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Politica

Conte dice sì alla Tav. Di Maio: “Si esprimano le Camere”

Salvini: “Peccato per il tempo perso, adesso di corsa a sbloccare tutti gli altri cantieri fermi!”

Andrea Pranovi

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Il governo italiano dice sì alla Tav. Lo ha spiegato il premier Giuseppe Conte attraverso una diretta Facebook: “Sono intervenuti fatti nuovi di cui dobbiamo tenere conto – ha detto il presidente del Consiglio -, nella risposta che venerdì il governo dovrà dare per evitare la perdita dei finanziamenti europei. L’Europa si è detta disponibile ad aumentare il finanziamento. Per la tratta nazionale l’Italia potrebbe beneficiare del finanziamento del 50 per cento. Ulteriori finanziamenti saranno disponibili grazie all’impegno del ministro Toninelli, che ringrazio pubblicamente”.

“Se volessimo bloccare l’opera – ha aggiunto Conte – non lo potremmo fare, condividendo questo percorso con la Francia. Non potremmo confidare sul mutuo dissenso degli altri protagonisti, Francia e Europa. A queste condizioni solo il Parlamento potrebbe adottare una decisione unilaterale viste anche le leggi di ratifica adottate dalle Camere. La decisione di non realizzare l’opera non comporterebbe solo la perdita dei finanziamenti, ma anche tutti i costi derivanti dalla rottura dell’accordo con la Francia. L’impatto finanziario per l’Italia è destinato a cambiare per l’apporto della Unione europea e potrebbe ulteriormente ridursi con la Francia. Il governo italiano è impegnato con la massima attenzione per questo nuovo riparto che non è ancora garantito. I fondi europei sono soltanto per il Tav, non realizzarlo costerebbe molto più che completarlo”.

Immediata la reazione del vicepremier Matteo Salvini: “La Tav si farà, come giusto e come sempre chiesto dalla Lega. Peccato per il tempo perso, adesso di corsa a sbloccare tutti gli altri cantieri fermi!”. Di diverso avviso l’altro vicepremier Luigi Di Maio: “Rispetto Conte, ma per il Movimento 5 Stelle l’opera è dannosa. Si esprimano le Camere”.

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Andrea Pranovi è giornalista e conduttore radiofonico. Dal lunedì al sabato dalle ore 7 alle 10 è in diretta con "Buongiorno Roma" su Radio Roma Capitale. Dottore di Ricerca in Scienze della Comunicazione, è Cultore della materia in Innovazione e analisi dei modelli di giornalismo presso il Dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale della Sapienza. È autore del volume "Informazione capitale. L’agenda setting nei media locali romani" (Aracne, 2016) e di diversi saggi pubblicati in riviste scientifiche.

Politica

Governo, alla ricerca dei “responsabili”: che un tempo…

Il Pd vuole rimpiazzare Iv con parlamentari “democratici” che sostengano Conte: ma, quando era all’opposizione di Berlusconi, parlava di corruzione e mercato delle vacche

Mirko Ciminiello

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Giuseppe Conte e Matteo Renzi. Foto dal sito dell'Huffington Post

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti titoli e le seguenti dichiarazioni inerenti la possibile crisi del Governo Berlusconi IV (che per la cronaca resta l’ultimo esecutivo votato dal popolo in teoria sovrano), risolta poi con l’appoggio di transfughi quali gli ormai antonomasici Razzi e Scilipoti:

a) «La compravendita dei parlamentari è corruzione» (l’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani, 28 settembre 2010).

b) «Le notizie di compravendita di deputati da parte della maggioranza fanno pensare non solo a uno scandalo ma addirittura a un reato di corruzione» (ancora Pier Luigi Bersani, 9 dicembre 2010).

c) «Fiducia: peggio di Tangentopoli» (Famiglia Cristiana, 9 dicembre 2010).

d) «Scandalo in Parlamento» (Massimo Giannini, La Repubblica, 11 dicembre 2010).

e) «Libero voto in libero mercato» (L’Unità, 11 dicembre 2010).

f) «Comunque vadano le votazioni, questa crisi sarà certificata. O pensano di risolverla con la compravendita di qualche voto, con pratiche vergognose che fanno arrossire l’Italia davanti a tutte le democrazie del mondo? Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna!» (sempre Pier Luigi Bersani, 11 dicembre 2010).

g) «L’immoralità del mercato in Parlamento» (Raffaele Cantone, Il Mattino, 13 dicembre 2010).

h) «Ha vinto l’Italia peggiore» (Antonio Padellaro, Il Fatto quotidiano, 14 dicembre 2010).

i) «Il silenzio della democrazia» (Stefano Rodotà, La Repubblica, 14 dicembre 2010).

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da paragoni facciali dalla bizzarra rima con “mulo”, la seguente dichiarazione rilasciata via Facebook il 16 febbraio 2020 da Goffredo Bettini, consigliere e spin doctor dell’attuale segretario dem Nicola Zingaretti: «C’è invece la possibilità, certamente allo stato attuale tutta da costruire, di sostituire Italia Viva con parlamentari democratici (in quanto non sovranisti, illiberali e autoritari) pronti a collaborare con Conte fino alla fine della legislatura. Penso anche che, in questo scenario, nel Parlamento si aprirebbe una riflessione perfino nel gruppo renziano. Si deve lavorare subito, dunque, per allargare la maggioranza che sostiene il premier rendendo scarica la minaccia della crisi».

Il candidato potrà avvalersi anche delle seguenti lepidezze vergate il 19 marzo 2013 da Marco Travaglio sul Fatto quotidiano:

1) «Per vent’anni, se uno passava da destra a sinistra era un “ribaltonista”, mentre se passava da sinistra a destra era un “responsabile”».

2) «Quando B. avvicinava uno a uno gli oppositori per portarli con sé, era “mercato delle vacche”, “compravendita”, “voto di scambio”. Se Bersani sguinzaglia gli sherpa ad avvicinare i grillini uno a uno, è “scouting” e odora di lavanda».

