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Cultura

Chiesa, 15 anni dopo, il ricordo dell’elezione di Benedetto XVI

Joseph Ratzinger divenne Papa il 19 aprile 2005, e rinunciò all’esercizio attivo del Ministero nel 2013. Un Pontefice straordinario e straordinariamente calunniato, a cui in tanti dovrebbero delle scuse

Mirko Ciminiello

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Papa Benedetto XVI

Vaticano, 19 aprile 2005. Al secondo giorno del Conclave che doveva eleggere il successore di San Giovanni Paolo II, la tradizionale fumata bianca annunciava ai fedeli riuniti in piazza San Pietro il gaudium magnum.

Habemus Papam, avrebbe confermato di lì a poco il cardinale protodiacono, rivelando al mondo che il nuovo Successore di Pietro era Joseph Ratzinger, il quale aveva scelto come nome Benedetto XVI. Un’elezione nel segno della continuità, dal momento che il cardinal Ratzinger, anche come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, era stato uno degli uomini più vicini a Papa Wojtyła, a cui era andato il suo ricordo nel primo discorso da Pontefice.

«Dopo il grande Papa Giovanni Paolo II» disse infatti Benedetto XVI in quell’occasione, «i signori cardinali hanno eletto me, un semplice ed umile lavoratore nella vigna del Signore. Mi consola il fatto che il Signore sa lavorare ed agire anche con strumenti insufficienti». Un esordio che testimoniava la profonda umiltà del più grande teologo vivente, la cui ineguagliabile cultura è pari solo all’immensa dolcezza.

Non a caso, pochi giorni dopo, nella Messa inaugurale del suo pontificato, Papa Benedetto chiedeva ai devoti riuniti nell’abbraccio del Colonnato del Bernini: «Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi». Parole che a molti sarebbero poi suonate profetiche.

La rinuncia di Papa Ratzinger

L’11 febbraio 2013, Papa Benedetto annunciò che, a partire dal successivo 28 febbraio, avrebbe rinunciato al Ministero petrino le cui forze, «per l’età avanzata», non erano più adatte a esercitare in modo adeguato. Storicamente, era l’ottavo Pontefice a compiere, «con piena libertà», questo atto che, dopo oltre sette anni, fa ancora molto parlare.

Nella sua ultima udienza generale, il giorno prima che iniziasse il periodo di sede vacante, il Vicario di Cristo precisò che «il “sempre” è anche un “per sempre” – non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero non revoca questo». A conferma della portata epocale di questa scelta, Benedetto XVI ha assunto il titolo ufficiale di “Sommo Pontefice emerito”, conservando al contempo la talare bianca, l’appellativo di “Sua Santità”, lo stemma papale con le chiavi di San Pietro e anche la residenza in Vaticano, nel monastero Mater Ecclesiae.

Si è molto discusso sulla possibilità che l’abdicazione del Papa regnante possa in effetti essere avvenuta, in qualche modo, sotto costrizione. È noto, infatti, che dall’inizio del gennaio 2013 i bancomat vaticani erano stati bloccati dopo che Bankitalia aveva negato l’autorizzazione a operare transazioni da parte di Deutsche Bank Italia (alla quale erano state trasferite molte delle attività finanziarie della banca vaticana, lo Ior). Blocco casualmente revocato il giorno dopo le dimissioni di Benedetto XVI.

Ciascuno può trarne le proprie conclusioni, ricordando anche ciò che l’allora cardinal Ratzinger disse nella Missa pro eligendo Romano Pontifice: «Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie». Una critica netta, che non poteva piacere alla cultura dominante.

Il calvario di Benedetto XVI

Gli attacchi, praticamente tutti pretestuosi, iniziarono quasi subito. Nel settembre 2006, il Papa tedesco tenne presso l’Università di Ratisbona una lectio magistralis incentrata sul rapporto tra fede e ragione. Il discorso, di una bellezza e di una profondità impressionanti, scatenò violente reazioni nel mondo islamico per una citazione dell’Imperatore bizantino Manuele II Paleologo che, estrapolata dal contesto, venne spacciata per un attacco di Benedetto XVI al profeta Maometto.

In modo simile, i media hanno divulgato una narrazione sempre distorta dei casi di pedofilia nella Chiesa, che Papa Ratzinger ha sempre combattuto con forza: eppure, anche il recente film I due Papi inventa che Benedetto XVI non volle o poté affrontare la spinosa questione.

Di fatto, questa orrenda pellicola presenta una vile caricatura del mite Pontefice bavarese, e la nota piattaforma streaming che l’ha prodotto dovrebbe semplicemente scusarsi con il 265° Vescovo di Roma – così come dovrebbero fare tanti altri.

La Storia, alla fine, non potrà che avere ragione del cumulo di menzogne e calunnie che ancora oggi infangano Benedetto XVI. Papa ancora amatissimo dai fedeli e, proprio per questo motivo, ancora terribilmente scomodo.

Mirko Ciminiello è nato a Rimini nel 1985 e vive a Roma, dove si è laureato in Chimica (triennale) e Chimica Organica e Biomolecolare (specialistica) alla Sapienza, in Scienze della Comunicazione (triennale) e Scienze Cognitive della Comunicazione e dell'Azione (magistrale) a Roma Tre. Giornalista, attore per hobby, collabora con l'associazione Pro Vita e Famiglia ed è autore di 9 libri, di cui due in inglese.

Cultura

Pasqua, nell’amore di Cristo è il senso più profondo della solennità

La festa, di origine ebraica, commemora la risurrezione di Gesù, che si è caricato i peccati del mondo per redimere l’intera umanità

Mirko Ciminiello

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Pieter Paul Rubens, La Resurrezione di Cristo. Immagine da Wikipedia

In quest’anno 2020, la parola Quaresima ha fatto rima con quarantena. Curiosamente, i due termini hanno la stessa origine, che rimanda al numero 40, e in particolare a un intervallo di quaranta giorni.

Mai come quest’anno (almeno nella Storia recente), quelli che precedono la Santa Pasqua – o meglio, la Domenica delle Palme – sono stati un tempo di penitenza e, sovente, di riflessione. Anche sul significato della festa più importante per i Cristiani, la solennità fondante del Cristianesimo.

Le origini della Pasqua

La parola “Pasqua” deriva dall’ebraico Pesach, che vuol dire “passaggio”, con una triplice accezione. Il Libro dell’Esodo racconta che Dio inviò il profeta Mosè a riscattare il popolo d’Israele dalla schiavitù in Egitto: al rifiuto del Faraone fecero seguito le famosissime dieci piaghe, l’ultima delle quali fu la morte dei primogeniti egiziani.

In quell’occasione, come prescritto dal Signore, gli Ebrei consumarono del pane azzimo e immolarono un agnello, di cui poi posero il sangue sulle porte delle proprie abitazioni: in questo modo, l’Angelo della Morte avrebbe riconosciuto le case degli Israeliti e sarebbe passato oltre.

Il termine Pesach fa principalmente riferimento a questo episodio, ma ha anche un valore metaforico legato alla liberazione degli Ebrei dalla schiavitù: secondo il racconto biblico, infatti, dopo la morte del suo primogenito il Faraone si risolse finalmente a far partire gli Israeliti, salvo pentirsene quasi subito e lanciarsi al loro inseguimento con i propri carri e i propri soldati.

Proprio quando sembrava che gli Israeliti fossero in trappola, Mosè, come indicatogli da Dio, stese il suo bastone sopra le acque del Mar Rosso che, sotto la spinta di un forte vento d’Oriente, si aprirono per lasciar passare gli Ebrei. Quando tutti gli Israeliti furono in salvo, il Signore ordinò a Mosè di stendere la sua mano sulle acque: immediatamente, il mare si richiuse sopra l’esercito egiziano che lo attraversava, sommergendo e annegando tutti gli inseguitori.

La Pasqua cristiana

Proprio come la ricorrenza ebraica, anche la Pasqua cristiana ha sia un significato letterale che metaforico. Essa commemora la risurrezione di Gesù Cristo, celebrando quindi tanto la transizione dalla morte alla vita che il passaggio dalla schiavitù del peccato alla vera e autentica libertà della redenzione.

