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Attenzione! Il Joker si aggira tra di noi!

Esce nelle sale The Joker, il film di Todd Phillips, con uno straordinario Joaquin Phoenix, e Robert De Niro. Perderlo sarebbe una follia.

Francesco Di Pisa

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A duemila anni dai fasti della Roma Imperiale del Gladiatore di Ridley Scott, Joaquin Phoeniz si ripete – maestosamente – questa volta tessendo le fila del suo ultimo film The Joker, nel vortice del dramma della psiche umana sofferente, malata ed emarginata nelle sue tinte più fosche e violente.

Joaquin Phoenix è un attore eccellente, schivo, scheggia impazzita nel panorama commerciale usa e getta di Hollywood. Raccontano che due giorni dopo il suo trionfo al Festival di Venezia sia volato a Toronto in occasione di un gala in suo onore al Toronto Film Festival. Giunto nella città canadese, Joaquin Phoenix pare abbia deciso di lasciare da parte flash dei fotografi e red carpet per andare a sfilare nella metropolitana.

Tra la gente comune.

Professionista straordinario, predisposizione al genio teatrale, Joaquin Phoenix riesce a rappresentare l’alienazione umana moderna con la maschera di un patetico clown, accendendo e divincolandosi nella prorompente follia del personaggio di Arthur Fleck. Una realtà sconvolgente oltre i buchi neri dell’umanità, là dove molti si perderebbero, prima ancora di partire per un viaggio tanto complesso quanto praticamente interminabile.

Da Commodo (l’avido, lussurioso figlio di Marco Aurelio che Joaquin Phoenix interpreta ne Il Gladiatore sfidando l’epico Generale romano Maximus Meridius alias Russell Crowe) ad Arthur Fleck, il passo è breve. Il clown patetico e sofferente creato dal regista Tod Phillips, è un commediante fallito che vive e si prende cura della vecchia e malata madre in un dormitorio incavato nella suducia periferia abbandonata di Gotham City (riconosciamo una tetra e violenta New York) in cui Arthur fatica disperatamente a trovare non solo un lavoro da clown ma pure uno psichiatra del servizio pubblico che gli prescriva psicofarmaci di cui ha bisogno. Il suo destino si compierà quando la società di Gotham City, dove scorrono carrozze di metro imbrattate come fiumi di egoismo e di intolleranza, rifiuterà di accettarlo, ponendolo agli estremi confini del mondo.

Alla gente di questa città non frega un cazzo di quelli come te, Arthur.”

Il giudizio della psichiatra durante il loro ultimo incontro, i fondi sociali per i malati di mente saranno definitivamente tagliati, è per Arthur Fleck, una pietra tombale che segna lo spartiacque definitivo tra speranza e distruzione.

L’immenso dolore per esser stato considerato inadatto al trono di Imperatore dal padre Marco Aurelio nel Gladiatore, come l’angoscia per il giudizio di una società che nel The Joker lo definisce guasto o inadatto a vivere – sono gli effetti di un identico sentimento che condividiamo con Joquin Phoenix, e da cui sfocerà inevitabilmente l’orrore della morte. Ed è proprio in quei corridoi da cui provengono i rifiuti della vita, dalla schizofrenia dell’abbandono, che le anime più sensibili o deboli o talvolta malate chiudono il cerchio.

The Joker è un film forte, un cazzotto allo stomaco, essenziale, cupo, introspettivo, doloroso, a tratti pesante come un macigno che ci è precipitato addosso e da cui è impossibile divincolarsi. Insormontabile e incredibilmente attuale. Non è un film per tutti, ma solo per chi cerca di scoprire il senso della vita oltre le apparenze di concetti vuoti e trasparenti che ci propinano ogni giorno.

Da ogni angolo si voglia scrutarne la sostanza, per il personaggio si prova pena, pietà e dolore, al di là della brutalità efferata, sanguinosa a cui Arthur approda quando pregiudizio ed emarginazione avranno la meglio su di lui, creando finalmente ed in tutta la sua straordinarierà – la follia assassina del The Joker.

Nelle ultime scene del film non aspettatevi che appaia il mantello di Batman, non scivolerà dal cielo nessun supereroe a salvare l’umanità dal precipizio in cui si è cacciata rinnegando ogni singolo valore o principio umano.

Quando The Joker si trasfigura inevitabilmente nell’immagine del Male assoluto, quando i manifestanti col volto coperto da maschere da clown si approprieranno di Gotham City, tra sommosse e rivolte per scontrarsi contro l’avidità e l’incapacità della politica e di un regime di egoismo globale che abbiamo tutti contribuito a creare, potrete solo immaginare cos’altro ci aspetta, se non saremo in grado di invertire la rotta: quando persino un mite, pacifico, indifeso povero clown viene deriso, trascurato e infine calpestato da una società che non sa più nemmeno ascoltare, o provare a capire, il danno è ormai compiuto. Negli Stati Uniti il film è stato marchiato a fuoco perchè nel messaggio di violenza, potrebbe scatenare proteste e fomentare ulteriori violenze in un Paese già flagellato da sparatorie e continui massacri di massa. Ma è come dire che parlare di uno stupro, metterne a nudo l’orrore, fomenti altri violenze.

Queste sono occasioni rare, non perdetevi The Joker, buona visione e buona fortuna a tutti perchè ne avremo bisogno. Se non riusciremo ad accettare le debolezze di ogni altro Arthur Fleck, che quelle poi sono le nostre ricchezze, occhio, The Joker si aggira dietro l’angolo, col suo ghigno velenoso e l’eco maledetta della sua risata, tra i rifiuti e le mura delle nostre città…

Francesco Di Pisa è Dottore in Giurisprudenza con Master in Scienza delle Comunicazione. Libero professionista, dopo la Spagna, la Gran Bretagna, si occupa di politiche Marketing, consumo, comunicazione e scrive di politica, attualità e costume.

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Economia

Europa ed economia, da Charles Michel l’ennesima beffa per l’Italia

Il Presidente del Consiglio Europeo propone la sua versione del Recovery Fund che, malgrado l’apparenza di un compromesso, accontenta più i Quattro Frugali. Però il Premier Conte pensa a prorogare lo stato di emergenza

Mirko Ciminiello

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Il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel

Certe volte, soprattutto in tema di Europa ed economia, il bi-Premier Giuseppe Conte assomiglia vagamente a uno studente poco preparato. Uno di quelli che, durante un’interrogazione, farfugliano l’essenziale per strappare la sufficienza, senza però aver chiaro il quadro d’insieme. Così, nel giorno in cui ha candidamente ammesso di star valutando il prolungamento dello stato di emergenza per il coronavirus, ha trascurato il vero problema. Che, come spesso accade, è di stanza a Bruxelles.

Europa ed economia, la proposta di Michel

Il binomio Europa ed economia è sempre stato abbastanza infausto per l’Italia, e la crisi da Covid-19 sta confermando la regola. Merito, si fa per dire, dei cosiddetti Quattro Frugali (Austria, Danimarca, Olanda e Svezia) nelle cui lingue il termine “solidarietà” deve avere un’accezione diversa dall’italiano.

Non si capirebbe altrimenti il senso della nuova proposta sul Fondo per la Ripresa formulata da Charles Michel, Presidente del Consiglio europeo. Che, rispetto al piano originario della Commissione Ue, fa un altro piccolo passo in direzione del blocco nord- e mittel-europeo.

L’ex Premier belga vorrebbe confermare l’entità del Recovery Fund, pari a 750 miliardi di euro, di cui 500 a fondo perduto e 250 come prestiti. E fin qui tutto bene. Poi, però, arrivano le note dolenti.

La noti dolenti dell’ipotesi del Consiglio europeo

Anzitutto, il Bilancio pluriennale 2021-2027 dell’Unione Europea dovrebbe ammontare a 1.074 miliardi di euro. Dimagrendo dunque di 26 miliardi rispetto all’originaria proposta da 1.100 miliardi della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. Così si avrebbe un bilancio all’1,07% del Pil, che sarebbe una via di mezzo tra l’1,09% avanzato a febbraio e l’1,05% chiesto dai soliti noti.

Inoltre, per i Quattro Frugali (e anche per la Germania) verrebbe confermato per il prossimo settennio il meccanismo di correzione dei contributi. In sostanza, uno sconto sui fondi che i Paesi membri versano annualmente all’Ue – e su cui, curiosamente, nessuno ha nulla da ridire.

Ancora, il progetto di Michel prevede una condizionalità rafforzata sui piani di riforme da presentare a Bruxelles. I quali dovrebbero essere valutati – ed eventualmente approvati a maggioranza qualificata – dal Consiglio Ue, e non più dalla Commissione. Conferendo in tal modo un maggior peso decisionale ai componenti del Consiglio stesso – ovvero agli Stati membri.