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Politica

Governo, il muro contro muro Conte-Renzi preoccupa Mattarella

Sulla prescrizione rischio “crisi di San Valentino”. Il Premier: “Iv chiarisca, se sfiducia Bonafede traggo conseguenze”. L’ex Rottamatore: “Che fai, ci cacci?”

Mirko Ciminiello

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Giuseppe Conte e Matteo Renzi. Foto dal sito dell'Huffington Post

Il senso della gravità del momento lo ha dato un retroscena del Corsera sulla telefonata intercorsa tra il bi-Premier Giuseppe Conte e il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: che avrebbe condiviso con l’ex Avvocato del popolo la preoccupazione per «la forte destabilizzazione del Governo» causata dai continui affondi di Italia Viva sul tema della riforma della prescrizione. Fibrillazioni che hanno portato più di un elemento dell’attuale maggioranza rosso-gialla a evocare la crisi (di San Valentino) con conseguente ritorno alle urne.

E tuttavia, a ennesima riprova che, come argutamente sentenziato in tempi non sospetti da Ennio Flaiano, «la situazione politica in Italia è grave ma non è seria», la drammaticità degli eventi viene sistematicamente stemperata dalla vena istrionica dei protagonisti. A partire dai sobri ragionamenti del Presidente del Consiglio che, con l’aplomb tipico della carica che ricopre, ha fatto sottilmente intendere di considerare quello di Iv un atteggiamento «surreale e paradossale», che ci si «aspetterebbe da un partito di opposizione che fa un’opposizione aggressiva e anche un po’ maleducata».

Il Capo del Governo parlava dopo l’annuncio autoreferenziale che i Ministri renziani avrebbero disertato il Cdm destinato ad approvare la riforma del processo penale, contenente anche l’ormai famigerato lodo Conte-bis (che non prende il nome da Giuseppi, bensì dal suo omonimo deputato di LeU Federico). Assenza ingiustificata, secondo il BisConte, che ha morigeratamente affermato che «Iv debba darci un chiarimento, ma non a me, a tutti gli Italiani. I ricatti non sono accettati da nessuno».

A stretto giro di posta era arrivata l‘altrettanto condiscendente replica di Matteo Renzi, di cui si può immaginare la fatica nel doversi sottrarre ai proverbiali silenzi: «Il Presidente del Consiglio non può dire “assenza ingiustificata”. Perché non è il preside di una scuola». Poi la stoccata: «Tu puoi cambiare maggioranza, caro Presidente del Consiglio. Sai come farlo, perché lo hai già fatto», e noi «ti daremo una mano».

Concetto ribadito qualche ora dopo a mezzo social: «Se il Premier vuole cacciarci, faccia pure: è un suo diritto! E Conte è il massimo esperto nel cambiare maggioranze. Se invece vogliono noi, devono prendersi anche le nostre idee. Alleati, non sudditi». La riedizione, a distanza di un decennio, del celebre “Che fai, mi cacci?” di finiana memoria.

All’interno di questo amabile idillio, comunque, l’ex Rottamatore ha chiarito, rivolgendoglisi direttamente, che il suo obiettivo non è il Premier: «Noi non ti abbiamo chiesto di aprire la crisi, ti abbiamo chiesto: apri i cantieri, sblocca le infrastrutture». E vanno forse in questa direzione anche le dichiarazioni di non meglio precisate “fonti renziane di primo piano” secondo cui Italia Viva sarebbe disposta a votare la riforma del processo penale anche con la fiducia.

Alla carota, però, è stato lo stesso senatore di Rignano ad alternare il bastone, forte anche di un recente sondaggio secondo cui il suo punto di vista è condiviso da oltre il 50% degli Italiani: «La posizione del lodo Conte è incostituzionale secondo i principali esperti» la sua argomentazione. «Questa per noi è una battaglia culturale. Non molleremo di un solo centimetro. Il Pd ha scelto di seguire i grillini, noi abbiamo scelto di seguire le persone competenti: avvocati, magistrati, esperti della materia».

Per Iv è incomprensibile il fatto che il Partito Democratico difenda la legge Bonafede anziché tornare alla precedente, firmata dall’allora Guardasigilli – e attuale vicesegretario dem – Andrea Orlando. Tanto che Renzi ha ironizzato: «Ho come l’impressione che i riformisti del Pd non abbiano compreso che cosa ci sia scritto dentro il Lodo Conte. Appena lo leggeranno e lo capiranno ci sarà da divertirsi».

Chi si divertirà meno è il Ministro della Giustizia corrente, il pentastellato Alfonso Bonafede, per cui i renziani hanno già pronta una mozione di sfiducia individuale che potrebbe anche essere anticipata, rispetto al periodo aprilino originariamente indicato, a metà marzo (guarda caso, appena prima del referendum sul taglio dei parlamentari). «Sarebbe qualcosa di illogico e irrazionale, ma ne trarrei le conseguenze» ha sibilato preventivamente Giuseppi.

Un’ipotesi che, in ogni caso, non spaventa l’ex Rottamatore, secondo cui «ci sono tre possibilità: la prima è che il Governo si metta a lavorare e vada avanti, la seconda è che il Governo apra la crisi e ci sarà un altro Governo ancora e la terza è che si vada a votare. Io sono disponibile a tutte e tre». E forse anche per questo sembra che Conte abbia ammesso con Mattarella che «la rottura è a un passo».

In tutto questo bailamme, è forse utile notare che lo spread – il differenziale con il rendimento dei titoli di Stato tedeschi, nonché spauracchio ancestrale degli antropologicamente superiori – si sta mantenendo costantemente attorno ai 130 punti base, ai minimi dal maggio 2018: e anche questo è un segnale. Per il Capo dello Stato, almeno.

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Politica

Riforma prescrizione, tra Conte e Renzi è scontro al calor bianco

Iv diserta il Cdm sulla giustizia, ira del Premier: “Non accettiamo ricatti”. L’ex Rottamatore: “Se vuole cambiare maggioranza gli do una mano”. Crisi imminente?