Sulla data dell’evento originario non c’è concordanza tra gli storici: per esempio, secondo don Franco Ardusso (1935-2005) la risurrezione avvenne il 9 aprile dell’anno 30, mentre secondo Ruggero Sangalli (1961) si verificò il 1° aprile dell’anno 33. Un’antica tradizione, ancora in voga ai tempi di Francesco Petrarca (che la rievocò nel sonetto Era il giorno ch’al sol si scoloraro) l’aveva invece fissata all’8 aprile. Oggi, comunque, la Pasqua cristiana è una festa mobile: nel 325, infatti, il primo Concilio di Nicea stabilì che cadesse la domenica successiva al primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera, convenzionalmente fissato al 21 marzo (anche se quello astronomico oscilla tra il 19 e il 21 del mese di Marte).

I quattro Evangelisti (San Matteo, San Marco, San Luca e San Giovanni) hanno riportato in modo abbastanza concorde il racconto della Passione e morte di Gesù, a partire dall’Ultima Cena del Giovedì Santo per proseguire con il duplice processo religioso e civile, la condanna, l’ascesa del Calvario, la crocifissione e il trapasso del Figlio di Dio. Eventi preannunciati secoli prima dalle Sacre Scritture, come ad esempio i Canti del servo del Signore (soprattutto il quarto) di Isaia o il Salmo 21, il cui incipit («Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?») venne gridato da Gesù crocifisso nel celeberrimo Elì, Elì, lemà sabactàni?

I Vangeli hanno descritto anche l’iscrizione posta sulla croce, che indicava il motivo della condanna del Cristo: Gesù il Nazareno, Re dei Giudei, che in latino forma l’acronimo INRI, iniziali dell’espressione Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum. San Giovanni riferisce che il cosiddetto Titulus crucis era scritto in tre lingue (le altre erano ebraico e greco), e che i capi dei sacerdoti – i principali responsabili dell’ingiusta sentenza – si erano scandalizzati nel leggere l’iscrizione, tanto da chiedere al prefetto Ponzio Pilato di modificarla: ricevendo in risposta il noto Quod scripsi, scripsi.

Lo scrittore francese Henri Tisot (1937-2011) ha ipotizzato la ragione di questo apparente, incomprensibile accanimento. Consultando diversi rabbini, scoprì infatti che la traduzione in aramaico del Titulus crucis corrisponde alla dizione ישוע הנוצרי ומלך היהודים che, considerando che l’ebraico si legge da destra verso sinistra, equivale al nostro “Yshu Hnotsri Wmlk Hyhudim”, vocalizzato come “Yeshua Hanotsri Wemelek Hayehudim“. Prendendo le iniziali come per il latino INRI, si ottiene יהוה, “YHWH“, ovvero il Tetragramma Divino, l’impronunciabile Nome di Dio.

Si compiva quindi la parola di Gesù che, nel testo giovanneo, aveva profetizzato che «quando avrete innalzato il Figlio dell’Uomo, allora riconoscerete che Io Sono»: la locuzione che, nell’Esodo, designa proprio il nome di Dio. Quando infatti Mosè, ricevuto dal Signore il mandato di convincere gli Israeliti a uscire dall’Egitto sotto la sua guida, obiettò che gli avrebbero chiesto Chi lo avesse inviato, Dio gli rispose: «Io sono colui che sono!», e aggiunse: «Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi».

Gesù è davvero risorto?

Il Figlio di Dio, dunque, moriva intorno alle 3 del pomeriggio del Venerdì Santo, venendo quindi avvolto in un sudario e deposto in un sepolcro scavato nella roccia, che venne poi sigillato. Nel terzo giorno dopo la Sua scomparsa, il giorno dopo il sabato, alcune discepole – tra cui vi era sicuramente Maria di Magdala – si recarono alla Sua tomba trovandola vuota. Sgomente, temettero che qualcuno avesse trafugato il corpo di Gesù, ma all’improvviso una o due figure angeliche apparvero loro annunciando che il Cristo aveva vinto la morte: messaggio che fu subito seguito dalla prima apparizione del Signore risorto alla sola Maria Maddalena.

Si badi che l’importanza che le donne rivestono soprattutto in questa vicenda è un forte indizio in favore dell’autenticità del racconto evangelico. A quel tempo, infatti, la testimonianza femminile non era tenuta in nessun conto, come annotava lo storico Giuseppe Flavio (ca. 37-100 d.C.): anche se c’è chi, con una battuta, ha sostenuto che Gesù si sia manifestato inizialmente alle pie donne per essere sicuro che la notizia della risurrezione avesse una pronta e rapida diffusione.

Se dunque qualcuno avesse voluto redigere un testo fasullo per poi spacciarlo per vero, non si sarebbe mai servito di un simile espediente: così come verosimilmente avrebbe illustrato, magari imbellettandolo con effetti speciali, il più importante dei miracoli – di cui invece nei Vangeli non c’è alcuna descrizione. Cosa che da qualcuno viene interpretata come segno dell’ingenuità dei credenti, ma in realtà si spiega solo ammettendo che gli Evangelisti abbiano messo per iscritto solo ciò che gli Apostoli videro realmente: tanto più che rischiavano di essere accusati di una narrazione poco credibile, nonché di essere smentiti da testimoni diretti ancora in vita – considerando che l’ultimo Vangelo, quello di San Giovanni, è stato probabilmente composto intorno all’anno 90.

Proprio Giovanni, il «discepolo che Egli amava», fu il primo a capire che Gesù era davvero risorto. Quando infatti, sollecitati dall’allarme di Maria Maddalena, lui e Simon Pietro corsero al sepolcro, videro «i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte». Questa versione della Cei, che però non rispecchia esattamente l’originale greco.

Nella dizione classica, San Giovanni vide τὰ ὀθόνια κείμενα (tà othónia keímena), e il verbo κεῖμαι (keîmai), da cui deriva il participio κείμενα, ha un significato ben preciso, quello di essere disteso in una posizione orizzontale. Allo stesso modo, il sudario viene descritto come οὐ μετὰ τῶν ὀθονίων κείμενον ἀλλὰ χωρὶς ἐντετυλιγμένον εἰς ἕνα τόπον (ou metà tôn othoníon keímenov allà khorìs entetyligménon eis éna tópon), il che indica che non era disteso (κείμενον, di nuovo) con le altre bende (μετὰ τῶν ὀθονίων), ma al contrario (χωρὶς) arrotolato (ἐντετυλιγμένον) in una posizione unica, singolare (εἰς ἕνα τόπον).

Come dunque aveva già compreso un sacerdote, don Antonio Persili (1923-2011), i due discepoli avevano trovato le fasce distese, afflosciate senza essere state sciolte o manomesse: «erano rimaste immobili al loro posto», e «le tele si erano afflosciate su se stesse», laddove «il sudario, a differenza delle fasce distese, appariva sollevato, in maniera quasi innaturale». Ecco il motivo per cui San Giovanni, una volta entrato nel sepolcro, εἶδεν καὶ ἐπίστευσεν (eîden kaì epísteusen), cioè «vide e credette».

La tradizione delle uova

Per molti, oggi, la Pasqua si riduce al rito dello scambio delle uova di cioccolata, che in realtà è abbastanza recente. Fin dai tempi antichi, tuttavia, l’uovo è stato considerato un simbolo della vita. Il Cristianesimo ha ripreso queste tradizioni, adattandole alla prospettiva del Cristo risorto: l’uovo, infatti, assomiglia a un sasso e sembra inerte, proprio come un sepolcro; al contempo, però, racchiude una nuova vita, simboleggiando pertanto la risurrezione di Cristo.

Nel Medioevo, in occasione della Pasqua, si diffuse l’usanza di donare uova vere, decorate con disegni o dediche. Da qui, nel XIX secolo, l’orafo Carl Fabergé (1846-1920) trasse l’idea per realizzare delle ricche uova per gli Zar di Russia Alessandro III (1845-1894) e Nicola II (1868-1918): questi gioielli contenevano una sorpresa, e la fama di Fabergé contribuì a diffondere la tradizione del dono all’interno dell’uovo.

Solo nel XX secolo si è invece affermata la moda dell’uovo di cioccolato, che potrebbe però aver tratto origine dai prototipi realizzati nel Settecento dai mâitres chocolatiers torinesi. D’altra parte, questo non è l’unico dolce tipico del periodo pasquale: tra gli altri, vanno ricordati la pastiera napoletana, l’agnello pasquale siciliano (un dolce a base di pasta reale e pasta di pistacchio) e, soprattutto, la colomba.

Una scala verso il Paradiso

Il senso della Pasqua

Dal momento che la Chiesa cattolica, anche in occasione del Concilio Vaticano II, ha rivendicato «senza esitazione la storicità» dei Vangeli, chi crede può concludere con relativa certezza che Gesù Cristo sia davvero risorto. Ci si può chiedere, tuttavia, perché il Figlio di Dio abbia accettato di farsi torturare e crocifiggere, «disprezzato e reietto dagli uomini», solo e abbandonato anche da (quasi) tutti i Suoi discepoli.