Peraltro, anche la scelta sugli esborsi, formalmente affidata alla Commissione europea, sarebbe condizionata dai singoli esecutivi attraverso il Comitato economico e finanziario. Un organismo in cui sono rappresentati i Governi nazionali, della cui opinione la Commissione dovrebbe forzatamente tenere conto.

Questo strumento, infine, dovrebbe venire finanziatoça va sans dire – attraverso nuovi balzelli. Come una plastic tax, un’imposta sulle “importazioni di CO2” pomposamente definita carbon border adjustment mechanism, e una tassa digitale dal 2023.

Economia ed Europa, un accordo a ogni costo?

In definitiva, l’ipotesi del Consiglio europeo manterrebbe intatte le risorse del Recovery Fund, ma alzerebbe i paletti per poterne usufruire. Risultando quindi fortemente sbilanciata verso il blocco nordico – cui ha ripreso a dare manforte anche la Finlandia. La cui Premier, Sanna Marin, ha twittato a proposito della necessità di diminuire i finanziamenti e migliorare il rapporto tra sovvenzioni e prestiti.

La sensazione, insomma, è che si stia cercando di raggiungere un accordo a ogni costo, al costo di qualsiasi compromesso. Come se dimostrare che l’Europa può raggiungere un’intesa fosse più importante dei contenuti dell’intesa stessa. Si vedrà, in ogni caso, al vertice del 17 e 18 luglio prossimi.

Frattanto – per usare un avverbio caro all’ex Avvocato del popolo -, sarebbe anche arrivata l’ora di fare i conti, anzi i Conte con Bruxelles. Peccato che Giuseppi fosse distratto dallo stato di emergenza. Fosse almeno stato quello vero!

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Politica

Decreto Semplificazioni, un provvedimento salvo intese (come il Governo)

Il Premier Conte illustra un provvedimento di cui non esiste ancora il testo. È la solita politica degli annunci, mentre persistono le polemiche interne all’esecutivo

Mirko Ciminiello

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conte firma il decreto semplificazioni
Il Premier Giuseppe Conte

Test per l’esame di giornalismo a proposito del Decreto Semplificazioni illustrato con l’usuale sobrietà dal bi-Premier Giuseppe Conte. Il candidato consideri che:

a) Il fu Avvocato del popolo ha presentato «un Decreto che semplifica, velocizza, digitalizza, sblocca una volta per tutte i cantieri e gli appalti». In appena 96 pagine.

b) Giuseppi, che aveva più volte definito il Dl «la madre di tutte le riforme», ha parlato di una gestazione «sofferta» e di «un risultato clamoroso». Quindi, forse in realtà il provvedimento è il figlio di tutte le riforme.

c) Il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera al Decreto Semplificazioni “salvo intese”. La sintesi perfetta dell’azione del Signor Frattanto.

d) Il Dl è stato approvato all’alba. Visto che «questo Governo non lavora col favore delle tenebre» – ma evidentemente prende i Ministri per stanchezza.

L’ombra del M5S sul Decreto Semplificazioni

e) Sulla scia delle polemiche sul nuovo ponte di Genova, il BisConte ha azzardato un paragone tra il Decreto Semplificazioni e «una strada a scorrimento veloce». Aggiungendo che «l’Italia deve correrema alziamo anche gli autovelox: non vogliamo offrire spazio ad appetiti criminali». Ci sono già quelli dei partiti.

f) Il Presidente del Consiglio ha annunciato l’intenzione di «fermare la paura della firma» da parte dei funzionari pubblici che temono il reato di abuso d’ufficio. Al contempo, ha spiegato che tale reato non sarà abolito, bensì circoscritto – per favorire i sindaci grillini Virginia Raggi e Chiara Appendino, ha malignato Italia Viva. E niente, questa fa già abbastanza ridere (o piangere) di suo.

Ciò posto, illustri il candidato se il Decreto Semplificazioni esprima nel modo migliore lo spirito di quello che è di fatto un Governo “salvo intese”.

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Cronaca

Ponte di Genova, concessione ad Aspi: ed è di nuovo bagarre nel Governo

Il Ministro De Micheli annuncia che Autostrade avrà ancora la gestione (temporanea) del nuovo viadotto sul Polcevera. All’attacco il M5S, che ne ha fatto un vessillo, mentre il centrodestra ironizza: “due anni di latrati per niente”

Mirko Ciminiello

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Autostrade per l'Italia

È la gestione del nuovo ponte di Genova il tema dell’ultima (in ordine cronologico) diatriba tutta interna al Governo rosso-giallo. Una diatriba che ruota attorno a una dichiarazione del Ministro dem dei Trasporti Paola De Micheli, che ha fatto infuriare il M5S. Perché in pochi istanti ha fatto strame di tutti i roboanti vaniloqui esternati dai grillini negli ultimi due anni, dal tragico crollo del ponte Morandi.

Il ponte di Genova ad Autostrade

«Il nuovo ponte Morandi sarà gestito da Autostrade». Poche parole, quelle del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, ma sufficienti a scatenare l’ennesima bagarre intergovernativa.

La questione l’aveva sollevata il sindaco del capoluogo ligure Marco Bucci. Il quale, da commissario straordinario per la ricostruzione, deve affidare a qualcuno collaudo e gestione del viadotto sul Polcevera, che altrimenti resterebbe inutilizzato.

Il MIT era stato chiaro. «Il nuovo ponte va consegnato nelle mani del concessionario autostradale in essere al momento». Ovvero, come ha confermato il Ministro De Micheli in un’intervista radiofonica, Aspi (cioè i Benetton), anche se «sulla vicenda c’è ancora l’ipotesi di revoca».

Era infatti Autostrade per l’Italia a gestire il vecchio ponte delle Condotte prima del tragico crollo del 14 agosto 2018. Un dramma in cui potrebbero aver giocato un ruolo gli scarsi investimenti nella manutenzione posti in essere dalla società del gruppo Atlantia. Che infatti era stata esclusa dal bando per l’edificazione del nuovo ponte di Genova. Decisione impugnata da Autostrade di fronte alla Corte Costituzionale, che però ha dato ragione al Governo Conte.

La titolare dei Trasporti ha precisato che il rinnovo della concessione è solo pro tempore, e che la scelta ha una valenza «esclusivamente giuridica». Ma tanto è bastato a dare il la a un’altra polemica politica.

L’ennesima polemica nel Governo

«Due anni di latrati, ringhiare, stridore di denti, tintinnare di manette e minacce hanno prodotto quello che si immaginava fin dall’inizio». Vale a dire il fatto che «il ponte di Genova verrà riconsegnato proprio ad Autostrade, come ha ordinato il Governo M5S-PD».

È stato tranchant il Presidente della Liguria Giovanni Toti, ricordando che «intanto per la tragedia del Morandi e per le sue 43 vittime nessuno ancora ha pagato. Mentre a Roma litigavate, noi in Liguria almeno abbiamo ricostruito il ponte».

Leggo la rassegna di questa mattina e penso…Ai grillini che promettevano, sulle macerie del Morandi, che avrebbero…

Pubblicato da Giovanni Toti su Martedì 7 luglio 2020

Nel mirino del Governatore c’era soprattutto il Movimento 5 Stelle, che è da sempre impegnato in una durissima opposizione alla famiglia Benetton. E infatti è sulle barricate, con lo spettro di dover ammainare l’ennesimo vessillo ideologico.

A dare fuoco alle polveri è stato il reggente Vito Crimi. «Il ponte di Genova non deve essere riconsegnato nelle mani dei Benetton. Non possiamo permetterlo» ha scritto via social.

Parole che suonano come un ulteriore, vuoto proclama, a cui si sono subito accodati altri esponenti pentastellati. Come il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che ha assicurato che «sulla concessione delle autostrade il Governo ha lavorato senza sosta. Dopo aver raggiunto un risultato importantissimo, con il nuovo ponte Morandi costruito in meno di due anni, adesso è arrivato il momento di decidere, possibilmente entro questa settimana». Dum herba crescit equus moritur.

Draconiano anche il viceministro allo Sviluppo economico Stefano Buffagni. Il quale si è spinto a scomodare Dante Alighieri nel timore di essere accomunato agli ignavi del terzo canto dell’Inferno.

Attacco frontale, invece, da parte del segretario leghista Matteo Salvini. Secondo cui, dopotutto, «dopo due anni di menzogne e tempo perso» ha prevalso la logica della sopravvivenza. «Cosa non si fa per salvare la poltrona» il sardonico commento del Capitano.