Mirko Ciminiello

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Alfonso Bonafede e Matteo Renzi. Foto dal sito de Il Fogliettone

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti titoli inerenti il nuovo capitolo dello scontro tra i renziani di Italia Viva e il trittico M5S-Pd-LeU a proposito della riforma della prescrizione messa a punto dal Guardasigilli grillino Alfonso Bonafede, anche nota per gli amici come “fine processo mai”:

a) «Prescrizione, le ministre di Italia Viva disertano il consiglio dei ministri. Orlando: in caso di crisi ci sono le elezioni» (La Repubblica. Minaccia che forse sarebbe più efficace se il Pd non avesse detto la stessa cosa dopo le dimissioni del Governo Conte semel).

b) «Conte: “Italia viva fa opposizione maleducata. Non accettiamo ricatti”. Renzi: “Vuole cambiare maggioranza? Lo faccia”. Telefonata premier-Quirinale» (Il Fatto Quotidiano. Si sente proprio l’aria di San Valentino).

c) «A un solo voto dall’incidente» (Huffington Post, che nel sottotitolo aggiunge: «Continua la battaglia sulla prescrizione. Le ministre renziane disertano il Cdm. In commissione Giustizia Iv vota ancora con l’opposizione, crisi sfiorata di un soffio». A quella di nervi invece ci siamo arrivati da un pezzo).

d) «Teresa Bellanova e Bonetti disertano il Cdm sul lodo Conte-bis, verso la crisi. Il Pd: “Come Bertinotti”» (Libero. Curiosa questa evoluzione degli insulti in via del Nazareno).

e) «Prescrizione, il governo si arrende. Le ministre di Italia Viva non vanno in Cdm» (La Stampa. Ormai lo abbiamo scritto talmente tante volte che sono diventate delle ministre riscaldate).

f) «Prescrizione, Italia Viva rompe: pronto a disertare il Cdm» (Il Giornale. Probabilmente, dal punto di vista di Giuseppi non c’era bisogno di proseguire oltre la prima frase).

g) «Prescrizione, Bonafede: “Italia Viva diserta il Cdm? Eh vabbè”» (it. Certo che una tale dichiarazione da statista fa rivalutare lo sprezzante «ex DJ» rivoltogli dal fu Rottamatore a livelli da Nobel per la Letteratura).

Ciò posto, il candidato commenti, evitando per quanto possibile di mettersi le mani nei capelli, la seguente dichiarazione del segretario dem Nicola Zingaretti, secondo cui non vi sono «elementi per dire che siamo in presenza o alla vigilia di una crisi».

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Politica

Processo Salvini, via libera del Senato: che consegna ai giudici le chiavi della democrazia

Sul caso Gregoretti la maggioranza vota per mandare alla sbarra il leader dell’opposizione: una scelta miope che distrugge la separazione dei poteri e rende la magistratura padrona della politica

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito de La Repubblica

«Siamo al crepuscolo della democrazia». Così, citando Montesquieu, Giulia Bongiorno, senatrice leghista e legale del segretario del Carroccio Matteo Salvini, ha arringato i colleghi di Palazzo Madama durante il dibattito sul caso Gregoretti. Una discussione che, era il ragionamento, va ben oltre la circostanza contingente della richiesta, da parte del Tribunale dei Ministri di Catania, di processare l’ex titolare del Viminale per sequestro di persona in relazione ai 131 migranti che, lo scorso luglio, furono trattenuti sulla nave della Marina Militare italiana per tre giorni.

«Qui da una parte abbiamo un Ministro, dall’altra il potere giudiziario che lo vuole processare. La legge però dice che i giudici siamo noi senatori, se non lo capiamo non capiamo nulla» ha tuonato la Bongiorno, aggiungendo che «da un po’ di tempo il Parlamento sta scappando da alcune sue responsabilità, quasi che ci vergognassimo delle nostre funzioni. Stiamo svuotando di valore le nostre funzioni».

L’appello, com’era prevedibile, è caduto nel vuoto. Troppo forte, per la maggioranza rosso-gialla, la tentazione di provare ancora una volta a «eliminare il suo avversario per via giudiziaria», come da stoccata del Capitano: e del resto, Oscar Wilde sosteneva che «l’unico modo per resistere alle tentazioni è cedervi».

Via dunque l’ipocrita maschera da garantisti un tanto al chilo che, per esempio, il segretario dem Nicola Zingaretti aveva indossato un mese fa affermando che «gli avversari politici si sconfiggono con la politica e non con le manette». O quella del leader di Italia Viva Matteo Renzi, che sulla riforma della prescrizione continua ad accusare il Pd di piegarsi al giustizialismo grillino, salvo poi votare a sua volta per mandare in tribunale l’ex Ministro dell’Interno «anche se fatico a vedere un reato» ha precisato.

Sta tutta qui la differenza antropologica e culturale tra i protagonisti. «Gli avversari si battono, in democrazia, alle urne e non nelle aule dei tribunali. Questo insegna la nostra storia e la storia della democrazia» ha ricordato Salvini. «Io mai nella vita chiederò che siano i giudici a giudicare Conte, Zingaretti o Di Maio. Il giudizio che conta è quello del popolo».

È vero, lo stesso leader leghista aveva chiesto di essere processato. Lo ha ribadito in Senato, dopo aver precisato di aver agito per difendere la Patria: sono stufo «di impegnare quest’Aula con il caso Diciotti, Gregoretti, Open Arms e chissà quanti altri ne arriveranno su una questione per me talmente ovvia. Chiariamo una volta per tutti davanti ai giudici se ho fatto il mio dovere o sono un sequestratore».

La Lega, in ossequio a questa linea, non ha partecipato alla votazione, a cui non ha presenziato neppure il Governo. Non era tenuto a farlo, ma non ha certo dimostrato un coraggio leonino.

Quello che servirà – e per davvero – se, in un futuro attualmente inimmaginabile, la miopia della scelta di oggi dovesse ritorcersi contro chi l’ha voluta compiere a ogni costo. Perché «la ruota gira» ha ammonito Pierferdinando Casini. «Quello che capita a Salvini può capitare a Zingaretti domani o a qualcun altro».

Ed è proprio questo il punto focale della questione: una volta che, per meri e meschini calcoli elettorali (che oltretutto potrebbero rivelarsi un boomerang di per sé), la politica abdica in favore della magistratura, rendendo le toghe i veri e assoluti padroni della democrazia – non c’è marcia indietro.