La risposta la dà Gesù stesso, quando afferma di fronte a Pilato: «Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità». Ma si trova anche, ancora una volta, nel quarto Carme del servo del Signore: «Egli è stato trafitto per i nostri delitti,
schiacciato per le nostre iniquità».

Gesù Cristo, che pure avrebbe potuto «pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli», accettò di compiere la volontà di Dio offrendosi come agnello sacrificale per la salvezza di tutti. Caricando su di sé i peccati del mondo, ha redento l’umanità intera. E contemporaneamente ha insegnato agli uomini di ogni tempo che il senso della Pasqua, il senso più profondo della solennità è l’amore: un amore così immenso, così puro, così assoluto da farsi dono incondizionato e disinteressato, risuonando ancora, dopo 2.000 anni, in un mondo che forse con l’epidemia sta riscoprendo la spiritualità, nelle nostre case afflitte dal Covid-19, nel cuore di ogni uomo.

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Cronaca

Salute, isolato al Sacco di Milano il ceppo italiano del coronavirus

La scoperta apre la strada allo sviluppo di farmaci e vaccini. Mattarella ringrazia chi è in prima linea e invoca unità e solidarietà

Mirko Ciminiello

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Coronavirus. Foto dal sito dell'ANSA

«In questo giorno dedicato alle malattie rare dobbiamo sentire il dovere di ringraziare chi sta operando con fatica, con sacrificio, con abnegazione per contrastare il pericolo del coronavirus: i medici, gli infermieri, il personale della Protezione civile, i ricercatori, le donne e gli uomini delle Forze Armate e di quelle di polizia, tutti coloro che in qualche modo si trovano in prima linea». Così il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, celebrando al Quirinale il trentesimo anniversario di Telethon.

Il caso ha voluto che questa ricorrenza sia praticamente venuta a coincidere con un’importantissima scoperta scientifica: l’isolamento del ceppo italiano del COVID-19 ad opera dei ricercatori dell’ospedale Luigi Sacco di Milano coordinati dall’immunologa Claudia Balotta, che già nel 2003 aveva individuato il virus della SARS.

«Il coronavirus che abbiamo isolato al Sacco è quello che si sta diffondendo da noi» ha annunciato la dottoressa, precisando che «il virus isolato dai colleghi dello Spallanzani è invece proprio quello cinese».

Si tratta di un risultato eccezionale sotto vari punti di vista. Anzitutto perché, identificando i diversi profili genetici, sarà possibile «tracciare ogni singolo virus per capire cos’è successo, come ha fatto a circolare e in quanto tempo», come ha illustrato il professor Massimo Galli, direttore dell’Istituto di Scienze Biomediche dell’Università di Milano e del laboratorio universitario del Sacco.

I virus, poi, sono sottoposti a mutazioni che avvengono in modo del tutto causale e possono rendere il patogeno più o meno pericoloso: la conoscenza del ceppo autoctono permetterà quindi di opporvisi con maggiore efficacia, oltre a costituire «un forte antidoto a paure irrazionali e immotivate che inducono a comportamenti senza ragione e senza beneficio», come ha ricordato il Capo dello Stato.

Fuor di metafora, però, il vero antidoto sarà costituito dallo sviluppo di farmaci, anticorpi e quindi vaccini favorito ancora dal sequenziamento del DNA virale. «La scienza è alleata della società e questa deve riferirvisi con senso di responsabilità», ha ammonito ancora Mattarella, mettendo in guardia contro il propagarsi di teorie antiscientifiche e lanciando inoltre un forte appello all’unità e alla solidarietà: «sono un grande patrimonio per la società, particolarmente in momenti delicati per la collettività» e, «quando si perdono, ci si indebolisce tutti».

Chi ha orecchi per intendere…

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Cultura

Foibe, il monito di Mattarella: “Pulizia etnica, fu una sciagura nazionale”

Nel Giorno del Ricordo, duro richiamo del Capo dello Stato contro negazionismo e indifferenza. Ma ancora per molti quelle giuliano-dalmate sono vittime di serie B

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito di Open

Parce sepulto. Perdona chi è stato seppellito. L’invocazione virgiliana è sembrata risuonare a lungo nel Giorno del Ricordo delle vittime delle foibe e delle centinaia di migliaia di italiani, istriani, giuliani e dalmati costretti a lasciare le proprie terre per sfuggire ai massacri perpetrati dai partigiani comunisti di Josip Tito: data fissata dal Parlamento al 10 febbraio, quando nel 1947 vennero firmati i Trattati di pace di Parigi che assegnavano alla Jugoslavia gran parte dell’Istria e della Venezia-Giulia, oltre alle province di Zara e del Carnaro.

Il dramma però era iniziato con l’armistizio dell’8 settembre 1943, quando le milizie titine avevano avviato la barbara pratica di gettare all’interno degli inghiottitoi carsici centinaia di uomini, donne e bambini colpevoli solo di essere italiani. «Una sciagura nazionale alla quale i contemporanei non attribuirono – per superficialità o per calcolo – il dovuto rilievo». Parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha voluto lanciare un forte monito su una tragedia circoscritta, in senso strettamente cronologico, al secondo Dopoguerra: ma i cui effetti si sono in realtà protratti per decenni – e continuano a farsi sentire perfino ai nostri giorni.

I nostri connazionali sfuggiti all’eccidio, infatti, si ritrovarono di fronte a «comportamenti non isolati di incomprensione, indifferenza e persino di odiosa ostilità» come evidenziato dal Capo dello Stato. Esuli nella loro Madrepatria che per mezzo secolo ha preferito far finta di niente, nascondendo questa pagina orrenda della nostra Storia, imponendo quella che il predecessore di Mattarella, Giorgio Napolitano, chiamò «congiura del silenzio».

Troppo imbarazzante, per non dire impossibile, per una cultura repubblicana egemonizzata dal Pci, giustificare gli eccidi commessi dai compagni di ideologia. Meglio dunque far calare l’oblio sul fatto che fu la dittatura comunista a scatenare, come ha ricordato ancora il Presidente della Repubblica, «una persecuzione contro gli Italiani, mascherata talvolta da rappresaglia per le angherie fasciste, ma che si risolse in vera e propria pulizia etnica, che colpì in modo feroce e generalizzato una popolazione inerme e incolpevole».

Imbarazzo che, peraltro, permane ancora oggi, in quelle che Mattarella ha definito «piccole sacche di deprecabile negazionismo militante», che però trovano sponda in associazioni e sigle partitiche che continuano ad attuare una vera e propria resistenza ideologica: come accaduto a Dalmine, vicino Bergamo, dove un convegno organizzato dall’Anpi si è trasformato nella «summa del negazionismo», come riferito dal vicesindaco Gianluca Iodice che ha abbandonato il Teatro comunale (concesso gratuitamente) per dissociarsi dall’indegna iniziativa.

«Spiace che ci sia ancora qualcuno che ritiene che ci siano morti di serie A e morti di serie B e che questi Italiani siano un po’ “meno morti” perché morti per mano comunista» ha dichiarato il leader leghista Matteo Salvini. D’altra parte, storicamente bastava la semplice menzione delle stragi giuliano-dalmate per innescare, come una sorta di riflesso pavloviano, la reductio ad Ducem con cui anche oggi i “pronipoti rossi” pretendono di tacitare tutto ciò a cui non riescono a opporre delle valide argomentazioni.

Tipo i leoni da tastiera che hanno commentato il tweet commemorativo del sindaco dem di Firenze, Dario Nardella, con rabbia o con ironia: vaneggiando di propaganda nazifascista e paragonando i nostri martiri agli esodati.

Questo triste capitolo ha conquistato, «doverosamente, la dignità della memoria». Eppure, ha probabilmente ragione Mattarella quando afferma che ancora «oggi il vero avversario da battere, più forte e più insidioso, è quello dell’indifferenza, del disinteresse, della noncuranza» e, aggiungiamo, dell’ignoranza.

Non ci potrà essere, infatti, alcuna vera pacificazione, nessuna autentica convivenza civile né memoria condivisa finché persisterà la colpevole omertà di chi teme la verità della Storia. Verità che può far male, ma di certo rende liberi. Perdona loro, dunque, perché non sanno quello che fanno.

