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Cronaca

La storia infinita dell’Ilva e Tamburi, il quartiere di Taranto dove nulla è a norma

“Il solo affare che funziona regolarmente a Tamburi, è quello dei becchini e delle agenzie funebri”

Francesco Vergovich

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Sul tacco dello stivale, nelle Puglie, sorge Tamburi, un quartiere di Taranto di circa 18.000 abitanti. Tamburi perché anticamente col tamburo si raccoglieva l’acqua da un acquedotto adiacente unica fonte di approvvigionamento locale. A quei tempi l’area assomigliava a un paradiso ecologico, nel tempo si è trasformata in un sito infernale, dove l’uomo senza scrupoli ha insediato la necessità impellente del lavoro e con questo, annessi e connessi di potersi ammalare.

A Tamburi il cielo è azzurro ma l’altiforno più grande d’Europa lo riveste di nubi nere provenienti dall’Ilva, l’acciaieria inaugurata nel 1965, sorta dall’Italsider, e oggi – dopo gli scandali legati alla famiglia Riva che nel 1995 l’acquisì dallo Stato – resta ancora parzialmente sotto sequestro per disastro ambientale.

Produzione siderurgica e risultati record, non solo per i manufatti diretti al settore automobilistico, del trasporto o degli elettrodomestici, ma anche per il numero delle anomalie dei bambini nati e della popolazione che se n’è andata a causa delle polvere sottili cancerogene e con la complicità e il lassismo bi-partisan di certa politica. Nulla o quasi è stato fatto negli anni per risanare a fondo quei forni.

Negli ultimi mesi, davanti alle solite promesse mancate, in vari confronti con le istituzioni, le associazioni di Tamburi hanno svergognato gli altisonanti ma improponibili propositi dei vari Ministeri di ridurre le emissioni mortali grazie a tecnologie mai effettivamente installate a Tamburi. Percentuali senza alcuna base di fondamenta. Come le suggestioni romantiche di sbaraccare e creare un polo turistico. Fandonie senza senso.

Tra cinismo ed esigenze di mandare avanti la baracca, le fasi di lavorazione dell’acciaio all’Ilva come in ogni impianto simile, sono organizzate scientificamente, scrupolosamente: dall’arrivo dei container di minerali, ferro e carbone al porto di Taranto. I materiali vengono riscaldati e una volta pronti per gli altoforni sono destinati alla miscelazione e poi alla combustione. Dalla conversione del coke in ghisa, l’affinazione avviene tramite colate continue, l’acciaio liquido prodotto in forno è trasformato in lavorati pronti a diversi usi. Il ciclo di lavorazione siderurgica a Tamburi è integrale, dal grezzo al finito, come le fasi di sviluppo di una malattia: dalla diossina che fuoriesce dagli impianti e che s’insinua nei tessuti umani, attraverso muscoli, nervi e vasi sanguigni, sino allo sviluppo finale di un tumore.

Qualcuno ha definito tutto questo razzismo ambientale, mascherato da terrorismo ambientale.

Una madre di Tamburi, una delle tante che piange e che abbiamo ascoltato in silenzio, rabbia e mai rassegnazione, ci ha raccontato come a Tamburi non ci sia nulla a norma, nemmeno le collinette artificiali costruite come ecologiche per sbarrare i fumi di diossina che fuoriescono dall’inceneritore e si depositano come veleno sulla pelle e nei polmoni degli abitanti. Sottovoce si racconta che le collinette, persino quelle, potrebbero nascondere altri detriti, rifiuti, scarti interrati.

Le leggi dell’economia smuovono il mondo, lo fanno impennare, balzare e crollare come le curve delle borse: così pure i milioni di tonnellate di acciaio prodotte ogni anno a Tamburi, contribuiscono ad innalzare grattacieli, far correre le nostre auto, far girare i cestelli delle nostre lavatrici o moltiplicare i binari dei nostri treni.

Fino a quale destinazione finale?

Dai conti – risulta che arrestare gli impianti di produzione all’Ilva di Taranto potrebbe arrivare a costare lo 0,15% del PIL Italiano, fino al 0,165%, considerando anche l’impatto sul resto dell’industria. Sapete, i giochi dell’indotto… Se nel 2018 il referendum dei lavoratori ha mantenuto lo stabilimento in funzione – sono di questi giorni i risultati dello Studio Sentieri, promosso dall’Istituto Superiore di Sanità: i dati da brivido sulle malformazioni dei nati a Taranto continuano a fare polemica. I numeri fanno comodo solo a volte…

E’ chiaro che in certe parti del mondo, come a Taranto – per i bambini che fanno i turni a scuola, come per gli operai nelle fabbriche, i diritti costituzionali sono carta straccia: non esiste il diritto di vivere senza il rischio di ammalarsi e morire. Il solo affare che funziona regolarmente a Tamburi – spiffera un ragazzo che si è rifiutato di prendere il posto del padre nell’impianto e vive con 300 Euro al mese lavorando in un call center – è quello dei becchini e delle agenzie funebri che lavorano a meraviglia e non sentono puzza di crisi.

Svegliamoci. E’ tempo di iniziare a respirare di nuovo.

 

Francesco Di Pisa

Cronaca

Roma, dagli automobilisti agli urtisti la Raggi non sa più chi scontentare

L’inutile blocco auto si unisce alla protesta degli ambulanti e al caos all’anagrafe. Ma forse sono tutte armi di distrazione di massa rispetto alla chiusura di Colleferro e all’imminente emergenza rifiuti

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi. Foto dal sito glistatigenerali.com

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti titoli, tutti inerenti scene di ordinaria follia da parte del sindaco della Capitale Virginia Raggi (e da cui sono stati esclusi i disservizi di Atac, perché sarebbe stato come sparare sulla Croce Rossa):

a) «Rifiuti, chiude la discarica di Colleferro. Stato d’emergenza più vicino» (Avvenire. Ma come, proprio ora che un’ordinanza del Governatore del Lazio Nicola Zingaretti ha stabilito che la crisi è risolta per decreto presidenziale?).

b) «Smog, Roma rischia il blocco per 6 giorni. Gli esperti: “Inutile”» (Il Messaggero. Ma perché dare retta agli esperti quando c’è Greta?).

c) «Roma, caos anagrafe: “Quattro file per una multa. Coda lunga centro metri fin dal mattino”» (Leggo. Immaginiamo lo stupore del primo cittadino, verosimilmente pronta a suggerire di recarsi in via Petroselli di sera).

d) «Roma, urtisti a Raggi: “Decida entro 48 ore o scenderemo in piazza in 12mila”» (Il Messaggero. Ma chissà quanti abusivi riconoscenti saranno lì a farle scudo…).