In gioco, cioè, non c’era solamente il destino del Capitano, bensì l’autonomia della politica, la separazione e l’indipendenza dei poteri costituzionali. Ciò a cui gli azionisti di maggioranza del BisConte hanno pavidamente rinunciato per l’avita incapacità di coagulare consensi, rischiando di aver creato un mostro infinitamente peggiore.

Ed è così, come notava già il personaggio di Padmé Amidala in Star Wars: Episodio III – La vendetta dei Sith, «che muore la libertà: sotto scroscianti applausi». Complimenti vivissimi.

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Politica

Prescrizione, nel Governo una partita a poker che sta premiando Renzi

Il Governo rinuncia alla fiducia sulla legge Bonafede, esulta Iv mentre il M5S avverte: “Indietro non si torna”. Ma qualcuno dovrà perdere la faccia, o tutti perderanno la poltrona

Mirko Ciminiello

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Alfonso Bonafede e Matteo Renzi. Foto dal sito di Novaradio

Più che a schermaglie politiche, sulla prescrizione sembra di star assistendo a una partita di poker. Un gioco d’astuzia, snervante e spietato, fatto di continue mosse e contromosse, bluff e colpi di scena – che potrebbe avere in palio la sopravvivenza stessa del Governo Conte bis: e che, in ogni caso, non potrà, metaforicamente parlando, concludersi senza vittime.

Gli schieramenti sono ormai arcinoti: da un lato ci sono i tre quarti della maggioranza rosso-gialla, vale a dire M5S, Pd e LeU, strenui sostenitori della legge che porta il nome del Guardasigilli pentastellato Alfonso Bonafede e mira ad annullare l’istituto giuridico che estingue i procedimenti giudiziari in caso di eccessiva durata (eccezion fatta per determinati reati); dall’altro lato c’è Italia Viva, la quarta gamba dell’esecutivo, che non vuol neppure sentir parlare di una misura che potrebbe trasformare i cittadini «in imputati a vita», minaccia sfracelli in Parlamento e replica colpo su colpo.

Come quando da Palazzo Chigi erano evidentemente convinti di aver segnato un punto a proprio favore, facendo trapelare l’idea di inserire l’accordo di maggioranza, il cosiddetto “lodo Conte bis” (che non prende il nome da Giuseppi, bensì dall’omonimo deputato di LeU Federico) nel Decreto Milleproroghe e poi porre la fiducia sul provvedimento: neppure i renziani, era il ragionamento, sarebbero stati così masochisti da provocare una crisi di Governo, soprattutto nell’imminenza di un’importante serie di nomine nelle grandi aziende pubbliche. Ma gli azionisti di maggioranza del BisConte non avevano fatto i conti con l’ex Rottamatore e con la sua passione per Niccolò Machiavelli.

È stato da una riunione straordinaria del suo gruppo parlamentare che Matteo Renzi ha dettato la linea: nessun voto di fiducia, se l’esecutivo avesse persistito in quella che era considerata una provocazione, Iv sarebbe uscita dall’Aula o si sarebbe astenuta per non far cadere il Governo ma, un minuto dopo, avrebbe presentato una mozione di sfiducia individuale contro il Ministro della Giustizia.

«Nessuno vuol far cadere il Governo ma non accetteremo mai di diventare grillini. Meno che mai sulla giustizia» ha tuonato via social l’ex Presidente del Consiglio. «La legge Bonafede cambierà. Come e quando cambierà dipende dalle arzigogolate tattiche parlamentari. Ma nella sostanza: noi non ci fermeremo» perché il lodo è incostituzionale.

Apriti cielo. Il Pd, confermando la storica vocazione a non rispondere mai nel merito delle argomentazioni, ha accusato i fuoriusciti di essere «diventati estremisti che frammentano il nostro campo e fanno un favore a Salvini»: così il segretario Nicola Zingaretti, con un attacco che poi non sarebbe altro che la versione contemporanea della tanto amata reductio ad Hitlerum.

Nel frattempo, tanto i dem che il MoVimento precisavano che la sfiducia nei confronti di un Ministro, da parte di un partito di maggioranza, equivale a sfiduciare l’intero esecutivo. E anche il bi-Premier Giuseppe Conte, secondo indiscrezioni, si sarebbe detto stufo dei diktat destabilizzanti di Iv. Che, però, non è arretrata di un passo.

«Se qualcuno vuole mettere una bandierina e trasformare un partito riformista in un partito giustizialista, beh con Italia Viva ha sbagliato destinatario» si è sfogato in un’intervista televisiva l’altro Matteo, aggiungendo: «Dicono che io mi fermo per aspettare le nomine. Si vede che non mi conoscono». Insomma, après moi le déluge!

E la linea dura del senatore fiorentino ha svelato il bluff di Palazzo Chigi, confermato poi dal Ministro per i Rapporti col Parlamento Federico D’Incà: nessun emendamento sulla prescrizione sarebbe stato inserito nel Milleproroghe – e del resto sarebbe stato «del tutto estraneo per materia» al provvedimento, come evidenziato dal forzista Enrico Costa.

Una decisione accolta favorevolmente da Renzi, che ha cinguettato il proprio apprezzamento: più facile, dopo aver vinto l’ultima, faticosissima mano. Troppo presto, però, per parlare di distensione.

Italia Viva, col senatore Davide Faraone, ha rilanciato la proposta di un rinvio annuale della riforma, ipotesi che però si scontra con i propositi altrettanto bellicosi dei Cinque Stelle: «indietro non si torna, non con noi».

In effetti, tutte le parti si sono spinte troppo oltre per poter semplicemente far finta di nulla. Anche una dilazione potrebbe non servire a granché, se i problemi si dovessero poi ripresentare identici dopo dodici mesi – e nulla, al momento, lascia presagire il contrario.

Se così fosse, prima o poi qualcuno, inevitabilmente, dovrà perdere la faccia. Oppure tutti, nessuno escluso, perderanno la poltrona.

La partita di poker prosegue, come nella miglior tradizione di Casino royale. O, in un senso parodistico che probabilmente è più appropriato al contesto, di Casino totale.