I lavori sul ponte di Genova

In mezzo a tutto questo bailamme, i lavori del nuovo ponte di Genova non si sono comunque fermati. Sono infatti iniziate le operazioni di stesura del primo strato di asfalto, e il primo cittadino Bucci ha confermato che le attività termineranno «entro il 29 luglio».

In questo modo, sarà possibile procedere all’inaugurazione del viadotto «tra l’1 e il 10 agosto». Come da cronoprogramma, ha assicurato il sindaco sotto la Lanterna.

Anche il Governatore Toti ha insistito sul punto. «Noi continuiamo a lavorare per l’interesse dei liguri» ha chiosato. Evidenziando fin troppo impietosamente dove si collocano gli atti concreti e dove le frivolezze. Sottolineando cioè la sostanziale differenza che passa tra un’amministrazione del fare e un esecutivo del faremo.

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Cronaca

Caos magistrati, il j’accuse di Di Pietro: “Vige la dittatura dei peggiori”

L’ex Pm di Mani Pulite attacca i colleghi carrieristi: “è la Tangentopoli della magistratura”. Intanto Palamara è di nuovo nei guai, stavolta per un lido in Sardegna di cui era socio occulto attraverso un prestanome

Mirko Ciminiello

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caos magistrati: antonio di pietro
L'ex Pm Antonio Di Pietro

Periodicamente, e ormai sempre più occasionalmente, il caos magistrati evade dall’oblio in cui i media mainstream stanno cercando di confinarlo. Stavolta, l’irruzione si deve a un’intervista rilasciata da un altro togato, Antonio Di Pietro. Che ha lanciato un pesantissimo j’accuse all’ex Pm Luca Palamara, indagato dalla Procura di Perugia per corruzione, e ai colleghi coinvolti nelle chat di quest’ultimo.

Caos magistrati, come Tangentopoli

«Mi preoccupano i tanti Palamara non emersi, tutti coloro che non sono stati intercettati ma comunque hanno trasformato la magistratura da servizio in occasione di potere personale». Così Di Pietro, Pm di Mani Pulite, esprimendo un’opinione piuttosto diffusa. Quella che il potere giudiziario non possa cavarsela solo puntando il dito contro un capro, anzi un “tonno espiatorio”. «Il Csm ha creato il cancro che lo sta uccidendo, scegliendo il sistema elettivo e aprendo delle vere e proprie campagne elettorali».

Un ragionamento condiviso anche dall’ex presidente dell’Anm, che già qualche settimana fa si era scagliato contro la riforma dell’Ordinamento giudiziario del 2007. Una riforma pensata per evitare che gli avanzamenti di carriera avvenissero solo per anzianità, escludendo quindi il merito. Il cui spirito è stato però stravolto da quella «modestia etica» di cui ha parlato il Capo dello Stato Sergio Mattarella.

«Questa riforma trasformò i generali in soldati e i soldati in generali» ha concluso l’ex ras di Unicost. Con il potere decisionale che cadde in via esclusiva in mano alle correnti in seno al Consiglio Superiore della Magistratura.

Di Pietro concorda almeno nel merito, tanto da aver azzardato perfino un paragone con Tangentopoli. «Allora tutti i politici si mettevano d’accordo per spartirsi le mazzette mentre oggi le toghe si accordano per dividersi il potere. E in entrambi i casi c’è stata una degenerazione, un tempo dei partiti, adesso della magistratura», l’argomentazione.

Palamara e il prestanome

Parlando di degenerazioni, bisogna dire che Palamara non si è fatto mancare proprio niente. Per esempio, è notizia di questi giorni che controllasse lo stabilimento di Olbia Kando Istana Beach, di cui era socio occulto tramite un prestanome. Un commercialista romano, di nome Andrea De Giorgio, che aveva anticipato all’ex consigliere del Csm la somma necessaria ad acquisire le quote dell’impianto. E che in cambio «aveva ricevuto incarichi dai tribunali e dalla Procura di Roma», come si legge negli atti dell’inchiesta perugina sull’ex Pm della Capitale.

Queste attenzioni non fanno comunque parte delle contestazioni, né penali né disciplinari, all’ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura. Tuttavia, secondo i giudici del capoluogo umbro svelano «rapporti poco trasparenti o, comunque, commistioni di interessi quantomeno sintomatici» di un uso improprio del ruolo di magistrato.

Soprattutto considerando certe conversazioni tra Palamara e un terzo socio, Federico Aureli, già titolare di una concessionaria di moto. Conversazioni centrate su un procedimento penale aperto dalla Procura di Roma a carico della moglie e della madre dell’imprenditore. «Mai ho chiesto a Luca di aiutarla e di intervenire» si è difeso questi di fronte ai Pm perugini. Ma ragioni di opportunità avrebbero suggerito, perlomeno, maggiore prudenza.

Caos magistrati, come se ne esce?

L’ex leader dell’Italia dei Valori, nel frattempo divenuto avvocato, non ha voluto comunque processare il sistema, bensì i singoli individui «che hanno umiliato la magistratura». All’interno della quale ci sono, ovviamente, anche «molte brave persone».

Il problema è che, come ha ammesso anche Di Pietro, comandano le mele marce. Ovvero, «i magistrati che aprono le inchieste pensando alla propria realizzazione privata anziché alla loro funzione istituzionale» ha insistito l’ex Pm molisano. Che ha messo nel mirino il «reato di abuso di ufficio, in cui il politico di turno deve dimostrare di non essere colpevole. È la resa del diritto: si anticipa la condanna non essendo in grado di provare il reato. Sono inchieste che garantiscono notorietà ma non giustizia».

L’avvocato se l’è presa anche con l’Associazione Nazionale Magistrati, «che per quel che mi riguarda neppure dovrebbe esistere». I sindacati, infatti, «servono per difendere i lavoratori dal potere ma i magistrati, che hanno il potere più grande, da che cosa si dovrebbero mai difendere?»

Di Pietro, poi, ha fornito la sua ricetta per provare a uscire da questo stato di avvilente decadenza e imbarbarimento. «Le nomine dei capi della magistratura non devono essere fatte dalle correnti ma dal Presidente della Repubblica, dalla Corte Costituzionale e, per la restante parte, tirate a sorte».

La dittatura dei peggiori

Non è certo l’unico addetto ai lavori ad auspicare il sorteggio come rimedio contro l’attuale abbrutimento morale della categoria. Quando il Ministro grillino della Giustizia Alfonso Bonafede lo capirà, non sarà mai troppo tardi.

Per ora, resta il caos magistrati e quella che è stata definita “dittatura dei peggiori”, per cui chi non è sufficientemente schierato «ne paga le conseguenze». Capitò anche al rimpiantissimo Giovanni Falcone, come ha ricordato l’ex Pm di Tangentopoli. Che ha concluso con una constatazione amarissima e inquietante. «Un magistrato può essere fermato solo facendolo saltare in aria, come capitò a Giovanni [Falcone, N.d.R.], o da un altro magistrato, come capitò a me».

Con tanti saluti a quella che un tempo fu la giustizia. Il Marchese del Grillo fece suonare le campane a morto per molto meno.

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Politica

Governo del faremo, la cifra di Conte Fabio Massimo il Temporeggiatore

Il Premier sotto attacco per la politica di soli annunci, l’ultimo dei quali riguarda le linee guida del Programma Nazionale di Riforma. E anche il neo-Presidente dei giovani di Confindustria avverte: la pazienza sta finendo

Mirko Ciminiello

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governo del faremo: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

Dopo il “Governo del fare” di berlusconiana memoria, ecco il Governo del “faremo”. Una decina d’anni, in un’ottica squisitamente politica, possono corrispondere a un’era geologica. Quella che stiamo vivendo ora è caratterizzata dalla procrastinazione. E a guidarla non poteva che essere un Presidente del Consiglio soprannominato, proprio per questa tendenza, Signor Frattanto.

Il Governo del faremo

Il bi-Premier Giuseppe Conte guida un esecutivo del futuro – nel senso del tempo verbale. Un Governo del faremo la cui azione si ferma alle parole, probabilmente a causa del proverbiale mare che si frappone tra l’una e le altre. Il che suona vagamente ironico, se si pensa che il termine “Governo” deriva da un vocabolo latino che significa “timone”.

Il timoniere dell’Italia, però, pare decisamente più abile a tracciare la rotta sulla carta che a seguirla effettivamente tra le insidie dei flutti. Richiamando fin troppo spesso l’analogia dantesca con la “nave sanza nocchiere in gran tempesta”.

L’ex Avvocato del popolo ne ha dato un’ennesima prova con il Programma Nazionale di Riforma, le linee guida in ambito economico da presentare a Bruxelles. Trattandosi di un programma, è astratto per definizione, e in più quella che è stata diffusa è solo una bozza. Che però delinea dei principî ben definiti, estesi anche al Recovery Plan. Il “Piano per la Ripresa” che Roma dovrà sottoporre al giudizio dell’Europa onde ottenere i fondi del Next Generation Eu.

