Bergamo, padre dona rene e fegato alla figlia: primo trapianto combinato da donatore vivente in Italia

A Bergamo, al Papa Giovanni XXIII, padre serbo dona rene e parte di fegato alla figlia di 7 anni: primo trapianto combinato da vivente in Italia
Di Alessandra Monti
Chirurghi, pexels, zeynep, ozata
Chirurghi, pexels, zeynep, ozata

All’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo un padre di 37 anni, cittadino serbo, ha donato in un unico intervento un rene e una porzione di fegato alla figlia di 7 anni, affetta da una rara patologia genetica che compromette entrambi gli organi. È il primo trapianto combinato “in simultanea” da donatore vivente realizzato in Italia: un’operazione durata 18 ore, conclusa con esito positivo e seguita da settimane di degenza e controlli. Padre e bambina sono stati dimessi lunedì 19 gennaio 2026; la piccola resterà per mesi a Bergamo per i follow-up, con la prospettiva di una quotidianità finalmente normale, inclusa la scuola.

Il trapianto combinato di Bergamo: un unico intervento, due organi, un’unica scelta clinica

Il caso nasce da una condizione che non lasciava margini alle soluzioni “a tappe”. La bambina era in dialisi fin dall’età di 4 anni: prima peritoneale domiciliare, per 13-18 ore al giorno, poi emodialisi a giorni alterni, con spostamenti e vita sociale sempre più compressi. Nel frattempo è comparsa una cirrosi epatica, elemento che rendeva impraticabile un trapianto renale isolato: intervenire solo su un organo avrebbe significato lasciare l’altro in una situazione incompatibile con la ripresa.

Da qui la scelta del “combinato” nello stesso tempo operatorio: trapianto di fegato e, subito dopo, trapianto di rene. Il vantaggio è netto: la bambina evita di restare in dialisi per un periodo prolungato dopo il trapianto epatico, e il padre evita un secondo intervento in anestesia generale, con ulteriori rischi e un nuovo percorso di recupero. La decisione, spiega l’ospedale, è stata discussa come sempre da un’équipe multidisciplinare, valutando benefici attesi e rischi reali per donatore e ricevente.

Il protocollo per la donazione da vivente: controlli, garanzie, nulla osta

In Italia l’iter per la donazione da vivente è tra i più rigorosi, proprio per tutelare chi dona e chi riceve. Nel caso di Bergamo, la famiglia è arrivata dalla Serbia su richiesta del Ministero della Salute serbo e ha avviato l’intero percorso previsto: valutazione clinica e psicologica, verifica dell’assenza di condizionamenti, informazione completa sui rischi, quindi passaggi istituzionali successivi. Dopo l’idoneità della coppia donatore-ricevente, è arrivato il parere favorevole della Commissione Regionale di Parte Terza e, infine, il nulla osta della Procura di Bergamo. È una filiera che serve a blindare ogni passaggio, soprattutto quando il gesto è quello di un genitore verso un figlio.

L’intervento di 18 ore: due sale operatorie e decine di professionisti

La cronologia racconta da sola la complessità. L’operazione è iniziata alle 9.30 del 18 dicembre 2025 ed è terminata alle 3.37 della notte successiva. In due sale chirurgiche attigue si sono alternati 6 chirurghi, 7 anestesisti e 20 professionisti infermieristici, con turni e compiti scanditi al minuto. Il trapianto sulla bambina è partito con il fegato, poi è proseguito con il rene; sul padre si è lavorato per prelevare in sicurezza l’organo renale e una porzione epatica sufficiente per una paziente pediatrica.

Il punto, oltre la tecnica, è l’organizzazione: coordinamento, gestione del rischio, controllo dell’emorragia, stabilità emodinamica, protezione degli organi, prevenzione delle complicanze. Un’operazione così non è “solo” chirurgia: è un sistema che regge per ore, senza cali di attenzione, con responsabilità che si sommano a ogni passaggio.

Lo “split liver” e l’esperienza del Papa Giovanni: perché Bergamo ha potuto farlo

Il Papa Giovanni XXIII è uno dei pochi centri autorizzati a eseguire trapianti di tutti gli organi sia in ambito adulto sia pediatrico. Bergamo, ricorda il direttore della Chirurgia 3 trapianti addominali Domenico Pinelli, ha introdotto già nel 1999 la tecnica dello “split liver”, che consente di dividere il fegato di un donatore deceduto in due parti: una più piccola destinata a un bambino e una più grande per un adulto. Lo sviluppo dello split, sottolinea l’ospedale, ha contribuito ad azzerare la lista d’attesa pediatrica nazionale per il trapianto di fegato; oggi il centro è indicato come uno dei più esperti al mondo su questa procedura, con una quota molto alta di trapianti pediatrici realizzati grazie allo split. Nel caso della bambina serba, la logica è stata adattata al donatore vivente: prelievo di una porzione limitata di fegato (circa un quarto) adeguata alle necessità della figlia.

Le parole del padre e il dopo: scuola, controlli e qualità di vita

Il racconto del padre restituisce la misura concreta del “dopo”, senza enfasi: una bambina che torna ad avere appetito, che gioca senza fermarsi per la stanchezza, che non convive più con cateteri e sedute di dialisi. “Ora potrà iniziare la scuola, spensierata come i suoi coetanei”, dice, ricordando una decisione maturata con la moglie oltre due anni fa, quando i medici avevano indicato la dialisi come passaggio necessario e, quindi, la preparazione al trapianto.

Per l’ospedale, il risultato clinico è anche un messaggio sanitario: quando si combinano competenze chirurgiche, nefrologiche, epatologiche, pediatriche e un percorso autorizzativo rigoroso, si possono aprire strade nuove per pazienti con doppio organo compromesso. Non significa che la procedura diventerà “di routine”: l’ospedale stesso ricorda che in letteratura i casi sono rari e descritti in altri Paesi europei. Significa però che, da oggi, esiste anche in Italia un precedente documentato, con un esito positivo, che potrà orientare valutazioni future su casi analoghi.

 
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