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Cultura

Foibe, il monito di Mattarella: “Pulizia etnica, fu una sciagura nazionale”

Nel Giorno del Ricordo, duro richiamo del Capo dello Stato contro negazionismo e indifferenza. Ma ancora per molti quelle giuliano-dalmate sono vittime di serie B

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito di Open

Parce sepulto. Perdona chi è stato seppellito. L’invocazione virgiliana è sembrata risuonare a lungo nel Giorno del Ricordo delle vittime delle foibe e delle centinaia di migliaia di italiani, istriani, giuliani e dalmati costretti a lasciare le proprie terre per sfuggire ai massacri perpetrati dai partigiani comunisti di Josip Tito: data fissata dal Parlamento al 10 febbraio, quando nel 1947 vennero firmati i Trattati di pace di Parigi che assegnavano alla Jugoslavia gran parte dell’Istria e della Venezia-Giulia, oltre alle province di Zara e del Carnaro.

Il dramma però era iniziato con l’armistizio dell’8 settembre 1943, quando le milizie titine avevano avviato la barbara pratica di gettare all’interno degli inghiottitoi carsici centinaia di uomini, donne e bambini colpevoli solo di essere italiani. «Una sciagura nazionale alla quale i contemporanei non attribuirono – per superficialità o per calcolo – il dovuto rilievo». Parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha voluto lanciare un forte monito su una tragedia circoscritta, in senso strettamente cronologico, al secondo Dopoguerra: ma i cui effetti si sono in realtà protratti per decenni – e continuano a farsi sentire perfino ai nostri giorni.

I nostri connazionali sfuggiti all’eccidio, infatti, si ritrovarono di fronte a «comportamenti non isolati di incomprensione, indifferenza e persino di odiosa ostilità» come evidenziato dal Capo dello Stato. Esuli nella loro Madrepatria che per mezzo secolo ha preferito far finta di niente, nascondendo questa pagina orrenda della nostra Storia, imponendo quella che il predecessore di Mattarella, Giorgio Napolitano, chiamò «congiura del silenzio».

Troppo imbarazzante, per non dire impossibile, per una cultura repubblicana egemonizzata dal Pci, giustificare gli eccidi commessi dai compagni di ideologia. Meglio dunque far calare l’oblio sul fatto che fu la dittatura comunista a scatenare, come ha ricordato ancora il Presidente della Repubblica, «una persecuzione contro gli Italiani, mascherata talvolta da rappresaglia per le angherie fasciste, ma che si risolse in vera e propria pulizia etnica, che colpì in modo feroce e generalizzato una popolazione inerme e incolpevole».

Imbarazzo che, peraltro, permane ancora oggi, in quelle che Mattarella ha definito «piccole sacche di deprecabile negazionismo militante», che però trovano sponda in associazioni e sigle partitiche che continuano ad attuare una vera e propria resistenza ideologica: come accaduto a Dalmine, vicino Bergamo, dove un convegno organizzato dall’Anpi si è trasformato nella «summa del negazionismo», come riferito dal vicesindaco Gianluca Iodice che ha abbandonato il Teatro comunale (concesso gratuitamente) per dissociarsi dall’indegna iniziativa.

«Spiace che ci sia ancora qualcuno che ritiene che ci siano morti di serie A e morti di serie B e che questi Italiani siano un po’ “meno morti” perché morti per mano comunista» ha dichiarato il leader leghista Matteo Salvini. D’altra parte, storicamente bastava la semplice menzione delle stragi giuliano-dalmate per innescare, come una sorta di riflesso pavloviano, la reductio ad Ducem con cui anche oggi i “pronipoti rossi” pretendono di tacitare tutto ciò a cui non riescono a opporre delle valide argomentazioni.

Tipo i leoni da tastiera che hanno commentato il tweet commemorativo del sindaco dem di Firenze, Dario Nardella, con rabbia o con ironia: vaneggiando di propaganda nazifascista e paragonando i nostri martiri agli esodati.

Questo triste capitolo ha conquistato, «doverosamente, la dignità della memoria». Eppure, ha probabilmente ragione Mattarella quando afferma che ancora «oggi il vero avversario da battere, più forte e più insidioso, è quello dell’indifferenza, del disinteresse, della noncuranza» e, aggiungiamo, dell’ignoranza.

Non ci potrà essere, infatti, alcuna vera pacificazione, nessuna autentica convivenza civile né memoria condivisa finché persisterà la colpevole omertà di chi teme la verità della Storia. Verità che può far male, ma di certo rende liberi. Perdona loro, dunque, perché non sanno quello che fanno.

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Politica

Riforma prescrizione, l’ennesimo no di Renzi può affossare il Governo

L’intesa M5S-Pd-LeU bocciata dall’ex Rottamatore: “Hanno fatto male i conti”. Il Premier Conte stizzito avverte: “Ora basta rinvii”. E sfida Iv a votare contro il provvedimento

Mirko Ciminiello

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Alfonso Bonafede e Matteo Renzi. Foto dal sito di The Social Post

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti titoli inerenti il vertice di maggioranza sulla riforma della prescrizione targata Alfonso Bonafede, che ha portato a un’entente cordiale tra M5S, Pd e LeU e al gran rifiuto di Italia Viva:

a) «Scontro sulla prescrizione, accordo M5S-Pd-Leu: i renziani dicono no» (La Repubblica. L’accordo sarebbe sul cosiddetto “lodo Conte bis”, e magari l’ex Rottamatore fa i capricci solo perché pretende i proventi del copyright).

b) «Prescrizione, intesa Pd-M5S-Leu. Ma Renzi dice no: “Se ci voglion cacciare lo dicano”. Conte: “Basta rinvii”» (Corriere della Sera. Non è però del tutto chiaro se il fu Avvocato del popolo voglia accelerare sull’approvazione del provvedimento o sul siluramento di Iv).

c) «Prescrizione, Renzi: “Il governo non ha i numeri sull’accordo, io non lo voto. Trovano altri voti? Suggerirei prudenza”» (Il Fatto Quotidiano. L’evoluzione del celeberrimo “Stai sereno”).