Ciò posto, il candidato provi a stabilire se è Virgy che non sa più come destreggiarsi tra i continui tentativi di distogliere l’attenzione dalla propria incapacità, o se piuttosto non sia lei stessa un’arma di distrazione di massa.

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Cronaca

Roma, la Raggi caccia gli ambulanti con licenza mentre tollera gli abusivi

Per il sindaco la rimozione delle bancarelle degli urtisti è questione di decoro. Ma gli storici commercianti ebrei non ci stanno: “La denunciamo, è come con le Leggi razziali”

Mirko Ciminiello

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La protesta degli urtisti. Foto dal sito de La Repubblica Roma

«Un politico guarda alle prossime elezioni» affermava com’è noto James Freeman Clarke, «uno statista guarda alla prossima generazione». Poi c’è anche chi, assurto al potere quasi per caso, non è né l’uno né l’altro, e guarda solo alle proprie bislacche convinzioni.

Tipo il sindaco della Capitale Virginia Raggi che, nell’ansia di liberare la Città Eterna dalle bancarelle, ha pensato bene di prendersela con gli unici (o, comunque, con una delle poche categorie) che godono della piena legittimazione della propria attività: gli urtisti, i venditori ambulanti per lo più di origine ebraica specializzati nel commercio di oggetti devozionali della religione cattolica. Questo singolare nome deriva dal particolare approccio usato per attrarre i pellegrini in piazza San Pietro, che consisteva in un lieve urto assestato con lo schifetto, la caratteristica cassettina in legno contenente gli articoli in vendita.

Forse i commercianti hanno urtato anche il primo cittadino, perché altrimenti non si spiegherebbe un simile accanimento nei loro confronti. «Da venerdì a Roma ci sono 115 disoccupati in più» si sono sfogati via social, aggiungendo con rabbia: «Se la sindaca avesse usato lo stesso piglio coercitivo e dittatoriale per risolvere il problema monnezza, avremmo risolto metà dei problemi di Roma».

«Non ci sarà la perdita di nessun posto di lavoro» ha tagliato corto Virgy, annunciando che per questioni di decoro la stessa misura sarà applicata anche ad altri luoghi simbolo dell’Urbe. «Ci sono delle alternative previste per legge, i commercianti possono scegliere tra le alternative, un indennizzo o la trasformazione in licenza taxi». Insomma, tu chiamale, se vuoi, rimozioni.

Nella storia, come non hanno mancato di sottolineare gli stessi urtisti, c’è un solo precedente, che risale al 1938, al tempo delle Leggi razziali. Anche per questo le associazioni degli ambulanti hanno invocato l’intervento del Prefetto Gerarda Pantalone e del Capo dello Stato Sergio Mattarella.

Ma è l’intera classe politica a condividere questa battaglia. «Invece di liberare la città dalle migliaia di venditori abusivi e clandestini che spacciano merce contraffatta, il sindaco (speriamo per poco) di Roma caccia dalle piazze gli urtisti, una storica categoria di ambulanti della comunità ebraica» ha attaccato per esempio il leader leghista Matteo Salvini.

Ed è questa, in effetti, una delle conseguenze del provvedimento del Campidoglio: l’assurda difformità di trattamento che penalizza chi è in regola, senza neppure sfiorare chi vive di illegalità. Un’eterogenesi dei fini su cui l’Associazione Nazionale Ambulanti non ha alcuna intenzione di soprassedere.

«Sarai denunciata perché stai legalizzando il commercio abusivo, l’evasione fiscale e tutto quello che comporta l’abusivismo» ha avvisato il vicepresidente Angelo Pavoncello, rivolgendosi direttamente al sindaco. «Verificheremo con i nostri legali per denunciarti alla Guardia di Finanza per favoreggiamento all’evasione fiscale visto che gli abusivi non li reprimi e invece chi è autorizzato lo cacci via e non può più pagare le tasse».

Un’ulteriore fronte aperto, insomma, per la giunta grillina, che ormai non sa più chi scontentare. Perché nella Città Eterna tutti, prima o poi, si sono ritrovati in qualche modo raggi-rati.

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Cronaca

Rifiuti Roma, la Raggi come Penelope, disfa la sera ciò che fa al mattino

Il sindaco imbecca i Municipi per bloccare la sua stessa delibera su Monte Carnevale: e a una settimana dalla chiusura di Colleferro, con la raccolta dei rifiuti già in tilt, si scopre che metà dei camion Ama sono fermi ai box

Mirko Ciminiello

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Rifiuti a Roma anche fuori dalle scuole. Foto dal sito di Avvenire

Racconta l’Odissea che Penelope, la moglie di Ulisse, durante la ventennale assenza del marito subì molte pressioni per convolare a nuove nozze con uno dei pretendenti che gozzovigliavano alla corte di Itaca. Per sottrarsi all’infausto destino, promise di sposarsi solo dopo aver ultimato il lenzuolo funebre del suocero Laerte, disfacendo però di sera la tela che tesseva durante il giorno.

Ecco, il sindaco della Capitale Virginia Raggi sta facendo qualcosa di molto simile in relazione alla vexata quaestio dei rifiuti di Roma. La scelta di fine anno della Valle Galeria, infatti, ha provocato una vera e propria rivolta nel M5S, soprattutto tra gli esponenti del Municipio XII, dove dovrebbe sorgere la nuova discarica. Di qui la sibillina e pilatesca velina del Campidoglio: se «i municipi porteranno elementi che evidenziano la violazione di norme sarà impossibile procedere».