Tanto per restare in tema, anche quest’ultimo è uno strumento virtuale, visto che a ora non vi è ancora accordo tra gli Stati membri dell’Ue. E considerato che per istituirlo ufficialmente serve anzitutto l’unanimità del Consiglio Europeo, probabilmente lo vedrà la prossima generazione comunitaria. Nomen omen.

Il Programma Nazionale di Riforma

L’Italia, comunque, si è “portata avanti” (sic!), e ha illustrato nel PNR i pilastri su cui erigerà il piano delle riforme. «Modernizzazione; transizione ecologica; inclusione sociale e territoriale, parità di genere».

In dettaglio, questo progetto dovrebbe realizzarsi attraverso una serie di interventi in vari settori. Sul piano finanziario, l’obiettivo è «una riforma complessiva della tassazione diretta e indiretta» che porti a un «alleggerimento della pressione fiscale». Inoltre, i rosso-gialli puntano anche alla «graduale introduzione di un salario minimo», rilanciano l’atavica ossessione della lotta all’evasione ed escludono nuovi condoni.

Vi è poi il capitolo sulla scuola, che si concentra soprattutto sul proposito della digitalizzazione. Tra l’altro, si prevede quindi il rafforzamento della didattica a distanza e l’introduzione della fibra ottica in tutti gli istituti statali.

Per realizzare queste aspirazioni, il Governo ha dichiarato di confidare nelle «opzioni di finanziamento» dell’Unione Europea – incluso, dunque, lo spauracchio Mes. Opzioni che verranno valutate «alla luce di considerazioni di merito e di impatto finanziario». Lo ha confermato anche il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, avvisando che «è assolutamente necessario evitare che la crisi pandemica sia seguita da una depressione economica. Non vi è tempo da perdere, e le notevoli risorse che l’Unione europea ha messo in campo devono essere utilizzate al meglio».

Un discorso assolutamente condivisibile ma, come sempre, molto fumoso. Il tipico discorso del nostro Governo del faremo.

Le critiche al Governo del faremo

Che l’opposizione critichi l’esecutivo è piuttosto scontato, e la situazione contingente non fa eccezione. «Basta annunci, basta promesse, basta chiacchiere. Sono quattro mesi che fanno solo annunci» ha attaccato il segretario leghista Matteo Salvini, aggiungendo che «Conte è recordman mondiale di annunci».

D’altronde, non è certo la prima volta che il Capitano accusa Giuseppi di dispensare solo promesse. «Mi sembra che viviate su Marte» aveva tuonato in pieno lockdown dall’Aula del Senato. «Faremo, faremo, faremo. La prossima volta, Presidente, venga a dire: abbiamo fatto, abbiamo fatto, abbiamo fatto. È questa la differenza».

Come detto, però, una simile invettiva non è certo una sorpresa, anzi. Ben più inattesa era invece la filippica rivolta al Capo del Governo del faremo dai Giovani Imprenditori di Confindustria.

«Non si può pensare di governare con annunci e poi dilatare all’infinito il tempo che passa tra le parole e gli effetti di quelle misure». Così il nuovo Presidente nazionale, Riccardo Di Stefano, contestando «misure costose e inefficaci» come il Reddito di Cittadinanza. Un provvedimento costato quasi 4 miliardi di euro, grazie al quale «solo il 2% ha trovato un lavoro tramite i centri per l’impiego». Inoltre, il leader dei giovani confindustriali ha sollecitato una rapida approvazione del Decreto Semplificazioni e il celere utilizzo di tutte le risorse europee.

Conte Fabio Massimo il Temporeggiatore

Qui, però, torniamo alla questione delle dilazioni, dovute alle frizioni tra le forze che compongono la maggioranza rosso-gialla. Una problematica valida anche per il Fondo salva-Stati, nonché per la tanto sbandierata ipotesi del taglio dell’Iva, durata appena «diciotto ore».

Il guaio è che il Paese ha bisogno di tornare a correre quanto prima, laddove il Governo del faremo continua a rimandare i nodi per evitare che possano giungere al pettine. La cifra politica di un Premier che, se fosse nato ai tempi degli antichi Romani, sarebbe diventato Conte Fabio Massimo. ll Temporeggiatore.

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Cronaca

Spazio, nell’Universo primordiale un “mostro” che non dovrebbe esistere

Scoperto un buco nero da Guinness dei primati, distante 13 miliardi di anni luce e capace di inghiottire l’equivalente di un Sole al giorno. Si chiama Pōniuāʻena, e potrebbe riscrivere le attuali teorie sulle origini dei black holes

Mirko Ciminiello

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spazio: rappresentazione artistica di un quasar
Rappresentazione artistica di un quasar

Lo spazio è un enigma che non cessa mai di sorprendere e affascinare. Per ogni risposta che troviamo, sorgono infatti nuove domande: è questo, d’altronde, il bello della ricerca scientifica. Vale anche per l’ultima grande scoperta in campo astronomico. Un buco nero “anomalo” che potrà aiutarci ad aumentare la nostra comprensione dell’Universo.

Un mostro galattico nello spazio

È un black hole da Guinness dei primati quello descritto in uno studio appena pubblicato sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society. È stato individuato nel 2018, ma solo ora analisi più approfondite ne hanno svelato la natura. Che è quella di un mostro galattico, smisuratamente grande e smisuratamente vorace.

Tecnicamente si tratta di un quasar – termine che deriva dalla contrazione di QUASi-stellAR radio source, cioè “radiosorgente quasi stellare”. Lo hanno chiamato Pōniuāʻena, termine hawaiano che significa “sorgente rotante invisibile della creazione, circondata da luminosità”. Un omaggio ai tre osservatori, situati proprio nelle isole Hawaii, che hanno rilevato l’oggetto nelle profondità dello spazio.

La natura dei quasar non è ancora stata completamente chiarita, ed è tuttora oggetto di indagini e dibattiti. Di norma sono dei giganti cosmici, e Pōniuāʻena non fa eccezione, avendo una massa pari a 34 miliardi di volte quella del Sole. Per fare un paragone, è 8.000 volte più grande del black hole al centro della Via Lattea, Sagittarius A*.

Al suo interno, il quasar ospita un buco nero altrettanto da record, con una massa 1,5 miliardi di volte superiore a quella della nostra stella. E, come spesso accade, questo colosso dimora a sua volta in mezzo a una galassia, di nome J2157.

I buchi neri non sono poi così neri

Un’altra caratteristica dei quasar è la spiccata luminosità, pari a quella di miliardi di stelle, e a volte di intere galassie. Tale brillantezza potrebbe sembrare un controsenso, visto che i black holes sono come dei ciclopici aspirapolveri che divorano tutto ciò che incontrano, inclusa la luce.

La realtà, però, è che i buchi neri non sono poi così neri. Essi emettono infatti delle radiazioni, di natura sia elettromagnetica che termica: è la radiazione di Hawking, dal nome del suo scopritore, il grandissimo Stephen Hawking.

Per quanto riguarda i quasar, si ritiene che la loro “innaturale” luminosità derivi dall’attrito generato dalla caduta di gas e polveri in un black hole supermassiccio. Tale processo convertirebbe metà della massa in energia, anche se il suo meccanismo è ancora ignoto. Anche in questo caso, comunque, Pōniuāʻena non fa eccezione: anzi, ha conquistato il record di quasar più brillante a oggi conosciuto.

Nella norma è anche il suo “appetito pantagruelico” – un’ulteriore peculiarità di questi corpi celesti. Pare infatti che Pōniuāʻena sia capace di inghiottire ogni giorno l’equivalente del nostro Sole. Il che, date le sue dimensioni, non sorprende più di tanto.

Gli autori della ricerca hanno infatti calcolato l’estensione dell’orizzonte degli eventi del buco nero – cioè il confine all’interno del quale nulla può più sfuggire. E hanno rilevato che è oltre cinque volte più ampio dell’intero sistema solare.

Un mistero dalle profondità dello spazio

La buona notizia è che Pōniuāʻena si trova a circa 13,02 miliardi di anni luce da noi. Per capire a quanto corrisponde quest’intervallo spaziale, occorre considerare che un anno luce è la distanza percorsa dalla luce nel vuoto in un anno (terrestre). Che, più o meno, equivale a 9.500 miliardi di chilometri. Per raggiungere il quasar, bisogna moltiplicare questo numero per 13,02. Una distanza astronomica (è il caso di dirlo) di assoluta sicurezza. Che però costituisce un vero e proprio mistero.