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Cultura

Report stampa, ecco perché Avvenire è l’unico giornale che non sente la crisi

Continua il calo delle vendite per tutti i quotidiani, tranne per quello della CEI: il che è paradossale, se si pensa alle chiese sempre più vuote e al crollo dell’8×1000

Mirko Ciminiello

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La crisi della carta stampata appare ormai irreversibile. Sembra una frase fatta, e probabilmente almeno in parte lo è – ma solo e proprio perché i dati appena diffusi da ADS sulla diffusione dei quotidiani (ovvero le copie, cartacee e digitali, messe in circolazione, che comprendono le vendite in edicola, gli abbonamenti e le distribuzioni gratuite) sono impietosi, e il trend è lo stesso ormai da tempo.

Nello specifico, è impressionante vedere come, in appena sei anni, le copie dei tre quotidiani più letti in Italia (Corriere della Sera, La Repubblica e Il Sole 24 Ore) siano pressoché dimezzate. Ma il calo, in misura più o meno accentuata, è endemico, se si pensa che riguarda praticamente tutti i giornali che superano le 10.000 copie – con una sola eccezione: Avvenire, cresciuto dell’11,49%.

In effetti, se sulla crisi dell’editoria sono stati versati fiumi d’inchiostro e di parole, sarebbe interessante capire le ragioni di quest’unico dato in controtendenza. Perché, se il tracollo delle vendite si può in ultima analisi ricondurre all’avvento dell’era digitale (tanto è vero che i quotidiani digitali sono praticamente tutti in crescita), neppure il giornale della CEI dovrebbe dormire sonni tranquilli.

Internet ha cambiato la modalità di fruizione delle notizie, per cui ormai ci si informa sempre più online in tempo reale, mentre i giornali cartacei si sono ri-specializzati nel commento ai fatti del giorno. Al tempo stesso, la carta stampata gode di uno scarso appeal presso il pubblico giovanile. Due difficoltà di cui anche il quotidiano diretto da Marco Tarquinio non può non risentire.

È vero che Avvenire riceve dei cospicui contributi pubblici, che certamente permettono investimenti maggiori in termini di comunicazione, promozione, distribuzione e innovazione del prodotto-giornale. Ma quest’unica spiegazione non può bastare, se si pensa che, per esempio, nel 2018 il quotidiano maggiormente finanziato dallo Stato era il Dolomiten, che nel report ADS risulta in calo del 15,65%.

Tra l’altro, conta indiscutibilmente la tradizione dell’acquisto e degli abbonamenti da parte della rete di istituzioni e luoghi ecclesiastici, così come c’è indubbiamente un “effetto Papa Francesco”: ma, forse, non nel senso che si potrebbe pensare.

In effetti, la svolta nella linea editoriale del quotidiano della CEI ha verosimilmente attirato dei lettori sensibili alle tematiche della solidarietà e alle novelle posizioni aperturiste sull’immigrazione: ambiti che neppure i giornali progressisti trattano in maniera altrettanto pervasiva e sistemica, legandole piuttosto alla polemica politica del momento.

Da questo punto di vista, bisogna riconoscere ad Avvenire il coraggio e la coerenza nell’andare contro il comune sentire della maggioranza degli Italiani che, come dimostrato da tutte le ultime elezioni e dai sondaggi anche recenti, sulle questioni succitate sono orientati in maniera decisamente diversa. E vale forse la pena ricordare che, nel 2006, l’endorsement del Corsera allora diretto da Paolo Mieli in favore di Romano Prodi risultò, in pochi giorni, in un ribasso di circa il 20% delle vendite del quotidiano di via Solferino. Tarquinio, invece, almeno in apparenza non ha di questi problemi.

L’aspetto curioso è che a questo successo più unico che raro nel panorama mediatico italiano fanno da contraltare le chiese sempre più vuote e il record negativo dell’8×1000 (in sette anni sono andati persi due milioni di contribuenti). Un dato che però, in fondo non sorprende neanche più di tanto: basta infatti considerarlo l’equivalente “religioso” del motto nenniano “piazze piene, urne vuote”. Contenti i Vescovi, contenti tutti.

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Cultura

Cinema, il trionfo di Checco Zalone e la strategia del “purché se ne parli”

Tolo Tolo incassa in un solo giorno 8,7 milioni, record di sempre in Italia, anche grazie alle polemiche sull’immigrazione. Ma l’artista pugliese non si può imprigionare in categorie politiche

Mirko Ciminiello

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Foto dal sito di Rolling Stone

«There is only one thing in the world worse than being talked about» affermava con la consueta arguzia il grande Oscar Wilde, «and that is not being talked about» (“C’è una sola cosa al mondo peggiore del far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé”).

L’aforisma, presente ne Il ritratto di Dorian Gray, è divenuto uno dei capisaldi del moderno marketing, e si adatta perfettamente alla strategia comunicativa di Checco Zalone per il lancio del suo nuovo film Tolo Tolo, di cui è anche, per la prima volta, regista. il comico pugliese aveva infatti optato per un trailer musicale, costituito dalla canzone “Immigrato” che tante polemiche ha suscitato da parte degli antropologicamente superiori usi a dividere pavlovianamente il mondo in base al grado di presunto (da loro) razzismo. Aveva anche precisato che il pezzo non era particolarmente rappresentativo della pellicola, ma ormai la diatriba era già in atto.

E così, per un mese le sezioni “spettacoli” delle redazioni di tutta Italia si sono paralizzate sulla sterile controversia riguardante la politicizzazione di un’opera che nessuno aveva ancora visto, essendo uscita nelle sale solo il 1° gennaio. Con certi media che agitavano lo spauracchio della discriminazione, e quelli di carattere opposto che osannavano il film – sempre sulla fiducia.

Questi ultimi sono quelli che, stando almeno ai primi commenti, sono rimasti delusi da Tolo Tolo, forse perché pensavano di trovarsi di fronte a una pellicola “sovranista”: la quale invece ha suscitato gli entusiasmi dei progressisti per la ragione uguale e contraria.

Questione di aspettative, certo. Ma anche di ossessioni manichee che sono alla base di una visione viziata dai paraocchi dell’ideologia. E fanno dimenticare che il modo migliore per andare a vedere una qualsiasi opera d’arte – e un film di Zalone in particolare – è semplicemente quello di gustarsela, anche criticandola se necessario, ma sempre restando fedeli a ciò che Samuel Taylor Coleridge chiamava «volontaria sospensione dell’incredulità».

Perché siamo di fronte a una storia. Punto. Nessuna dicotomia, nessuna pretesa di cogliere – né di raccontare – una verità assoluta: al massimo, il punto di vista del regista/sceneggiatore. Il quale, en passant, è l’unico che continua costantemente a farsi delle grasse risate, perché nel giorno del debutto Tolo Tolo è stato visto da oltre 1 milione di utenti, incassando 8.668.926 euro: cifra record nella storia del cinema italiano (limitatamente alle prime 24 ore in sala), che va a migliorare il primato detenuto finora dalla precedente opera del Re Mida del botteghino nostrano, Quo Vado?, che nel 2016 aveva incassato 7.341.414 euro nel primo giorno di programmazione.

A conferma che Luca Medici (questo il vero nome dell’artista barese) è infinitamente più intelligente di quanto cerchino di dipingerlo i suoi detrattori: i quali, tanto per dirne una, non hanno ancora capito, pur dall’alto del loro piedistallo radical chic, che l’arma più efficace contro la contagiosa diffusione di un fenomeno è l’indifferenza.

Zalone, invece, lo sa perfettamente, ed è proprio per questo che può nuovamente brindare al proprio successo al box office. Perché la lezione di Wilde è sempre valida e più che mai attuale: nel bene o nel male, purché se ne parli.

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Ambiente

Daniele Muscariello: la passione diventa cinema!

Domenico Di Catania

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Nella mia professione di economista e di responsabile nazionale di una confederazione datoriale, che mette insieme professionisti e aziende, spesso mi trovo a scoprire dei veri e propri talenti nel campo imprenditoriale. Ultimamente, per passione e grande curiosità che mi ha sempre suscitato il mondo del cinema e della comunicazione visiva in genere, ho avuto la fortuna di imbattermi nel vulcanico produttore cinematografico Daniele Muscariello.

Conosciamo Daniele Muscariello, produttore di cinema indipendente italiano ed internazionale

Il rampante ed eclettico imprenditore romano Daniele Muscariello dopo un lungo periodo nel mondo del calcio, con importanti cariche dirigenziali nell’AS Roma e nel Latina e la creazione della Synergo rete (società di consulenza aziendale e creazione di reti di impresa) torna al suo primo amore. Muscariello subito si contraddistingue negli ultimi anni come uno tra i più rilevanti produttori di cinema indipendente nel panorama italiano ed internazionale, infatti la passione per il cinema lo spinge a fondare tre case cinematografiche, ognuna con delle caratteristiche ben precise; la Henea Productions, dedicata a suo figlio Hermes, la Union Film e la  Waves Entertainment a Toronto

Con la sua Henea Productions, che si compone di almeno quattro divisioni Cinema\Tv-Libri-Musica-Management, realizza prodotti d’intrattenimento in ogni sua forma.