Insomma, è ai distretti che spetterebbe l’onere di individuare dei fattori ostativi che costringano il Comune a fare marcia indietro: il che non dovrebbe essere un’impresa. Tralasciando il fatto che gli stessi uffici capitolini si erano espressi negativamente sulla possibilità di usare la cava di Monte Carnevale «in quanto vi è già un procedimento per il recupero ambientale del sito», il Municipio XII sta stilando un dossier che, secondo quanto riportato dall’agenzia DIRE, dovrebbe vertere su quattro punti: la prossimità con le prime case sparse, la contiguità dell’aeroporto di Fiumicino, il fatto che l’area sia già gravata da vari impianti industriali e a rischio incidente rilevante, e l’opposizione del Ministero della Difesa per l’eccessiva vicinanza del futuro impianto al proprio centro interforze (obiezione che risale addirittura al 2012).

Immaginiamo già la somma disperazione del primo cittadino, che così non si esporrebbe neppure più di tanto, lasciando che siano degli utili idioti a disfare la sua tela. In effetti, forse si tratta uno dei piani più astuti di Virgy – il che è tutto dire.

Decisamente meno furba è stata la pensata di andarsene in vacanza in un momento in cui si stava già avendo un sensibile assaggio dell’emergenza: con gli studenti spesso costretti a fare lo slalom tra i sacchetti dell’immondizia (esondati dai cassonetti strapieni) per poter rientrare a scuola dopo la pausa natalizia. E con Ama (la municipalizzata di Roma Capitale che dovrebbe occuparsi della spazzatura) che ha aggiunto al danno la beffa: prima parlando di situazione «sotto controllo e in miglioramento», poi ammettendo che, su 281 mezzi pesanti, solo il 52% della flotta è effettivamente operativo, per mere ragioni anagrafiche (201 camion hanno oltre dieci anni di età, e di questi 137 hanno tra i tredici e i quindici anni). Tanto che, come affermato dall’amministratore unico Stefano Zaghis, la società sta cercando dei veicoli da noleggiare – e senza particolare fortuna, almeno finora.

E non è che la punta dell’iceberg, considerato che siamo a una settimana dalla chiusura definitiva della discarica di Colleferro, che manderà definitivamente in tilt il sistema di raccolta dei rifiuti. Troppo tardi, probabilmente, anche per il commissariamento tanto minacciato dalla Regione Lazio. A conferma che can che abbaia non morde, come dice il proverbio.

E la moderna Penelope, ancora una volta vittoriosa, se la ride. A differenza dei Romani, sempre più esasperati.

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Cronaca

Caso Dj Fabo, l’assoluzione di Cappato e l’eutanasia della giustizia

Il Radicale prosciolto dall’accusa di aiuto al suicidio perché il fatto non sussiste. Naturale conseguenza della sentenza (ideologizzata) della Consulta sul fine vita, che infatti è il vero problema

Mirko Ciminiello

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Marco Cappato. Foto dal sito dell'ANSA

Il crudo fatto è questo: Marco Cappato, esponente dei Radicali (cui vanno le nostre più sentite condoglianze per la scomparsa della madre), è stato assolto dalla Corte d’Assise di Milano dall’accusa di aiuto al suicidio in relazione al caso Dj Fabo «perché il fatto non sussiste». La sentenza si riferisce all’ormai arcinoto caso di Fabiano Antoniani che, rimasto tetraplegico dopo un incidente stradale, nel febbraio 2017 venne accompagnato dal tesoriere dell’associazione Luca Coscioni a morire in una clinica svizzera.

Il pronunciamento in sé non desta alcuna sorpresa, perché è la naturale conseguenza di un’altra sentenza, quella con cui nel settembre scorso la Consulta, in attesa di un già auspicato intervento del legislatore, ha dichiarato parzialmente incostituzionale l’articolo 580 del Codice Penale: sancendo così la non punibilità di «chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli».

Il problema, in effetti, è a monte, e concerne proprio il verdetto della Corte Costituzionale. Tralasciamo pure l’insignificante dettaglio che, dal momento che in Italia vige ancora una cosuccia chiamata separazione dei poteri, non spetta alla magistratura indicare al Parlamento su cosa può o non può, deve o non deve legiferare – né con quali tempi. Tralasciamo anche l’altro piccolo particolare che le Camere avevano il diritto – anzi il dovere di far valere le proprie prerogative, e invece se ne sono pilatescamente lavate le mani.

L’aspetto più grave è un altro, ed è il fatto che la sentenza 242/2019 ha creato un vulnus che, prima ancora che giuridico, è culturale, bioetico e antropologico. Anzitutto, ha rinnegato il dettato del nostro ordinamento secondo cui la vita è un bene indisponibile, come riconosciuto del resto – e in tempi non sospetti – anche dall’ex presidente della stessa Consulta Gustavo Zagrebelsky: ma, soprattutto, come sancito dal codice civile, da quello penale e, nello spirito, anche dall’art. 2 della Costituzione. Aprendo così una sorta di crepa nella diga che inevitabilmente produrrà quelle derive già verificatesi in Paesi come l’Olanda, il Belgio o il Canada.

In secondo luogo, riferendosi al (presunto) diritto di autodeterminarsi, la Corte ha ignorato totalmente che le decisioni motivate dalla sofferenza non sono mai veramente “libere” né “consapevoli”.

E, oltretutto, en passant ha praticamente affermato l’esistenza di “vite di serie B”, quelle dei più deboli e vulnerabili, di cui viene ricusato il valore di intrinseca dignità che invece, toghe o non toghe, attiene e pertiene a ogni essere umano indipendentemente dalla sua efficienza o funzionalità. Valore che richiederebbe piuttosto investimenti molto più concreti sugli hospice, sulla terapia del dolore, sulle cure palliative – sull’eliminazione cioè della sofferenza – anziché un’acritica genuflessione a quel nadir della “cultura dello scarto” rappresentato dalla “cultura” della morte, di cui il partito che fu di Marco Pannella è il perfetto utile idiota.

Ecco perché l’esultanza di Cappato va ben oltre la possibilità di continuare impunemente a svolgere il suo ruolo di vice-mastro Titta: perché nella sua ansia di sottomissione all’ideologia tanatologica l’esponente dei Radicali è riuscito a ottenere perfino di più. Ha provocato l’eutanasia della giustizia.