Pōniuāʻena, infatti, fa parte dell’Universo primordiale, essendosi formato “appena” 700 milioni di anni dopo il Big Bang. È uno dei due unici quasar “precoci” conosciuti, e tra di essi è decisamente il più grande – il doppio dell’altro.

Secondo l’attuale teoria sulla nascita e l’accrescimento dei black holes, questi oggetti dovrebbero derivare da buchi neri più piccoli. Che a loro volta sarebbero stati generati dal collasso di una stella morente. Nel caso di Pōniuāʻena, però, le tempistiche non tornano.

In base agli odierni modelli cosmologici, infatti, stelle, galassie (e anche i black holes) sarebbero apparsi “solo” 300-400 milioni di anni dopo il Big Bang. Tuttavia, affinché Pōniuāʻena potesse raggiungere le dimensioni che oggi vediamo, avrebbe dovuto iniziare a formarsi ad “appena” 100 milioni di anni dall’esplosione primigenia.

La realtà e che «non sappiamo ancora come si è formato» ha ammesso l’astrofisico Christopher Onken, primo firmatario dello studio. Il che significa che questo quasar potrebbe portare a riscrivere i paradigmi correnti. E, forse, la storia stessa del giovane Universo.

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Politica

Riforma elettorale, l’accelerazione del Pd e le implicazioni per il Governo

I dem invocano la nuova legge che disciplinerà le Politiche, nella paradossale speranza di blindare l’esecutivo e ritardare l’annunciato trionfo del centrodestra. Permangono però le fibrillazioni che fanno tremare il Premier Conte

Mirko Ciminiello

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Il Premier Giuseppe Conte

Tradizionalmente, la riforma elettorale è l’ultimo provvedimento a cui un esecutivo uscente mette mano. E non a caso, trattandosi della norma che disciplina il voto per le Politiche e la successiva composizione del nuovo Parlamento. Per questo motivo, si tende a considerare il momento in cui si apre la discussione su tale legge l’inizio della fine di una legislatura. E si dà il caso che sia proprio ciò che sta accadendo.

L’accelerazione sulla riforma elettorale

È notizia recentissima che la Conferenza dei Capigruppo di Montecitorio ha deciso di calendarizzare la riforma elettorale per il prossimo 27 luglio. Accogliendo così la richiesta di accelerazione proveniente dal Pd, che ha ricordato come la legge elettorale facesse parte dell’accordo da cui è nato il Conte-bis. «Pacta sunt servanda» ripetono da giorni, e non a caso, vari esponenti dem.

Il riferimento è all’intesa raggiunta a fine 2019, quando i rosso-gialli convennero di legare la misura alla riforma del taglio dei parlamentari. In quell’occasione, si stabilì di tornare alle urne con un sistema proporzionale con una soglia di sbarramento al 5%. Che in pratica significa che i seggi dovrebbero essere ripartiti in proporzione alla percentuale di voti, escludendo quei partiti che non dovessero raggiungere la succitata asticella.

La nuova norma dovrebbe sostituire il vigente Rosatellum, sempre proporzionale ma con un correttivo maggioritario. Prevede cioè un premio, in termini di seggi, che dovrebbe garantire la governabilità – il condizionale, vista l’attuale legislatura, è una forma di cortesia.

La fretta del Partito Democratico ha una duplice spiegazione. Da un lato c’è il referendum settembrino sul taglio dei parlamentari stesso, dall’altro i sondaggi che si ostinano a premiare il centrodestra.

L’esito della consultazione referendaria è scontato, e porterà a designare, nella prossima tornata elettorale, due Camere dimezzate. Se tale tornata fosse regolata dal Rosatellum, è stato calcolato che il nuovo Governo potrebbe contare sul 60% degli onorevoli. Se a ciò si aggiunge il fatto che il vincitore dovrebbe essere il leader leghista Matteo Salvini, l’incubo di via del Nazareno sarebbe completo.

Le fibrillazioni all’interno del Governo

Lo scenario appena descritto, però, si potrebbe concretizzare solo in caso di caduta del BisConte ed elezioni anticipate. Di qui l’urgenza della riforma elettorale che, paradossalmente, potrebbe servire a guadagnare tempo. Difficile, infatti, tornare alle urne con una normativa approvata da una (e una sola) Camera.

Eppure, nonostante l’impegno dei democratici per evitare che il popolo sovrano possa finalmente scegliere da chi essere guidato, la cornice governativa resta contrassegnata da fortissime fibrillazioni. Per esempio sul Mes, il Fondo salva-Stati su cui persiste ancora il niet del M5S.

L’ultimo casus belli, invece, riguarda il Decreto Semplificazioni, che il bi-Premier Giuseppe Conte considera «la madre di tutte le riforme». Tanto da non aver gradito affatto i veti incrociati e, soprattutto, i distinguo e le resistenze del Pd.

In effetti, questo è stato uno dei temi trattati nel recente incontro tra il fu Avvocato del popolo e il segretario dem Nicola Zingaretti. Conclusosi con l’appello del Signor Frattanto affinché, alle prossime Regionali, i grillini si presentino uniti con i democratici. Segno che Giuseppi sente sempre più traballante la propria poltrona, che cerca di puntellare rinsaldando l’asse tra i due principali partiti che lo sostengono. Ricevendo però – almeno per il momento – il secco rifiuto dei pentastellati.

Gli scogli della riforma elettorale

A complicare ulteriormente un quadro già fin troppo confuso potrebbe poi esserci anche Italia Viva. Il partito di Matteo Renzi aveva dato il proprio assenso alla riforma elettorale in un periodo, diciamo, di forte ottimismo. Costantemente smentito però dalle impietose rilevazioni che danno puntualmente Iv inchiodata attorno al 3%.

Non si esclude quindi che la soglia di sbarramento possa essere rivista al ribasso, anche perché sembra già assodata la presenza di voti segreti in Aula. Per non parlare del timore che l’ex Rottamatore, in un impeto sansoniano, possa scegliere di “morire con tutti i Filistei”.

Si possono leggere in questa chiave gli avvisi ai naviganti dei suoi parlamentari. Che hanno precisato che «la priorità è la crisi economica, non la legge elettorale», oltre a spingere per delle importanti correzioni al Dl Semplificazioni.

Forse il Presidente del Consiglio pensava anche a questi scogli quando si è lasciato sfuggire che «è il momento del coraggio, io ho fretta, frettissima». Il tempo, infatti, è notoriamente tiranno. E queste accelerazioni estive hanno tanto il retrogusto di un Governo all’ultima spiaggia.

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Economia

Salva-Stati, le fibrillazioni nella maggioranza spaventano il Premier Conte

Il Capo del Governo prende ancora tempo sul Mes e chiede aiuto all’omologo olandese Rutte. Intanto è ancora scontro tra Pd e M5S, e alcuni senatori grillini si dicono pronti a far cadere il Governo

Mirko Ciminiello

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governo del faremo: giuseppe conte
Il Premier Giuseppe Conte

Ultimamente, uno dei pochi temi in grado di infiammare davvero il dibattito è il Fondo salva-Stati, o Mes, o comunque lo si voglia chiamare adesso. In effetti, è un argomento così spinoso da riuscire a rimescolare gli schieramenti politici. Suggerendo al bi-Premier Giuseppe Conte una cautela perfino maggiore del solito.

Conte e il Fondo salva-Stati

Lo chiamano signor Frattanto in riferimento ai tempi biblici delle sue deliberazioni. Come da stoccata del leader di Azione, Carlo Calenda, «Conte non dice e non decide mai niente». Figurarsi su una materia così delicata e divisiva come il Fondo salva-Stati.

Era dunque quasi inevitabile che il fu Avvocato del popolo si esibisse nella specialità della casa – la procrastinazione. Soprattutto considerando che in ballo non c’è soltanto una bazzecola come il futuro dell’Italia ma – cosa ben più importante – la tenuta del Governo rosso-giallo. E che la discussione si incrocia con un’altra importantissima partita comunitaria – quella sul Recovery Fund e il Bilancio pluriennale dell’Unione Europea.

«Dovete darmi il tempo che ci vuole» avrebbe detto infatti Giuseppi ad alcuni Ministri dem in vista del Consiglio europeo del 17 e 18 luglio. «Il tempo di completare il quadro europeo, chiudere l’accordo con la Ue al prossimo Consiglio, poi farò il possibile per convincere il M5S».

I grillini, infatti, sono l’unica forza di maggioranza recisamente contraria all’uso dello strumento finanziario di Bruxelles, proprio come, tra le opposizioni, Lega e FdI. D’altra parte, Forza Italia sarebbe disposta a votare con Partito Democratico, Italia Viva e LeU, ma i numeri non sarebbero sufficienti per il via libera.

