All’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo un padre di 37 anni, cittadino serbo, ha donato in un unico intervento un rene e una porzione di fegato alla figlia di 7 anni, affetta da una rara patologia genetica che compromette entrambi gli organi. È il primo trapianto combinato “in simultanea” da donatore vivente realizzato in Italia: un’operazione durata 18 ore, conclusa con esito positivo e seguita da settimane di degenza e controlli. Padre e bambina sono stati dimessi lunedì 19 gennaio 2026; la piccola resterà per mesi a Bergamo per i follow-up, con la prospettiva di una quotidianità finalmente normale, inclusa la scuola.
Il trapianto combinato di Bergamo: un unico intervento, due organi, un’unica scelta clinica
Il caso nasce da una condizione che non lasciava margini alle soluzioni “a tappe”. La bambina era in dialisi fin dall’età di 4 anni: prima peritoneale domiciliare, per 13-18 ore al giorno, poi emodialisi a giorni alterni, con spostamenti e vita sociale sempre più compressi. Nel frattempo è comparsa una cirrosi epatica, elemento che rendeva impraticabile un trapianto renale isolato: intervenire solo su un organo avrebbe significato lasciare l’altro in una situazione incompatibile con la ripresa.
Da qui la scelta del “combinato” nello stesso tempo operatorio: trapianto di fegato e, subito dopo, trapianto di rene. Il vantaggio è netto: la bambina evita di restare in dialisi per un periodo prolungato dopo il trapianto epatico, e il padre evita un secondo intervento in anestesia generale, con ulteriori rischi e un nuovo percorso di recupero. La decisione, spiega l’ospedale, è stata discussa come sempre da un’équipe multidisciplinare, valutando benefici attesi e rischi reali per donatore e ricevente.
Il protocollo per la donazione da vivente: controlli, garanzie, nulla osta
In Italia l’iter per la donazione da vivente è tra i più rigorosi, proprio per tutelare chi dona e chi riceve. Nel caso di Bergamo, la famiglia è arrivata dalla Serbia su richiesta del Ministero della Salute serbo e ha avviato l’intero percorso previsto: valutazione clinica e psicologica, verifica dell’assenza di condizionamenti, informazione completa sui rischi, quindi passaggi istituzionali successivi. Dopo l’idoneità della coppia donatore-ricevente, è arrivato il parere favorevole della Commissione Regionale di Parte Terza e, infine, il nulla osta della Procura di Bergamo. È una filiera che serve a blindare ogni passaggio, soprattutto quando il gesto è quello di un genitore verso un figlio.
L’intervento di 18 ore: due sale operatorie e decine di professionisti
La cronologia racconta da sola la complessità. L’operazione è iniziata alle 9.30 del 18 dicembre 2025 ed è terminata alle 3.37 della notte successiva. In due sale chirurgiche attigue si sono alternati 6 chirurghi, 7 anestesisti e 20 professionisti infermieristici, con turni e compiti scanditi al minuto. Il trapianto sulla bambina è partito con il fegato, poi è proseguito con il rene; sul padre si è lavorato per prelevare in sicurezza l’organo renale e una porzione epatica sufficiente per una paziente pediatrica.
Il punto, oltre la tecnica, è l’organizzazione: coordinamento, gestione del rischio, controllo dell’emorragia, stabilità emodinamica, protezione degli organi, prevenzione delle complicanze. Un’operazione così non è “solo” chirurgia: è un sistema che regge per ore, senza cali di attenzione, con responsabilità che si sommano a ogni passaggio.
Lo “split liver” e l’esperienza del Papa Giovanni: perché Bergamo ha potuto farlo
Il Papa Giovanni XXIII è uno dei pochi centri autorizzati a eseguire trapianti di tutti gli organi sia in ambito adulto sia pediatrico. Bergamo, ricorda il direttore della Chirurgia 3 trapianti addominali Domenico Pinelli, ha introdotto già nel 1999 la tecnica dello “split liver”, che consente di dividere il fegato di un donatore deceduto in due parti: una più piccola destinata a un bambino e una più grande per un adulto. Lo sviluppo dello split, sottolinea l’ospedale, ha contribuito ad azzerare la lista d’attesa pediatrica nazionale per il trapianto di fegato; oggi il centro è indicato come uno dei più esperti al mondo su questa procedura, con una quota molto alta di trapianti pediatrici realizzati grazie allo split. Nel caso della bambina serba, la logica è stata adattata al donatore vivente: prelievo di una porzione limitata di fegato (circa un quarto) adeguata alle necessità della figlia.
Le parole del padre e il dopo: scuola, controlli e qualità di vita
Il racconto del padre restituisce la misura concreta del “dopo”, senza enfasi: una bambina che torna ad avere appetito, che gioca senza fermarsi per la stanchezza, che non convive più con cateteri e sedute di dialisi. “Ora potrà iniziare la scuola, spensierata come i suoi coetanei”, dice, ricordando una decisione maturata con la moglie oltre due anni fa, quando i medici avevano indicato la dialisi come passaggio necessario e, quindi, la preparazione al trapianto.
Per l’ospedale, il risultato clinico è anche un messaggio sanitario: quando si combinano competenze chirurgiche, nefrologiche, epatologiche, pediatriche e un percorso autorizzativo rigoroso, si possono aprire strade nuove per pazienti con doppio organo compromesso. Non significa che la procedura diventerà “di routine”: l’ospedale stesso ricorda che in letteratura i casi sono rari e descritti in altri Paesi europei. Significa però che, da oggi, esiste anche in Italia un precedente documentato, con un esito positivo, che potrà orientare valutazioni future su casi analoghi.