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Cronaca

Roma, il Bilancio della Raggi è l’emblema della “giunta Spelacchio”

Il consigliere di maggioranza Angelucci si dimette, altri tre colleghi fanno le barricate: si rischia di non raggiungere neppure il numero legale. E poi c’è l’altro bilancio, quello dei cittadini esasperati

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi. Foto dal sito glistatigenerali.com

Fine anno, tempo di Bilanci. Anche quelli con l’iniziale maiuscola, che pertengono alle istituzioni e alle loro propaggini e che, per loro natura, sono soliti creare parecchi grattacapi. Ne sa qualcosa il sindaco della Capitale Virginia Raggi, che finora ha fatto filotto, essendosi vista bocciare dall’Oref (l’Organo di Revisione Economico-Finanziario dell’Assemblea Capitolina) i documenti contabili tre volte su tre. E, se è vero che il quattro vien da sé, quest’anno l’amministrazione grillina si è già portata avanti col lavoro.

Stavolta, infatti, potrebbe essere la stessa Aula Giulio Cesare a rifiutarsi di ratificare quello che il primo cittadino ha pomposamente e protervamente definito “Sblocca Roma 2020”. Un progetto che prevede per i prossimi 12 mesi una spesa corrente di oltre 5 miliardi di euro, laddove per investimenti e opere pubbliche è stato stanziato poco più di un miliardo in tre anni: fondi destinati quasi interamente a mobilità e trasporti, alla manutenzione straordinaria delle strade e alle attività dei municipi.

Ma, com’è noto, la maggioranza pentastellata non è bella se non è litigarella: lo è visto con la vexata quaestio dei rifiuti, tra il j’accuse della consigliera M5S Simona Ficcardi e la spaccatura interna sulla nuova discarica che dovrebbe sorgere a Tragliatella, nel Municipio XIV. Non poteva certo mancare, allora un ulteriore fronte sul maxiemendamento di giunta presentato in aula consiliare.

Ad aprirlo è stato l’ormai ex consigliere del MoVimento Nello Angelucci, che si è dimesso «con profondo dispiacere e amarezza per non essere riuscito a realizzare, come avrei voluto, l’obiettivo di tutelare i più fragili». Tradotto, Angelucci aveva chiesto dei correttivi sui fondi destinati al sociale: non avendoli ottenuti, se n’è andato sbattendo la porta, come un bimbetto stizzito che si porta via il pallone per negare il divertimento anche agli amichetti.

Sfortunatamente per Virgy, questo specifico Gianburrasca non era un caso isolato: e con l’ex capogruppo dei Cinque Stelle Paolo Ferrara che ha minacciato di non prendere parte al voto (causa mancata concessione delle risorse per Ostia che pretendeva) e l’annunciata doppia astensione della stessa Simona Ficcardi e della collega Monica Montella, l’approvazione del Bilancio resta appesa a un filo, dato il rischio concreto che non si raggiunga neppure il numero legale.

Una manna per l’opposizione (esterna), che sta affilando le armi per ogni evenienza: le amministrative, dopotutto, sono comunque dietro l’angolo, e negli opposti schieramenti sono già iniziate le grandi manovre per individuare il candidato che possa nuovamente espugnare il Campidoglio.

D’altronde, con il Bilancio del vicino che come l’erba è sempre più verde, e con il bilancio dei Romani cui il Comune dà la stessa allegria del famoso Spelacchio, chi può dire quanta speranza di vita abbia ancora la giunta Raggi? Meglio dunque preoccuparsi solo di mangiare il panettone: di doman, come affermava Lorenzo de’ Medici, non c’è certezza.

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Cronaca

Società, ecco perché l’Italia (non) è un Paese per furbetti

Si moltiplicano le operazioni contro le truffe sui badge e sul reddito di cittadinanza. E poi ci sono big come il commissario della Lega Calcio e il senatore M5S Lannutti che “dimenticano” i rispettivi conflitti d’interesse

Mirko Ciminiello

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Foto da Blog Sicilia

C’è un malvezzo (che se non è tutto italiano, poco ci manca) che consiste nel credersi sempre più furbi dei furbi, come avrebbe detto zio Paperone. È quella forma mentis tipica, per esempio, di tutti coloro che nel pubblico strisciano il proprio badge – o lo fanno strisciare a dei colleghi compiacenti – per poi dedicarsi a tutto tranne che al lavoro.

Il caso più recente è stato scoperto a Brindisi, dove 31 dipendenti della Regione Puglia sono stati indagati (e 28 sospesi) perché, dopo aver timbrato il cartellino, si allontanavano tranquillamente dagli uffici per accompagnare i figli a scuola, per fare la spesa o anche solo per sostare all’esterno della sede lavorativa. Ciò che fa davvero specie, considerato che si tratta dell’ennesima ripetizione di una serie di vicende tutte la fotocopia l’una dell’altra, è proprio il fatto che le disavventure altrui non insegnano nulla: ostinazione che si spiega solamente con il succitato atteggiamento, che culla in una falsa illusione di sicurezza quanti, colpevoli degli stessi illeciti, irridono magari gli ideali compagni di truffa che si sono fatti scoprire. Dimenticando che il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi.

Saggezza popolare che vale anche per coloro che percepiscono il reddito di cittadinanza pur non avendone alcun diritto. Nei giorni scorsi, per esempio, i finanzieri hanno smascherato un 40enne palermitano che contrabbandava sigarette, un fotografo cosentino che molto intelligentemente pubblicizzava i propri servizi sui social network, e perfino una donna che gestiva un B&B e che, con altrettanto acume, promuoveva a sua volta la propria attività su Internet.

Ma il pesce, si sa, inizia a puzzare dalla testa, e in tal senso ci sono due episodi davvero paradigmatici. Il primo viene dallo sport, e ha per protagonista Mario Cicala, ex magistrato e commissario ad acta della Lega Calcio in seguito alle dimissioni dell’ex presidente Gaetano Miccichè. Nominato a inizio mese con il mandato di traghettare il principale organo calcistico italiano verso nuove elezioni, Cicala è stato costretto a una precipitosa marcia indietro dopo appena due settimane: il tempo di verificare che nel suo curriculum non si menzionava una sciocchezzuola come il suo ruolo di supplente nel Consiglio di sorveglianza della Lazio del solito Claudio Lotito. Come se non accadesse mai che, nel momento in cui qualcuno assurge a ruoli di una certa visibilità, se ne spulciano vita, morte e (soprattutto) miracoli.