Mentre grazie alla Union Film, appendice della stessa HENEA Productions, Muscariello può vantare un importante collaborazione con Magnitudo per Sky Arte.

Ultima nata la Waves Entertainment a Toronto un progetto ambizioso dedicato al mercato canadese e americano che sta sviluppando progetti internazionali partendo da registi e attori emergenti italiani che vogliono farsi strada oltreoceano “capitanati” dal rivoluzionario Daniele.

Attraverso questa intervista ripercorreremo le fasi del suo percorso formativo e professionale.

Ciao Daniele, quando è nata la tua passione per il cinema e quale percorso formativo hai seguito? Riconosci in certi autori alcuni tuoi punti di riferimento?

La passione per il cinema ha sempre fatto parte della mia vita fin da giovanissimo. Da adolescente non avevo ancora idea che potesse diventare una professione e di conseguenza nemmeno di quale ruolo avrei potuto svolgere all’interno di questo mondo.

Sicuramente ero molto affascinato dal ruolo del regista e dall’arte di creare e raccontare storie, mi piaceva anche recitare ma ancor di più far recitare.

Dopo gli studi a Roma, che mi hanno permesso di formarmi come persona, aiutandomi profondamente nella vita e nella cura dei rapporti umani, ho avuto la fortuna di trovarmi in una città come Roma dove mi sono approcciato con grande curiosità al mondo del cinema e della televisione già durante il periodo in cui ero dirigente della Roma e del Latina

Poi grazie allo studio personale di grandi autori come Fellini, Bergman, Rosi e Scola ho sempre pensato al cinema italiano come ad un’ispirazione e ad un punto di arrivo inoltre, il nostro cinema viveva un momento di transizione sia per quanto riguarda i processi produttivi e distributivi sia riguardo la ricerca di nuove idee e stimoli. Era il periodo in cui iniziavano ad affermarsi nuovi registi come Garrone e Sorrentino.

 

Dopo una serie di esperienze estere di approfondimento personale, sono tornato in Italia, ho iniziato a lavorare con registi come Mauro Russo uno dei più noti registi di videoclip italiani e la partecipazione, tra gli altri, di Max Pezzali ed Elisa,  e i registi e autori come  Andrea Muzzi Renato Giordano, Pierpaolo Gentili e Ugo Chiti ed ho fondato la mia casa di produzione

Chi è il “produttore”?

Come interpreti la professione del produttore?

Il produttore è il più grande responsabile dell’opera, assieme al regista. Purtroppo rimane una figura molto fraintesa nel mondo del cinema.

Personalmente, mi sono sempre considerato un risolutore di problemi organizzativi, burocratici e creativi. Oltre a dedicarmi all’analisi del valore creativo del film mi occupo di studiare con grande attenzioni i ricavi futuri stimati di ogni mia produzione.

Uno dei più grossi problemi dell’industria cinematografica italiana è rappresentato dalla grossa differenza tra il costo di produzione del film ed il suo valore di mercato sui mercati nazionali ed internazionali.

Il mio lavoro inizia con la ricerca e sviluppo di un soggetto e con il suo studio di fattibilità. Nel caso in cui il progetto venisse considerato valido, da un punto di vista artistico e commerciale, a seconda del valore del regista e della sceneggiatura, inizierei a dedicarmi alla composizione del cast ed alla ricerca dei fondi di finanziamento.

In Italia i fondi principali sono quelli del Mibact e delle Film Commission. Nel caso invece di coproduzioni con case europee i miei riferimenti sono rappresentati dal Progetto Media-Eurimages, dal CnC francese, dal Governo della Catalunya in Spagna, il Bac Svizzero e la Lottery in Inghilterra.

Solitamente per comporre il budget definitivo rimangono fondamentali gli apporti delle banche. La partecipazione di investitori privati e le preacquisizioni da parte dei media che veicoleranno la trasmissione dell’opera filmica.

 

Qual è il tuo modo di confrontarti con le professionalità artistiche?

Quando partecipo ad un film è molto importante riuscire a costruire un rapporto di fiducia e trasparenza con il mio gruppo di lavoro, che dovrà essere il più coeso e compatto possibile.

L’attenzione e la responsabilità verso i propri colleghi è fondamentale quanto la tutela delle figure artistiche presenti nel progetto. Sento di esser ogni volta responsabile nel permettergli di realizzare la sua personale visione creativa.

 

I progetti maggiori

Qual è la linea editoriale della tua società?

Non ho mai voluto inserire delle limitazioni verso determinati generi e tematiche.

Sicuramente, è centrale la mia attenzione verso i progetti indipendenti di giovani o riconosciuti autori. Allo stesso tempo ho sempre posto grande interesse alle storie di genere.

Infatti con la divisione libri della HENEA PRODUCTION ho pubblicato e distribuisco il romanzo “L’Amore rende belli” di Pierpaolo Gentili e Fabiola Cimminella di cui è già in fase di sviluppo un film-tv in due puntate. Con la divisione musica produco, tra gli altri, il singolo “Spendo” della cantante EllyNora concorrente del talent televisivo Amici edizione 2019.

Un importante collaborazione con Magnitudo per Sky Arte, a cui fornisco tecnici e maestranze per progetti di grande successo, tra cui spiccano “Il talento barocco di Gian Lorenzo Bernini”, “Caravaggio – L’anima e il sangue”, “Visita alla seconda quadreria della Galleria Borghese di Roma” e “Michelangelo – Infinito”.

In collaborazione con Giallo Limone Movie nasce il film “Il Cobra non è” che vede l’esordio alla regia di Mauro Russo, uno dei più noti registi di videoclip italiani e la partecipazione, tra gli altri, di Max Pezzali ed Elisa.

Il film, realizzato con il supporto di Rai Cinema, Mica e Film Commission Puglia che presto debutterà nelle sale cinematografiche, racconta la storia di un rapper (Cobra) ed un manager (Sonny) che cresciuti nel degrado della periferia sono riusciti a trovare negli anni il loro riscatto attraverso la musica.

Per quali motivi si dovrebbe investire nel cinema d’autore oggi?

Ritengo che la commerciabilità di un prodotto artistico dipenda molto dalla ricerca del suo corretto posizionamento sul mercato. La forza delle opere d’autore è rappresentata dalla garanzia di un diritto di sfruttamento commerciale dell’opera in grado di poter durare nel tempo. I film d’ autore sono come pietre miliari universali e senza tempo che rimarranno per sempre nella storia.

 

Quello che può la determinazione

Quali sono i tuoi progetti futuri? E quali consigli daresti ai giovani cineasti?

Tra i numerosi progetti cinematografici e televisivi della Henea Productions spiccano anche il cortometraggio “Quel coniglio è un predatore” di Pierpaolo Gentili, in concorso al Giffoni Film Festival, il film in preparazione “Vi voglio cattivi” di Andrea Muzzi, opera scritta da Ugo Chiti e supportata dal Mibac e Film Commission Toscana e “Qui staremo benissimo” film scritto e diretto da Renato Giordano che si girerà a Benevento, città del vino 2020.

Nel frattempo stiamo preparando uno short movie horror “NAIK” con la regia di Mauro Russo e con Stefano Tramacere direttore della fotografia e gli attori Teo Giambanco, Fabiola Cimminella e Haroun Fall

Sempre con l’Henea Production stiamo sviluppando importanti video clip per cantanti di livello nazionale ed internazionali.

Chiaramente con la nuova casa di produzione a Toronto la Waves Entertainment voglio portare l’italianità creativa espressa attraverso l’arte del cinema mediante i suoi nuovi protagonisti nel Canada e in America. Progetto ambizioso… ma nella vita per emergere bisogna mettere ambizione e talento!

Ai giovani consiglio di avere tantissima dedizione e umiltà nel lavoro. Di essere decisi nel difendere ed esprimere le proprie idee. La determinazione, ancora più del talento, può fare la differenza.

Con queste bellissime parole congedo Daniele Muscariello il quale talento, sono certo, ci offrirà importanti opere che segneranno la storia del cinematografia e della creazione artistica. 