d) «Prescrizione, ora Renzi minaccia l’appoggio esterno. Conte: votino contro» (La Repubblica. Più che altro si tratterebbe di una spinta verso il baratro).

e) «Matteo Renzi cerca la crisi: “Non voto l’accordo a tre sulla prescrizione. Il governo non ha i numeri”» (Libero. Però li dà, i numeri).

f) «Vertice sulla prescrizione. Maggioranza compatta: ora sono tutti contro Renzi» (La Verità. Ecco quali erano i termini dell’intesa rosso-gialla).

g) «Matteo Renzi: “Italia Viva farà cadere il governo? Assolutamente no. Ma sulla prescrizione hanno fatto male i conti”» (Huffington Post. E hanno pure sbagliato Conte, visto che il famigerato lodo non è di Giuseppi, bensì di Federico, deputato di LeU).

h) «Prescrizione, Renzi conferma il no all’accordo e accusa il Pd: “Cede al populismo dei 5 Stelle”» (Open. Il che dà la perfetta misura del Travaglio dei dem).

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da espressioni quali “faccia di… bronzo”, la seguente dichiarazione del bi-Premier Giuseppe Conte riportata da La Repubblica: «È stato trovato il punto più avanzato di mediazione».

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Politica

Impeachment Trump, la lezione americana ai dem, anche italiani

A ogni latitudine, la via giudiziaria per sovvertire gli esiti delle urne è perdente: negli Usa con The Donald come in Italia con Salvini. Il Pd nostrano prenda esempio dai fallimenti del Pd d’Oltreoceano

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito di Wikipedia

«Gli avversari politici si sconfiggono con la politica» ha sentenziato qualche settimana fa Nicola Zingaretti. Il segretario del Pd ce l’aveva con il leader leghista Matteo Salvini, anche se uno specchio sarebbe stato più appropriato.

In ogni tempo e a ogni latitudine, infatti, è il Partito Democratico (nelle sue varie accezioni nazionali) ad avere il monopolio della pratica di servirsi di vie, diciamo, alternative a quelle democratiche per sovvertire gli esiti delle urne quando questi lo vedono democraticamente sconfitto. Circostanza che si verifica in maniera sempre più costante, senza che ci si decida a imparare la lezione – a Roma come a Washington.

In tal senso, è emblematica la pantomima messa in scena negli U.S.A. dal partito dell’Asinello sulla «bufala dell’impeachment» contro il Presidente Donald Trump (cui appartiene il copyright dell’epiteto). Un autogol senza precedenti, per tutta una serie di motivi.

Il primo è il fatto che l’assoluzione del tycoon era scontata, dal momento che sarebbero serviti 67 senatori quando la Camera Alta è controllata dai Repubblicani: tra cui, alla fine, si è registrata una sola defezione, quella dell’ex candidato alle presidenziali Mitt Romney, e solo per un’accusa – quella di abuso di potere, non quella di aver ostacolato la giustizia.

C’era poi il dato Gallup secondo cui la maggioranza degli Americani era favorevole al proscioglimento di The Donald, che fa il paio con la rilevazione della sua popolarità, mai così alta: soprattutto in riferimento a due settori chiave quali la politica estera (con il raid che ha tolto di mezzo un terrorista come il generale iraniano Qasem Soleimani) e la politica economica (in cui Mr. President ha il gradimento più alto degli ultimi vent’anni circa).

En passant, i Democratici avevano anche dovuto ingoiare la figuraccia dei caucus in Iowa, uno Stato che ha un numero di abitanti appena superiore alla sola Roma, dove ci sono voluti quattro giorni per designare il vincitore delle primarie: il viatico ideale per governare una Nazione (e che Nazione!).

A monte, però, c’era qualcos’altro: il rifiuto di fare autocritica su una visione politica che gli elettori, volenti o nolenti, continuano a punire – diacronicamente e diatopicamente.

Un aspetto che anche in via del Nazareno continuano a ignorare, salvo poi dover fare i conti con la realtà ogni volta che il popolo ha facoltà di esprimersi. Salvo che, ovviamente, non si esprima secondo i desiderata dei caporioni, come avvenuto ad esempio in Emilia-Romagna: dove la vittoria di Stefano Bonaccini è stata salutata con inni e fanfare quando era solo il minimo indispensabile, che nulla toglie alla crisi profonda in cui versa il partito zingarettiano: crisi che è di idee, prima ancora che di voti (i quali sono del resto il riflesso delle prime).

Non è un caso che il Governo Conte-bis sia nato sul terrore che gli elettori consegnassero Palazzo Chigi allo spauracchio Salvini. E, visto che il consenso di quest’ultimo non accenna(va) a diminuire, ecco che è rispuntata l’avita via giudiziaria, nello specifico in relazione a casi come quello della nave Gregoretti.

Una strategia che rischia di trasformarsi nell’ennesimo boomerang, visto che gli Italiani, sul tema immigrazione, sono decisamente schierati sulle posizioni della Lega. Cosa che i dem sanno benissimo, al punto che, nell’imminenza delle Regionali, hanno preferito lasciare 400 migranti a bordo della Ocean Viking onde evitare contraccolpi: facendoli poi sbarcare dopo quattro giorni, guarda caso a risultato emiliano acquisito.

Eppure, questa serie (quasi) infinita di sconfitte qualcosa dovrebbe insegnare ai vari Partiti Democratici, autentici o nostrani che siano: per esempio, che il tentativo di usare il tintinnar di manette come una clava contro il successo altrui è perdente esattamente quanto quelle tornate elettorali che ne sanciscono, sistematicamente, la disfatta.

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Politica

Riforma prescrizione, e se venisse prescritto il Governo?

Continua il muro contro muro tra Bonafede e Renzi, che avverte: “Fermati, non hai i numeri”. Iv pronta a votare il ddl Costa, e col voto segreto la crisi potrebbe essere a un passo

Mirko Ciminiello

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Alfonso Bonafede e Matteo Renzi. Foto dal sito di Novaradio

Un’indiscrezione raccolta dal Corriere della Sera descrive il bi-Premier Giuseppe Conte esterrefatto e piuttosto seccato dalla piega che sta prendendo l’amabile dialogo tra il Movimento 5 Stelle e Italia Viva. Ne ha ben donde, perché il leader di Iv Matteo Renzi potrebbe aver deciso cosa fare da grande: il che si può ben tradurre, praticamente per tutti i Capi del Governo in carica, nell’ormai proverbiale “stai sereno”.