Particolare che, a quanto pare, era sfuggito anche a Elio Lannutti, fondatore dell’Adusbef, senatore del M5S e in predicato di diventare presidente della Commissione bicamerale d’inchiesta sulle banche: il quale aveva scordato di precisare che suo figlio Alessio è impiegato all’Ufficio Enti della sede romana della Banca Popolare di Bari, guarda caso l’istituto al centro dell’attuale bufera.

Dice d’altronde un altro proverbio che il diavolo (sempre lui) è nei dettagli. E dopotutto, e in modo particolare in questioni che riguardano la politica, dal conflitto ai conflitti d’interesse è un attimo. Un brindisi alla società civile: quella vera, of course.

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Cronaca

Salute, due bimbi ciechi dalla nascita acquistano la vista grazie a una cura italiana

La terapia “Luxturna” fornisce una copia attiva di un gene malfunzionante, straordinari i miglioramenti con una sola somministrazione. L’emozione di uno dei piccoli: “Mamma, ti vedo!”

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito corriere.it

«Mamma, ti vedo!» Una meraviglia carica di commozione ha accompagnato quello che è per molti un gesto normale e scontato: ma era come un miracolo per un bimbo ipovedente dalla nascita a causa di una rarissima malattia, una forma particolare di distrofia retinica ereditaria. Per la prima volta nei suoi nove anni di vita, il piccolo è potuto sfuggire alla coltre di tenebre in cui era sempre rimasto avvolto grazie a una nuova, straordinaria terapia genica messa a punto in oltre un decennio dal Centro Malattie Oculari Rare dell’Università “Luigi Vanvitelli” di Napoli, in collaborazione con l’Istituto Telethon di genetica e medicina di Pozzuoli e con il Children’s Hospital di Philadelphia.

Il bambino è stato il primo, assieme a un’altra piccola paziente di otto anni, a ricevere questa cura avveniristica che è stata chiamata “Luxturna”. La patologia che essa va a combattere è estremamente infrequente, tanto che al mondo non se ne contano che poche migliaia di casi, di cui circa cinquanta in Italia. È causata da mutazioni in entrambe le copie del gene RPE65, che comportano una progressiva degenerazione dei coni e dei bastoncelli, le cellule della retina che “traducono” gli stimoli visivi in segnali elettrici: il “linguaggio” del cervello, che in tal modo può restituirci le immagini nel modo in cui le vediamo normalmente. L’alterazione di questo gene può provocare la perdita della vista fin dall’infanzia, fino a giungere alla cecità totale, proprio perché, in un certo senso, elimina gli interpreti di cui il cervello ha bisogno per comprendere “il linguaggio della luce”.

La terapia studiata dall’ateneo campano consiste nell’iniettare direttamente nella retina, mediante un’unica somministrazione, un farmaco che fornisce una copia funzionante del gene RPE65. L’intervento è stato eseguito sul primo bambino lo scorso 27 novembre, e «già dopo 10 giorni riscontriamo straordinari miglioramenti nella visione» come ha spiegato la direttrice della Clinica Oculistica universitaria, Francesca Simonelli. «I due bambini hanno già recuperato piena autonomia nel muoversi, camminare, correre e giocare a pallone».

Certo, «per conoscere il reale risultato della terapia nei due piccoli pazienti bisognerà aspettare alcune settimane o mesi» come puntualizzato da Francesco Bandello, primario dell’Unità di Oculistica del San Raffaele di Milano. Ma i primi risultati sono incoraggianti, e l’augurio è che si tratti solo di un punto di partenza: e che presto molti altri bambini possano sperimentare la gioia e l’emozione assoluta di vedere per la prima volta il viso della loro mamma.

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Cronaca

Rifiuti Roma, la Raggi va alla guerra contro Zingaretti

Malgrado la scadenza dell’ultimatum, il Governatore del Lazio rinvia il commissariamento e, per tutta risposta, il sindaco ricorre al Tar contro la sua ordinanza. E il 15 gennaio è sempre più vicino…

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi e Nicola Zingaretti. Foto dal sito dell'agenzia DIRE

E proprio quando il dialogo, per una volta, sembrava poter dare dei frutti, da Roma Capitale è improvvisamente partita l’atomica. Al termine di una giornata segnata dagli sforzi dei pontieri, infatti, il colpo di coda dei falchi a Cinque Stelle ha convinto il sindaco capitolino Virginia Raggi a ricorrere al Tar contro l’ordinanza con cui la Regione Lazio imponeva al Campidoglio l’individuazione di un nuovo sito dove smaltire l’immondizia dell’Urbe.

L’ultimatum è scaduto mercoledì scorso, ciononostante la Pisana ha preferito non attivare subito i poteri sostitutivi (cioè il commissariamento) nella speranza che la trattativa sotterranea avviata con il Comune avesse un esito positivo. Invece, come ringraziamento Virginia “va alla guerra”, sfidando Nicola Zingaretti a singolar tenzone. Il tutto, come sempre, sulla pelle dei Romani, visto che, qualora il Tribunale amministrativo dovesse accogliere la richiesta di sospensiva, dal momento della chiusura dell’impianto di Colleferro (il 15 gennaio prossimo) la Città Eterna sarà in piena emergenza.

Un dettaglio che alla giunta Raggi sembra interessare poco o niente, considerato tra l’altro che l’Assemblea capitolina ha clamorosamente sconfessato Stefano Zaghis, amministratore unico di Ama, il cui piano prevedeva anche la realizzazione di un nuovo termovalorizzatore. Un’ennesima genuflessione a quell’ideologia filo-gretina che peraltro è uno dei pochi aspetti in grado di compattare il M5S, oltre al pio desiderio di risolvere il problema con la differenziata (che, oltre a ignorare la solenne bocciatura dell’amministrazione pentastellata da parte dell’ISPRA, sarebbe come voler curare un malato grave con una tisana).