In questa cornice di (ulteriori) forti fibrillazioni, gli occhi sono puntati, come spesso accade, sul Movimento 5 Stelle. Nel cui muro ha appena iniziato a formarsi qualche sottile crepa.

Il dibattito sul Fondo salva-Stati

L’attivazione del Fondo salva-Stati renderebbe disponibile una linea di credito pari a 36-37 miliardi di euro. Un prestito con un tasso d’interesse leggermente superiore allo 0,1% annuo, e l’unico vincolo di usare i fondi per le spese sanitarie legate all’emergenza Covid-19.

Risorse a cui sarebbe folle rinunciare, affermano i sostenitori del Mes quali Nicola Zingaretti, segretario del Pd, o Matteo Renzi, leader di Iv. Secondo cui «i Cinque Stelle stanno prendendo un po’ di tempo, poi diranno di sì, come è ovvio e come è logico».

I pentastellati, però, sono sulle barricate, come il resto degli oppositori del Meccanismo Europeo di Stabilità. Per cui pesano soprattutto i rischi legati all’assenza di un provvedimento chiaro sulle famigerate condizionalità che potrebbero scatenare la trojka e attentare alla sovranità nazionale. Lacci e lacciuoli la cui esclusione, allo stato attuale, non è che un gentlemen’s agreement mai ratificato.

Il trattato che ha istituito il Fondo salva-Stati è infatti ancora in vigore, e oltretutto le tempistiche di un’eventuale modifica non sarebbero brevi. Servirebbero infatti l’unanimità del Consiglio europeo (compresi i solidalissimi Quattro frugali) e la successiva ratifica di tutti i Parlamenti nazionali. Nel frattempo, nulla vieterebbe a Bruxelles di rimangiarsi la promessa, soprattutto se nel frattempo l’Italia dovesse dotarsi di un esecutivo meno gradito all’Europa.

Ipotesi, quest’ultima, che nessuno può escludere categoricamente. «Finiamola con il no ideologico al Mes, altrimenti il Governo rischia davvero» ha ammonito per esempio il senatore grillino Primo Di Nicola. E anche il sottosegretario al Ministero dell’Interno Carlo Sibilia ha concesso una timida apertura, purché si sia certi che i fondi non costituiscano «una trappola».

La sensazione, cioè, è che il MoVimento finirà per abdicare ancora una volta alle proprie pretese ideologiche per ragioni, diciamo, di realpolitik. Stavolta, però, potrebbe non essere così semplice.

Il Fondo salva-Stati e la crisi del M5S

I nipotini del presunto comico, infatti, sono in piena crisi. Di voti, di nervi e di identità. Nonché di leadership, visto che, dal momento delle dimissioni di Luigi Di Maio, non c’è un vero capo politico, bensì un reggente – Vito Crimi.

In questo contesto, i Cinque Stelle si apprestano ad avviare la campagna elettorale per le Regionali di settembre con lo spettro di dover ammainare l’ennesima bandiera. Circostanza che potrebbe riverberarsi non solo sul gradimento degli elettori – per cui sarebbe un altro boccone amaro da digerire – ma anche sulla sopravvivenza del Conte-bis.

Secondo i rumours, infatti, almeno trenta parlamentari pentastellati sarebbero pronti a negare l’appoggio al Fondo salva-Stati. Tra cui sette senatori, che potrebbero risultare determinanti visto che a Palazzo Madama i rosso-gialli sono già sul filo del rasoio.

È vero che i voti mancanti verrebbero rimpiazzati da quelli degli Azzurri, ma a quel punto si aprirebbe un enorme problema politico. Perché il Mes verrebbe approvato da una maggioranza diversa rispetto a quella che sostiene l’esecutivo.

Il Meccanismo Europeo di Instabilità del Governo

Ecco il motivo per cui, malgrado le sue rodomontate, il Capo del Governo non ha alcuna intenzione di affrontare a breve il giudizio dell’Aula. Addirittura, secondo alcune ricostruzioni avrebbe chiesto aiuto al suo omologo olandese Mark Rutte, capofila del “blocco del nord Europa”, per riuscire a prendere tempo. Ricevendo però una replica non esattamente incoraggiante.

«È cruciale che la prossima volta l’Italia sia in grado di rispondere a una crisi da sola» le parole del tulipano. A cui il Presidente del Consiglio ha fatto sapere laconicamente che sì, «l’Italia ce la farà da sola». Anche perché sui suoi cosiddetti alleati comunitari difficilmente potrà contare.

Intanto, il BisConte punta a superare l’estate, sperando che, alla fine, prevalga (as usual) l’istinto di autoconservazione dei grillini. I cui valori, finora, non hanno mai retto alla prova della poltrona.

Di certo c’è che, per il momento, il Fondo salva-Stati pare più un Meccanismo Europeo di Instabilità. Per il Governo italiano, almeno.

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Cronaca

Autocensura, l’Occidente che rinnega se stesso viaggia verso l’estinzione

Le statue abbattute sono il simbolo di un delirio collettivo, ma la cosa peggiore è che la culla della civiltà appoggia i teppisti contro la sua Storia e le sue tradizioni: così la troppa negazione di noi stessi ci seppellirà

Mirko Ciminiello

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autocensura dell'occidente
La statua di Cristoforo Colombo abbattuta a Minneapolis

Se già la censura non è esattamente qualcosa di positivo, l’autocensura è peggio, perché è anche stupida. A maggior ragione quando è un’intera civiltà a rinnegare se stessa in nome di un qualche vaneggiamento collettivo. Di troppa negazione di sé, infatti, si muore. E, continuando di questo sciagurato passo, rischia seriamente di essere questo il destino dell’Occidente.

I paraocchi dell’ideologia

C’è una vibrazione nichilista che sta percorrendo come una sorta di brivido la culla della civiltà moderna. La quale non ha certamente avuto, nei secoli e nei millenni, una condotta irreprensibile – ma lo stesso vale anche per le altre culture. Il cui contributo al progresso dell’umanità va spesso cercato col lanternino.

Che dunque solo l’Occidente debba vergognarsi di sé è quantomeno paradossale. Così com’è paradossale, per essere gentili, l’idea di giudicare il passato con le categorie del presente.

Come fanno, per esempio, i teppisti che stanno vandalizzando le statue e profanando la memoria di grandi e anche grandissimi uomini. I cui meriti sono incontrovertibili per chi non guarda alla Storia con i paraocchi dell’ideologia.

Ignoranza e nichilismo

Intendiamoci, le manifestazioni (pacifiche) sono più che lecite, così come la sete di giustizia dopo l’assurda uccisione di George Floyd. Ma abbattere o imbrattare i monumenti a Cristoforo Colombo, a Winston Churchill, a Leopoldo II del Belgio non ha nulla a che vedere con la protesta. Non è nemmeno una sorta di ermeneutica dell’antropologia, è solo ignoranza crassa. Che comunque, per assurdo, non è neppure lontanamente vicina all’abisso di delirio toccato in quest’ultimo mese.

Il poco invidiabile primato se lo contendono la petizione che ha preso di mira la medaglia dell’Ordine di San Michele e San Giorgio. Un’onorificenza colpevole (sic!) di raffigurare l’Arcangelo che schiaccia Satana in un modo che a qualche intelliggente con-due-g ricorda l’uccisione di Floyd. E, soprattutto (o meglio, sotto tutto), il genio che vorrebbe distruggere tutte le raffigurazioni di Gesù Cristo e della Vergine Maria in quanto troppo europee. E, quindi, ça va sans dire, «una forma di supremazia bianca», uno «strumento di oppressione» e di «propaganda razzista».

Saremmo curiosi di sapere se tali sagaci definizioni andrebbero applicate anche alle effigi della Madonna nera, ma sospettiamo un certo analfabetismo artistico del proponente. Sempre per essere gentili.

L’autocensura della civiltà occidentale

Se comunque questa follia iconoclasta venisse liquidata come la farneticazione di massa che è, la si potrebbe considerare un fenomeno folcloristico, anche curioso sotto certi aspetti. Il problema – grave – è che c’è chi lo prende sul serio, anche a livelli più o meno alti. A cominciare dallo sport, il cui notevole impatto sociale non può essere sottovalutato.

Così, per dire, nella Formula 1 la scuderia Mercedes ha scelto di presentarsi al via della nuova stagione con una livrea nera. Che avrebbe avuto più senso come concessione al suo primo pilota – e Campione del Mondo – Lewis Hamilton. Del tutto illogica, invece, è la scelta dell’A.S. Roma di apporre sulle proprie divise il logo del sedicente movimento anti-razzista americano.

È questo l’Occidente che biasima se stesso, le sue radici e le sue tradizioni. L’Occidente che si autocensura, tentando di imbavagliare chi invece non prova imbarazzo – e, magari, nutre addirittura sentimenti di orgoglio.