L’ex Avvocato del popolo non fa eccezione, e infatti vede la poltrona di Palazzo Chigi sempre più traballante a causa della vexata quaestio della riforma della prescrizione targata M5S. Per questo, probabilmente, la terza gamba dell’alleanza di Governo, il Partito Democratico, confida che alla fine il BisConte riuscirà a erigere un ponte tra i due muri, ottenendo anche, per eterogenesi dei fini, di evitare ai dem l’obbligo di assumere una posizione netta su un argomento spinoso come il “fine processo mai”: su cui in via del Nazareno cercano disperatamente di destreggiarsi – o meglio sinistreggiarsi – tra le concessioni al giustizialismo grillino e il terrore che l’ex segretario ribelle faccia saltare il banco, con la prospettiva di consegnare l’Italia al centrodestra a trazione leghista.

Ipotesi che appare ogni giorno più concreta, stante il persistente idillio all’interno dell’esecutivo rosso-giallo: con l’ex Rottamatore che si è detto certo che gli alleati-nemici dovranno cedere, evocando addirittura una mozione di sfiducia, e il Guardasigilli Alfonso Bonafede che ne ha nuovamente paragonato le dichiarazioni a delle vere e proprie minacce.

Del resto, sull’iter della norma che, annullando la prescrizione, trasforma potenzialmente qualunque cittadino in un imputato a vita, gli ostacoli sono numerosi, anche se tutti riconducibili a un solo fattore: il ddl Costa, la proposta di legge di Forza Italia volta a ripristinare lo status quo che i renziani hanno già annunciato di essere pronti a votare.

Il 24 febbraio, salvo ulteriori rinvii, il provvedimento firmato dall’ex Ministro azzurro Enrico Costa approderà alla Camera, dove è già stato ventilato il ricorso al voto segreto: manovra che, nel caso la maggioranza dovesse riuscire a spuntarla a Montecitorio, verrebbe quasi sicuramente riproposta a Palazzo Madama, dove i numeri della maggioranza sono decisamente più risicati.

L’altro Matteo lo sa perfettamente, ed è per questo che ha invitato di nuovo il Ministro della Giustizia a ponderare bene le sue prossime mosse. «Fermati finché sei in tempo, perché noi in Parlamento votiamo contro la follia della prescrizione» lo aveva del resto già esortato durante l’Assemblea nazionale di Italia Viva. «Senza di noi non avete i numeri al Senato, forse neanche alla Camera».

La crisi di Governo, insomma, potrebbe davvero essere imminente, anche se non significherebbe necessariamente la fine della legislatura e il ritorno anticipato alle urne. «Non voglio cambiare il Premier, ma voglio che il Premier cambi passo» ha infatti affermato Renzi aggiungendo che Conte deve iniziare a governare per davvero.

Del resto, non è un segreto che Italia Viva abbia bisogno di tempo per consolidarsi e, possibilmente, tirare su le percentuali anemiche attribuitele dai sondaggi. D’altronde, l’indizione del referendum sul taglio dei parlamentari al 29 marzo restringe gli spazi di manovra dell’ex segretario Pd, a cui non conviene tornare al voto quando ci saranno molti seggi in meno da poter offrire.

Ecco perché, sommando due più due, si respira un clima da resa dei Conte: e i fanatici del blocco della prescrizione potrebbero essere i primi a ritrovarsi prescritti.

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Politica

Prescrizione, il M5S come chi va contromano in autostrada

Bonafede riesce a unire nella protesta avvocati e magistrati, per cui la riforma del “fine processo mai” è incostituzionale. Ma Crimi tira dritto: “Se incontriamo resistenze siamo sulla strada giusta”

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito de Il Mattino

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti fatti e le seguenti dichiarazioni inerenti la riforma Bonafede sull’annullamento della prescrizione che, bloccando l’estinzione delle cause per eccesso di durata una volta emessa la sentenza di primo grado, instaura de facto il regime del “fine processo mai”:

a) «La riforma del regime della prescrizione, che la sospende dopo il primo grado, “presenta rischi di incostituzionalità” e “viola l’art. 111 della Costituzione, con il quale confligge, quanto agli effetti, incidendo sulla garanzia costituzionale della ragionevole durata del processo”. Lo sottolinea nella relazione per l’Anno giudiziario a Milano il Procuratore generale, Roberto Alfonso» (ANSA. I giustizialisti grillini messi k.o. dalla nostra Carta fondamentale: ecco come spiegare la dantesca legge del contrappasso con un singolo Travaglio).

b) «Prescrizione, protesta degli avvocati: a Napoli legali in manette ad inaugurazione anno giudiziario» (RaiNews, che nel sottotitolo ha aggiunto: «Gli avvocati, in toga, sono entrati ammanettati nella Sala dei Baroni, nel Maschio Angioino, dove si svolge la cerimonia, in aperta polemica con la riforma Bonafede». Non è dato sapere se poi siano stati affrancati).

c) «Una quarantina di avvocati della Camera penale di Milano hanno sfilato mostrando cartelli con gli articoli della Costituzione come forma di protesta contro la riforma della prescrizione. “Abbiamo indicato tre articoli della Costituzione: il 24 che è per il diritto di difesa, il 27 che è la presunzione di non colpevolezza è il 111 che è il giusto processo”» (Open, riportando le parole dell’avvocato Giovanni Briola, del direttivo della Camera Penale. Immaginiamo lo stupore del Guardasigilli pentastellato Alfonso Bonafede: ma la Settimana della Moda non iniziava il 18 febbraio?).

d) «Lo dico a Bonafede: fermati finché sei in tempo, perché noi in Parlamento votiamo contro la follia della prescrizione. Patti chiari, amicizia lunga. Senza di noi non avete i numeri al Senato, forse neanche alla camera. Rifletteteci bene. Non voto la barbarie sulla prescrizione, io voto civiltà» (il leader di Italia Viva Matteo Renzi dal palco di Cinecittà dove si stava tenendo l’Assemblea nazionale del suo partito. Appena il giorno prima aveva giurato «appoggio totale al Governo», a conferma che il bi-Premier Giuseppe Conte può proprio stare sereno).