Su tutto il resto, il MoVimento è spaccato, come dimostra l’ordine del giorno che il consigliere grillino Marco Cacciatore ha fatto approvare in Regione a fine novembre: e che impone al Campidoglio di individuare la nuova discarica all’interno del territorio di Roma Capitale – esattamente il contrario di ciò che la Raggi ha sempre detto di voler fare. «Se non decide il Comune, che da 5 Stelle mi piacerebbe scegliesse dimostrando responsabilità e cogliendo l’occasione di individuare aree non nei territori già massacrati negli anni, lo faranno altri» ha ricordato sferzante Cacciatore.

Su questo versante, poi, neppure la Regione sta con le mani in mano. «Ho scritto alla Direzione regionale» ha dichiarato il Governatore, «per chiedere lo stato di attuazione dell’ordinanza sui rifiuti. Dobbiamo sapere quanto di quell’ordinanza, che dava delle disposizioni all’amministrazione comunale, è stato rispettato. Sulla base della relazione faremo le nostre valutazioni». Che, tradotto, significa essere ancora disposti a pazientare, ma non più di tanto.

Se poi non ci fosse alternativa allo scontro aperto, o in assenza di deliberazioni da parte dei Tar, la Pisana nominerebbe verosimilmente un tecnico che deciderà il luogo di realizzazione della discarica. Al momento, in pole position sembrerebbe esserci una cava nella zona di Tragliatella, nel XIV Municipio, a nord di Roma: ma non si esclude neppure l’ipotesi di realizzare un centro di stoccaggio provvisorio a Falcognana, nel IX Municipio, nei pressi del Divino Amore (sito per cui pare propendere la Regione Lazio).

Il tutto mentre Ama sta negoziando o rinegoziando accordi per trasferire la spazzatura della Capitale in altre Regioni o perfino all’estero: pratica che non solo va a pesare sulla tassa apposita (che per i Romani è già notevolmente più alta sia della media nazionale che di quella regionale), ma impedisce anche che si possa trarre vantaggio dal trattamento dei rifiuti stessi – attività che richiederebbe il tanto vituperato termovalorizzatore.

Intanto il tempo passa, e l’eventualità che un qualsiasi sito sia pronto tra un mese è sempre più remota. Ma l’ignobile teatrino tra la Raggi e Zingaretti continua: e siamo ormai arrivati alle (tragi)comiche finali.

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Cronaca

Rifiuti Roma, mea culpa del M5S: “Abbiamo fallito”

L’ammissione di una consigliera di maggioranza mentre, scaduto l’ultimatum, la Regione è pronta al commissariamento e la Raggi valuta il ricorso al Tar. Intanto a pagare sono sempre i Romani

Mirko Ciminiello

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Virginia Raggi e Nicola Zingaretti. Foto dal sito dell'agenzia DIRE

In un certo senso, il sindaco della Capitale Virginia Raggi è il contrario di Re Mida, il leggendario sovrano della Frigia capace di trasformare in oro tutto ciò che toccava: un’abilità che al primo cittadino di Roma farebbe estremamente comodo, soprattutto in relazione alla vexata quaestio dei rifiuti dell’Urbe – e soprattutto ora che i nodi stanno precipitosamente venendo al pettine.

È infatti scaduto a mezzanotte l’ultimatum lanciato dalla Regione Lazio con l’ormai celeberrima ordinanza del 27 novembre scorso: con la quale il Governatore Nicola Zingaretti intimava al Campidoglio di scegliere, tra i sette siti giudicati idonei dai tecnici (inclusi quelli del Comune), quello in cui dovrà essere smaltita la spazzatura della Città Eterna.

Decisione non più differibile, visto che nella stessa ordinanza veniva indicata nel 15 gennaio 2020 la data della chiusura definitiva dell’impianto di Colleferro. Tanto è vero che, «in caso di inosservanza» minacciava il documento di via della Pisana, «vengono adottate in via sostitutiva dalla Regione tutte le iniziative necessarie a garantirne l’ottemperanza, anche attraverso la successiva individuazione di uno o più soggetti attuatori delle singole prescrizioni»: che, tradotto dal burocratese, significa commissariamento.

Un’extrema ratio che Zingaretti ha esplicitamente affermato di voler evitare – anche se l’amministrazione pentastellata non glielo sta rendendo facile. In un’aperta sfida a tutti i principali attori in campo, l’Assemblea capitolina ha infatti deliberato «la disponibilità di Roma Capitale a realizzare nel proprio territorio gli impianti di trattamento e/o smaltimento, che si rendessero necessari, esclusivamente a seguito dell’approvazione del nuovo Piano rifiuti della Regione Lazio», che però al momento ha ricevuto l’ok della sola Giunta regionale: se davvero si dovessero attendere le ulteriori valutazioni (della Commissione competente e dell’aula consiliare) come vorrebbero i grillini, il sistema di raccolta dell’immondizia farebbe tranquillamente in tempo a collassare.

Tanto più che, per buona misura, l’aula Giulio Cesare ha anche votato un folle odg che boccia la costruzione di un nuovo termovalorizzatore, come previsto invece nella bozza del piano industriale approntato da Stefano Zaghis, amministratore unico di Ama (il settimo nominato dalla Raggi): il quale sembrerebbe ora orientato a virare sulle discariche, malgrado il rischio concreto di un aumento della Tari.

Per non farsi poi mancare proprio niente, la maggioranza a Cinque Stelle si è spaccata sulla proposta della consigliera M5S Simona Ficcardi, che chiedeva di individuare una molteplicità di siti di stoccaggio e smaltimento, più piccoli e distribuiti su vari municipi. Linea che è stata respinta, scatenando l’ira della Ficcardi: la quale ha litigato furiosamente con il proprio capogruppo Giuliano Pacetti e  soprattutto, è intervenuta in Consiglio comunale per chiedere scusa ai cittadini per il fallimento dei Cinque Stelle.

Il tutto mentre l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale del Governo ha certificato il flop della raccolta differenziata, che l’anno passato è calata per la prima volta dal 2011; e mentre un report allucinante di Ama ha rivelato che, su 4.300 operatori ecologici, oltre 1.500 sono «inabili a fare gli operatori ecologici», magari perché allergici allo smog o impossibilitati a sollevare carichi pesanti.