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Cultura

Politica, l’assalto al duo Renzi-Salvini e l’art. 21 della Costituzione: una riflessione

Gli attacchi della magistratura politicizzata sono l’ennesimo tentativo di censurare la libertà di espressione, come del resto la Commissione Segre e le sardine. E intanto CasaPound vince la causa contro il bavaglio di Fb

Mirko Ciminiello

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Matteo Renzi e Matteo Salvini. Foto dal sito di Libero Quotidiano

Art. 21 della Costituzione italiana. Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Sarà banale, ma giova ricordare questa banalità in un periodo storico in cui essa sembra essere sotto attacco concentrico: un assalto ancora più grave perché non arriva solo da quella cloaca massima costituita dai social network, ma addirittura dalle istituzioni – o meglio, da quella parte delle istituzioni che pretende di arrogarsi la facoltà di decidere chi debba godere del diritto sopracitato.

Tipo la Commissione Segre, che pur nata da ottime intenzioni rischia di tramutarsi in una sorta di orwelliano Ministero della Verità al servizio del pensiero unico. O tipo, per precipitare ad altezza sentina, il riprovevole quanto fatuo movimento delle sardine che, rivolgendosi ai “populisti” (sic!), ha affermato: «non avete il diritto di avere qualcuno che vi stia ad ascoltare». Frase che, detto per inciso, è stata bollata come “fascista” anche da alcuni simpatizzanti del gruppo di giovani scioperati, ma solo se spacciata per dichiarazione del segretario leghista Matteo Salvini, come perfidamente documentato dal parlamentare del Carroccio Alessandro Morelli.

C’è poi un livello ulteriore, che è quello di certa magistratura che, non avendo ben chiaro il principio della separazione dei poteri, interviene a gamba tesa ogniqualvolta la parte politica di riferimento (che curiosamente è sempre la stessa) si trova in difficoltà a causa della repulsione che suscita nella maggioranza dell’elettorato. Al momento l’obiettivo è duplice, pur se caratterizzato dallo stesso nome: Matteo.

Lo maggior corno de la fiamma antica è l’ex vicepremier Salvini che, già nel mirino per le ridicole vicende dei 49 milioni (che al massimo andrebbero imputati a Umberto Bossi e Francesco Belsito) e del Russiagate alla cassoeula, si è ritrovato ora indagato dalla Procura di Roma per abuso d’ufficio: avrebbe sfruttato 35 voli di Stato per fare campagna elettorale con il pretesto di impegni governativi. «Tutti i miei voli di Stato erano per motivi di Stato, da Ministro dell’Interno, per inaugurare caserme. Mai fatto voli di Stato per andare in vacanza, quello lo fanno altri» ha commentato il Capitano, affermando di non vedere l’ora di potersi difendere in tribunale.

Già, perché sono i tribunali i luoghi deputati ai procedimenti giudiziari: ai non pochi a cui era sfuggito di mente ci ha pensato l’altro Matteo, l’ex Rottamatore Renzi, a ricordarlo.

«Non ci faremo processare nelle piazze» ha tuonato da Palazzo Madama il leader di Italia Viva, citando l’ex Presidente della DC Aldo Moro, in riferimento all’inchiesta sulla Fondazione Open che ne sosteneva l’attività politica. «È accaduta una cosa semplice: contributi regolarmente dati alla Fondazione sono stati improvvisamente trasformati in contributi irregolari. Se questo non è chiaro, il punto è che può accadere a ciascuno di voi» ha ammonito i suoi colleghi senatori, aggiungendo che ai Pm è affidata la titolarità dell’azione penale, non dell’azione politica.

«Se nelle stesse ore della perquisizione si pubblicano, con un giornalismo a richiesta, dati che solo Bankitalia o la Procura hanno, siamo consapevoli che le casualità esistono ma c’è un cortocircuito tra la comunicazione e la battaglia giudiziaria?» ha proseguito l’ex Premier, stigmatizzando la «violazione sistematica del segreto d’ufficio sulle vicende personali del sottoscritto» che ha trasformato lo Stato di diritto in uno Stato etico e poi in uno Stato etilico. «Siamo alla barbarie» è stata la chiosa.

Prassi peraltro consolidata in passato con un altro ex Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, di cui venivano ignobilmente pubblicati fatti senza alcuna rilevanza giuridica (e nemmeno politica o giornalistica,  volendo) al solo scopo di danneggiarne la reputazione. Tanto per dire che il problema è culturale, ed è figlio di quella pretesa superiorità antropologica che gli utili idioti del politically correct si sono pateticamente autoattribuiti.

Ogni tanto, perciò, sarebbe bene che lorsignori scendessero dal piedistallo e facessero un bagno di umiltà nei bassifondi della realtà. Come Mark Zuckerberg e la sua creatura, Facebook, appena condannata dal Tribunale civile di Roma per la censura a CasaPound e al suo responsabile capitolino Davide Di Stefano.

Perché il movimento potrà non stare simpatico, potrà avere idee non condivisibili – ma non spetta a un social network (e nemmeno alle toghe politicizzate, se è per questo) imporre bavagli alle opinioni scomode.

A meno di non stracciare la Carta fondamentale della Repubblica e un paio di millenni di civiltà, ça va sans dire. Basta saperlo.

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Cucina

Una giornata da… FICO

Domenico Di Catania

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Appena entrato a FICO Eataly World, mi pervade un’atmosfera festosa fatta da una magia di colori e profumi. I miei sensi si inebriano in profumi aromi e sentori di varia natura e solo dopo il momentaneo stordimento mi rendo conto di trovarmi nel più grande Parco Agroalimentare del mondo che racchiude l’eccellenza della biodiversità italiana.


Sviluppato su 10 ettari, “Fabbrica Italiana Contadina” FICO Eataly World è una palestra di educazione sensoriale al cibo e alla biodiversità, dove le meraviglie dell’agroalimentare e dell’enogastronomia italiana sono presentate e narrate dalla nascita nella terra madre fino all’arrivo nel piatto e nel bicchiere. Nel cuore pulsante di FICO, le 40 fabbriche contadine si possono ammirare ciò che i nostri maestri creano dalla mortadella alla pasta di Gragnano, dalle grandi forme del parmigiano alla mozzarella campana e imparare tutti i segreti della nostra tradizione italiana, immergendosi nell’offerta culinaria più vasta al mondo.

Con me coinvolgo mia moglie e mio pargolo più piccolo, anche per cogliere le impressioni dei “non addetti al lavoro” e noto che anche loro sono pervasi dalle mie stesse sensazioni, presi come me, dal sacro fuoco della passione del cibo e della cucina italiana, tanto è vero che mi chiedono di partecipare al tour organizzato dal solerte e preciso personale di Fico, e ai vari corsi organizzati da tanti espositori.

Detto fatto, si parte con il tour con la simpaticissima Giulia a capo di una improvvisata tribù di affamati di sapere e non solo …  di sapere. Si inizia dalla fabbrica della famosa mortadella di Bologna IGP dove la nostra narratrice ci svela i segreti della tradizione che ancora oggi caratterizzano uno dei prodotti più amati della salumeria italiana.  Dall’insacco alla legatura, dalla stufatura alla docciatura: assistiamo in diretta alle fasi più importanti del processo di produzione e alla fine, finalmente, la fase di test … e si la fase dove oltre alla fame di sapere viene soddisfatta la fame … e basta. Superlativa! 

Si riparte con il visitare la fabbrica del grande Parmigiano Reggiano e siamo fortunati che ci troviamo mentre il mastro casaro estrae la grande forma dal bellissimo tino ramato. La nostra narratrice racconta le varie fasi di lavorazione; in primis il latte viene riscaldato e arricchito di fermenti lattici (siero d’innesto) in questo modo avviene la coagulazione. Una volta ottenuta una massa agglomerata di circa 70-80 kg, essa   viene divisa in due ed estratta con un tessuto di lino e posta in due stampi chiamati fascera. Ogni forma riceve il suo cartellino identificativo, comprese tutte le informazioni necessarie per la tracciabilità. Dopo due giorni, le forme vengono rimosse dai loro stampi e collocate in un bagno di sale per un mese, infine le ruote vengono poste nel locale di stagionatura, dove la temperatura e l’umidità sono strettamente monitorati per due anni.

