

L’11 febbraio 2013 è una data che resterà per sempre nella Storia come il giorno delle “dimissioni” di Papa Benedetto XVI. Un atto su cui si è detto e scritto molto, e che certamente rimarrà impresso nella memoria collettiva per la sua gravità ed eccezionalità.

Ma se Papa Ratzinger avesse nascosto nella famosa Declaratio la prova che la sua rinuncia è nulla? È ciò che pensa Frà Alexis Bugnolo, francescano italo-americano ed esperto latinista, che ha studiato e analizzato il testo dell’abdicazione. E ritiene che il Pontefice tedesco abbia vergato la Dichiarazione «con estrema abilità e sottigliezza, appositamente perché nel tempo venisse scoperta invalida».

Gli errori nella Declaratio di Benedetto XVI

La tesi del frate si fonda sui noti errori grammaticali della Declaratio di Benedetto XVI. Alcuni dei quali erano stati notati quasi subito da eminenti classicisti come Luciano Canfora e Wilfried Stroh, e corretti anche sul sito ufficiale vaticano.

Frà Bugnolo ne ha individuati molti altri, che per la maggior parte sono, in realtà, relativamente poco significativi. Tra l’altro, vi sono scelte lessicali discutibili, complementi costruiti in maniera imperfetta, ma anche il mancato uso del plurale maiestatis.

Si tratta, evidentemente, di “peccati veniali”, che però è difficile credere provengano dalla mano di una persona della cultura di Joseph Ratzinger. O, se anche fosse, che non siano stati emendati da alcun funzionario pontificio nei 17 giorni trascorsi prima che Sua Santità lasciasse la Sede Apostolica. Mentre è semplicemente ridicola, visti i lavori successivi, l’idea che il Vescovo di Roma non fosse mentalmente lucido.

La questione davvero dirimente, però, è un’altra. Secondo il francescano, infatti, vi sono nel documento dei “difetti” tali da inficiarne la validità. Ça va sans dire, se fosse nel giusto le conseguenze sarebbero dirompenti.

L’enunciato incriminato

«Quapropter bene conscius ponderis huius actus plena libertate declaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, mihi per manus Cardinalium die 19 aprilis MMV commisso renuntiare ita ut a die 28 februarii MMXIII, hora 20, sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet et Conclave ad eligendum novum Summum Pontificem ab his quibus competit convocandum esse».

Questo è l’enunciato incriminato, di cui riportiamo di seguito la traduzione ufficiale in italiano.

«Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice».

Benedetto XVI: munus e ministerium

C’è una parola chiave su tutte: munus, ovvero l’ufficio, la “carica” che deriva direttamente da Dio e da San Pietro. Il Diritto Canonico(canone 332 §2) impone a un Romano Pontefice che intenda abdicare di rinunciare proprio al munus, attraverso una decisione libera e debitamente manifestata.

Papa Ratzinger, però, non ne ha fatto cenno. Ciò a cui ha dichiarato di rinunciare è infatti il ministerium, l’esercizio attivo del potere papale, come avrebbe ribadito durante la sua ultima udienza generale. «Il “sempre” è anche un “per sempre”- non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero non revoca questo».

Come ha argomentato il collega Andrea Cionci, sarebbe come se la Regina Elisabetta II d’Inghilterra annunciasse l’intenzione di lasciare il trono al Principe Carlo. Salvo poi stilare un atto in cui dichiara di rinunciare a esercitare il potere materiale, ma di voler mantenere la Corona. Proprio come Benedetto XVI ancora indossa la talare bianca, impartisce la benedizione apostolica e conserva l’appellativo di Sua Santità e la firma P.P. (Pontifex Pontificum).

Un’altra anomalia riguarda la formula usata dal Vicario di Cristo: «Dichiaro di rinunciare» – non “rinuncio”. Sembra una distinzione di poco conto, ma potrebbe avere delle forti ripercussioni. Con questa dizione, infatti, Joseph Ratzinger non ha liberamente rinunciato al Papato (come prevede il succitato articolo del Canone), bensì ha liberamente dichiarato di rinunciarvi.

Sono due cose ben diverse. Per averne una prova inconfutabile, provate a dire al vostro partner, anziché il classico ti amo, “dichiaro di amarti”, e vedete come reagirà.

Le altre incongruenze della Declaratio

Un’altra sottigliezza riguarda la frase tradotta come segue: «in modo che […] la sede di San Pietro sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice».

Frà Bugnolo ha fatto notare che nella traduzione vi sono varie incongruenze, a partire dal modo in cui la proposizione viene introdotta. “In modo che”, infatti, renderebbe il latino quomodo, o un’espressione come in tali modo quod. Nella Declaratio, però, la frase è introdotta da ita ut, che significa “cosicché”.

