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Ddl Varchi e serie tv: apologia mafiosa, libertà creativa e rischio “effetto gelo” sul racconto del Paese

Il ddl Varchi introduce il 416-bis.2: fino a 3 anni per chi esalta la mafia anche in opere video e sul web. D’Amore: “Ci arrestano”

C’è un’Italia che la mafia la combatte con indagini, processi e sequestri, e un’altra che la combatte anche con le parole, le immagini, la memoria collettiva. È in questo secondo campo che irrompe la proposta di legge presentata da Maria Carolina Varchi (FdI), pensata per punire penalmente l’esaltazione della criminalità organizzata di tipo mafioso anche quando passa da audiovisivo, piattaforme digitali e stampa. Il caso è diventato nazionale dopo la replica, tagliente e simbolica, di Marco D’Amore alla presentazione di “Gomorra – Le Origini”: “Ci faremo arrestare in parecchi”. E dietro il paradosso, stavolta, c’è un testo che prova davvero a spostare l’asticella del lecito.

Ddl Varchi e serie tv: cosa punisce il nuovo reato

La proposta introduce l’articolo 416-bis.2, con pena detentiva fino a tre anni e multa fino a 10.000 euro per chi “pubblicamente esalta” metodi, princìpi e comportamenti propri delle associazioni mafiose, oppure ripropone atti e condotte con intento apologetico, o istiga altri a commettere i medesimi delitti. È prevista un’aggravante quando l’azione avviene mediante stampa o strumenti telematici e informatici: un passaggio che fotografa il presente, in cui la mitologia criminale corre più veloce sulle piattaforme di qualunque smentita.

Ddl Varchi e serie tv: perché il testo punta anche su web, clip e linguaggi social

Nella relazione illustrativa, i promotori richiamano fenomeni eterogenei: dagli “inchini” in contesti religiosi ai funerali celebrati con ostentazione, fino alla pubblicazione di messaggi sulle piattaforme digitali. È l’idea che l’apologia oggi non sia un comizio, ma un gesto ripetuto, un simbolo, un brano audio rilanciato, una frase resa mantra. In questo quadro, la citazione esplicita di contenuti diffusi online e di prodotti culturali capaci di trasformarsi in icone segnala l’ambizione della norma: colpire non solo chi fa propaganda, ma anche chi, secondo l’accusa, finisce per “glorificare” il modello mafioso.

Ddl Varchi e serie tv: il confine sottile che divide racconto e celebrazione

Il nodo, inevitabile, è la prova dell’intento. Un’opera può mettere in scena un boss per smontarne il potere, per mostrare il veleno del controllo sociale, per raccontare il dolore delle vittime; ma può anche, volutamente o meno, rendere affascinante quel potere. Nel mondo reale, il confine spesso non è una riga netta: cambia con il contesto, con il pubblico, con la fruizione a estratti. Oggi una serie non vive solo nella sua interezza: vive nelle clip, nei montaggi, nei commenti, nelle frasi rilanciate come badge identitario. Ed è qui che l’intervento penale rischia di produrre un “effetto gelo”: autori e produttori potrebbero scegliere strade più prudenti, allontanandosi da storie che, piaccia o no, raccontano una parte del Paese.

Ddl Varchi e serie tv: il caso “Gomorra – Le Origini” e la risposta di D’Amore

La coincidenza temporale ha trasformato “Gomorra – Le Origini” nel simbolo perfetto del dibattito. La serie, annunciata dal 9 gennaio 2026 su Sky e NOW, racconta la giovinezza di Pietro Savastano; D’Amore dirige i primi quattro episodi ed è supervisore artistico e co-sceneggiatore. Alla conferenza stampa, l’attore e regista campano ha rivendicato il valore umano del lavoro creativo e ha risposto con una provocazione che, in poche ore, è diventata titolo e discussione: se la norma si applicasse in modo estensivo, “ci faremo arrestare in parecchi”.

Ddl Varchi e serie tv: che cosa succede adesso, e perché riguarda tutti

L’iter parlamentare porta il testo dentro un confronto che non potrà fermarsi alle tifoserie: serviranno chiarimenti su definizioni, ambito di applicazione, tutela della critica e della denuncia, rapporto con le norme già esistenti. La questione non riguarda solo autori e attori, né soltanto le grandi piattaforme: riguarda scuole, famiglie, linguaggi, immaginari, e l’idea stessa di come un Paese racconta i propri lati oscuri senza trasformarli in bandiera. Se l’obiettivo è colpire l’esaltazione mafiosa, il rischio è che lo strumento scelto diventi un terreno di contesa permanente, dove ogni scena, ogni battuta, ogni poster può finire sotto una lente penale. Il Parlamento, ora, dovrà dimostrare di saper distinguere la glorificazione dal racconto che, proprio perché duro e realistico, prova a togliere fascino alla mafia.