Crisi energetica e smart working: le soluzioni già adottate nel mondo

Dallo Sri Lanka alla Slovenia, passando per Pakistan e Danimarca: il lavoro agile rientra nelle politiche anti-crisi per ridurre consumi e costi
Di Marco Bordon
Notebook, Computer pexels anete lusina
Notebook, Computer pexels anete lusina

La crisi energetica ha riportato il lavoro agile dentro il perimetro delle politiche pubbliche. Non come scelta simbolica, ma come misura operativa per ridurre mobilità, consumi e costi di gestione. In diversi Paesi, soprattutto in Asia ma con riflessi anche in Europa, gli uffici stanno tornando a riempirsi meno proprio perché l’energia è diventata una variabile economica e politica troppo pesante per essere ignorata.

Remote work e risparmio energetico: la logica dietro il cambio di rotta

Secondo l’IEA, il lavoro da casa rientra nel pacchetto di misure che possono ridurre in tempi brevi la domanda di petrolio, soprattutto limitando i viaggi quotidiani. È una linea che guarda ai numeri prima ancora che alle preferenze dei lavoratori. Meno pendolarismo significa minore consumo di carburante, minore esposizione ai rincari e, in molti casi, minore fabbisogno energetico degli edifici pubblici e privati. Non è una formula risolutiva, ma è una leva rapida.

Questa impostazione spiega perché il fenomeno stia riapparendo in contesti molto diversi. In Asia il remote work viene affiancato a giornate di chiusura, riduzione dell’attività scolastica e razionamenti. In Europa emerge piuttosto come strumento di flessibilità per gestire costi e logistica in una fase instabile. La differenza di tono non cambia la sostanza: il luogo di lavoro torna a essere negoziabile quando l’energia si fa più cara o meno disponibile.

I casi concreti: Sri Lanka, Pakistan, Danimarca, Slovenia

Lo Sri Lanka rappresenta il caso in cui la dimensione economica e quella energetica si saldano con maggiore evidenza. Reuters ha documentato un aumento delle tariffe elettriche a partire da aprile 2026 e ha ricordato le misure già adottate dal governo per contenere i consumi, comprese chiusure degli uffici pubblici in alcune giornate. È la dimostrazione che, in un quadro fragile, il lavoro da remoto può diventare parte di una strategia nazionale di tenuta.

Il Pakistan ha scelto un approccio più diretto. Secondo le comunicazioni ufficiali riportate da Anadolu e da altre testate internazionali, il 50% del personale pubblico non essenziale lavora da remoto e gli uffici governativi sono stati portati su quattro giorni settimanali. In parallelo sono state annunciate altre misure di austerità. Qui il lavoro agile è un tassello di una politica più ampia di contenimento dei consumi, con ricadute immediate sull’organizzazione dello Stato.

La Danimarca, pur non essendo in una situazione comparabile a quella di alcuni Paesi asiatici, rientra nella riflessione sul lavoro flessibile come strumento di efficienza. Il ricorso a edifici meno energivori, una maggiore attenzione all’uso degli spazi e la possibilità di limitare gli spostamenti compongono un modello nel quale il remote work non viene letto come eccezione, ma come opzione stabile in fasi di pressione energetica.

La Slovenia, infine, mostra quanto la questione possa diventare rapidamente materiale. Il governo ha segnalato difficoltà nella distribuzione dei carburanti e Reuters ha riferito di limiti agli acquisti dopo i disservizi in alcuni punti vendita. In un contesto simile, ogni misura che riduca la mobilità quotidiana acquista valore strategico. Anche quando non è l’unica risposta, il lavoro da casa alleggerisce la domanda e offre margine operativo.

Gli effetti economici e sociali del ritorno agli uffici semivuoti

Il ritorno dello smart working per ragioni energetiche produce effetti che vanno oltre la bolletta. Ridisegna la produttività, modifica i costi degli immobili, incide sul commercio che vive dei flussi pendolari e riapre il confronto sul rapporto fra controllo e autonomia. Per governi e aziende, la questione non è solo quanto si consuma, ma anche quanto si riesce a mantenere in funzione senza aumentare la spesa pubblica o privata in modo eccessivo.

Per l’Italia, e per il dibattito nazionale sul lavoro agile, questi segnali hanno un peso preciso. La lezione che arriva da Sri Lanka, Pakistan, Danimarca e Slovenia è che il remote work non appartiene soltanto alle politiche del personale. Può diventare una misura di resilienza economica quando energia e carburanti entrano in una fase di tensione. Ed è proprio questo il passaggio che oggi merita attenzione: non si sta tornando al lavoro da casa per nostalgia, ma perché il contesto internazionale impone strumenti rapidi, adattabili e meno costosi.

 
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