L’autocensura da pensiero unico

È in base a questa forma mentis deviata che, per esempio, la “cultura” dominante può progettare di tacitare le opinioni non allineate. Come con la Commissione Segre, sorta di orwelliano Miniver che pretende il monopolio della verità – e, di conseguenza, la facoltà di sanzionare fake news. Peccato che poi il pensiero unico faccia da megafono e zerbino a una Carola Rackete qualunque. Che può ragliare impunemente che l’Europa stia sfruttando la crisi da Covid-19 per «mettere da parte i diritti umani».

Che poi qui il punto non è neanche che una piratessa possa esternare tutte le sciocchezze che vuole. Semmai il problema è che c’è qualcuno disposto a darle il microfono – e qualcun altro che la ascolta.

Per non parlare del ddl Zan contro l’omotransfobia, che in teoria dovrebbe aggiungere tutele contro aggressioni e discriminazioni. Di fatto, invece, porterà a una deriva liberticida e all’instaurazione di un reato di opinione, come dimostra l’esempio di Paesi con normative simili, quali la Spagna.

Complimenti quindi ai paladini del «non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo». Che probabilmente non sanno nemmeno che Voltaire non si è mai neanche sognato di pronunciare questa frase. La quale, oltretutto, sarebbe valida soltanto finché la civiltà occidentale non si sarà estinta per autocensura. Sfortunatamente, siamo già sulla buona, anzi pessima strada.

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Cronaca

Scandalo Magistratopoli, registrazioni choc sulla condanna di Berlusconi

Il giudice Amedeo Franco, relatore (ora defunto) del processo sui diritti Mediaset, accusava i colleghi: “Il processo fu un plotone d’esecuzione, per le toghe il leader azzurro andava condannato a priori”. La furia di Forza Italia

Mirko Ciminiello

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Scandalo Magistratopoli

Ogni giorno che passa, lo scandalo Magistratopoli si arricchisce (si fa per dire) di nuovi capitoli. Quello più recente ha come protagonista – suo malgrado – il leader di FI Silvio Berlusconi. E, come i precedenti, restituisce ai cittadini già sconcertati un quadro a tinte sempre più fosche.

Le ombre sulla sentenza Berlusconi

C’era un periodo in cui l’allora Premier Berlusconi tuonava quasi quotidianamente contro le toghe rosse e la giustizia a orologeria. Con il regolare controcanto degli intelliggenti con-due-g secondo cui una cornucopia di 70 processi – uno più inutile dell’altro – non costituiva una persecuzione giudiziaria.

Di questa pletora di procedimenti, uno solo si è concluso con la condanna del fondatore di Forza Italia. Quello per frode fiscale in relazione ai diritti Mediaset, passata in giudicato nel 2013 con sentenza della sezione feriale della Cassazione. Che allora era presieduta dal magistrato Antonio Esposito (oggi editorialista del quotidiano dei manettari), mentre relatore del caso era l’altro togato – ora defunto – Amedeo Franco. Il quale all’epoca aveva chiesto l’assoluzione del Cav perché non vi era reato.

Secondo l’accusa, l’azienda di Cologno Monzese aveva comprato dei film americani attraverso la finta mediazione del produttore egiziano Frank Agrama. Gonfiando poi le fatture onde spartire con il prestanome l’eccedenza finanziaria.

Per questo Berlusconi (che, da Premier, non si occupava minimamente di Mediaset) venne condannato a 4 anni di reclusione, di cui 3 coperti da indulto. Scontò quindi la pena ai servizi sociali e, per buona misura, subì anche l’espulsione dal Senato in base alla legge Severino. Unico caso, da Cavour in poi, di applicazione retroattiva di una qualsivoglia norma.

Nel gennaio scorso, però, il verdetto è stato letteralmente fatto a pezzi da un’altra sentenza, emessa dal Tribunale civile di Milano interpellato dalla stessa Mediaset. I togati hanno infatti stabilito che non vi fu un’intermediazione fittizia, né un’appropriazione indebita, e che il prezzo di acquisto era ottimo.

Già questo sarebbe un duro colpo per gli antropologicamente superiori e, soprattutto, per la credibilità della magistratura. Ma l’aspetto più avvilente è che tutto questo è solo la punta dell’iceberg.

Lo scandalo Magistratopoli ante litteram

«Presidente, sa benissimo che è stata una porcheria». Così esordiva Amedeo Franco – cioè, come detto, il relatore del processo sui diritti Mediaset – in un colloquio con il leader azzurro. Colloquio avvenuto alla presenza di testimoni, uno dei quali registrò l’amaro sfogo dell’ermellino. Che gli avvocati del Cav avevano deciso di non usare proprio per rispetto del giudice, ancora in attività.

Solo dopo la dipartita del magistrato, i legali di Berlusconi hanno depositato la registrazione presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nell’ambito del proprio ricorso. E tale registrazione è stata resa pubblica dal programma Quarta Repubblica.

Tra le altre cose, Franco riferiva all’ex Presidente del Consiglio i pensieri di buona parte dei suoi colleghi. «”Berlusconi deve essere condannato a priori perché è un mascalzone!” Questa è la realtà… a mio parere è stato trattato ingiustamente e ha subito una grave ingiustizia… l’impressione che tutta questa vicenda sia stata guidata dall’alto».

Dichiarazioni gravissime, a cui si accompagnava il racconto di voci che, se fossero confermate, sarebbero a dir poco inquietanti. «Sussiste una malafede del presidente del Collegio, sicuramente…» la rivelazione di Franco. Esposito (che comunque ha già smentito) avrebbe infatti subito “pressioni” perché il figlio era indagato dalla Procura di Milano per «essere stato beccato con droga».

Franco concludeva paragonando il processo Mediaset a un «plotone d’esecuzione». Che ha «rovinato un partito e deviato il corso della politica nazionale». Cosa che, del resto, cercavano di fare anche le toghe intercettate nello scandalo Magistratopoli, tramando contro il leader leghista Matteo Salvini. Pare che fin troppo spesso la giustizia non abbia nulla a che fare con l’accertamento della verità. Ahinoi.

Lo scandalo Magistratopoli e la rabbia di FI

«C’era una precisa volontà politica di colpire Silvio Berlusconi, leader della più grande forza politica del Paese. Visto che non lo si poteva sconfiggere con le elezioni, allora si è cercato di sconfiggerlo per via giudiziaria». Così Antonio Tajani, vicepresidente di FI, paragonando la vicenda al noto affaire Dreyfus.

Il j’accuse, del resto, ha percorso come un’onda di indignazione l’intero partito, che ha faticato a contenere la rabbia dopo la diffusione dell’intercettazione ambientale. Di «stupro democratico» e «obbrobri giuridici» ha parlato la presidente dei senatori azzurri Anna Maria Bernini. E la vicecapogruppo a Palazzo Madama, Licia Ronzulli, ha chiesto che Berlusconi venga risarcito politicamente mediante la nomina a senatore a vita.

Più di un esponente di Forza Italia, poi, ha invocato una riforma della giustizia che preveda la separazione delle carriere tra giudici e Pm. Che, en passant, era un’idea espressa anche dal rimpiantissimo Giovanni Falcone.

Inoltre, sempre Tajani ha chiesto a gran voce «una Commissione d’inchiesta su quanto è accaduto a Berlusconi e sul cattivo funzionamento della giustizia». E perfino il leader di Iv Matteo Renzi ha dichiarato che «un Paese serio su una vicenda del genere non può far finta di nulla».

Il silenzio assordante dei giustizialisti

Non pervenuti, invece, i giustizialisti di ieri e di oggi, il cui silenzio assordante non depone esattamente a loro favore. A cominciare dal Pd, che d’altronde il deputato Umberto Del Basso De Caro ha confessato essere in preda a una preoccupazione palpabile.

Il motivo sarebbe la richiesta, da parte della presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati, di divulgare tutte le intercettazioni riguardanti l’ex presidente dell’Anm Luca Palamara. Comprese alcune che, stando al parlamentare dem, coinvolgerebbero anche il segretario Nicola Zingaretti.

Lo scandalo Magistratopoli, insomma, pare non finire mai. E, nella questione specifica, ha evidenziato pure, in puro stile Oscar Wilde, l’importanza di essere Franco.