La Raggi, insomma, sembra sì avere una caratteristica in comune con il mitologico Re Mida, ma non quella che le servirebbe. E in questo marasma generalizzato non stupiscono le indiscrezioni che la vorrebbero quasi sollevata dall’idea del commissariamento, che scaricherebbe su altri la patata bollente. Forse anche per questo, malgrado l’Assemblea capitolina l’abbia esortata a «valutare la possibilità di impugnare» l’ordinanza di Zingaretti, il sindaco non sembra incline a fare ricorso al Tar. Oltretutto, in caso di sospensiva, il pericolo è che la città piombi nell’emergenza, il che porterebbe forzatamente a un intervento diretto dell’esecutivo.

Insomma, niente di nuovo sul fronte occidentale. Sempre il solito, trito, ignobile balletto, di cui rischiano seriamente di fare le spese i cittadini romani. Chapeau.

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Cronaca

Terremoti, scossa di magnitudo 4.5 in Toscana: fortunatamente nessun ferito

Sciame tellurico al Mugello, nella stessa zona devastata da un sisma cent’anni fa. Panico tra la gente scesa in strada di notte sotto la pioggia, i danni peggiori a Barberino e Scarperia

Mirko Ciminiello

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I danni causati dal terremoto a Barberino del Mugello. Foto dal sito dell'Ansa

Era il 29 giugno 1919 quando il territorio del Mugello venne devastato da un terremoto che raggiunse l’impressionante magnitudo di 6.2 gradi e causò oltre cento vittime. Ora, a distanza di un secolo, la terra è tornata a tremare nella stessa area dell’Appennino tosco-emiliano – fortunatamente con esiti molto meno tragici.

Non ha infatti provocato feriti, ringraziando il cielo, lo sciame sismico che ha avuto come epicentri i comuni di Scarperia e San Piero e di Barberino del Mugello, nel fiorentino: circa novanta scosse registrate in dodici ore, la più forte di magnitudo 4.5 alle ore 4:37 di lunedì mattina. Scosse che in realtà sono più probabilmente legate alla faglia attivatasi nel 1542, come spiegato da Salvatore Stramondo, direttore dell’Osservatorio Nazionale Terremoti dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV).

Magra consolazione per quanti, svegliati in piena notte, si sono riversati in strada per timore di crolli, rifugiandosi anche nelle auto per riuscire a ripararsi dalla pioggia. Alla fine, comunque, i primi sopralluoghi effettuati dai carabinieri non hanno rilevato gravi danni, se non a Scarperia e San Piero, dove è stato lesionato il campanile del Convento del Bosco ai Frati, e a Barberino del Mugello, dove sono stati dichiarati inagibili la chiesa di San Silvestro e il municipio.

In ogni caso, in via precauzionale è stata decisa la chiusura delle scuole in tutto il Mugello, mentre la circolazione ferroviaria, interrotta per le verifiche del caso, è poi ripresa regolarmente dopo alcune ore.

L’INGV, tuttavia, ha invitato a non abbassare la guardia: «L’area del Mugello è nota per dare sequenze sismiche ricche di eventi» ha infatti dichiarato il sismologo Antonio Piersanti. «Nelle ore successive al terremoto di intensità 4.5 si sono verificate più di 50 altre scosse. Ci attendiamo che continueranno nei prossimi giorni, e non possiamo escludere nulla, neppure scosse di magnitudo più significativa».

Proprio per questo, il sindaco della Città metropolitana di Firenze Dario Nardella ha annunciato l’attivazione di un numero verde, mentre sono state attivate le unità di crisi: anche quella del Ministero dei Beni Culturali, al lavoro «per la verifica e la messa in sicurezza del patrimonio culturale eventualmente danneggiato dalle scosse di terremoto».

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Cronaca

Vicenza, deporta il figlio in Bangladesh “per salvarlo dalla cultura occidentale”

Il 12enne era il primo della classe e un campione di scacchi, e amava leggere. L’ultimo, disperato messaggio al vicino di casa: “Aiutami, mi hanno messo su un aereo per Dacca!”

Mirko Ciminiello

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Il baby-campione mentre riceve un trofeo vinto a un torneo di scacchi in Veneto. Foto dal sito di Avvenire

A soli 12 anni, era il primo della classe e un baby campione di scacchi, vincitore di vari tornei nel suo circolo locale. In più amava leggere, soprattutto classici d’avventura, da Jules Verne a Emilio Salgari a Jack London, ma anche autori più complessi come Edmondo De Amicis, Primo Levi o Anna Frank. Qualunque genitore sarebbe stato fiero di lui. Ma non i suoi. Non suo padre, un manovale originario del Bangladesh, che non poteva sopportare che quel ragazzino, nato e cresciuto nel Vicentino, a Montecchio Maggiore, stesse crescendo troppo “all’Occidentale”.

«Non lo riconoscevo più, mio figlio era diventato irrispettoso, non faceva ciò che gli veniva detto. Un giorno è arrivato a mettere in dubbio l’esistenza di Allah, un’altra volta mi ha insultato. Purtroppo, me l’hanno rovinato…». Queste le surreali parole con cui l’uomo ha spiegato l’assurda decisione di deportare Ahmed (nome di fantasia) a Dacca assieme alla moglie e agli altri due figli, di 11 e 3 anni. «Ho salvato lui e i suoi fratelli» ha confidato ai cronisti.

“Salvati” dall’influenza del vicino di casa, l’architetto Giancarlo Bertola, che aveva preso a cuore le sorti del piccolo, coetaneo di suo figlio, dopo aver saputo che era stato bocciato in prima elementare perché non sapeva una parola di italiano: era infatti rimasto sempre chiuso in casa, dove si parlava solo la lingua materna.

«Ho proposto ai genitori di aiutarlo nei compiti» ha ricordato Bertola. «Lui e il fratellino hanno preso a studiare regolarmente a casa mia, li portavo al cinema, un gelato in piazza, una pizza in compagnia». Intelligente, avido di conoscenza, Ahmed ha imparato benissimo l’italiano, tanto che in quinta elementare è stato promosso con il massimo dei voti.