Ci spostiamo in quella che definisco l’area shopping del parmigiano dove nelle brillanti vetrine e illuminate come nei negozi delle grandi firme della moda, vengono conservate le forme di parmigiano. La nostra guida narratrice ci sottolinea che ci sono delle forme che hanno 20 anni di stagionatura, immaginate che bontà visto che il parmigiano più invecchia è più è buono! Mio figlio guarda meravigliato le splendide vetrine e, preso da un impeto improvviso di fame, mi dice di voler assaggiare e così lasciandomi coinvolgere (e onestamente ci vuole poco) ci servono un tris di assaggi con tre stagionature diverse. Sperimentiamo quello che secondo me è un vero e proprio percorso sensoriale e a dir poco fantastico, sapori e odori che si sprigionano in bocca e ad ogni assaggio si trasforma in una vera e propria emozione che, nel cambio di formaggio e quindi stagionatura, ci fa cogliere le diverse note sensoriali ognuna con le proprie caratteristiche. 

La nostra intrepida guida ci porta all’esterno e con nostra meraviglia una vera fattoria si apre alla nostra vista. E’ la fattoria didattica di Fico dove ammiriamo i tanti animali soprattutto da latte; le varie razze di vacche da latte italiane, le varie razze di pecore e capre, ma anche altri animali da cortile come maiali di varie razze e galline da uova. Si vede palesemente che gli animali sono trattati bene e liberi, ma a mio personale avviso, è questa per me è l’unica nota leggermente stonata, in spazi un po’ ristretti, ma sicuramente molto meglio (non è paragonabile assolutamente) rispetto agli allevamenti intensi.

Dopo la visita guidata mi soffermo dal coloratissimo spazio della Pasta De Martino dove un piatto di pasta e pomodoro attira la mia attenzione… e si un semplice spaghetto al pomodoro ma dai colori brillanti, dal rosso intenso del pomodoro alla lucentezza degli spaghettoni al verde della foglia del basilico appositamente appoggiata.

Probabilmente il mio modo di guardare attira l’attenzione della direttrice marketing la quale con molta simpatia mi invita ad assaggiare il piatto. Non me lo faccio ripetere due volte! Davvero buona, ma quello che provo è la perfetta integrazione del sugo di pomodoro con lo spaghettone e la perfetta tenuta al dente dello stesso, a questo punto la simpatica dott.ssa Teresa De Masi mi dice che il segreto è di finire la cottura direttamente nel pomodoro della pasta per quasi cinque minuti, il che spiega la piena integrazione fra i due elementi, ma personalmente rimango resto meravigliato dalla tenuta al dente della pasta. A questa mia perplessità sempre la gentile dott.ssa Teresa, mi fa accedere al laboratorio interno e davvero si apre per me un mondo meraviglioso fatto di farine di grano duro di grande eccellenza e di macchinari di produzione all’avanguardia sia in termini di tecnologia che di altissima garanzia di un prodotto buono e soprattutto controllato perfettamente in tutte le fasi, che alla fine si concretizza nella gioia al palato del consumatore ma anche di grande freschezza e salubrità. Complimenti alla produzione e al suo staff alla gentilissima dott.ssa Teresa De Masi.

  

Come Pastificio De Martino ci sono tante produzioni ma questa volta io e mio figlio vogliamo mettere le mani in pasta e, quindi ci iscriviamo a un laboratorio di pasta fresca. Anche se già a casa ci divertiamo a fare la pasta, vogliamo scoprire, nella loro terra di provenienza, i famosi tortellini e così il simpaticissimo mastro pastaio ci spiega prima la farcitura e poi iniziamo a fare l’impasto. Devo dire che è stata una bella esperienza e alla fine dopo aver tirato, con non poca fatica, la famosa sfoglia finalmente ci viene svelato il segreto di come fare i tortellini e dopo i primi tentativi l’arcano è scoperto e devo dire che mio figlio è più bravo di me. Bella e divertente esperienza!

Tirando le somme devo dire che visitare FICO è stata una bella esperienza da consigliare alle famiglie che vogliono far capire a propri figli come nascono e si producono i prodotti della nostra tavola contribuendo a “formare” consumatori consapevoli. Ritengo, infatti che il consumatore consapevole e quindi la cultura del cibo italiano è la condizione necessaria per dare valore ai prodotti italiani al fine che non vengano mai confusi, ma anzi ben distinti, dalle cattive imitazioni soprattutto estere.

Domenico di Catania 

Economista ed esperto in enogastronomia 

3881220881

 www.modusconsulenze.it

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Cultura

Muro di Berlino, il trentennale della caduta tra ignoranza e ipocrisia

Durante le celebrazioni sono fioccati paragoni risibili con le barriere americana e israeliana. Ma, come magistralmente illustrato da Papa Benedetto XVI, i muri sono un no sempre in grado di declinarsi in un sì

Mirko Ciminiello

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Foto tratta dal sito di CISL Scuola

9 novembre 2019, trentennale della caduta del Muro di Berlino. Passata l’immancabile e inevitabile sbornia mediatica, ci sia consentita una breve riflessione su un evento epocale e ben più che positivo, divenuto però nella circostanza occasione per dar sfoggio di facile ignoranza e ipocrisia a dir poco imbarazzante.

Un esempio è il post del Partito Democratico che, celebrando la ricorrenza, affermava che «oggi come allora, chiunque costruirà muri per separare le persone, ci troverà pronti ad abbatterli». Fingendo di non ricordare che, allora, il Pd – o meglio i suoi antenati che ancora si dichiaravano orgogliosamente comunisti – era schierato con la dittatura sovietica, non certo con chi cercava disperatamente di fuggirne. A rinfrescare la memoria a Zingaretti & Co. ci ha comunque pensato la leader di FdI Giorgia Meloni, che ha twittato laconica: «Guardate che voi eravate il muro».

Bisogna però riconoscere ai dem un’inossidabile coerenza nello stare sempre dal lato sbagliato della Storia. Come dimostra la loro folle linea politica sull’immigrazione, ridotta a slogan su porte aperte – e porti aperti – indiscriminatamente a chiunque: questione che peraltro faceva capolino anche nel succitato messaggio, con il risibile riferimento ai contemporanei muri da abbattere.

L’allusione riguardava ovviamente barriere politicamente scorrette come quella del Presidente U.S.A. Donald Trump al confine con il Messico, o quella eretta dagli Israeliani in Cisgiordania: per dare a Cesare quel che è di Cesare, però, bisogna precisare che in parecchi, in questi giorni, si sono lanciati in questo ridicolo accostamento. Tanto più grottesco in quanto confonde un muro della vergogna costruito dalla tirannia più sanguinaria della Storia per tenere prigioniero chi invece aspirava alla libertà, e degli sbarramenti che hanno piuttosto l’unica funzione di garantire la sicurezza.

Scopo, quest’ultimo, che per inciso è lo stesso a cui assolvono la pelle e la membrana cellulare – due mura naturali di cui tutti siamo dotati per un’identica esigenza di autodifesa. Tanto per dire che non tutte le barriere sono qualcosa di negativo.

Del resto lo aveva illustrato magistralmente Papa Benedetto XVI. «La Chiesa ha mura. Il muro da una parte indica verso l’interno, ha la funzione di proteggere, raccoglierci e condurci l’uno verso l’altro». Ed era proprio la finalità del rifugio al centro della riflessione del Santo Padre. «Non può entrare neppure la bugia, che distrugge la fiducia e rende impossibile la comunità. Non possono entrare l’odio e l’avidità che feriscono l’umanità».

E tuttavia, l’argomentazione di Papa Ratzinger era ben lontana da un atteggiamento di chiusura sterile e autoreferenziale. Le barriere sono infatti dotate di porte, destinate ad aprirsi nel momento in cui a bussare è «tutto ciò che è buono». Perché ogni muro è un no che è sempre in grado di declinarsi in un .

Non serve aggiungere altro.

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Cultura

Venezia 76: previsto un red carpet iconico

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Quest’anno più che mai Venezia ci fa venire il batticuore. La 76esima mostra del cinema di Venezia (28 Agosto-7 Settembre)  ha in previsione un Red Carpet talmente affollato di icone del cinema che sarebbe piu’ facile nominare chi non sara’ presente. 

28 Agosto. il duo francese Catherine Deneuve e Juliette Binoche in apertura con La Verite’ di Kore-Eda Hirokazu

29 Agosto. Pedro Almodovar riceverà il leone alla carriera. Scarlett Johansson e Adam Driver rappresenteranno Marriage Story di Noah Baumbach. Ci saranno anche Brad Pitt e Tommy Lee Jones per Ad Astra di James Gray 

30 Agosto. Kristen Stewart sosterrà Seberg di Benedict Andrews. J’Accuse di Polanski sarà a Venezia sostenuto da Jean DuJardin, Louis Garrel ed Emmanuelle Seigner 

31 Agosto. Joaquin Phoenix sarà alla mostra in qualità di protagonista di Joker di Todd Phillips. Monica Bellucci e Vincent Cassel si riuniranno sul red carpet per il film fuori concorso Irreversible di Gaspar Noe del 2002.