Anche qui è una questione di sfumature. Tutte le locuzioni, infatti, introducono una proposizione consecutiva. Ma, a differenza delle altre, ita ut richiede necessariamente il congiuntivo, che è un modo che esprime per sua natura incertezza.

Dire, per esempio, “vado all’università cosicché troverò lavoro” è diverso dal dire “vado all’università cosicché trovi lavoro”. Il primo caso, infatti, implica un rapporto causa-effetto granitico – ed è l’unico in cui si potrebbe legittimamente usare anche “in modo che”. La seconda dizione, invece, indica piuttosto una sorta di speranza.

Con questo criterio, quando Papa Ratzinger scrive «ita ut […] sedes Sancti Petri vacet» bisognerebbe tradurre “cosicché la sede di San Pietro sia vacante”. Un’espressione che non sottintende una certezza, bensì, al massimo, un’intenzione – e varrebbe la pena chiedersi di chi.

La traduzione italiana della Declaratio farebbe poi pensare che vi siano due proposizioni consecutive coordinate. In realtà, la frase che inizia con «dovrà essere convocato» è un’oggettiva, che dipende dal verbo declaro e si lega al precedente renuntiare.

Per capirne le implicazioni, rileggiamo l’enunciato escludendo la consecutiva retta proprio da renuntiare, e adattando la traduzione. «Dichiaro che rinuncio al ministero di Vescovo di Roma e che dev’essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice».

Benedetto XVI e il nuovo Conclave

Ecco la sottigliezza: con questa formulazione, Benedetto XVI non ha indicato la data precisa del nuovo Conclave. La subordinata in cui si fa riferimento al 28 febbraio 2013, infatti, non altera minimamente il significato delle proposizioni di livello superiore.

Certo, si potrebbe obiettare che sia un’inferenza logica. Ma, allo stesso modo, sarebbe legittimo ritenere che il collegio cardinalizio debba riunirsi, com’è sempre accaduto, dopo il decesso del Pontefice regnante. Semanticamente, le due soluzioni appaiono equiprobabili.

Peraltro, Joseph Ratzinger ha scritto che il Conclave debba essere convocato «da coloro a cui compete». Una perifrasi piuttosto singolare per indicare i porporati elettori, tanto più che il Santo Padre stava leggendo la Dichiarazione di fronte a loro.

Cionci però fa notare che questa anomalia si sanerebbe se fosse vera la ricostruzione di Frà Bugnolo circa l’invalidità della rinuncia di Benedetto XVI. In tal caso, infatti, l’elezione del nuovo Pontefice non competerebbe all’intero collegio cardinalizio, ma solo ai porporati nominati da Papa Ratzinger e dai suoi predecessori.

Qui, però, siamo nel campo delle ipotesi. Che possono essere vere o false, verosimili o assurde, ma restano sempre suggestioni.

Per questo lascia perplessi il fatto che qualcuno le abbia già liquidate come follie da imbecilli. E fa ancora più specie che questo qualcuno fosse il quotidiano della Cei che, assieme al cugino d’Oltretevere, dovrebbe essere il più interessato alla verità. La quale, sia ben chiaro, non è necessariamente quella raccontata dal frate italo-americano. A cui però bisognerebbe opporre delle controargomentazioni, non certo degli insulti.

Pare però che la misericordia degli immisericordiosi non sia per tutti, un po’ come l’intolleranza dei tolleranti, che guarda caso ha la stessa matrice ideologica. Misericordiosamente, soprassediamo.

Le ipotesi sulle motivazioni

Per comprendere le possibili motivazioni alla base del gesto di Benedetto XVI, bisogna ritornare al gennaio 2013 e al noto ricatto della rete SWIFT. Un consorzio bancario internazionale che, nei giorni che precedettero l’abdicazione di Sua Santità, paralizzò i bancomat e i conti correnti della Santa Sede. Salvo sbloccarli casualmente il giorno dopo le dimissioni del Sommo Pontefice.

A questo potrebbe riferirsi l’inusuale formula discussa precedentemente: «con piena libertà, dichiaro di rinunciare». Papa Ratzinger, cioè, potrebbe essere stato posto di fronte a una scelta drammatica tra le dimissioni o la bancarotta del Vaticano. E potrebbe aver liberamente scelto di dichiarare di rinunciare al ministero petrino che, come argomentato, è diverso dal “liberamente scegliere di rinunciare”.

Al contempo, è ormai risaputo che il Papa tedesco stava subendo pressioni da parte della lobby progressista e modernista conosciuta come Mafia di San Gallo. Che, come rivelato da uno dei membri principali, il defunto cardinale Godfried Danneels, tramava contro Joseph Ratzinger già prima della sua elezione al Soglio pontificio.

