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Comunicare davvero per non finire in rotta di collisione

In ogni settore della società, politica quanto familiare sembra prevalere chi grida di più, chi esprime con toni e azioni violente, una verbalità inconsistente ma capace di prendere posizione oltre tutto e tutti – arroccandosi come vedetta e padrona effimera dell’universo.

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La nostra è una società in cui grandissima parte della comunicazione, anche la più essenziale ed emotiva, si distende attraverso piattaforme mediatiche Whatsupp, Instagram, Facebook, non più strettamente umane. Barriere saltate, stravolte dal progresso, ma con esse è crollata anche una genuina umanità fatta di dialogo consistente e semplice ma efficace visibilità.

Mentre dunque i rapporti tra esseri umani si sviluppano sempre più in circoli simulati, viziosi ed apparenti, ossia virtualmente, ad irrompere e prevalere sul panorama dell’informazione istituzionale è una pura e dura fisicità, una comunicazione ormonale, costruita su decibel edulcoranti ed assordanti, gesti simbolici e slogan praticamente vuoti ma d’effetto: una verità precaria e oggettivamente violenta.

L’improvviso e provvisorio, il massiccio prima che l’autorevole, l’apparente oltre il sensato e provato – assurgono a vero ed attendibile come un’inossidabile forzatura. Di contro alla leggerezza mai superficiale delle idee, del concetto e delle riflessioni umane, mutabili ma sempre in progress perché sviluppatesi con cognizione di causa e con una naturale fatica cerebrale.

Il sacrificio delle idee.

In ogni settore della società, politica quanto familiare sembra prevalere chi grida di più, chi esprime con toni e azioni violente, una verbalità inconsistente ma capace di prendere posizione oltre tutto e tutti – arroccandosi come vedetta e padrona effimera del palcoscenico .

Il paradigma è nel presente contesto Covid, dove l’uso della mascherina, i numeri sui contagi, sui ricoveri o persino quello dei morti, come le definizioni e livelli dello stato di emergenza, delle misure e forme di lockdown, sono istituti che andrebbero analizzati con metodologie coinvolgenti, su basi interpersonali, con argomenti e ragionamenti.

O come anche nel contesto mediatico numero uno tra i due opponenti per la carica di Presidente degli Stati Uniti d’America: Trump e Biden: due contrastanti, opposte, inconciliabili visioni che stanno irrimediabilmente spaccando in due l’America, anche solo sull’uso della mascherina e le polemiche che ne scaturiscono.

In realtà, a causa della fisicità della comunicazione violenta e materialistica, dove sbattere il pugno sul tavolo comporta mandare in tilt il fuso che illumina il cervello, i media sono inondati quotidianamente da casi conflittuali usa e getta, a senso unico.

Prevale nello strumento comunicativo odierno, la mancanza di dialogo che dovrebbe accompagnarlo, prevale a mani basse l’egoismo consumistico della parola e del gesto sprezzante fine a sé: diretto ed efficace come quando Trump sale sulla terrazza della casa Bianca e getta via la mascherina. Un gesto che non coinvolge l’uomo a confrontarsi verso la ricerca della verità, che sia pure, senza pretesa, almeno la più probabile. Un gesto di disprezzo.

Basta di conseguenza una scintilla – in ogni campo – per far accendere una polemica, esplodere una guerra inutile e dannosa per tutti.

Se oggi invece riuscissimo a scorgere nell’altro, non un banale opponente, un nemico – come il territorio ostile da conquistare ed abbattere per apporvi la nostra bandierina, (o meglio la nostra mascherina…) quanto un individuo con cui costruire un cammino di decente progresso, riusciremmo a progredire come genere verso una comunicazione coinvolgente, unendo le forze per vincere il nemico comune: l’ignoranza accompagnata dall’egoismo: ossia quel tutto e subito facile da raggiungere ma non da mantenere.

Ma non è questo che vuole il cliente, e il cliente ha sempre ragione.

La comunicazione (come in un certo senso l’economia) non deve creare solo sensazione, ma interesse comune; un messaggero deve saper frenare il proprio esibizionismo e spiegare a chi si trova nel proprio buio immobile o irremovibile – il perché e per come di una parola.

L’informazione non deve abbattere, ma costruire.

Fare politica anche solo con un gesto, il modo e la sostanza con cui amministriamo la nostra famiglia, equivalgono a costruire e preparare il terreno della vita di tutti i giorni, anche (e soprattutto) a piccoli passi, a seconda del tenore delle nostre decisioni e conseguenze che ne scaturiscono.

Questa società va ridisegnata con un confronto sociale paritetico e non più attraverso dialoghi ostruzionistici strutturalmente antitetici. Usa il buon senso, direbbe un vecchio giudice di carriera a chi si appresta ad indossare la toga per la prima udienza.

E’ una parabola utopistica probabilmente illusoria, inconcepibile in quest’epoca moderna di titoli strillati, spettacolari bugie e presunte volgarità educative in stile Grande Fratello.

Ma un tentativo quanto meno – consentirebbe di farci evadere dalla rotta di collisione generale sulla quale siamo oggi – inevitabilmente – tutti diretti.

Indossando o meno la mascherina.

 

Francesco Di Pisa è Dottore in Giurisprudenza con Master in Scienza delle Comunicazione. Libero professionista, dopo la Spagna, la Gran Bretagna, si occupa di politiche Marketing, consumo, comunicazione e scrive di politica, attualità e costume.

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