1 Settembre. I due papi di Sorrentino Jude Law e John Malkovich a Venezia per la premiere di The New Pope. Meryl Streep e Gary Oldman sono parte del cast di The Laundromat, il film in arrivo di Steven Soderbergh. Penelope Cruz sosterrà Wasp Network di Olivier Assayas, film caratterizzato da un cast stellare con Edgar Ramirez, Gael Garcia Bernal e Wagner Moura. Presente anche Adele Exarchopoulos coprotagonista di Revenir di Jessica Paul. Per finire lo stesso giorno Spike Lee presentera’ American Skin di Nate Parker. 

2 Settembre. Leone alla carriera per Julie Andrews. Per The King di David Michod  Timothee Chalamet, Joel Edgerton e Lily Rose Depp

3 Settembre. C’è Terry Gilliam per il corto Happy Birthday di Lorenzo Giovenga che incontra il pubblico in sala Giardino e in chiusura brani live di Achille Lauro. Presente anche Cecile de France per Un monde plus grand di Fabienne Berthaud 

4 Settembre. Alla mostra la superstar cinese Gong Li , protagonista di Saturday Fiction di Lou Ye. C’è anche Chiara Ferragni, cui è dedicato il documentario biografico Unposted di Elisa Amoruso.

6 Settembre. Ad accompagnare Waiting for the Barbarians del colombiano Ciro Guerra un super cast con il premio oscar Mark Rylance, Johnny Depp. Rogers Waters presentera’ il film documentario sul suo tour Us + Them e ha chiesto di incontrare il pubblico.

7 Settembre. Oltre alla cerimonia finale di premiazione Mick Jagger con Donald Sutherland per il film di chiusura fuori concorso The Burnt Orange Heresy di Giuseppe Capotondi. 

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Cultura

Sono stata al Jova Beach Party, ecco la mia guida

Se qualcuno si recherà alle 9 date rimanenti il consiglio è questo: dovete scordarvi di essere ad un concerto, perché non si tratta di un concerto. E’ molto di più.

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Sono stata al Jova Beach Party. Premesse. Nonostante sia amante di Jovanotti e sia stata ad un suo tour in passato, sapendo quindi che spettacolo Lorenzo sia in grado di mettere in piedi, vedendo le immagini delle tappe precedenti del Jova Beach ci sono andata molto prevenuta. Tutto quel marasma di gente nelle foto, non mi facevano pensare ad una gran figata ma solamente ad ore ed ore di sudore e attesa, per poi potersi godere il concerto solo attraverso un binocolo e avendo pagata il biglietto anche abbastanza. Inoltre quando un concerto dura troppo, può anche trattarsi del tuo artista preferito, ma dopo un po’ la stanchezza inizia a farsi sentire e diventa anche difficile seguire l’esibizione. 

Prima di entrare quindi ho subito capito che non dovevo viverla come un concerto ma come una grande festa, al massimo come un festival, anche perché penso proprio che Jova dopo gli anni trascorsi negli Stati Uniti si sia proprio ispirato al format di festival californiani. Se qualcuno si recherà alle 9 date rimanenti il consiglio è quindi questo: dovete scordarvi di essere ad un concerto, perché non si tratta di un concerto. E’ molto di più. Penso che per me e i miei amici (un gruppone di 15 persone) sia stato incredibile perché l’abbiamo vissuto con tranquillità. Siamo arrivati al lungomare di Lido di Fermo poco prima delle 14, orario dell’apertura dei cancelli (no camping stressante sotto al sole, per essere vicino al palco abbastanza da farsi riempire dal sudore di Jova), una volta dentro abbiamo girato per i vari stand nel villaggio e più tardi abbiamo deciso di iniziare a pensare a dove posizionarsi per il concerto delle 20.30. 

Questo è stato forse il momento più insoddisfacente e snervante della giornata. Sia chiaro, non per colpa di Jovanotti o dell’organizzazione del suo party, ma perché tanta gente non sa come stare al mondo. Tutti si erano spaparanzati con i teli da mare come non rendendosi conto che a quell’evento avrebbero partecipato 38 mila persone e si lamentavano anche se nel cercare di fare zig zag tra i vari asciugamani un mignolino del piede finiva sopra al loro. Con molta gentilezza abbiamo chiesto a vari partecipanti se era possibile stringersi per farci posto (anche perché a concerto iniziato ci saremmo ritrovati comunque tutti appiccicati) e l’educazione e la solidarietà di alcuni, si è scontrata con la totale ignoranza di altri. Dopo aver lottato un pochino, abbiamo appoggiato le nostre cose e io me ne sono andata a vagare incuriosita per il villaggio. Ho fatto ritorno alla base solo verso le 19, quando Dj Ralf dal main stage ha scaldato e caricato il pubblico prima dell’arrivo più che puntuale di Lorenzo. 

Questa parte è importante: non rimanete incollati al vostro posto per tutto il pomeriggio che tanto una volta lasciati gli asciugamani è vostro e inoltre è anche molto facile capitare davanti al palco anche arrivando tardi all’evento se è questo che vi interessa. Fatevi più bagni in mare possibili, vi consiglio lo stand della Martini che fa degli spritz spettacolari, fatevi mettere brillantini in faccia dalla Sammontana, scherzate con i ragazzi della Durex, spostatevi per i vari palchi, ma assolutamente non rimanete seduti sul vostro asciugamano che è la cosa più estenuante che possiate fare.

La storia dei token (la moneta da cambiare da utilizzare all’interno) è un po una balla, perché poi i ragazzi con le casse piene di birra, acqua e bevande che girano per la spiaggia accettano solo euro. Cibo e crema solare sono ammessi quindi non credete alle storie che si dicono in giro. Per tutte le info https://www.jovanottitour.com/info-utili-jova-beach-party .

I gruppi che hanno suonato nel pomeriggio erano stati selezionati da Jovanotti dei quali lui si  è definito un grandissimo fan. A me piace quando grandi artisti sponsorizzano gruppetti di nicchia, anche perché si scopre sempre un sacco di musica bella e nuova. Lorenzo li lasciava suonare per poi unirsi a loro in una jam session finale. 

Veniamo alla vera e propria esibizione di Jovanotti. Il concerto della durata di 3 ore è stato un tributo alle sue origini da dj. Jovanotti infatti ha passato molto tempo in consolle, inframezzando le sue canzoni con un dj set in piena regola, il tempo dedicato al mixaggio di canzoni di altri sarà stato di circa un’ora. Ha spaziato dalla musica elettronica, all’house, alla dance, nonché hip hop italiano e hip hop americano (affiancato dall’ospite Frankie hi-nrg ). E’ stato uno degli eventi genuinamente più divertenti a cui abbia mai assistito e di concerti ne ho visti tanti anche di artisti internazionali. L’esibizione è stata pensata per farti scatenare e ballare tutto il tempo, poi solo quando Jova ricomincia a cantare le sue canzoni intramontabili ti ricordi di essere ad un suo concerto. Una tipologia di concerto mai vista prima e se ti ha annoiato o ti annoierà perché volevi “più Jova” (ovvero sentirlo cantare di più, nonostante abbia cantato tanto) devi sapere che Jova è da sempre sperimentazione e se questo non ti piace forse hai sbagliato artista ed evento.

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Cultura

50 anni fa l’uomo sulla Luna

A toccare la superficie lunare fu il modulo “Eagle” dell’Apollo 11

Andrea Pranovi

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Alle ore 22,17 di cinquant’anni fa, il 21 luglio del 1969, il modulo denominato “Eagle” dell’Apollo 11 toccò la superficie della Luna. La missione era decollata dal Kennedy Space Center esattamente 4 giorni, 8 ore, 45 minuti e 39 secondi prima di raggiungere il satellite.

Sei ore dopo che il modulo aveva toccato il suolo, Armstrong mise piede sulla Luna. Diciannove minuti dopo arrivò Aldrin. I due trascorsero sulla superficie lunare oltre 21 ore, di cui circa due ore e un quarto fuori dalla navicella.

Collins, Armstrong e Aldrin, una volta tornati sulla terra, vennero subito messi in isolamento per scongiurare la possibilità che portassero con loro agenti patogeni lunari. Rimasero in quarantena fino al 10 agosto e solo da quel momento fu possibile per loro partecipare ai festeggiamenti per la riuscita della missione.

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