Intuendo l’enorme pericolo per la Chiesa, il Successore di Pietro avrebbe quindi optato per la soluzione di una rinuncia solo apparentemente valida. Che avrebbe permesso di spazzare via eventuali “svolte” dottrinali eterodirette dal gruppo dei cospiratori.

Preghiere per Benedetto XVI

Come detto, però, si tratta di opinioni, le quali per loro natura sono assai sfuggenti. Per dire, in questi giorni Benedetto XVI si è recato a Ratisbona per assistere il fratello, il 96enne monsignor Georg Ratzinger, da tempo malato.

E subito erano partite le speculazioni sulla possibilità che il Papa tedesco restasse in Germania e non facesse più ritorno in Italia. Un’eventualità smentita dalla Diocesi bavarese, che ha precisato che il volo di ritorno da Monaco è previsto nella mattinata di lunedì 22 giugno. È la democrazia, bellezza!

L’unica certezza è che, forse mai come in questo momento, Benedetto XVI ha bisogno delle preghiere dei fedeli. Che certamente non mancheranno di assicurargli il proprio filiale sostegno, perché Papa Ratzinger resta un Pontefice amatissimo dal popolo cristiano.

A dispetto di tutte le menzogne e le calunnie con cui inutilmente una certa riprovevole narrazione tenta di infangarlo. Ma, «per quanto il vento ululi forte, una montagna non può inchinarsi ad esso».

E se c’è una verità incontrovertibile è che il fango proviene da ominicchi. In confronto ai quali il minuto Benedetto XVI torreggia con la statura di un gigante.

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Cronaca

Caos Procure, il j’accuse di Mattarella: “Le toghe recuperino credibilità”

Il Presidente della Repubblica, durissimo contro le degenerazioni del correntismo e la “modestia etica” dei magistrati, invoca ancora la riforma del Csm. Sul quale pesano anche le recenti nomine dei Procuratori di Bergamo e Perugia

Mirko Ciminiello

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Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

C’è un caso, quello del caos Procure, che la maggior parte dei media mainstream sta deliberatamente cercando di occultare con tutte le proprie forze. Ogni tanto, però, capita qualche imprevisto che li costringe ad affrontare di nuovo lo spinoso argomento. Tipo il pesantissimo j’accuse lanciato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Mattarella e il caos Procure

«La Magistratura deve necessariamente impegnarsi a recuperare la credibilità e la fiducia dei cittadini, così gravemente messe in dubbio da recenti fatti di cronaca». Così il Capo dello Stato, durante la cerimonia di commemorazione di sei magistrati assassinati da terrorismo rosso e mafia tra il 1980 e il 1991.

Il riferimento, per nulla velato, era all’inchiesta di Perugia ormai nota come Magistratopoli o caso Palamara, dal nome dell’ex Pm al centro dell’indagine. La quale «sembra presentare l’immagine di una Magistratura china su stessa, preoccupata di costruire consensi a uso interno, finalizzati all’attribuzione di incarichi». Mentre «l’unica fedeltà richiesta ai servitori dello Stato alla quale attenersi è quella alla Costituzione».

Nessuno sconto, quindi. Anzi, il Quirinale è tornato ad attaccare la «degenerazione del sistema delle correnti» e le «gravi e vaste distorsioni» svelate dalle intercettazioni della Procura umbra. Le quali hanno portato alla luce un sistema traviato «in amaro contrasto con l’alto livello morale delle figure che oggi ricordiamo».

Tale sistema era contraddistinto da quella che il giurista Vladimiro Zagrebelsky ha eufemisticamente definito «modestia etica», nel senso di carenza morale. Una caratteristica «oggetto di ampio dibattito nella pubblica opinione», come ha sottolineato l’inquilino del Colle. O che, perlomeno, lo sarebbe se i mezzi di comunicazione si degnassero di farne cenno.

I limiti costituzionali del Capo dello Stato

Mattarella ha precisato «di avere il dovere di non pretendere di ampliare» le funzioni e i poteri attribuiti dalla Carta al Presidente della Repubblica. Per questo motivo non scioglierà il Consiglio Superiore della Magistratura – lui che ne è costituzionalmente il numero uno.

«Non esistono motivazioni contingenti che possano giustificare l’alterazione della attribuzione dei compiti operata dalla Costituzione» ha spiegato. «Qualunque arbitrio compiuto in nome di presunte buone ragioni aprirebbe la strada ad altri arbitrî, per cattive ragioni», come in una reazione a catena.