E poi gli scacchi. Un’idea nata per caso, dalla constatazione che i due ragazzini non facevano alcuno sport. «È diventato un asso» ha raccontato ancora l’architetto. «Vinceva trofei al circolo locale ma non voleva portarli a casa per paura del papà».

L’uomo considerava quel passatempo una perdita di tempo, e Bertola l’origine di tutti i mali: «Quell’uomo gli ha fatto il lavaggio del cervello: ha plagiato mio figlio» la sua accusa.

Il manovale vedeva poi con preoccupazione il desiderio di Ahmed di proseguire gli studi, forse addirittura di laurearsi. Per lui, finita la scuola dell’obbligo il ragazzo avrebbe subito dovuto iniziare a lavorare. A nulla era valso l’intervento di Bertola, che su richiesta del bambino aveva spiegato ai suoi genitori che studiando avrebbe guadagnato di più: «Come risultato gli hanno vietato di uscire. A scuola andava scortato dal padre o dallo zio».

Unico contatto con l’esterno il telefonino, con cui il teenager riferiva all’amico architetto delle minacce di morte ricevute dal padre, delle percosse confessate anche nei compiti in classe. «Quando ritorno a casa, loro mi picchiano» aveva scritto a maggio. E pochi mesi dopo, a settembre, il dodicenne si era sfogato in un altro tema: «Lui ha iniziato a picchiarmi sulla testa, sulle braccia, sulla mascella e sulla schiena», e sua madre non aveva fatto nulla per difenderlo.

Alla fine erano intervenuti gli assistenti sociali, e al manovale dev’essere sembrata l’ultima goccia. Per questo ha strappato suo figlio alla vita che amava – oltretutto con l’inganno. «Aiutami, mi hanno detto che mi portavano dal medico e invece mi stanno portando in Bangladesh» è l’ultimo, disperato messaggio che Ahmed è riuscito a inviare a Bertola usando di nascosto il cellulare della madre. Era il 24 ottobre scorso, e l’adolescente si trovava già a Dubai.

Poi il silenzio. Un silenzio che però, dopo settimane, è stato interrotto per un attimo, pochi brevi istanti in cui i suoi amichetti sono riusciti a chiedere ad Ahmed quando sarebbe tornato. «Ha risposto forse tra 5 mesi, così sarà di nuovo bocciato… Altrimenti, ha scritto, a 18 anni e un giorno».

Bertola però non si rassegna. Ha scritto una lettera accorata all’attenzione del Ministro degli Esteri Luigi Di Maio e del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e ha esortato l’ambasciata italiana di Dacca a fare «tutto il possibile per riportare a casa lui e suoi fratellini».

Appelli che condividiamo di tutto cuore. Perché non si dovrebbe mai spegnere la luce della speranza. Soprattutto se è la speranza di un bambino.

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Cronaca

Salute, scoperta la molecola anti-Alzheimer che “ringiovanisce” il cervello

Un anticorpo individuato da ricercatori italiani favorisce la nascita di nuovi neuroni, bloccando la malattia nelle sue prime fasi: ora si potranno studiare nuove terapie

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito dell'ANSA

Una delle principali chimere da sempre inseguite dall’umanità, soprattutto nella fase del predominio alchemico, è certamente l’eterna giovinezza. Un elisir, una sostanza, un manufatto in grado di donare l’immortalità o riportare al vigore della gioventù sono stati ricercati per secoli: eppure, malgrado tutti gli sforzi, sono rimasti materia per opere letterarie come Harry Potter e la pietra filosofale, o cinematografiche come Pirati dei Caraibi – Oltre i confini del mare, quarto capitolo della saga che ha per protagonista Johnny Depp nei panni dell’iconico filibustiere Jack Sparrow.

Dove però non poté l’esoterismo, si sta forse avvicinando la scienza: è stata infatti annunciata una scoperta sensazionale, che potrebbe avere ripercussioni importantissime sulla cura di patologie neurodegenerative come l’Alzheimer. Una scoperta operata da un team italiano, coordinato da tre scienziati della Fondazione EBRI (l’European Brain Research Institute, fondato a Roma da Rita Levi Montalcini) in collaborazione con il CNR, la Fondazione IRCCS Santa Lucia, la Normale di Pisa e l’Università Roma Tre.

Lo studio, pubblicato sulla rivista specialistica Cell Death & Differentiation (una sorta di spin off di Nature), si è concentrato su un particolare anticorpo di nome scFvA13-KDEL, per gli amici A13: si tratta di una molecola in grado di favorire la neurogenesi, cioè la nascita di (nuovi) neuroni, un processo che di norma dura tutta la vita ma diminuisce drammaticamente se insorgono malattie come, appunto, l’Alzheimer.

In questa specifica sindrome, la colpa di tale crollo è di una proteina chiamata β-amiloide, responsabile della formazione di aggregati tossici (gli Aβ oligomeri) che si accumulano nelle cellule staminali neurali (i precursori dei neuroni), impedendo alle nuove cellule cerebrali di venire al mondo: come dei kamikaze fisiologici specializzati nella macabra soppressione dei nuovi virgulti.

Gli scienziati dell’EBRI, però, hanno interrotto questo meccanismo perverso introducendo l’anticorpo A13 direttamente nel cervello di topi geneticamente modificati dell’età di un mese e mezzo: periodo considerato prodromico rispetto all’accumulo degli Aβ oligomeri, benché non si manifestino ancora i sintomi della neurodegenerazione. In tal modo, gli studiosi sono riusciti a recuperare quasi del tutto i deficit causati dalla fase iniziale della malattia di Alzheimer, ottenendo in pratica il “ringiovanimento” del cervello.

Certo, si tratta solo di un primo stadio, e l’eventuale traslazione dei trials clinici dalle cavie all’uomo richiederà ancora anni. Per la prima volta, però, è stato possibile neutralizzare i “terroristi biologici” prima che infliggessero danni irreversibili all’organismo.

La ricerca apre quindi la strada a nuove strategie per diagnosticare la malattia a uno stadio ancora molto precoce, nonché per studiare terapie che colpiscano gli Aβ oligomeri appena si formano dentro i neuroni. Donando forse una nuova speranza ai milioni di pazienti che in tutto il mondo lottano contro uno dei più terribili tra i morbi.

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