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da termini quali “ricovero”, la seguente dichiarazione del neo-capo politico del M5S Vito Crimi, che in pratica è come se si vantasse di andare contromano in autostrada: «Sapevamo che avremmo potuto incontrare forti resistenze ed è ciò che sta accadendo. Significa che siamo sulla strada giusta».

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Politica

Politica, il Premier Conte e le supercazzole ittiche

I pesciolini, dopo aver precisato di non aver nulla da insegnare, dettano arrogantemente l’agenda al Governo: e il centrodestra vola

Mirko Ciminiello

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Giuseppe Conte. Foto dal sito del Governo

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri i seguenti titoli inerenti la missiva ittica recapitata a colpi di pinne caudali al bi-Premier Giuseppe Conte, in cui l’ammissione «non abbiamo nulla da insegnare» è l’unica parte che esula dall’abituale supercazzola:

a) «Sardine, un’agenda per Conte: “Sud, sicurezza e dignità”» (La Repubblica, che nel sottotitolo riportava stralci dell’epistola: “Ci piacerebbe trovare con Lei i fili giusti, per tessere percorsi e provare a sciogliere nodi”, che più che sardine li fa sembrare sartine; “accesso a una istruzione di qualità”, che se è quella che ha prodotto loro, meglio una dignitosa ignoranza; “Non presentiamo conti da saldare”, solo Conte da saldare).

b) «Governo, le Sardine suggeriscono l’agenda a Conte: Sud, sicurezza e dignità» (Tgcom24, aggiungendo nel sottotitolo la seguente dichiarazione programmatica: “Saremo i primi a pagare le tasse perché le abbiamo sempre pagate”. Quando la carenza nella consecutio temporum è annichilita dai deficit di logica).

c) «Il diktat delle Sardine a Conte “Cosa deve fare il governo”» (Il Giornale. Oseremmo ipotizzare che lo sa il Governo).

d) «Sardine, la lettera a Conte: “Siamo a disposizione della buona politica”» (Open. E che c’entra Giuseppi?).

e) «Lettera delle Sardine a Conte: “C’è sete di partecipazione. Costruiamo insieme un’Italia migliore”» (Fanpage. E niente, questa fa già abbastanza ridere di suo).

Ciò posto, il candidato provi a spiegare l’imponderabile ragione per cui, in base ai sondaggi più recenti, Il Giornale può titolare come segue: «Centrodestra col turbo: adesso vola al 50%».

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Politica

Italia e Olocausto, la scomoda verità occultata dal Rapporto Eurispes

Allarme per l’aumento di quanti negano la Shoah, ma si omette che appartengono soprattutto a un versante politico: perché è quello opposto rispetto alla narrazione mainstream

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito di Open

Test per l’esame di giornalismo. Il candidato consideri il seguente florilegio di titoli e sottotitoli inerenti il Rapporto Eurispes 2020 sul nostro Paese che, tra le altre cose, ha rilevato l’aumento del numero di Italiani secondo cui la Shoah non sarebbe mai esistita:

a) «Antisemitismo, Eurispes: gli italiani che pensano che la Shoah non sia mai avvenuta sono aumentati di 7 volte in 15 anni» (Il Fatto Quotidiano, con sottotitolo parziale atto a solleticare la recente prurigine buonista per l’idiosincrasia – altrui, ça va sans dire: «Secondo il “Rapporto Italia 2020” per uno su 3 gli atti recenti di discriminazione contro gli ebrei sono “bravate” per “provocazione” o “scherzo”. Per 3 su 5 sono conseguenze di un diffuso linguaggio di odio e razzismo»).

b) «Indagine Eurispes: il 15,6% crede che la Shoah non sia mai esistita, erano il 2,7% nel 2004» (La Repubblica, con sottotitolo parziale volto a insinuare un collegamento con le istanze sociopolitiche maggiormente avversate in via Cristoforo Colombo: «Presentato il ‘Rapporto Italia’ 2020: diminuiti del 10% gli italiani favorevoli allo Ius Soli e uno su due si sente sicuro nella propria città»).

c) «Il virus dell’odio» (il Manifesto, con sottotitolo che nemmeno allude, esplicita direttamente: «Il Rapporto Eurispes 2020 registra il boom dei negazionisti dell’Olocausto. Nel 2004 erano il 2,7%, adesso sfiorano il 16%. E una percentuale di italiani ancora più alta giustifica razzismo e odio contro i migranti. È l’effetto della propaganda politica»).

d) «Cresce in Italia il numero di chi nega l’olocausto: l’antisemitismo nel rapporto Eurispes» (RaiNews, con sottotitolo parziale che titilla ossessioni avite: «Per un italiano su 5 Mussolini “grande leader che ha solo commesso qualche sbaglio”»).

e) «“Shoah mai esistita. Antisemitismo? Il vero problema sono i migranti”: così gli italiani secondo Eurispes» (Blitz Quotidiano, che torna nel campo dei sottintesi).

Ciò posto, il candidato commenti, prescindendo da termini quali “pagliacci” o “prezzolati”, il seguente, minuscolo dettaglio ulteriormente contenuto nel Rapporto Eurispes: «La credenza che la Shoah non abbia mai avuto luogo vede il picco di intervistati “molto” d’accordo tra chi si riconosce politicamente nel Movimento 5 Stelle (8,2%), concordi complessivamente nel 18,2% dei casi; la più alta percentuale di soggetti concordi (abbastanza o molto) si registra però tra gli elettori di centrosinistra (23,5%). I revisionisti risultano più numerosi della media a sinistra – per il 23,3% l’Olocausto degli ebrei è avvenuto realmente, ma ha prodotto meno vittime di quanto si afferma di solito – ed al centro (23%), meno a destra (8,8%)».

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