Questo però non significa che si debba mantenere lo status quo. Anzi, il Capo dello Stato ha nuovamente sollecitato una riforma dell’organo di autogoverno della magistratura. Sottolineando però che l’onere e l’onore spettano al Parlamento.

Il caos Procure e la reazione del Csm

«L’abbrutimento etico dell’ordine giudiziario ha nell’attuale Csm l’avversario più tenace e inflessibile» ha pomposamente dichiarato il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura David Ermini. Il quale ha anche stigmatizzato l’atteggiamento di quanti tradiscono «la funzione, i colleghi, l’istituzione», inseguendo il potere e la carriera attraverso «pratiche da faccendiere».

Parole del tutto condivisibili, che però rischiano di non andare oltre la vuota magniloquenza. Due casi, in particolare, meritano particolare attenzione – quelli relativi alle nomine, recentissime, dei nuovi Procuratori di Bergamo e Perugia. Nomine operate dalla V commissione del Csm, che ha la competenza per il conferimento degli incarichi direttivi.

Gli uffici orobici si stanno tuttora occupando dell’inchiesta sulla mancata istituzione della zona rossa nei Comuni di Alzano e Nembro, ad opera del Governo rosso-giallo. Inchiesta nell’ambito della quale la Procuratrice facente funzioni Maria Cristina Rota ha ascoltato anche il bi-Premier Giuseppe Conte.

Ora, però, la Pm dovrà lasciare l’incarico in favore del nuovo Procuratore Angelo Antonio Chiappani, designato lo scorso maggio. Un magistrato che non solo compare nelle chat di Luca Palamara ma, allo scoppio dello scandalo, espresse all’ex presidente dell’Anm la propria solidarietà. Laddove – e non è un particolare da poco – la Rota non godeva affatto del gradimento del grande tessitore giudiziario. Il quale si diede molto da fare perché le fosse preferito un esponente della propria corrente, Unicost – per una volta, senza successo. Fino ad ora, almeno.

Al capoluogo umbro, invece, è stato destinato pochi giorni fa l’ex presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione Raffaele Cantone. Una nomina sofferta, che ha praticamente spaccato l’organo di autogoverno dei giudici e suscitato le pesanti critiche dell’icona antimafia Nino di Matteo.

Di Matteo vs. Palamara

L’ex Pm palermitano ha sottolineato che la Procura di Perugia è titolare dei procedimenti a carico dei magistrati capitolini – tipo quello che riguarda Palamara. E insieme a lui, tra gli altri, i deputati Cosimo Ferri, di Iv, e Luca Lotti, del Pd – ma molto legato a Matteo Renzi. Cioè colui che, da Presidente del Consiglio, aveva indicato alla guida dell’Anac lo stesso Cantone. Il quale ora si troverà a dover gestire procedimenti che vedono coinvolti «esponenti politici della stessa area» che lo aveva nominato.

«Io non dubito dell’autonomia e imparzialità di Cantone, ma noi dobbiamo salvaguardare anche le apparenze», ha argomentato Di Matteo. Il quale, nello scrutinio incriminato, ha votato per l’attuale aggiunto di Salerno Luca Masini, come tutta la corrente Autonomia e Indipendenza, guidata da Piercamillo Davigo. Cioè il suo capo.

Qui la vicenda si fa ancora più intricata, dal momento che non corre buon sangue tra Di Matteo e Palamara. Quest’ultimo, per esempio, «fu molto soddisfatto» dell’estromissione del collega dal pool che indagava sulla stagione stragista dei primi anni Novanta. E non è finita qui.

Il caos Procure e Il Gattopardo

Intercettato dal trojan installato nel suo cellulare, l’ex leader dell’Anm esprimeva la sua contrarietà alla proposta di innalzare l’età pensionabile dei magistrati a 72 anni. «Se fosse vero saltano Procure Roma e Perugia», scriveva allarmato a Ferri.

Ora, si dà il caso che questo progetto interessi molto – e molto da vicino – un consigliere del Csm che a ottobre compirà settant’anni. E pertanto dovrà lasciare l’incarico, perdendo così la poltrona, l’emolumento e il potere che ne derivano. Non a caso, a livello giornalistico c’è chi parla di norma salva-Davigo. Sì, quel Davigo, il capo di Di Matteo, avversario di quel Palamara che si oppone(va) alla modifica anagrafica.

Se dunque non è il caos Procure vero e proprio, si tratta comunque di interessi personali di bassa lega. Quelli per cui, secondo Ermini, bisogna solo «vergognarsi e chiedere scusa».

Di nuovo, ha ragione. Il problema è che si ha l’impressione che si voglia gattopardescamente cambiare tutto affinché tutto rimanga com’è. Ci auguriamo vivamente di sbagliarci.

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