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Economia

Meccanismo Europeo di Stabilità, così il Premier Conte è giunto a un bivio

Il segretario del Pd Zingaretti sollecita l’uso del Fondo salva-Stati, trovando ancora la netta chiusura dei grillini. Il Presidente del Consiglio in bilico, e in Europa sono scintille con la Cancelliera tedesca Angela Merkel

Mirko Ciminiello

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meccanismo europeo di stabilità

Test per l’esame di giornalismo sul Meccanismo Europeo di Stabilità, per gli amici (e soprattutto i nemici) Mes. Il candidato consideri che:

a) Il leader dem Nicola Zingaretti è tornato a sollecitare l’uso del Fondo salva-Stati affermando che si tratta di «risorse mai viste prima». E che infatti non vedremo nemmeno adesso.

b) Sempre il Governatore del Lazio ha lanciato un monito contro «la danza immobile delle parole». E niente, questa fa già abbastanza ridere di suo.

c) Il segretario leghista Matteo Salvini, invece, ha nuovamente criticato lo strumento finanziario messo a punto dall’Europa: «quelli del Mes sono i soldi del Monopoli». Ci sentiamo di dissentire, in quanto il denaro del Monopoli non va restituito a Bruxelles, né tantomeno a Berlino.

Bruxelles e il Meccanismo Europeo di Stabilità

d) Frattanto, la Cancelliera tedesca Angela Merkel ha dichiarato che la decisione di utilizzare il Mes spetta all’Italia, ma «non lo abbiamo attivato perché rimanga inutilizzato». Stizzita la reazione del bi-Premier Giuseppe Conte: «A far di conto per l’Italia sono io, col Ministro Gualtieri, i Ragionieri dello Stato e i Ministri». Non a caso sono Conti in rosso.

e) Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, ha avvisato gli Stati membri dell’Unione Europea a proposito del negoziato sul Recovery Fund. «Non possiamo permetterci una pausa estiva» finché il pacchetto di aiuti non sarà pronto. Quindi alla fine qualcuno subirà un recovery per stanchezza.

Ciò posto, il candidato commenti il fatto che il segretario del Pd Zinga ha sciorinato «dieci ragioni per dire sì» al Meccanismo Europeo di Stabilità. Talmente valide che i grillini hanno prontamente ribattuto che «ad oggi la posizione del Movimento 5 Stelle sul Mes non cambia. È la stessa di ieri, di una settimana fa e di un mese fa».

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Cronaca

Ricerca scientifica, dallo spazio l’ultima lezione all’inadeguata Oms

Rilevato, con un importante contributo italiano, un segnale che potrebbe rivoluzionare i modelli esistenti sui buchi neri. Mentre, sulla pandemia, i cambi di rotta dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sembrano privi di logica

Mirko Ciminiello

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ricerca scientifica: il coronavirus e l'oms
Il coronavirus e l'Oms

Nella ricerca scientifica, una delle poche certezze è che non ci sono certezze. Qualunque dato, qualunque paradigma può essere infatti messo in discussione da eventuali nuove scoperte. Un concetto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità non deve avere ben chiaro, a giudicare dalla gestione della pandemia da Covid-19. E dalla lezione che ha ricevuto direttamente dallo spazio.

I successi della ricerca scientifica

Pochi giorni fa, è stato pubblicato sulla rivista The Astrophysical Journal Letters uno studio che annunciava una scoperta eccezionale in campo astronomico. Una scoperta che parla anche italiano, visto che porta la firma del rivelatore Virgo, situato vicino Pisa – oltre che dei suoi omologhi americani LIGO.

Gli avanzatissimi strumenti hanno captato una collisione cosmica in cui un buco nero con una massa 23 volte quella solare ha “inghiottito” un oggetto molto più piccolo. Il segnale, denominato GW190814, è stato rilevato nell’agosto 2019, ma l’evento originario si è verificato 800 milioni di anni fa! Tanto hanno impiegato le onde gravitazionali prodotte nell’impatto a raggiungere la Terra.

La particolarità è che l’oggetto più piccolo aveva una massa pari a 2,6 volte la massa del Sole. «Una massa mai osservata finora» come ha spiegato il portavoce di Virgo, Giovanni Losurdo, dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare.

Di norma, infatti, un buco nero si fonde con un altro black hole oppure con una stella di neutroni. Un corpo celeste di dimensioni relativamente piccole e densità altissima, costituito prevalentemente da neutroni tenuti insieme dalla forza di gravità.

Sia un buco nero che una stella di neutroni si formano quando una stella muore in seguito all’esaurimento dell’idrogeno che funge da “carburante”. Se l’astro progenitore ha una massa compresa tra 8 e 30 volte quella solare, esploderà in una supernova e il suo nucleo collasserà in una stella di neutroni. Se la stella madre ha una massa superiore a 30 volte quella del Sole, la potenza della gravità contrarrà lo spaziotempo in un punto infinitesimale. Il risultato sarà un’implosione che darà vita a un black hole, un oggetto con un campo gravitazionale così intenso da intrappolare perfino la luce.

Il gap di massa

Secondo i calcoli dei fisici nucleari, una stella di neutroni non può avere una massa superiore a 2,2-2,3 volte quella del Sole. Oltre questo limite, la gravità sarebbe troppo forte, e il corpo celeste collasserebbe in un buco nero. D’altra parte, il black hole più piccolo a oggi conosciuto ha circa 5 volte la massa solare.

Per questo motivo, gli scienziati hanno teorizzato un ipotetico “gap di massa”. In base al quale non esisterebbero né stelle di neutroni né buchi neri in un intervallo compreso tra circa 2,5 e 5 masse solari.

Tuttavia, l’oggetto più piccolo tra i due rilevati da Virgo e LIGO aveva una massa che cade proprio all’interno di questo mass gap. Il che significa che potrebbe essere la stella di neutroni più pesante o – più probabilmente – il buco nero più leggero mai individuato.

Si tratta di un dato che non collima con nessuno dei modelli di formazione di questi tipi di corpi celesti – né dei cosiddetti sistemi binari. Oltretutto, finora si credeva che fusioni come quella fin qui descritta riguardassero oggetti di dimensioni più o meno simili. Tuttavia, nel caso in esame il rapporto tra le masse dei due progenitori è di 9 a 1.

La scoperta è una sfida per gli astrofisici, che dovranno necessariamente modificare i propri paradigmi di riferimento. Come si fa quando la ricerca scientifica, che è anticonvenzionale per definizione, produce evidenze contrarie agli orientamenti dominanti. Un concetto che per la World Health Organization (e anche per gli eco-mentitori affermazionisti che adattano i dati all’ideologia) pare stranamente difficile da comprendere.

L’Oms e la ricerca scientifica

I social, che giammai perdonano, hanno fulminato la WHO con la consueta ironia: “Il coronavirus ha dichiarato che l’Oms muta molto rapidamente”.

La frecciata fa riferimento alle posizioni ondivaghe sull’epidemia in corso da parte dell’istituto retto dall’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus. Un ente che «non ha brillato per tempestività ed esattezza», come sottolineato anche dal virologo Andrea Crisanti.

Lo scienziato romano ha salvato il Veneto anche perché ha contravvenuto alle indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Che a febbraio prescriveva di somministrare tamponi solo ai casi sospetti, mentre a Vo’ si è optato per la strategia dei tamponi a tappeto. Strategia che poi, magicamente, è diventata anche l’indicazione dell’Oms – ma solo a metà marzo.

Peraltro, le ultime linee guida della World Health Organization prescrivono che, per considerarsi guariti, siano sufficienti tre giorni senza sintomi. Non sarebbe più necessario, dunque, un doppio tampone negativo a distanza di almeno 24 ore – una raccomandazione che ignora totalmente la realtà del contagio da parte degli asintomatici.

Per non parlare delle mascherine, che ad aprile in pochi giorni sono passate dall’essere superflue all’essere indispensabili. Il percorso inverso lo hanno invece fatto i guanti, imprescindibili in periodo di lockdown e poi improvvisamente divenuti addirittura pericolosi.

Forse, però, ancora più significativo è il dietrofront sui farmaci. Come il desametasone, un antinfiammatorio che Ghebreyesus ha definito una «svolta scientifica salvavita» dopo che l’Università di Oxford ha diffuso i risultati preliminari dei trials clinici. Peccato che, a marzo, l’Oms sconsigliasse l’uso dei corticosteroidi (la classe di ormoni cui appartiene il desametasone) per il trattamento della polmonite virale.

C’è buco nero e buco nero

Questi continui e destabilizzanti cambi di rotta sarebbero più che giustificati se a motivarli fossero i progressi della ricerca scientifica. Come dimostra la scoperta italo-americana dalle profondità del cosmo, che costituisce un passo avanti verso una migliore comprensione dell’universo. Il problema è che, escluso il caso del desametasone, l’agenzia dell’Onu per la sanità dà l’impressione di procedere come una banderuola mossa dal vento.

Insomma, da un lato ci sono i buchi neri, dall’altro il “buco nero” nel cuore dell’Oms. Se non è razzista scherzarci su.

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