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Delitto di Arce, in aula il “teste chiave”: “Tuzi mi disse di aver visto Serena entrare in caserma”

In aula, davanti alla Corte d’Assise d’Appello, il carabiniere Gabriele Tersigni ha riferito quanto, a suo dire, gli confidò il collega Santino Tuzi, morto suicida nel 2008

Nel processo di appello bis per l’omicidio di Serena Mollicone, la diciottenne di Arce scomparsa il 1° giugno 2001 e ritrovata morta due giorni dopo, una deposizione torna a riaccendere l’attenzione su uno dei passaggi più discussi dell’intera vicenda: l’eventuale ingresso della ragazza nella caserma dei carabinieri. In aula, davanti alla Corte d’Assise d’Appello, il carabiniere Gabriele Tersigni ha riferito quanto, a suo dire, gli confidò il collega Santino Tuzi, morto suicida nel 2008.

Processo Mollicone, la testimonianza che rimette al centro la caserma di Arce

Tersigni, indicato da più parti come testimone determinante, ha raccontato che Tuzi gli disse di avere visto Serena entrare nella caserma di Arce proprio la mattina della scomparsa. Un dettaglio temporale preciso, collocato in una finestra ristretta: “fra le 10.30 e le 11”, secondo quanto riferito in aula. È un passaggio che, se ritenuto attendibile, potrebbe incidere sulla ricostruzione di quelle ore e sul confronto processuale che accompagna il caso da quasi venticinque anni.

“Non fece subito il nome”: il racconto delle prime confidenze di Tuzi

Il testimone ha aggiunto un elemento che descrive il clima di esitazione e timore che, a suo dire, caratterizzò quel dialogo. In un primo momento, ha spiegato, Tuzi non avrebbe pronunciato il nome di Serena: si sarebbe limitato a dire che in caserma era entrata “una ragazza” che lui non aveva riconosciuto. Solo successivamente, sempre secondo la deposizione, sarebbe arrivata l’identificazione collegata a un passaggio formale avvenuto anni dopo.

La foto mostrata nel 2008 e il riconoscimento di Serena Mollicone

Il racconto di Tersigni lega l’individuazione della ragazza a un episodio del 2008, quando Tuzi venne ascoltato. In quella sede, gli sarebbe stata mostrata una fotografia e lui avrebbe riconosciuto Serena Mollicone. Dopo quell’audizione, ha riferito Tersigni, il collega appariva “più morto che vivo”, ma allo stesso tempo “leggermente risollevato” per avere finalmente chiarito ciò che sosteneva di aver visto.

Perché quella finestra oraria pesa sul dibattimento in appello bis

La deposizione arriva in una fase delicata del nuovo giudizio di secondo grado, disposto dopo il rinvio che ha riaperto il procedimento. In un processo di appello bis ogni tassello viene valutato con particolare attenzione, soprattutto quando riguarda snodi rimasti controversi per anni.

Il punto non è soltanto stabilire se Serena sia entrata o meno in caserma, ma capire cosa questo comporti sul piano della sequenza degli eventi, delle presenze, dei tempi e delle compatibilità con le diverse ipotesi ricostruttive sostenute dalle parti.

Reazioni in aula e prudenza: resta il principio di presunzione di innocenza

La testimonianza, inevitabilmente, ha un impatto emotivo e giuridico: per chi cerca verità e giustizia è un passaggio atteso, per le difese è un elemento da vagliare con rigore, per i giudici un dato da collocare nel quadro complessivo delle prove. Va ricordato che il procedimento è in corso e che, per gli imputati, vale il principio di presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva.

Saranno le prossime udienze, con il contraddittorio e le valutazioni della Corte, a chiarire quale peso verrà attribuito alle parole riferite da Tersigni e alla memoria di Tuzi.